LA RIEDUCAZIONE DEL CARCERATO

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La Corte Costituzionale boccia l”art. 62 bis del codice penale e ribadisce che il principale scopo della pena detentiva è quello rieducativo. Di Simona Carandente

In ambito penitenziario, e non solo, si fa un gran parlare di rieducazione: fine ultimo al quale dovrebbe tendere la pena detentiva, obiettivo primario della sanzione penale, modalità attraverso la quale immettere nel tessuto sociale una persona nuova, avulsa dai motivi che l’avevano indotta a delinquere, in grado di potersi reintegrare nella realtà mostrando, verosimilmente, di aver compreso a fondo il disvalore sociale della propria condotta delittuosa.

In tempi recenti, anche la Corte Costituzionale è tornata ad affrontare il tema di rieducazione, attraverso una sentenza (Corte Cost. n. 183 del 10 giugno 2011) che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 62 bis, relativo alle cosiddette circostanze attenuanti generiche, nella parte in cui stabilisce che ai fini dell’applicazione di quest’ultime non si possa tener conto della condotta del reo, susseguente al reato, che sia gravato da una recidiva reiterata.
Tralasciando per un attimo la terminologia strettamente giuridica, amplissima può considerarsi la portata della sentenza della Corte, che tende a ribadire come il principale scopo della pena detentiva sia quello rieducativo, come del resto sancito a più riprese dalla nostra Carta Costituzionale.

La Consulta, riaffermando un importante principio, ha stabilito che ai fini della concessione delle circostanze attenuanti generiche occorre comunque prendere in considerazione il comportamento dell’imputato, specie se successivo alla sentenza di condanna, pur in presenza di soggetti gravati da recidive reiterate.
Occorre, in poche parole, considerare la condotta del condannato successiva alla commissione del reato, tenuto conto che al contrario si profilerebbe un’aperta violazione di quanto disposto dall’art. 27 della Carta Costituzionale in tema di rieducazione del condannato.

Dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’art. 62 bis, i giudici della Consulta hanno fatto sì da evidenziare come il principale obiettivo della sanzione penale, ovvero la rieducazione, non possa ritenersi raggiunto se non si tenga in considerazione il modus agendi dell’imputato successivamente alla sentenza di condanna, dando così prova di aver intrapreso un percorso di pentimento e revisione critica delle proprie azioni, alla luce dei valori condivisi di pacifica coscienza sociale.

In buona sostanza la recidiva, pur riferendosi a fatti commessi nel tempo, non deve in alcun modo condizionare la nuova decisione, specie quando questa avvenga a distanza di anni, trascorsi i quali la personalità dell’imputato potrebbe apparire oltremodo differente ed improntata ai principi della rieducazione costituzionale. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

NAPOLI CAPITALE DELL’ARTE. IL TRECENTO E I SUOI GRANDI MAESTRI

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Alla corte napoletana del Trecento convergono i più importanti artisti del secolo: Giotto, Simone Martini, Pietro Cavallini. Con gli Angiò l”Europa ammira gli splendori dell”Italia meridionale.

“I due grandi periodi artistici a Napoli sono il Barocco e il Trecento. Le figure principali del movimento barocco non erano napoletane di nascita: Caravaggio veniva dalla Lombardia, il Domenichino da Bologna, Ribera dalla Spagna; essi prepararono il terreno, e in breve tempo la scuola pittorica del Barocco napoletano elaborò una sua maniera nettamente caratterizzata. Lo stesso era accaduto nel Trecento, con la differenza che il movimento fu più grandioso e lo sfondo generale delle realizzazioni artistiche più colorito e interessante che al tempo dei viceré spagnuoli”.

Così Fritz Saxl, nella prima metà del Novecento, sintetizzava nel migliore dei modi ciò che accadde alla corte degli Angiò di Napoli in quel secolo così florido per l’arte occidentale e, in generale, per ogni aspetto della cultura e della società europea. Quando ormai volgevano a termine i “secoli bui” del medioevo e l’Europa respirava già il profumo della grande stagione rinascimentale, Napoli diveniva lo snodo principale della cultura italiana ed internazionale. In città giungevano da ogni parte letterati, artisti, poeti ed intellettuali che cercavano in una corte che già coltivava interessi laici e umanistici un luogo stimolante per le loro ricerche culturali.

Qui, agli inizi del Trecento, potevamo trovare un Pietro Cavallini alle prese con la decorazione della Cappella Braccaccio in San Domenico Maggiore; o, nel 1317, un Simone Martini indaffarato a posizionare nell’area “sepolcrale” degli Angiò nel transetto della basilica francescana di San Lorenzo Maggiore la grande tavola del “San Ludovico di Tolosa che incorona il fratello Roberto d’Angiò”; o ancora, a cavallo tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta del secolo, un Giotto intento a dividersi tra gli affreschi della Cappella Palatina e della Sala Maior di Castel Nuovo e quelli della chiesa e del Coro delle Monache del Monastero di Santa Chiara, ancora, in gran parte, in costruzione.

Qui, nella Napoli del Trecento, potevamo trovare un Boccaccio estasiato dagli sfarzi della corte partenopea o un Petrarca volenteroso di farsi “incoronare poeta” da “un re tanto lodato e famoso” quale fu Roberto d’Angiò. È certo in ogni caso che il clima intellettuale del regno angioino potesse egregiamente competere con quello delle grandi corti europee. Per tutto il medioevo e fino a tutto Rinascimento Napoli appariva infatti a tutti gli effetti come la capitale di un regno che, nonostante le varie dominazioni, era sempre riuscito a imporsi nel panorama politico e culturale dell’Europa intera. Il Trecento fu in questo senso un periodo di grande splendore.

Dal punto di vista artistico confluirono in quegli anni nella capitale angioina i più grandi maestri del tempo e in particolare i pittori protorinascimentali Giotto e Simone Martini. Entrambi trovarono a Napoli, allora strettamente in contatto con le correnti gotiche francesizzanti, un luogo fertile dove approfondire e “rimodernare” le loro ricerche artistiche. Se il primo lasciò in Italia meridionale una vera e propria scia di seguaci, dando chiaramente all’arte napoletana del tempo molto più di quanto da essa aveva potuto apprendere, il secondo seppe trarre da quell’arte gli aspetti più “moderni”, maturando, proprio a partire dalla sua esperienza partenopea, quello stile in parte giottesco e in parte gotico che farà di Simone Martini uno degli artisti fondamentali per gli sviluppi del Rinascimento europeo.

Vale la pena dunque soffermarsi sul già citato San Ludovico di Tolosa (foto), oggi al Museo di Capodimonte, considerato il primo ritratto certo nella pittura italiana moderna. In esso infatti l’effige di Roberto d’Angiò, genuflesso dinanzi l’immagine del fratello Ludovico, presenta caratteri fortemente individuali, in un netto profilo ben lontano da qualunque iconografia tipologica. La grande Pala d’altare raffigura il Santo vescovo francescano nell’atto di cedere la corona di Napoli al fratello minore Roberto e nel mentre due Angeli lo rivestono della corona celeste. Il significato è evidente: rinunciando ad ogni ricchezza ed eredità, per essersi fatto frate ed essersi votato alla povertà e alla santità (la corona celeste), Ludovico aveva di conseguenza trasmesso la successione al trono di Napoli al più giovane Roberto d’Angiò.

