Acerra, è mobilitazione antifascista
Ieri corteo e presidio dei militanti di sinistra a causa della presenza sempre più continua nel territorio di CasaPound.
Lo sanno tutti nel territorio a nordest di Napoli che Acerra è fondamentalmente una città di 60mila abitanti schierata in maggioranza a sinistra, nonostante una sinistra che, sia nel territorio che a livello nazionale, è ormai scomparsa sotto il profilo dei consensi elettorali e dell’organizzazione di un partito che possa costituire un vero punto di riferimento. Eppure ieri pomeriggio nelle strade della città dell’inceneritore sono scese centinaia di persone a manifestare contro le continue scorribande nel territorio del gruppuscolo di neonazisti di CasaPound che allignano anche da queste parti. A ogni modo la polizia, per motivi di ordine pubblico, ha impedito al corteo la possibilità di accedere nella strada in cui abita uno di questi nazifascisti, alle spalle della filiale del Banco di Napoli. Comunque i ragazzi dei centri sociali, dei movimenti dei disoccupati e dei partiti e partitelli della sinistra hanno manifestato pacificamente. L’unica nota stonata (ma non è proprio cosa da poco) sono stati i graffiti lasciati con la vernice spray sui muri dei palazzi.
Omicidio Pordenone: per Ruotolo altra missione in altra caserma
Il militare di Somma Vesuviana, che ad oggi risulta indagato nel duplice omicidio dei due fidanzati avvenuto nei mesi scorsi a Pardenone, è rientrato in servizio dopo lunga licenza.
Giosuè Ruotolo, il militare di 26 anni, indagato per il duplice omicidio di Pordenone, è tornato in servizio dopo la lunga licenza che era seguita al clamore mediatico rispetto alla sua iscrizione nel registro degli indagati da parte della Procura di Pordenone.
Il caporalmaggiore dell’Esercito non è tuttavia rientrato nella caserma dove aveva lavorato per anni assieme a Trifone Ragone, ma è stato assegnato dal Comando della Brigata Ariete a un’altra mansione con un’altra struttura.
(Fonte foto: rete internet)
Terzigno: droga in barattoli di biscotti per bimbi
I carabinieri arrestano uomo di 41 anni .
Nascondeva 256 grammi di marijuana e 15 di cocaina nei barattoli dei biscotti per i bambini: i carabinieri hanno arrestato a Terzigno (Napoli), un uomo di 41 anni, Angelo Carillo, già noto alle forze dell’ordine, per detenzione di sostanze stupefacenti.
La droga e il materiale per il confezionamento, trovati durante una perquisizione domiciliare, sono stati sequestrati.
(Fonte foto: rete internet)
“Il Sacrificio” di Andrei Tarkovskij: un classico, e perciò sempre attuale
Ancora più che in “Nostalghia”, il regista sovietico Andrei Tarkovskij, trascina lo spettatore in un limbo tra sacro e profano, tra rito ed esorcismo, facendo de “Il Sacrificio” un’intima drammaturgia che racchiude tutta la sua esperienza cinematografica.
Ingmar Bergman diceva che: “Il film, quando non è un documentario, è un sogno. È per questo che Tarkovskij è il più grande di tutti”, guardando “Il sacrificio”, film del 1986 di Andrei Tarkovskij, non si può non dare ragione al maestro svedese. “Il Sacrificio” chiude la carriera di Tarkovskij ed è, oltre che un capolavoro visivo inebriante e profondamente spirituale, un commovente testamento, nonché la sintesi di tutto il pensiero del regista circa l’arte e la vita stessa.
La prima sequenza del film è una personalissima dichiarazione del regista sull’autodistruzione dell’umanità: viene inquadrato un dipinto, bello ed angosciante come un’opera di Bocklin, raffigurante un’offerta: è “L’adorazione dei magi” di Leonardo, mentre in sottofondo è riprodotto Bach. Nella sequenza successiva viene inquadrato dall’alto un albero, al di sotto di esso, intenti a piantarlo, ci sono Alexander, ricco pensionato attore di teatro (interpretato da un sublime Erland Josephson), e suo figlio.
