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“Il Sacrificio” di Andrei Tarkovskij: un classico, e perciò sempre attuale

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 Ancora più che in “Nostalghia”, il regista sovietico Andrei Tarkovskij, trascina lo spettatore in un limbo tra sacro e profano, tra rito ed esorcismo, facendo de “Il Sacrificio” un’intima drammaturgia che racchiude tutta la sua esperienza cinematografica.

Ingmar Bergman diceva che: “Il film, quando non è un documentario, è un sogno. È per questo che Tarkovskij è il più grande di tutti”, guardando “Il sacrificio”, film del 1986 di Andrei Tarkovskij, non si può non dare ragione al maestro svedese. “Il Sacrificio” chiude la carriera di Tarkovskij ed è, oltre che un capolavoro visivo inebriante e profondamente spirituale, un commovente testamento, nonché la sintesi di tutto il pensiero del regista circa l’arte e la vita stessa.

La prima sequenza del film è una personalissima dichiarazione del regista sull’autodistruzione dell’umanità: viene inquadrato un dipinto, bello ed angosciante come un’opera di Bocklin, raffigurante un’offerta: è “L’adorazione dei magi” di Leonardo, mentre in sottofondo è riprodotto Bach. Nella sequenza successiva viene inquadrato dall’alto un albero, al di sotto di esso, intenti a piantarlo, ci sono Alexander, ricco pensionato attore di teatro (interpretato da un sublime Erland Josephson), e suo figlio.
L’albero, la musica di Bach, la figura del padre, sono solo alcuni dei temi riproposti da sempre nel cinema di Tarkovskij e in “Sacrificio” sono presenti già tutti dalle prime sequenze, in più sono anche temi cari alla cultura giapponese. A proposito della cultura giapponese e in particolar modo dell’haiku, Tarkovskij affermò: “È impossibile coglierne il significato. […] Chi legge la poesia haiku deve dissolversi in essa come ci si dissolve nella natura”, proprio per cogliere il significato di questa pellicola e per comprenderne le scene successive, lo spettatore deve dissolversi in essa ed immedesimarsi nel tormenti di Alexander, portatore universale del rito di purificazione a cui è finalizzato “Sacrificio”.

Tornando ad Alexander, la sua famiglia lo ha raggiunto nella sua casa isolata in campagna per stare con lui per il suo compleanno. Nel puro stile narrativo di Tarkovskij, in cui ogni elemento è necessario, durante la preparazione della cena, gli occhiali tintinnano, la stanza si scuote, poi si sente il rumore sordo di un’onda. È un terremoto? Scopriamo da frammenti di telegiornali che la terza guerra mondiale è cominciata. In un disperato tentativo di salvare la sua famiglia, Alexander decide di offrirsi in sacrificio – di cedere tutti i suoi averi per risparmiare i suoi cari dall’orrore. Egli prega Dio, supplica insieme ad una cameriera che sospetta essere una strega, soffre in silenzio; appare malinconico, scoraggiato, anche delirante. La bellezza del sacrificio di Alexander è che nessuno si rende conto che cosa sta cercando di fare al fine di salvare la sua famiglia.

“Sacrificio” è un film devastante, nel quale si riaffermano con forza l’amore e la vita: Alexander, con il suo sacrificio diventerà “pazzo di Dio”, non perderà la vita, ma qualcosa di ancora più prezioso, perderà il suo intelletto e supererà ogni confine del comportamento umano. Siamo attratti nel mondo di Tarkovskij, non per istintuale piacere per gli occhi, ma per il pathos e per la sottile bellezza delle immagini visive. Tarkovskij utilizza tenui colori sbiaditi nelle scene all’interno della casa di campagna, soffusi toni di grigio quando raffigura la distruzione apocalittica della guerra: inserendo i soggetti in tale prospettiva, l’effetto è accattivante, contemplativo. Tarkovskij, proprio come Bergman e Kieslowski, utilizza magistralmente il colore come mezzo simbolico, il risultato è un paesaggio anemico il cui fine è trasmettere l’idea che, prima dell’umanità stessa, anche la natura è malata. Gli effetti della guerra, la proliferazione nucleare, l’indifferenza dilagante dell’umanità e il venir meno della profonda spiritualità che per lungo tempo ha pervaso il genere umano, ammalano tutto. “Sacrificio” è, in definitiva, la toccante dichiarazione di un artista che riflette, con profonda saggezza, sul destino di infelicità e di morte che incombe sull’uomo ad ogni suo passo.

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