Dal canto suo il nuovo re seppe ricambiare il favore avviando, subito dopo la morte del fratello, avvenuta nell’agosto del 1297, un lungo processo di canonizzazione che terminerà solo nell’aprile del 1317 quando Ludovico venne proclamato santo da papa Giovanni XXII, eletto al soglio pontificio, non a caso, grazie all’appoggio del sovrano angioino, il 7 agosto 1316. L’opera fu commissionata da re Roberto proprio in occasione della cerimonia di santificazione di Ludovico e finanziata anche dalla regina madre Maria d’Ungheria, molto probabilmente per contribuire pur essa alle spese della canonizzazione del figlio, il cui culto stava cercando di diffondere nei monasteri francescani controllati dagli Angiò.

Gli stemmi d’Ungheria compaiono infatti sul mantello del Santo accanto a quelli della casata angioina (il giglio dorato su fondo azzurro e la croce di Gerusalemme), continuamente ripetuti in tutta la composizione e persino nella suntuosa cornice. Colpisce infine il contrasto tra il saio francescano e i lussuosi paramenti vescovili indossati da Ludovico; una contraddizione in perfetta sintonia con il gusto gotico che traspare dall’intera opera. Se Simone non ebbe seguaci in Italia meridionale, Giotto, di contro, divenne il maestro di riferimento della scuola pittorica napoletana del Trecento.

Si pensi che gli affreschi dipinti nella chiesa dell’Incoronata, a Napoli in Via Medina, furono creduti per secoli opera dell’artista fiorentino quando, in verità, il loro autore fu uno dei più fedeli seguaci campani del pittore, Roberto d’Oderisio. Il XIV secolo fu quindi, al pari del Barocco, uno dei momenti artistici più felici della storia di Napoli e dell’Italia meridionale; è nostro dovere preservare rigorosamente le tracce degli affreschi, delle statue e degli edifici di quel tempo, sparse ovunque in tutte le regioni del nostro magnifico Sud.
(Fonte Foto: Rete Internet)

STORIE D’ARTE

LA CRISI DI LEGALITÁ DEI NOSTRI GIOVANI

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Nella nostra società una parte di delinquenza, minorile e non, viene ancora alimentata dalle diseguaglianze di risorse e opportunità. Ma vi sono anche altre motivazioni. Di Amato Lamberti

Nel caso dei ragazzi italiani, la percezione che i dati, ma soprattutto le osservazioni dei diversi soggetti che operano nel settore restituiscono, è che il rischio concreto che singoli o gruppi di individui adottino stili di vita e comportamenti devianti, è andato dislocandosi in luoghi del sociale più differenziati rispetto un tempo, con una tendenza all’estensione delle situazioni implicate e ad una loro diversificazione.

Possiamo certamente dire che a commettere reati sono ancora, come in passato, i giovani che provengono dai tradizionali ambiti di “produzione” di situazioni di devianza, i ragazzi che crescono in famiglie e contesti socialmente e culturalmente deprivati, che si sentono e sono oggettivamente esclusi dal benessere e dalle opportunità di integrazione sociale. Nello scenario delle opportunità di consumo e di successo, ancora di gran lunga differenti sono le possibilità di pervenire a concretizzare quanto il sistema culturale dominante propone a causa delle diverse condizioni oggettive in cui gli individui si trovano a vivere.

In molti ragazzi italiani (e a maggior ragione, in moltissimi individui appartenenti alle aree del mondo escluse dalle possibilità di sviluppo) il sentimento di deprivazione, il percepirsi nella condizione di esclusi costituisce ancora e sempre uno stimolo forte a cercare a tutti i costi di partecipare alle opportunità che sono fatte ritenere accessibili a tutti. Come sottolinea Bauman, mentre la parte del consumatore la si può far balenare a tutti, in realtà non tutti lo possono essere, dal momento che non basta volerlo. In questo senso nella società postmoderna, che è ancora una società stratificata, una parte di delinquenza, minorile e non, viene ancora alimentata dalle diseguaglianze di risorse e di opportunità.
Tuttavia, nel nostro contesto, come in molti altri, al fianco dei ragazzi deprivati e marginali, in questi anni abbiamo visto emergere nuove figure:

– gli adolescenti che vivono forme più o meno gravi di sofferenza e di disagio psichico, sempre più diffusi;
– i giovani con problemi di dipendenza da sostanze psicoattive, che commettono reati per le condizioni del mercato delle stesse sostanze;
– i ragazzi che provano difficoltà sul piano della relazione e della comunicazione e manifestano tale esigenza attraverso atti devianti di valenza espressiva (tipico l’esempio del bullismo e di molte delle altre forme di violenza interpersonale);
– i ragazzi pienamente “integrati”, educati alla logica del tutto subito e dell’individualismo esasperato, incapaci di gestire le relazioni interpersonali riconoscendo gli altri come portatori di diritti e se stessi titolari di doveri.

Sotto il profilo dei comportamenti, vi sono tutte le premesse perché crescano i reati di tipo espressivo, perché si producano fatti apparentemente inspiegabili in quanto spesso casuali e del tutto sproporzionati rispetto agli stimoli o alle circostanze che li hanno provocati. E vi sono le premesse perché si rinforzi la tendenza all’aggregazione di individui similmente fragili e quindi si diffondano forme di comportamento delinquenziale di gruppo (con evidenti effetti di rinforzo sull’individuo, conseguenze sociali più gravi, allarme elevato).
Nel caso dei minorenni italiani la tesi che si può sostenere è che si vadano assottigliando i confini tra normalità e devianza sotto il profilo dei comportamenti, ma prima ancora delle condizioni che sottostanno alle scelte degli individui.

Alcuni tratti che connotano quella che è da tutti considerata la “normalità” hanno una forte incidenza sulle propensioni individuali a superare i confini delle norme penali. Pensiamo ad orientamenti diffusi che segnano l’orizzonte dei riferimenti collettivi come la crisi della legalità, l’esaltazione dell’individualismo consumatore, la percezione della violenza come forma di regolazione normale dei conflitti. Se associati a fragilità emotiva e disagio relazionale, tali orientamenti possono facilmente determinare comportamenti “problematici”, scelte di trasgressione o illegalità, atti fortemente connotati in senso “espressivo”, non di rado svincolati dalla percezione delle conseguenze reali e dei danni che si possono arrecare.