L’albero, la musica di Bach, la figura del padre, sono solo alcuni dei temi riproposti da sempre nel cinema di Tarkovskij e in “Sacrificio” sono presenti già tutti dalle prime sequenze, in più sono anche temi cari alla cultura giapponese. A proposito della cultura giapponese e in particolar modo dell’haiku, Tarkovskij affermò: “È impossibile coglierne il significato. […] Chi legge la poesia haiku deve dissolversi in essa come ci si dissolve nella natura”, proprio per cogliere il significato di questa pellicola e per comprenderne le scene successive, lo spettatore deve dissolversi in essa ed immedesimarsi nel tormenti di Alexander, portatore universale del rito di purificazione a cui è finalizzato “Sacrificio”.
Tornando ad Alexander, la sua famiglia lo ha raggiunto nella sua casa isolata in campagna per stare con lui per il suo compleanno. Nel puro stile narrativo di Tarkovskij, in cui ogni elemento è necessario, durante la preparazione della cena, gli occhiali tintinnano, la stanza si scuote, poi si sente il rumore sordo di un’onda. È un terremoto? Scopriamo da frammenti di telegiornali che la terza guerra mondiale è cominciata. In un disperato tentativo di salvare la sua famiglia, Alexander decide di offrirsi in sacrificio – di cedere tutti i suoi averi per risparmiare i suoi cari dall’orrore. Egli prega Dio, supplica insieme ad una cameriera che sospetta essere una strega, soffre in silenzio; appare malinconico, scoraggiato, anche delirante. La bellezza del sacrificio di Alexander è che nessuno si rende conto che cosa sta cercando di fare al fine di salvare la sua famiglia.
“Sacrificio” è un film devastante, nel quale si riaffermano con forza l’amore e la vita: Alexander, con il suo sacrificio diventerà “pazzo di Dio”, non perderà la vita, ma qualcosa di ancora più prezioso, perderà il suo intelletto e supererà ogni confine del comportamento umano. Siamo attratti nel mondo di Tarkovskij, non per istintuale piacere per gli occhi, ma per il pathos e per la sottile bellezza delle immagini visive. Tarkovskij utilizza tenui colori sbiaditi nelle scene all’interno della casa di campagna, soffusi toni di grigio quando raffigura la distruzione apocalittica della guerra: inserendo i soggetti in tale prospettiva, l’effetto è accattivante, contemplativo. Tarkovskij, proprio come Bergman e Kieslowski, utilizza magistralmente il colore come mezzo simbolico, il risultato è un paesaggio anemico il cui fine è trasmettere l’idea che, prima dell’umanità stessa, anche la natura è malata. Gli effetti della guerra, la proliferazione nucleare, l’indifferenza dilagante dell’umanità e il venir meno della profonda spiritualità che per lungo tempo ha pervaso il genere umano, ammalano tutto. “Sacrificio” è, in definitiva, la toccante dichiarazione di un artista che riflette, con profonda saggezza, sul destino di infelicità e di morte che incombe sull’uomo ad ogni suo passo.
CINEMA E PAROLE
http://ilmediano.com/category/territorio/cinema-e-parole/
La preziosa lezione di Luca De Filippo, originale interprete di Napoli città universale
Luca De Filippo ha dimostrato che il teatro trova la verità nelle commedie di Eduardo e nei drammi di Pirandello, nelle opere di Beckett e in quelle di Pinter, e che Napoli è Napoli, ma è anche il modello di una universale condizione umana.
