E i Napoletani maliziosi chiamarono “pullanchelle” le “pannocchie bollite”…..

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E’ uno dei mestieri antichi che sopravvivono. Tutti ricordano a Ottaviano “Catarina ‘a liscia”, che vendeva pannocchie durante la processione della Madonna del Carmine.  Forse le “pollanche” erano le piacenti venditrici. L’elogio di Umberto Saba alla moglie. Un “ricordo” di Artieri  dedicato a una bellissima “spicaiola”. 

 

Ingredienti: pannocchie di mais fresche, acqua e sale. Iniziate a pulire le pannocchie  togliendo le foglie esterne e la barba e lavatele sotto un getto di acqua corrente per eliminare residui di polvere e terra. Prendete una pentola abbastanza capiente e versateci all’interno dell’acqua: riponetevi le pannocchie e un pizzico di sale grosso, quindi procedete con la cottura finché non saranno cotte a puntino.(generalmente ci mettono 15-20 minuti circa dopo che l’acqua ha iniziato a bollire).Mi raccomando le pannocchie devono essere coperte di acqua. Una volta pronte, scolatele e servitele belle calde oppure potete anche metterci un pò di burro fuso. ( dal sito:Il mondo di Adry)

 

Scriveva nel 1848 un giornalista dell’“Omnibus pittoresco” che se le “spicaiole”, le  pannocchie bollite o arrostite che esse vendevano per le strade di Napoli, non le avessero chiamate “pullanchelle”, se non avessero dato la voce “so’ténnere e pullanchelle , i Napoletani le avrebbero prese per pazze.  E quelli della mia generazione ricordano le “pullanchelle” che vendeva a Ottaviano “Catarina’a liscia”, e le sapienti lezioni che ci faceva sui vari tipi di “spighe” e su come bisogna tenerle nell’acqua, e come girarle, e quando tirarle su. Una sua discendente “indiretta”, che tiene il banco là dove via Pentelete incomincia a “pendere”, ricorda nei gesti precisi la maestria della grande “spicaiola”, la cui figura è legata, nella nostra memoria, alla processione della Madonna del Carmine. Dunque, tutti sappiamo che le pannocchie bollite si chiamano anche “pullanchelle”, ma credo che nessuno sia riuscito a spiegarci in modo convincente il nesso tra le pannocchie e le pollastre: forse perché le “pollanchelle ténnere” erano non le “spighe”, ma le belle venditrici, che giocavano sull’equivoco: “pullanchella” è la “pollastra”, la giovane piacente: anche Saba scrive, in una poesia, che la moglie è “una giovane, una bianca pollastra”. E le giovani “spicaiole” la sera si facevano scortare da “protettori” pronti a difenderle dalle insidie dei clienti, che non si accontentavano delle “pullanchelle” messe a bollire, ma volevano scoprire anche i pregi delle “pullanchelle” venditrici. Una sera del settembre del 1954 Amedeo Maiuri, Giovanni Artieri e Augusto Cesareo passavano per piazza Mercato, a Napoli: era proprio il giorno in cui la statua di “Marianna ‘a capa ‘ e Napule” era stata tolta dal piedistallo e portata in Municipio. Accanto alla “base” vuota c’era, scrive Artieri, “una bellissima venditrice di pannocchie, bollite, una “spicaiola”.Signò’- ci disse- “l’hanno luvata stammatina..mo’ ce stongh’io…La Cibele era stata tolta, per trovar posto nel cortile del palazzo del Municipio, e lei, la bellissima, diceva: “La sostituisco” io. Tanto è stretta la parentela tra i napoletani e gli dei”. Ma non tutte le “spicaiole” erano giovani e piacenti. Scrisse nel 1866 Luigi Coppola che a Santa Lucia vendeva le pannocchie una “tarchiata e grossa popolana” che ogni due minuti, senza posare il ventaglio con cui dava vigore all’ “inestinguibile fuoco della sua caldaia”, lanciava la voce “ Pollanchelle ténnere” con un grido “che potrebbe passare per il re sopracuto” della soprano Giuseppina Medori. Scrive Il Coppola che solo a Santa Lucia c’era “una buona dozzina” di queste “Vestali” – l’immagine gliela dettò la caldaia sul fuoco sempre acceso-  che a stento “ soddisfano le esigenze di tutto il quartiere. Chi non si sfamerebbe a quella mensa, ove” per un soldo “ è permesso mangiare fino a quattro pollanche?”.