Se si guarda ai comportamenti dei ragazzi delle nostre città e dei nostri paesi che entrano in contatto con la giustizia si possono osservare come molte delle scelte si iscrivono in un contesto di estesa crisi della legalità ossia di profonda messa in discussione dell’orientamento culturale che vede in essa il tessuto connettivo della vita di relazione. Le conseguenze sono, da un lato, la diffusione dell’illegalità come modalità dì comportamento nella quotidianità e, dall’altra, considerare accettabile anche il farsi giustizia da sé .
Nei comportamenti di molti ragazzi si possono cioè scorgere le tracce di quell’atteggiamento culturale ampiamente condiviso che è stato definito di relativismo morale, ossia la relativizzazione dei sistemi di significato in rapporto al contingente, al presente, all’utilità immediata.

Vi è in essi, come in moltissimi adulti, il predominio di una “morale del compromesso”, che dà luogo ad atteggiamenti di “permissivismo nei confronti della trasgressione, soprattutto se quest’ultima tende ad esprimere soggettività, particolarità individuale, soddisfazione personale, realizzazione dell’io, senza compromettere eccessivamente l’ambito delle relazioni pubbliche”.
Una crisi della legalità che vede le norme come intralcio alla propria affermazione e ai propri interessi e che trova alimento nell’idea diffusa che le regole “sono per gli stupidi, o meglio per i deboli o per gli inetti”, mentre per l’uomo forte la vera norma è il disprezzo per le regole.

Le modalità concrete in cui questo diffuso atteggiamento culturale si traduce in azione varierà in funzione di condizioni, occasioni, stimoli, sentimenti. Utilizzando la classica (e per molti versi schematica) distinzione tra reati “strumentali” e reati “espressivi”, possiamo vedere chiaramente come il relativismo morale si intrecci con altri due tratti culturalmente diffusi e cogenti: l’esaltazione dell’individualismo consumatore, da un lato; la percezione della violenza come forma di regolazione normale dei conflitti, dall’altro.

Non può sfuggire che molta della devianza strumentale, finalizzata all’ottenimento di vantaggi o beni di consumo, sia correlata a quella che Barcellona, parlando dell’individuo contemporaneo, definisce una “nuova antropologia”: sottesa dalla concezione dell’individuo come “consumatore”, essa delinea un uomo connotato da perenni sentimenti di mancanza, da un desiderio insaziabile, illimitato, cui il sistema risponde con la proposta (o l’illusione) di una possibilità di accesso illimitato al sistema degli oggetti. Un uomo guidato da una “autoreferenzialità circolare”, fondata su una razionalità strumentale e calcolante, per il quale bene, bello e vero sono scomparsi dall’orizzonte.

Di questa antropologia è aspetto costitutivo il “desiderio di liberarsi dagli oneri della soggettività e della individualità concepita come una autonomia e responsabilità dell’uomo, e si avverte invece l’esaltazione di un nuovo io, libidico, amorfo, decentrato. Al posto dell’Io razionale si viene ponendo sempre più il narcisistico desiderio di un’immediata gratificazione” .
Si afferma un “individualismo possessivo – l’individualismo proprietario”, svincolato “da ogni legame di scopo, da ogni funzione sociale”, liberato “dal dominio di ogni trascendenza e di ogni vincolo sociale”.
La connessione con le forme di devianza orientate al soddisfacimento di bisogni e desideri appare evidente, se si pensa a due elementi che sono corollario all’orientamento al consumo: l’importanza di consumi che offrano sensazioni e piaceri e la questione dei tempi della loro soddisfazione.

Da un lato, l’individuo moderno “assume il ruolo di collezionista di piaceri, o più precisamente di cercatore di sensazioni”; dall’altro appare di grande importanza “l’abitudine a sequenze causa-effetto senza tempi di attesa, a riscontri immediati e soddisfazioni istantanee di bisogni e desideri” .
Gran parte della produzione di beni, servizi e messaggi, d’altra parte, ha proprio l’obiettivo di indurre desideri, continuando a riprodursi incessantemente, senza limiti e – soprattutto – senza che il consumatore perda tempo in attesa tra formulazione del desiderio e sua soddisfazione, in modo da far spazio a nuovi desideri, in una sequenza infinita.

Dal momento che a bambini e giovani è consegnata una “normalità” permeata da un paradigma economico, che li contiene solo in veste di consumatori, l’orizzonte di senso delle giovani generazioni viene a restringersi e a coincidere con la gratificazione personale, gratificazione che sembra alimentarsi solamente da sentimenti e fantasie quali “l’ubiquità, la comunicazione continua, la perdita del limite, l’onnipotenza individuale”. L’isolamento nei consumi e il bisogno di annullare i tempi di attesa abbattendo ogni ostacolo che si frapponga al piacere hanno due conseguenze importanti per il discorso sui percorsi di devianza: la perdita di capitale sociale, cioè delle relazioni interpersonali come risorse, e la predisposizione al conflitto. Da un lato, “lo scambio di idee, informazioni e sentimenti è penalizzato da tempi serrati, inadeguati alla reciproca conoscenza”, d’altro lato, l’isolamento del consumo “predispone anche al conflitto, perché disumanizza l’altro”.

Non deve stupire più di tanto la constatazione che la violenza sia da molti razionalmente considerata (o, il più delle volte, irrazionalmente agita) come forma di regolazione “normale” dei conflitti. Si trova qui, forse, la chiave di lettura dei comportamenti espressivi quali sono i reati contro la persona (soprattutto se si tratta di una persona con cui si hanno relazioni e legami).
Infatti, se si osservano i comportamenti violenti che molto preoccupano gli adulti e le istituzioni (tipico esempio è il bullismo, ma naturalmente il discorso vale anche per situazioni ben più gravi ed estese), è facile osservare i nessi tra questi comportamenti e alcuni diffusi orientamenti:

– il frequente ricorso alla regolazione violenta dei conflitti (ovviamente con forme diverse di violenza, di cui quella fisica non è certamente la più usata), siano essi nel campo economico, in quello politico dei rapporti tra Stati, nelle relazioni di vicinato, tra gruppi, famiglie o individui;
– la conseguente diffusa rappresentazione della violenza come mezzo “normale” di relazione, come strumento di soluzione di problemi e difficoltà;
– il venire meno o l’assenza di investimento nel valore di riferimenti normativi condivisi, percepiti solamente come vincoli e ostacoli alla libertà individuale;

– la diffusione di modelli di rappresentazione del sé come “io onnipotente”, titolare di diritti privi di limiti, oltremodo estesi, e di doveri sociali e relazionali accettabili solamente in una logica di massimizzazione dei profitti individuali;
– la contestuale percezione dell’altro come strumentale ai propri fini, ma essenzialmente assente come persona titolare di diritti meritevoli di tutela e rispetto, allorquando i due piani non coincidono.