Toccò anche a Eduardo il difficile compito di liberarsi, come scrittore, come attore, come regista, del peso di essere figlio di Scarpetta, un dio del teatro napoletano: e nell’impresa non gli fu di nessun aiuto la diversità dei cognomi: tutta Napoli sapeva. Eduardo incominciò a muoversi sulla scena con uno stile tutto suo: tutta sua era la misura dei gesti, delle variazioni di voce, delle pause. Poi Eduardo incominciò ad ammirare Pirandello, e a prendere le distanze da un certo teatro comico francese, quello della pochade, con cui Scarpetta aveva contratto più di un debito, e, soprattutto, a forgiare una sua idea di Napoli e della lingua napoletana. Alla fine Eduardo contestò i critici che lo presentavano come scrittore di commedie: le mie sono tragedie greche, diceva. E ai suoi funerali Dario Fo disse, sull’arte di Eduardo, cose importanti: “..nel suo modo di usare l’arma dell’ironia come strumento di denuncia dell’ingiustizia non c’erano né rassegnazione, né rinuncia.. Eduardo adoperava il sarcasmo anche nelle scene più addolorate e patetiche, non poteva fare a meno di piantarci lo sganascio dell’ ironia.”: un’ ironia talvolta tragica, impastata di amore smisurato per Napoli, una Napoli concreta, reale, che non era metafora di niente: era solo Napoli. Dario Fo certificò che il teatro di Eduardo e quello di Scarpetta non solo erano distanti, ma si collocavano in due dimensioni assolutamente estranee l’una all’altra.
Eduardo parlava poco di Scarpetta, Luca De Filippo parlava spesso di suo padre, e di suo nonno. Del padre egli ha condiviso fino all’ultimo la battaglia per i ragazzi a rischio: dal 2008 era presidente della Fondazione “Eduardo De Filippo” e da poco, ha ricordato il sindaco di Napoli De Magistris, aveva accettato di dirigere la scuola de Teatro Stabile San Ferdinando. In tutta la sua carriera Luca si è confrontato senza sosta e senza paura con le opere del nonno e del padre, ma ha interpretato e talvolta diretto anche opere di Pinter Beckett Molière Feydeau Pirandello, è stato attore di film. Con lucida coerenza, e sollecitato da una passione smisurata per il teatro, Luca De Filippo ha cercato di realizzare un importante progetto culturale, “contaminare” stili e idee teatrali diversi, Feydeau e Pinter, Scarpetta e Beckett, alla ricerca di quel principio che unifica il comico e il tragico, e tutti le variazioni del ridere e del sorridere.
Quando, nel pieno della maturità artistica, interpretava le commedie di suo padre, nessuno in platea sentiva il bisogna di far paragoni tra la recitazione di Luca e quella di Eduardo: il figlio incantava letteralmente il pubblico pronunciando le battute con un ritmo particolare, che qualcuno ha definito “grottesco”, perché accelerazioni e lente dilatazioni vocaliche si alternavano magistralmente, in un rapporto suggestivo con gli effetti stranianti della mimica facciale, come se in ogni gesto e in ogni battuta Luca De Filippo si proponesse di “citare”, una alla volta, tutte le “maschere” che hanno costruito il teatro moderno, e di coniugare l’asciutto rigore del teatro di Beckett con la prolissità comica di certe “entrate” di Feydaeu. Qualche critico ha sostenuto che egli ha portato in scena, con una evidenza forse eccessiva, la sua visione pessimistica dell’uomo e della storia, e tutta l’ amarezza del disincanto. Altri, considerando anche i modi particolari con cui egli usava la lingua napoletana, ha ritenuto che Luca De Filippo vedesse Napoli come la metafora universale di un’umanità smarrita e delusa, e che proprio questa visione segnasse il punto di massima distanza tra lui e il padre. Questa lettura pare confermata dalla interpretazione che a partire dal 2003 Luca diede, sotto la regia di Francesco Rosi, di alcuni capolavori di Eduardo, in particolare della “commedia” “Le voci di dentro”.
Ma l’analisi del contributo che Luca De Filippo ha dato al teatro italiano è solo all’inizio. Il vuoto che egli lascia è abissale, ma la sua lezione di attore è un patrimonio non meno prezioso di quello lasciato da Eduardo De Filippo, il quale amava ricordare, citando Pirandello, che ogni interprete di un testo teatrale diventa coautore di quel testo. E per lo stesso motivo la Napoli di Luca De Filippo non è meno vera di quella di Eduardo, e forse anche della Napoli di Scarpetta. Noi tutti dobbiamo ringraziare Luca, perché ci ha sollecitati a guardarci intorno e a “vedere”, negli altri e in noi stessi, ciò che era nascosto, o che noi non volevamo vedere. E questo è il compito dei grandi attori. Non a caso, quando gli domandavano perché tutti amavano Eduardo, Luca rispondeva. “ Forse perché ha il coraggio di dire e di far vedere come stanno le cose”.