Sono, quelle qui accennate, tendenze che si percepiscono in crescita, anche se sono ancora poco registrate dai dati ufficiali, per il semplice motivo che trattandosi di minori italiani e di comportamenti che si consumano per lo più in contesti familiari, scolastici, aggregativi, prevale ancora l’orientamento a evitare di qualificarli come veri e propri reati e a ricorrere al sistema istituzionale per trattarli. D’altra parte, quei pochi che giungono all’attenzione delle istituzioni della giustizia minorile in genere sono trattati, in maniera tale da farli diventare occasione di maggiore attenzione verso il disagio che esprimono i loro autori, piuttosto che momento di rinforzo della loro identità deviante.

Per i minori italiani, nel primo decennio di applicazione, il nuovo codice di procedura penale ha sostanzialmente mantenuto le sue promesse; ha dimostrato, cioè, la fondatezza delle premesse teoriche su cui era costruito, rendendo di fatto marginali le recidive e relativamente pochi i percorsi inesorabilmente segnati da derive sociali e penali.
(Fonte foto: Rete Internet)

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I CAVALLI. UNA PASSIONE ANTICA

Le razze equine in età Borbonica. Una passione che alimentò prima la moda e poi gli affari. Di Carmine Cimmino

Carlo III dedicò cure particolari all’addestramento della cavalleria napoletana, di cui ridisegnò ordini, sistemi e comandi. Murat completò l’opera. Gli squadroni di cavalieri napoletani che egli condusse con sé in Russia, al seguito di Napoleone, meritarono più volte l’elogio dell’ imperatore. Il 5 dicembre 1812 i “diavoli bianchi“ – così erano chiamati, dal colore del mantello – travolsero con una carica impetuosa, presso Osminiana, due reggimenti di cosacchi. L’azione fu a tal punto apprezzata da Napoleone che egli concesse a questi valorosi l’onore di scortare la sua carrozza, che era guidata da un cavaliere napoletano, Ottavio De Piccolellis.

Nell’inverno russo il termometro segnava quasi 20 gradi sotto zero e ai napoletani, vestiti in grande uniforme, come se sfilassero in parata, si gelarono i piedi e le mani. L’antica passione, rimessa in moto da Murat, alimentò prima la moda, poi gli affari. Ferdinando II era un buon conoscitore di cavalli. Di solito, visitava le due fiere di Caserta e quella di Aversa, e spesso vi comprò puledri. Pretendeva di essere informato sugli acquisti importanti di nobili e borghesi, e si diceva che non gli facesse piacere veder girare per la città “tiri“ troppo costosi.

Molti nobili napoletani, che sapevano quanto fosse ombroso il re, prudentemente trasferirono i loro purosangue nelle scuderie delle ville di campagna. Dopo il 1840, la passione per i cavalli dilagò anche tra i borghesi della provincia. Non ci fu programma di festa civile o religiosa in cui non venissero inserite corse di galoppo, o giostre in piazza. La passione fu anche alimentata dal fatto che nel 1835 i comandi dei reggimenti di cavalleria di stanza a Nola, a Caserta, a Salerno vennero autorizzati a gestire direttamente la vendita all’asta dei cavalli dell’esercito dichiarati, per l’età e per gli acciacchi, “fuori ruolo“.

Negli anni ’50 Giuseppe IV Medici, principe di Ottajano, diede un eccezionale impulso all’attività della Commissione per il miglioramento delle razze equine, di cui era diventato, per volontà del Re, Presidente. Giuseppe era certamente uno dei più esperti conoscitori di cavalli di tutto il Regno, in grado di competere con gli intenditori siciliani, perfino con Ferdinando Malvica e con Pietro Lanza di Butera, che erano considerati autorità assolute in questo campo. Il fulcro dell’attività della Commissione fu la tenuta di Carditello, in cui gli stalloni di proprietà dell’ Ente “montavano“ le fattrici dei privati. I documenti della Commissione dicono chiaramente che negli ultimi anni dei Borbone gli allevatori privati investirono cospicui capitali nell’allevamento di cavalli selezionati e nel miglioramento delle razze equine.

Nel giugno del ’54 Glen Welt, “figlio di Lanercost e di una figlia di Taragon, stallone purosangue, bajo scuro, piccola stella in fronte”, monta 23 giumente, di cui 4 appartengono a Enrico Gallozzi, uno degli allevatori più importanti: “Barbarella, morella di anni 5, razza propria; Susanna, morella castagna, regnicola; Fortuna, storna mezzo sangue razza inglese; Potresina, baia, razza propria”.

Lo stallone monta anche due cavalle del nolano Davide Perillo, la baia mezzosangue Bellaspetto e la saura Zingarella, e la saura Orca, del Conte di Sclafani. Nello stesso mese Cambermere, “figlio di Bran e di Eleanor, stallone di puro sangue, di manto baio” “copre” cavalle importanti: Ergia, baia purosangue, di anni 11, di razza inglese, che don Giuseppe Calzolajo ha comprato in Francia; Paggiana, storna, di anni 14, di razza mista, che il proprietario, Pasquale Capitelli, ha fatto correre, con successo, a Livorno e a Genova; Signorella, araba purosangue, storna, di 14 anni, che appartiene ad Angelo Adinolfi. Ma il fuoriclasse è Garilan, uno stallone arabo, di manto storno, ogni monta del quale costa al proprietario della giumenta 6 ducati, a cui bisogna aggiungere mezzo ducato per i palafrenieri Antonio Raus e Vincenzo Apollonio.

Don Giulio Torno paga, invece, 10 ducati, e in più un ducato ai palafrenieri, perché Garilan “copra“ la sua Duchessa, una saura bruciata, di 25 anni, della razza di Persano. Nel 1856 il bando dell’ Intendente di Caserta, pubblicato anche nei Comuni della Provincia di Napoli, comunica che gli stalloni scelti per la monta sono Bold Davie, purosangue arabo, figlio di Priam e di Fair Rosamond, di manto baio, che nel ’55 ha “coperto“ 5 giumente del Conte di Montesantangelo, 2 del Principe di Gerace, 2 del sig. Fiondella, che è forse di Aversa, dove certamente possiede un importante allevamento di bufali; Lindrich, purosangue inglese, figlio di Truc Boy e di una figlia di Actacon, baio con due piccolissimi segni bianchi ai piedi di dietro.

L’anno prima Lindrich, appena arrivato a Carditello, ha montato tre giumente del Principe di Ottajano e due del Principe di Montemiletto, entrambe della razza di Persano, Ginestra e Mongiana. E sarebbe interessante sapere cosa spinse il Principe a dare alla cavalla il nome della fonderia calabrese. Nel ’57 gli stalloni sono Voyager e The Lord of the Manor. Voyager è figlio di Cardinal Puff e di una figlia di Blucher, che fu madre anche di Emigrant. The Lord of the Manor è un baio inglese mezzosangue, con piccola stella sulla fronte. Ogni monta costa 11 ducati, 10 alla Commissione, e 1 ai palafrenieri. Dopo le prime monte, The Lord viene colpito da una violenta colica nefritica.

Il veterinario Aniello Russo interviene, dopo aver avuto l’approvazione del Principe di Ottajano, con clisteri e bibite di decozione di malva con l’aggiunta di nitro. Le carte non ci dicono quando e come il cavallo riprende l’attività.
(Fonte foto: Quadro di Filippo Palizzi "Nobildonna a cavallo")

LA STORIA MAGRA

CAIVANO ARTE FESTIVAL : UNA SETTIMANA DI ARTE

Danza, musica, video, fotografia, performing art. Tra palco, arena, sale e open space, il Caivano Arte Festival dal 13 al 17 luglio propone una settimana ricca di arte.

Inizia un’intensa estate di eventi culturali e di arte in cui le città e i piccoli centri offrono eventi e occasioni per conoscere creativi e artisti. La prossima settimana, da mercoledì 13 a domenica 17 luglio, il Centro per le Arti dello Spettacolo Caivano Arte, presenta il Caivano Arte Festival, manifestazione che da spazio ad espressioni artistiche molto differenti tra loro, che spaziano dalla musica al teatro, ai cortometraggi. Per la sezione Danza nelle giornate dal 13 al 14 luglio 2011 si terranno stage nelle varie tecniche ad opera di Maestri, coreografi e danzatori/trici professionisti di alto rilievo, come Tuccio Rigano, Stefano Forti, Fortunato Angelini, Mario Bobo, Tiziana Lanzaro, Patrizia Iavicoli, e con la straordinaria partecipazione del Maestro Leon Cino. Il 14 luglio 2011 Gran Galà serale sotto le stelle nella splendida Arena dell’Auditorium.

La sezione dedicata alla Musica, il Caivano Arte Fest, il 15 e 16 luglio, coinvolgerà musica, foto, pittura, actionreading, moda, video, installazioni, danza e le migliori espressioni dei suoni contemporanei. Il programma delle due serate prevedono la presenza di gruppi emergenti del panorama musicale. Il 15 luglio suoneranno Aldo Campana-Lega Leggera, Cybersadic, Aldolà Chivalà, Lidryca, Das Auge. Il programma del 16 luglio vedrà alternarsi sul palco R & Fusion, Visionair, Starframes, Borderline.
Il progetto nato nel 2008 dalla collaborazione tra il teatro e giovani realtà organizzative napoletane, diventando ben presto un punto di riferimento per i numerosi appassionati di musiche non convenzionali.

Nelle due serate ci saranno reading teatrali a cura del Gruppo Teatro Studio Caivano Arte, Antonio Vitale, M. Giliberti, M. Esposito da Marina Lobra di Vincenzo Litta. Videoproiezioni dei vincitori del concorso Cortisonanti 2011. Sarà presentata una mostra di foto di Giuseppe Cerbone, opere di Walton Zed, expo istallazioni ZaZà shop, Progetto Ricicla Pinguro, Les Follie de Vipa, Ring Your Style, Ottica Rosolino; frammenti di danza del CaivanoArteDanza.
Cortisonanti, sezione dedicata ai corti che si terrà il 15 e 16 luglio, vedrà la proiezione dei video Vincitori della Seconda Edizione del Concorso Internazionale di cortometraggi.

I video proiettati saranno: Sezione Scuole «I diritti dei bambini», lavoro dei Circoli Didattici I II III IV V di Arzano (NA) regia di Luca Basile. Per la Sezione Spot/Messaggi/Documentari «Frontiers» per la regia di Hermes Mangialardo di Copertino (LE). Per la Sezione Videoclip Musicali il video vincitore «Nun sia maje Dio», regia di Luigi Marmo di Battipaglia (SA), e il video Menzione Speciale «Genesis» di Ameleto Cascio (Bo). Per la Sezione Cortometraggi «Agente omissis mission 78130», regia di Daniele Malavolta di Modena, e i video Menzioni Speciali «Poupèe» di William S.Touitou di Parigi e per «Made in Japan» di Jose Enrique Sanchez di Madrid.

Il festival si concluderà domenica 17 luglio 2011 con la sessione Teatro Cabaret. In scena Un comico economico, in programma il nuovo allestimento di Lello Musella (Tunnel Cabaret/MAde in Sud), in cui l’artista mette in evidenza con sketch divertenti, attori e ballerini, le difficoltà di chi non ancora giunto al successo si troverà ad affrontare la vita con molti sacrifici e senza denaro.
Il festival raccoglie già da ora le iscrizioni per la prossima edizione. Per proporre la propria creatività al programma Caivano Arte Musica/Arte stagione 2011/2012 è possibile scrivere a arearock@sudexpress.it, oppure caivanoarte@libero.it.
Auditorium Caivano Arte – Via Necropoli 1 – 80023 Caivano (NA)
Info 081.836.32.80
www.auditoriumcaivano.it

IL TATUAGGIO É UNA MALATTIA

Non sono rari i casi in cui la Corte di Cassazione, con i suoi pronunciamenti, anticipa e talvolta supplisce gli interventi legislativi, in svariate materie e ambiti del vivere sociale. Tale è il caso che presentiamo quest”oggi.

Il caso
La proprietaria di un centro di tatuaggi praticava sul corpo di una ragazzina un tatuaggio, senza il consenso dei genitori. Il tatuaggio voleva essere una pura e semplice piccola rappresentazione grafica sul corpo. I genitori della ragazzina alcune settimane dopo scoprono il tatuaggio e oltre a non essere d’accordo per quella “macchia” sul corpo, erano preoccupati anche per le conseguenze che il tatuaggio poteva avere sulla salute. I genitori decidono, quindi , di denunciare la proprietaria del centro, per aver inciso sul corpo della ragazzina un tatuaggio pericoloso per la salute.

La proprietaria del centro come linea difensiva aveva sostenuto che qualificare il tatuaggio come una lesione del corpo, produttrice di malattia in senso tecnico-giuridico, era una esagerazione, in quanto la riscontrata alterazione funzionale della cute non avrebbe raggiunto la necessaria connotazione dell’ "apprezzabilità", quale richiesta dai più recenti orientamenti della giurisprudenza e della dottrina.

La Cassazione precisava che la più recente giurisprudenza, nel qualificare come "malattia", ai fini della configurabilità del reato di lesioni, una "apprezzabile riduzione di funzionalità" della parte del corpo interessata, non aveva mai inteso escludere dall’ambito della rilevanza penale, tutti i fatti lesivi di modesta entità quali le ecchimosi, i graffi, le scalfitture, le abrasioni etc.

I giudici, inoltre, precisavano, che dal risultato della perizia medico-legale, il tatuaggio cui era stata sottoposta la minore aveva prodotto una alterazione delle funzioni sensoriali e protettive della cute, e non era quindi rilevante fare la distinzione tra “apprezzabilità” e semplice ”percettibilità” della lesione.

In definitiva la Cassazione pur avendo ritenuto “assai tenue e localizzata” la suddetta alterazione, condanna la proprietaria del centro tatuaggi al risarcimento dei danni subiti dalla minore.
La decisione della Corte con la sentenza n. 45345 del 17 novembre 2005 ha ritenuto il tatuaggio una "malattia" ai fini della configurabilità del reato di lesioni, ed ancora una volta la Corte supplisce e disciplina un ambito della vita sociale in cui la legislazione e ”latitante”.