Il baccalà letterario: “La matriciana di baccalà” di Luigi Russo, il patron della “Lanterna”
La ricetta è pubblicata nel mio libro “ Note di storia del baccalà nella dieta vesuviana e napoletana”. Luigi Russo è il degno erede di una famiglia a cui si deve un capitolo importante della storia dell’alimentazione vesuviana.
Ingredienti (per 4 persone): 2 cipolle bianche; olio extravergine di oliva; 100 gr. di pomodorini pacchetella; 400 gr. di mussillo di baccalà; prezzemolo; parmigiano grattugiato; sale; 350 gr. di fettuccine. Affettare finemente la cipolla e soffriggerla nel tegame con olio fino a che assuma un bel colore dorato, aggiungere il baccalà a pezzetti e infine i pomodorini tagliati a metà, profumare con prezzemolo tritato, lasciar cuocere fino a che il baccalà si consumi, consigliamo di non salare a causa della sapidità del pesce. Lessare le fettuccine in abbondante acqua salata, scolarle al dente e saltarle nel sugo aggiungendo il parmigiano. Impiattare e servire a tavola.
Il curatore dell’ antologia delle ricette, Giovanni Romano, propone in abbinamento con questa “matriciana” il lacryma christi bianco “ Bocciarda” delle Cantine “ Vigna Pironti”.
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Green Building, armonia nell’ambiente di lavoro.
Lo stretto nesso tra architettura sostenibile, vivibilità e produttività.
Dagli anni 70’ in poi, probabilmente in seguito alla prima crisi petrolifera, una nuova sensibilità verso l’ambiente, verso il modo di edificare e verso l’utilizzo di materiali, è andata crescendo.
“Green Building” vuol dire letteralmente “costruzione verde”, in italiano potrebbe meglio essere tradotto con il termine “bioedilizia” o “architettura sostenibile”.
È di questo, infatti, che si parla: tecniche precise nella modalità di costruzione e utilizzo di materiali particolari. I principi del Green Building sono i seguenti: efficienza energetica ed energie rinnovabili, impatto ambientale, conservazione delle risorse, qualità dell’aria interna, scelte urbanistiche.
Contemporaneamente, alla fine del XX secolo, un altro fenomeno si faceva strada: l’attenzione all’estetica del posto di lavoro. Addirittura, si parlava di “sindrome dell’edificio malato”, in riferimento a lavoratori che manifestavano ripercussioni sulla salute ricollegabili solo al tempo trascorso in ufficio.
Oltre alla salute fisica, in discussione è la salute psicologica del lavoratore. Dare importanza alla costruzione degli spazi e alla cura degli ambienti non significa, semplicemente, badare all’estetica. Piuttosto, si tratta di preservare la serenità mentale degli individui, garantire loro la vivibilità del luogo in cui trascorrono buona parte della giornata, contribuendo così alla creazione di uno spirito positivo.
Quanto tutto ciò influisca sulla produttività di quale che sia l’attività lavorativa è, ormai, risaputo.
A Francoforte, Germania, c’è un edificio costruito sulle fondamenta di entrambi i fenomeni: la Commerzbank Tower, sede della seconda più importante banca tedesca.
Con 56 piani e 285 metri d’altezza, fino a pochi anni fa era l’edificio più alto d’Europa, oggi il terzo. È stato costruito nel 1997 e progettato da Norman Foster, uno tra i più famosi architetti “sostenibili”.
È chiamato il “grattacielo ecologico” perché tutto, dalla scelta dei materiali, alla disposizione delle pareti e delle vetrate, ha uno scopo preciso.
La forma del palazzo richiama il simbolo della banca, un triangolo, sia esternamente che internamente: la torre accoglie al suo centro un atrio triangolare, illuminato completamente dalla luce del giorno, grazie alle vetrate presenti lungo tutto il perimetro della costruzione, compreso il soffitto.