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QUEL MONUMENTO INAUGURATO A SAN GIUSEPPE VESUVIANO IL 31 AGOSTO DEL 1913

Dai discorsi tenuti durante quella celebrazione, si leggono le decisioni strategiche di politica economica e sociale assunte dalla classe dirigente di quel tempo. Di Carmine Cimmino

Il monumento che San Giuseppe Vesuviano dedicò alla memoria delle vittime dell’ eruzione del 1906 venne inaugurato il 31 agosto del 1913. Davanti alle autorità – c’erano molti sindaci del territorio, e i presidenti di associazioni e di comitati – e davanti a una folla commossa tenne il discorso celebrativo il barone Bernardo Quaranta di San Severino, che molto si era dato da fare per i Vesuviani messi in ginocchio dal vulcano. Il barone faceva capo all’on. Enrico Arlotta, che può essere considerato un interprete esemplare di un certo modo napoletano di intendere la politica , e di farla, mettendo insieme idee alte e programmi elevati, e bassi affari da bottega e anche da retrobottega.

Il sonniniano Enrico Arlotta guidò un gruppo di potere di cui facevano parte industriali e commercianti, lobbisti e giocatori di Borsa, e che fu il perno della coalizione clerico-moderata che controllò l’amministrazione di Napoli dal 1903 al 1913: un fedelissimo di Arlotta era, per esempio, Alberto Marghieri, professore di Diritto Commerciale, prima consulente, e poi direttore, dell’Ufficio Legale del Comune. Il gruppo, attraverso il controllo degli istituti di credito e dei capitali che la Banca Commerciale investiva nell’industria elettrica e nell’ammodernamento del porto di Napoli, aveva coinvolto nella ragnatela delle alleanze i consorzi degli industriali, le cooperative del credito popolare, le associazioni dei commercianti, comprese quelle che si erano costituite a Sant’Anastasia tra mercanti di olio e di tessuti, e a San Giuseppe Vesuviano tra i mercanti di vaccine.

In un’altra circostanza descriverò la rete di vincoli e di “amicizie“ che il gruppo Arlotta scavò nei sotterranei della politica napoletana: è un sistema di relazioni il cui modello è sopravvissuto agli artefici e che ancora oggi ispira faccendieri e comitati di ogni colore. Nel sottosuolo non ci sono più né bandiere né schieramenti né colori: le talpe e le lobbies vedono tutte la stessa cosa.

Tutti i notabili presenti alla cerimonia di quel 31 agosto 1913 sapevano che di lì a 40 giorni le elezioni politiche, le terribili elezioni di ottobre, macchiate del sangue di morti e feriti, avrebbero demolito per sempre il potere di Arlotta, già corroso dalle violente polemiche sulle manovre speculative che si erano intrecciate intorno alla sistemazione del quartiere industriale. Non a caso, tra il 1911 e il 1912 i giolittiani napoletani, guidati dall’on. Girardi, avevano conquistato il controllo della Camera di Commercio. A San Giuseppe Vesuviano gli umori dell’opinione pubblica nei confronti dell’onorevole Arlotta tendevano all’acido, poiché lo si accusava, apertamente, di non tutelare gli interessi del Comune, nato da poco, nella complicata questione della divisione del territorio con Ottajano.

Perciò i presenti non si meravigliarono quando il barone Quaranta incominciò, fin dall’incipit, a cantare le lodi dell’insonne suo capo, che aveva trasformato le terre vesuviane in un cantiere gigantesco: l’ampliamento del porto del Granatello, la nuova linea tranviaria a Barra, l’apertura della scuola operaia a Ponticelli, “l’inaugurazione dell’acqua del Serino“ a San Sebastiano, a Caravita e a Taverna delle Noci, la sistemazione delle strade “di Pollena e di Trocchia“, e degli alvei tutti del Vesuviano. Per non parlare delle pensioni agli operai della marina. E dell’impulso dato alla pubblica istruzione. Insomma, l’on. Arlotta più che un uomo pareva un Titano: non a caso, ricordò il barone, egli da anni “conquista questo storico Terzo Collegio“, che prima di lui “hanno conquistato solo Poerio, Pandola, Castellano e Flauti“.

Celebrata la gloria di Arlotta, il barone dedicò un breve pensiero alle vittime dell’ eruzione. Da qui volò a cantare le lodi di Giuseppe Mercalli e del suo assistente Alessandro Malladra, che poco tempo prima avevano stupito il mondo calandosi nel cratere fumante del Vesuvio e che da mesi vivevano nella stazione di vulcanologia, “senza acqua, senza luce, senza calore“, per aprire alla scienza i misteri della Montagna terribile, e per onorare, nel modo più degno, il sacrificio delle 105 vite che l’eruzione del 1906 aveva spento a San Giuseppe. Infine, dopo le lacrime rituali, il barone presentò alla folla l’ospite d’onore: Giovanni Palmieri, rappresentante del Comitato Italo- Americano, avvocato, giudice, membro influente del partito democratico, primo italiano a concorrere per l’elezione a Procuratore dello Stato di New York, destinato “forse, a candidarsi un giorno come Governatore dello Stato.“.

Il buon barone ammise che gli italiani emigrati in America avevano trovato lavoro, nei primi anni, o come “criminali, mafiosi, manoneristi, seminatori di bombe“, o come “muratori, lustrascarpe, spazzatori di neve e fruttivendoli“. Ma l’avv. Giovanni Palmieri stava lì a dimostrare quanto fossero cambiate le cose: gli italiani d’America, chiamati fino a pochi anni prima con lo sprezzante appellativo “di dago e di guinea”, ora governavano le banche e i tribunali, e si preparavano a reggere la cosa pubblica. L’avv. Quaranta dichiarò solennemente che il nuovo compito della politica italiana era quello di “migliorare le condizioni igieniche, intellettuali e morali dei nostri emigranti“ e di abituarli “alla luce e all’aria dell’ America“, al “culto dell’istruzione , che è la base della grandezza e del progresso degli Stati Uniti“.

E così nel banale discorso celebrativo del barone si nascondeva il riflesso della “storia alta“: perché l’arlottiano Quaranta, “galantuomo” clericale che sentiva messa la domenica e nelle feste comandate, che era attento difensore degli interessi della borghesia agraria e avversario implacabile dei socialisti, esortava la classe politica non a bloccare l’emigrazione, estirpandone dalle radici le cause remote e prossime, ma a favorirla, e a migliorare la cultura degli Italiani, perché ne traesse vantaggio immediato non l’Italia, ma l’ America.
Quelle parole, se le leggiamo nella prospettiva del dettaglio, accendono la luce sulle intenzioni che, tra il 1887 e il 1915, guidarono la classe dirigente del nostro Paese nel prendere decisioni strategiche di politica economica e sociale.

Se il battito d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado nel Texas, è probabile che gli obiettivi politici perseguiti nel 1913 da un Arlotta o da un Gargiulo, altro strepitoso campione della classe politica napoletana, abbiano fatto sì che negli ultimi giorni di giugno 2011, il sindaco e il vicesindaco di Napoli, e i napoletani tutti, chiamati dalla storia a risolvere il problema della monnezza o ad affogare nella monnezza, si aspettassero di essere aiutati proprio da chi non ha alcun interesse a risolvere il problema, e ha tutto l’interesse a far sì che la piaga vada in cancrena.
(Foto tratta dalla collezione Ambrosio)

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LE DONNE DEL 6° PIANO

Un gruppo di immigrate spagnole vive all”ultimo piano di un palazzo della borghesia parigina, in condizioni di vita difficili ma senza rinunciare ai propri sogni. La loro amicizia rappresenterà l”inizio di una nuova vita per il signor Jobert.

Dopo diversi anni di assenza dalla regia Le Guay torna con “Le donne del 6° piano”, una classica commedia alla francese dove si gioca su situazioni estreme nate da contesti familiari e il sorriso nasconde un tentativo di riflessione sui rapporti interpersonali.

Nella Parigi degli anni Sessanta Jean-Louis Jobert è un benestante che ha seguito i binari prestabiliti dalla propria classe sociale. Ha ereditato il lavoro dal padre, da buon borghese ha fatto il collegio, si è sposato, ha dato alla luce due bambini e ha continuato a vivere nel palazzo di famiglia. Non una virgola fuori posto, una sbavatura, un colpo di testa. Ha una moglie la cui rigida agenda settimanale prevede parrucchiere, aste di beneficenza, bridge con le amiche e il resto del vangelo del perfetto borghese. In questo mondo asfissiante, che Le Guay dipinge con tocco ironico, irrompe all’improvviso la figura della spagnola Maria, nuova domestica di casa Jobert e, come molte connazionali di quegli anni, in fuga dalla dittatura di Franco e dalla povertà.

La ragazza diventa la nuova inquilina del sesto piano del palazzo occupato da altre immigrate spagnole, come lei per lo più domestiche presso le famiglie del condominio. Ritrovatosi per un caso fortuito al sesto piano, Jean-Louis vedrà con i propri occhi le condizioni difficili in cui vivono le donne, costrette in stanze minuscole senza acqua o riscaldamento eppure sempre solari e positive. La loro istintiva vitalità, completamente nuova per un uomo soffocato da una vita decisa e recitata a tavolino, apre agli occhi di Jobert un mondo diverso. Nonostante l’ottima caratterizzazione dei personaggi (grazie anche alla prova perfetta di tutto il cast), va subito detto che la coerenza dei passaggi narrativi non è il punto di forza del film.

Rimane difficile capire come, ad un uomo che ha vissuto per quarant’anni nello stesso modo, basti uno sguardo fugace alle condizioni di vita delle donne spagnole per decidere che è arrivato il momento di cambiare. Sono buchi di sceneggiatura che fanno perdere al film profondità d’indagine psicologica e sociale. In questo modo, con il passare dei minuti, il registro comico diventa quello più credibile e strutturato, relegando ai margini un’analisi più acuta del contesto e dei personaggi che pure sembrava poter essere uno dei punti di forza del film. Ma al netto di queste approssimazioni, l’opera di Le Guay funziona. E funziona perché la sua leggerezza diventa quella del protagonista, naif ed eccessivo quanto si vuole, tuttavia capace di trascinarci in modo divertente nella sua nuova visione delle cose.

La scoperta del sesto piano e delle sue abitanti mette Jobert di fronte ad un mondo di donne forti e gioiose, opposte alla moglie viziata. Più che nel rapporto tra le classi sociali e nell’epica della sopravvivenza in condizioni difficili, il film trae la sua forza dallo scontro tra l’energia e i sogni delle spagnole – la resistenza politica, la casa, il lavoro, unite alla gioia del cibo, del ballo, anche della religione – e la vita prevedibile e annoiata di una borghesia parigina capace solo di chiacchierare a vuoto. Quei pochi metri quadrati nascosti sotto al tetto, poco sopra la sua abitazione, svelano a Jean-Louis il piacere che si nasconde nelle piccole cose, trasformandolo – per riconoscimento misto a solidarietà – in un bizzarro Robin Hood che non perde occasione per dare il suo aiuto alle donne.

Nel “nuovo corso” si inserisce inevitabilmente l’attrazione di Jobert per Maria, che diventa nella seconda parte del film l’elemento narrativo portante. Ma Le Guay ha l’abilità di non ridurre tutto al colpo di fulmine dell’uomo per la ragazza spagnola: anche la figura di Maria entra simbolicamente nello scontro tra i due diversi modi di vivere, contrapponendosi alla moglie di Jean-Louis. Ed è proprio la signora Jobert a funzionare da polo negativo della storia. Totalmente calata nel proprio piccolo mondo, la donna non riesce a fare altro che spiegarsi il nuovo comportamento del marito con un’ovvia scappatella extraconiugale.

Le Guay dirige con ritmo e ironia una storia che, seppur non molto coerente in alcuni salti, ci parla in modo leggero soprattutto della possibilità di cambiare. Messi in secondo piano i riferimenti sociali o politici, le donne del sesto piano diventano soprattutto la metafora dell’opportunità rappresentata dal contatto con esperienze diverse, spesso più vicine di quanto si immagina. La “redenzione” di Jobert è un piccolo invito ad “alzare la testa verso il tetto”, perché anche un piccolo gesto come questo può segnare l’inizio di una nuova vita, più autentica.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Philippe Le Guay, con Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea.
Paese: Francia
Durata: 110 minuti
Uscita nelle sale: 10 giugno 2011
Voto 6,5/10

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É UNA POLITICA FATTA SOLO DI PAROLE

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Far pagare meno tasse alle famiglie con figli, contrastare la povertà, aiutare i giovani senza lavoro. Questi i veri obiettivi di una manovra equa. E invece? Si sacrificano tutti tranne i politici. Di Don Aniello Tortora

Non tocca certo alla chiesa entrare nelle soluzioni tecniche del vivere sociale. Ma quando sono in gioco i valori del bene comune e della solidarietà, spetta alla comunità cristiana non solo intervenire, ma denunciare con forza e coraggio il male sociale. Sia il quotidiano cattolico Avvenire che Famiglia cristiana, insieme ad altri organi di stampa cattolica, sono intervenuti ultimamente sull’attuale e molto controversa manovra finanziaria. Molto dura e critica la presa di posizione di Famiglia cristiana.
Voglio riportare qui il testo integrale della riflessione, che condivido pienamente e incondizionatamente.