È il primo edificio in Germania ad essere stato costruito interamente in acciaio. Ciò rende possibile l’assenza di colonne portanti e quindi l’esistenza di ampie vetrate e open spaces. Ognuno ha il proprio ufficio, con vista d’eccezione sulla città ma, in ogni piano, ci sono cucine, sale riunioni, zone relax, corridoi, per favorire la collaborazione e la condivisione.
Non esiste aria condizionata: le vetrate hanno un sistema di apertura automatico e la forma della costruzione permette il fluire di aria fresca. In inverno, invece, il riscaldamento è basato su un soffitto sospeso, fornito di un sistema ad acqua, che permette la diffusione del calore.
In nove piani diversi, l’atrio triangolare si apre ad uno dei tre lati della città, formando grandi “giardini d’inverno”: spazi verdi, con bar, e alberi prevalentemente di arance e limoni.
Se la domanda è quanto possa essere incentivante lavorare in un ambiente del genere.. la risposta è scontata!
Con 56 piani e 285 metri d’altezza, fino a pochi anni fa era l’edificio più alto d’Europa, oggi il terzo. È stato costruito nel 1997 e progettato da Norman Foster, uno tra i più famosi architetti “sostenibili”.
È chiamato il “grattacielo ecologico” perché tutto, dalla scelta dei materiali, alla disposizione delle pareti e delle vetrate, ha uno scopo preciso.
La forma del palazzo richiama il simbolo della banca, un triangolo, sia esternamente che internamente: la torre accoglie al suo centro un atrio triangolare, illuminato completamente dalla luce del giorno, grazie alle vetrate presenti lungo tutto il perimetro della costruzione, compreso il soffitto.
È il primo edificio in Germania ad essere stato costruito interamente in acciaio. Ciò rende possibile l’assenza di colonne portanti e quindi l’esistenza di ampie vetrate e open spaces. Ognuno ha il proprio ufficio, con vista d’eccezione sulla città ma, in ogni piano, ci sono cucine, sale riunioni, zone relax, corridoi, per favorire la collaborazione e la condivisione.
Non esiste aria condizionata: le vetrate hanno un sistema di apertura automatico e la forma della costruzione permette il fluire di aria fresca. In inverno, invece, il riscaldamento è basato su un soffitto sospeso, fornito di un sistema ad acqua, che permette la diffusione del calore.
In nove piani diversi, l’atrio triangolare si apre ad uno dei tre lati della città, formando grandi “giardini d’inverno”: spazi verdi, con bar, e alberi prevalentemente di arance e limoni.
Se la domanda è quanto possa essere incentivante lavorare in un ambiente del genere.. la risposta è scontata! Somma, al Summarte “Universo Mimì” si presenta al pubblico
L’appuntamento è per il prossimo martedì 1 dicembre. L’Associazione culturale per Mia Martini, ha come scopo la salvaguardia e la promozione del percorso culturale, artistico e umano della cantautrice e interprete Domenica Rita Adriana Berté.
Martedì 01 dicembre, presso il foyer del Teatro Summarte di Somma Vesuviana (Na), alle ore 18:00, avrà luogo la presentazione di “Universo di Mimì. Associazione culturale per Mia Martini”. Sarà il momento ideale per fare un resoconto del grande successo di pubblico e di critica riscontrato dal concerto-evento celebrativo del 12 maggio scorso, proiettare video, ascoltare musica dal vivo, parlare di arte bevendo un buon caffè e gettare le basi per l’organizzazione del “Mia Martini Festival” in programmazione per il 12 maggio 2016; con la direzione artistica di Ciro Castaldo, il patrocinio morale della Città di Somma Vesuviana e il supporto delle Associazioni “Melagrana”, “Aurora cultura” e “Napoli Cultural Classic”.
“Universo di Mimì” ha come scopo la salvaguardia e la promozione del percorso culturale, artistico e umano della cantautrice e interprete Domenica Rita Adriana Berté, in arte Mia Martini. La diffusione della cultura musicale nel mondo giovanile e non, l’ampliamento della conoscenza della cultura musicale, letteraria e artistica in genere, attraverso contatti fra persone, scuole, enti e associazioni.