«Una delle più ampie manovre finanziarie della storia italiana (47 miliardi di euro, il 3% della ricchezza nazionale) svela il vero volto del Paese e le dichiarazioni propagandistiche, ammettendo che i conti non tornano. Il ministro Tremonti l’ha definita “manovra etica”, che vuol dire giusta, equa. Ma per essere davvero giusta, dovrebbe chiedere a tutti di “tirare la cinghia”. A cominciare dai politici, cui spetta dare l’esempio. E invece? I tagli agli scandalosi costi dei politici (tra l’altro “scarsamente produttivi” quanto a decisioni tempestive per la crescita del Paese, come ha denunciato Mario Monti sul Corriere della Sera, vengono rimandati al futuro».

«E, senza pudore, i nostri parlamentari mettono le mani avanti: guai a toccare i “privilegi” acquisiti. Ci toccherà, poi, fare anche una colletta per un “povero” ministro che piange miseria. Al netto delle spese – dice – gli restano “solo” 4 mila euro al mese per vivere! Per essere giusta la manovra dovrebbe far pagare meno tasse alle famiglie con figli, contrastare con più vigore la povertà, affrontare il dramma dei giovani senza lavoro, tassare le transazioni finanziarie, investire su scuola, formazione e ricerca, favorire l’occupazione femminile, conciliando i tempi del lavoro e quelli della famiglia. Così non è. Non ci pare equa. Tanto meno condivisa da tutti (anche nella maggioranza), se necessita di un voto di fiducia nelle aule parlamentari. La manovra è simile alla politica cui siamo abituati da anni: solo parole».

«Di certo ci sono gli “oneri” per i soliti “noti”: famiglie e lavoratori a reddito fisso. Per il resto, solo annunci, promesse e rimandi al futuro. Assieme a tanta ipocrisia e incompetenza nel gestire le sorti del Paese. È come se si dicesse al malato di attendere due o tre anni per la medicina. Ormai i cittadini sono stufi dei “grilli parlanti” che continuano ad annunciare la riduzione del numero dei parlamentari, le sforbiciate alla casta, l’abolizione di esorbitanti sprechi e privilegi. Soprattutto se il conto è rimandato alla prossima legislatura. Da subito, invece, si tagliano i soldi agli enti locali (alla faccia del federalismo!). Con il risultato che, nei Comuni, si pagheranno più tasse e si avranno meno servizi sociali. Nel documento economico di Tremonti brillano per assenza due promesse strombazzate in campagna elettorale: abolizione delle Province e quoziente familiare (ora Fattore famiglia)».

«Anche i proclami del sottosegretario alle politiche familiari sono caduti nel vuoto. Così come le sue annunciate e ripetute dimissioni, se non ci fosse stato qualcosa di concreto per la famiglia. Le poche “cose buone” di Tremonti (tra cui gli aiuti per i giovani imprenditori) non bastano a far ripartire l’occupazione. E a sostenere il reddito delle famiglie. Se l’Italia non è finita come la Grecia, e se il malessere sociale è ancora contenuto, bisogna ringraziare chi, in questo Paese, fa ancora il suo dovere con responsabilità. Nonostante questa classe politica. La più “bassa” di tutti i tempi».

Giudizi severissimi, ma veri e sacrosanti. Mi sorge nel cuore ancora la speranza che il governo tutto rinsavisca e che il premier, invece di pensare all’ennesima leggina “ad personam” o ( in questo caso) “ad aziendam”, finalmente “veda” i problemi reali della gente, molto stanca, e si impegni a risolverli secondo giustizia ed equità. È seriamente giunto il momento che questa classe dirigente si dia una mossa e che se ne vada a casa. A noi cittadini spetta il dovere dell’ indignazione, come hanno fatto recentemente i giovani in Spagna e nel Nord-Africa.

Siamo ancora in tempo per riappropriarci del nostro destino sociale e per attuare la vera democrazia, “potere del popolo” e non solamente di qualcuno o di alcuni, il cui unico scopo è perseguire interessi di parte.
(Fonte foto: Rete Internet)

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DIRITTO ALLA SALUTE E COMPATIBILITÁ CON IL REGIME CARCERARIO

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Nelle carceri vengono istituiti presidi sanitari per i detenuti che hanno bisogno di cure; tuttavia, è possibile che in caso di grave infermità fisica, la pena venga differita. Di Simona Carandente

Una nuova calda, caldissima estate è alle porte, tra l’insofferenza della popolazione penitenziaria, giunta a toccare picchi di densità inverosimili, e la tristemente nota mancanza di provvedimenti risolutivi, capaci di porre fine drasticamente ad un fenomeno increscioso che pone il nostro paese al centro di forti polemiche in sede europea.

Se già l’espiazione della pena in regime carcerario presenta innumerevoli, ed inevitabili, connotati di afflizione, diversa è la situazione del detenuto gravato da problemi di salute, specie fisici, tali da aggravare le già complesse, e sovente ingestibili, dinamiche della detenzione.
Di norma, difatti, l’Ordinamento Penitenziario prevede che, all’interno delle Case Circondariali e dei Penitenziari in genere vengano istituiti dei presidi sanitari, idonei a fornire ai soggetti ivi ristretti le cure delle quali abbiano bisogno, somministrate sotto stretto controllo medico.

Eppure, è facile intuire come talune, complesse patologie necessitino di cure specifiche, tali da non apparire fronteggiabili con il ricorso ai presidi ospedalieri interni, rendendo nei casi più delicati incompatibile lo status detentivo con il regime carcerario.
La quantità di soggetti detenuti, gravati da problemi di salute, è oltremodo vasta, ma per la stragrande maggioranza di essi, a prescindere dalla durata della pena da espiare, il carcere viene ritenuto comunque luogo idoneo a fronteggiare le patologie delle quali risultano affetti, con notevoli conseguenze sulla famigerata rieducazione del condannato e partecipazione alle attività formative e socio-culturali.

L’art.147 del codice penale prevede la possibilità che l’esecuzione della pena venga differita, laddove ricorrano determinate condizioni, solo per i detenuti affetti da "grave infermità fisica", intendendo di fatto tale solo lo stato di salute realmente grave, che determini un pericolo di morte non fronteggiabile attraverso il ricorso alla cure nosocomiali.
Ai fini del differimento dell’esecuzione della pena inflitta, un importante ruolo viene riconosciuto all’attività di rieducazione del condannato, alla quale dovrebbe essere improntato l’intero trattamento penitenziario: la grave infermità fisica, difatti, inciderebbe negativamente sull’esito di quest’ultimo, limitando non solo la partecipazione del condannato alle attività inframurarie, ma lo stesso buon esito di esse, attraverso una pena vissuta dal reo in termini di maggiore afflittività e costrizione rispetto alle condizioni normali.

Difatti, anche se per talune pronunce della Suprema Corte non assumerebbe rilevanza, ai fini del differimento dell’esecuzione della pena, il carattere cronico ovvero inguaribile della malattia, nella realtà dei fatti si pone l’accento sulle reali possibilità di miglioramento dello stato di salute del detenuto stesso, laddove sottoposto a cure diverse e più efficaci di quelle fornite all’interno dei penitenziari. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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