L’associazione culturale per Mia Martini si propone anche come luogo di incontro e di aggregazione nel nome di interessi culturali, assolvendo alla funzione sociale di maturazione e di crescita umana e civile, nel tentativo di essere un punto di riferimento per le associazioni che si prendono cura di svantaggiati o portatori di handicap che possono trovare, nelle varie sfaccettature ed espressioni della musicoterapia, un sollievo al proprio disagio.
Altro obiettivo della nascente “Universo di Mimì” è l’allargamento degli orizzonti didattici di educatori, insegnanti e operatori sociali, affinché sappiano trasmettere l’amore per la cultura, in particolare per quella musicale e artistica, vista anche come un bene per la persona e un valore sociale.
Brusciano, Il Teatro Popolare Napoletano: una compagnia pronta a regalare 100 poltrone e nuove emozioni
La compagnia teatrale “Il Teatro Popolare Napoletano” sempre più attiva nella ricerca di nuovi attori e decisa nel far proseguire la passione dell’arte teatrale sul territorio. Infatti, con grande passione e impegno grazie allo sforzo dei suoi soci, ha messo a disposizione della comunità di Brusciano di 100 poltrone da teatro. Una lodevole ed apprezzabile iniziativa, che già per l’inaugurazione dalla stagione teatrale 2015/2016 vedrà le nuove poltrone fare da confortevole arredo all’interno della ex Chiesetta della Pietà di Brusciano, ormai da anni divenuta la sala teatrale polivalente per eccellenza della città e luogo di diverse rappresentazioni teatrali della compagnia diretta da Antonio Giorgino.
Un primo assaggio del nuovo accogliente restyling è possibile gustarlo già a partire dal prossimo fine settimana, nelle due serate teatrali in cartellone il 28 alle ore 20.00 e 29 novembre ore 19.00. La compagnia bruscianese presenta una simpatica e piacevole commedia in due parti di Gaetano Di Maio, “Mettimmice d’accordo e ce vattimmo”, regia di Antonio Giorgino e con la direzione organizzativa dell’aiuto regista Michele Di Maio. Un cast di volti nuovi e di veterani attori, che come sempre allieteranno ed accompagneranno il pubblico “comodamente seduto”, in due ore di spensierate serate all’insegna della piacevole arte del teatro. Eccezionalmente per le feste natalizie la compagnia teatrale proporrà in sinergia con l’Amministrazione Comunale per tutti gli anziani di Brusciano amanti del teatro, due date speciali, che saranno da piacevole antipasto per il cartellone degli spettacoli del nuovo anno in programma da gennaio a marzo 2016.
Ottaviano in lacrime ai funerali dei due giovani morti nello schianto fatale
Grande lo strazio ai funerali di Carmine Annunziata e Alessandro Tamburrino: un paese in ginocchio.
“Le lacrime si asciugano, i fiori appassiscono ma le preghiere arrivano a Dio” sono le parole con le quali il parroco ha dato inizio ai solenni funerali di Carmine Annunziata e Alessandro Tamburrino, i due giovani 22enni che hanno trovato la morte in un terribile schianto stradale, in via Turati, all’incrocio tra Poggiomarino e San Giuseppe Vesuviano.
L’intera comunità ottavianese messa in ginocchio. Centinaia le persone, grande lo strazio, assoluto il silenzio. “Ho chiesto allo Spirito Santo di darmi la forza di trovare le parole. La nostra comunità sta vivendo un momento di terribile dolore” ha proferito il parroco durante l’omelia. “Conoscevo entrambi, Carmine da piccolo è stato chierichetto ed Alessandro frequentava l’azione cattolica, è qui che ha conosciuto la fidanzata” continua il sacerdote durante il rito solenne. “Due giovani brillanti e solari, due bravi ragazzi” e lo dimostra una piazza gremita di persone, lo dimostrano le lacrime di quei tanti ragazzi, lo sconforto sui volti dei presenti. “Ci sono circostanze in cui un sindaco sente in maniera fortissima la responsabilità di rappresentare la comunità che lo ha eletto” dice il sindaco Luca Capasso nel discorso di commiato ai due giovani “Io oggi devo trovare le parole per trasmettere alle famiglie di Alessandro e Carmine il dolore di tutta Ottaviano, devo associare al mio dolore personale quello di migliaia di cittadini che, in questi giorni, hanno vissuto con tristezza questo tragico e assurdo episodio che ha sottratto alla nostra città due giovani. E trovare le parole, oggi, non è facile” Non è mai semplice trovare le parole dinnanzi alla morte, ma quando essa arriva prematuramente e quando le vite spezzate sono due, non bisogna che stringersi con amore intorno a chi soffre “Contro il dolore, solo l’amore può vincere. E tutti gli ottavianesi oggi amano Alessandro e Carmine e abbracciano forte voi che soffrite” aggiunge il sindaco.
Carmine e Alessandro hanno ricevuto un abbraccio affettuoso fra striscioni esposti all’esterno della chiesa di San Francesco di Paola e palloncini liberati in cielo alla fine della cerimonia. Ad accompagnare i giovani nel loro viaggio finale gli amici di sempre, che li hanno ricordati in diverse lettere, e che hanno portato in spalle le bare, sulle quali erano stati deposti fiori e le fasce delle loro squadre del cuore. “Nessuno muore finché vive nel cuore di chi resta” recita un’amica dall’altare, nel leggere una delle diverse lettere dedicate ai ragazzi “voi vivrete in noi, sarete il nostro sorriso”.
“Le lacrime si asciugano, i fiori appassiscono ma le preghiere arrivano a Dio” sono le parole con le quali il parroco ha dato inizio ai solenni funerali di Carmine Annunziata e Alessandro Tamburrino, i due giovani 22enni che hanno trovato la morte in un terribile schianto stradale, in via Turati, all’incrocio tra Poggiomarino e San Giuseppe Vesuviano.
L’intera comunità ottavianese messa in ginocchio. Centinaia le persone, grande lo strazio, assoluto il silenzio. “Ho chiesto allo Spirito Santo di darmi la forza di trovare le parole. La nostra comunità sta vivendo un momento di terribile dolore” ha proferito il parroco durante l’omelia. “Conoscevo entrambi, Carmine da piccolo è stato chierichetto ed Alessandro frequentava l’azione cattolica, è qui che ha conosciuto la fidanzata” continua il sacerdote durante il rito solenne. “Due giovani brillanti e solari, due bravi ragazzi” e lo dimostra una piazza gremita di persone, lo dimostrano le lacrime di quei tanti ragazzi, lo sconforto sui volti dei presenti. “Ci sono circostanze in cui un sindaco sente in maniera fortissima la responsabilità di rappresentare la comunità che lo ha eletto” dice il sindaco Luca Capasso nel discorso di commiato ai due giovani “Io oggi devo trovare le parole per trasmettere alle famiglie di Alessandro e Carmine il dolore di tutta Ottaviano, devo associare al mio dolore personale quello di migliaia di cittadini che, in questi giorni, hanno vissuto con tristezza questo tragico e assurdo episodio che ha sottratto alla nostra città due giovani. E trovare le parole, oggi, non è facile” Non è mai semplice trovare le parole dinnanzi alla morte, ma quando essa arriva prematuramente e quando le vite spezzate sono due, non bisogna che stringersi con amore intorno a chi soffre “Contro il dolore, solo l’amore può vincere. E tutti gli ottavianesi oggi amano Alessandro e Carmine e abbracciano forte voi che soffrite” aggiunge il sindaco.
Carmine e Alessandro hanno ricevuto un abbraccio affettuoso fra striscioni esposti all’esterno della chiesa di San Francesco di Paola e palloncini liberati in cielo alla fine della cerimonia. Ad accompagnare i giovani nel loro viaggio finale gli amici di sempre, che li hanno ricordati in diverse lettere, e che hanno portato in spalle le bare, sulle quali erano stati deposti fiori e le fasce delle loro squadre del cuore. “Nessuno muore finché vive nel cuore di chi resta” recita un’amica dall’altare, nel leggere una delle diverse lettere dedicate ai ragazzi “voi vivrete in noi, sarete il nostro sorriso”.

