Elezioni Regionali. Condoni, è già polemica elettorale tra i politici nolani e vesuviani

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Tra i promotori della modifica c’è Mario Casillo, capogruppo del Pd . Con lui, in una specie di accordi bipartisan, anche Carmine Mocerino, consigliere regionale di Somma Vesuviana. Contro la modifica, invece, i Cinque Stelle.

 

La polemica sui condoni che si è verificata qualche giorno fa può essere considerata un’anticipazione della ormai imminente campagna elettorale per le regionali. La storia è questa: il consiglio regionale ha approvato un emendamento che modifica la legge 21 del 2003, quella che istituisce la zona rossa del Vesuvio. Con questa modifica, sindaci dell’area vesuviana e consiglieri regionali di centrosinistra e centrodestra sperano che si sblocchi la questione delle istanze di condono del 1985 e del 1994. Stiamo parlando di decine di migliaia di richieste. Tra i promotori della modifica c’è Mario Casillo, capogruppo del Pd originario di Boscoreale, considerato tra i principali esponenti della politica nell’area vesuviana. Con lui, in una specie di accordi bipartisan, anche Carmine Mocerino, consigliere regionale di Somma Vesuviana. Contro la modifica, invece, i Cinque Stelle. E quindi la pomiglianese Valeria Ciarambino e Gennaro Saiello, proveniente da San Vitaliano. Va detto che dal punto di vista mediatico la battaglia contro la modifica della legge 21 è stata portata avanti soprattutto da Vincenzo Viglione. “Una modifica normativa che, peraltro oltre a presentare profili di illegittimità per contrasto con le normative nazionali, non risolve il problema ai sindaci. I Comuni interessati incontreranno la puntuale opposizione della Soprintendenza, che non potrà che esprimere pareri sfavorevoli sui vincoli esistenti, così come sono stati definiti anche dal massimo organo della giustizia amministrativa”, ha detto il consigliere regionale. E tuttavia, area vesuviana e nolana diventano ancora una volta protagoniste del dibattito politico: ecco perché le schermaglie per le prossime elezioni già si cominciano a vedere.

VinGustandoItalia, Street Food a Napoli: cosa e dove mangiare…..

  Lo street food napoletano ha radici così forti nel proprio popolo che l’abbiamo portato ovunque, pensate che emigranti quali  siamo, abbiamo globalizzato il mondo intero con la nostra adorabile pizza.

Napoli, splendida Napoli un tempo chiamata Parthenope, dal nome della sirena sepolta, secondo la leggenda, nel luogo in cui venne fondata, è una città unica al mondo. A Napoli si ingrassa per forza, non c’è nulla da fare, quindi dopo aver aggiunto due buchi alla cintura, addentriamoci nei vicoli dove padroneggia lo Street Food, il cibo da strada. Cosa dirvi, sarà il clima, sarà la struttura urbana, sarà il calore del popolo napoletano, ma a Napoli i napoletani passano ancora gran parte della loro giornata all’aperto. Per spostarsi da un luogo all’altro, per lavorare o semplicemente per piacere. È un luogo in cui bellezza e degrado, fede e superstizione, storia e modernità convivono e si mostrano in un vero e proprio teatro della vita in cui voci, colori, odori e scorci unici si mescolano secondo regole che valgono solo qui. La città è viva, vissuta e calpestata ogni giorno da milioni di persone, milioni di bocche che, da qualche parte, dovranno sfamarsi. La formula prediletta è il cibo da strada, cioè quello servito direttamente da vetrine, negozietti, anfratti adibiti con pochissima cucina, calderone per fritture e un frigo con le bevande. Il costo dello street food a Napoli è irrisorio, similmente a quello delle altre città, infatti si parte da 1,5 euro per una pizza a portafoglio o un dolce tipico, fino ad arrivare a massimo 7-8 euro per i cuoppi di fritture più pieni ed elaborati. Lo street food napoletano ha radici così forti nel proprio popolo che l’abbiamo portato ovunque, pensate che emigranti come siamo, abbiamo globalizzato il mondo intero con la nostra adorabile pizza. Ma cosa mangiare nei vicoli di Napoli? Campionessa indiscussa è la “Pizza a portafoglio”, detta anche “Pizza a libretto”, cioè una pizza ripiegata su stessa. Di diametro ridotto, con meno condimento, anche il prezzo è popolano e popolare. Solitamente questa pizza ha poco o nullo fiordilatte, poco pomodoro e poco olio, insomma una versione “light” di una margherita. Raramente la troviamo ancora ad un euro, il prezzo più comune fino a qualche anno fa; oggi la si paga un euro e cinquanta, due euro. Ma seguendo il cammino dei profumi e dei gusti come non poter assaporare la favolosa “Pizza Fritta”. Una rivoluzione calorica fatta di pasta ripiena con ciccioli di maiale, ricotta, provola e pepe e fritta in olio abbondante di semi. Un cibo molto meno complicato della pizza in forno a legna, in quanto la cottura avveniva (ed in alcuni posti, avviene ancora), nel pentolone classico di rame ricolmo di olio bollente. L’olio di semi è un retaggio della presenza americana a Napoli, e come non ricordare Sofia Loren ne L’oro di Napoli… Il popolo partenopeo ha il cuore a forma di pizza fritta. Poi al fritto si continua con altro fritto, il “Cuoppo”, che di solito è composto da qualche zeppolina salata, cioè paste cresciute con sale; panzarotti fatti di patate e spesso arricchiti con formaggio e prosciutto, pizzelle ‘e sciurilli (paste cresciute con fiori di zucca), sciurilli fritti (sempre fiori di zucca pastellati e fritti), scagliuozz (triangolini di polenta fritti), palle di riso (la versione partenopea degli arancini), la frittata di maccheroni. Di recente, l’offerta cittadina si è arricchita anche di Cuoppi di Mare, con fritture di paranza, calamari ed anelli, oltre che di una serie di verdure pastellate come zucchine e melanzane. Ma se ci dobbiamo fare male allora è d’obbligo ‘o per ‘e o muss (piede e muso del maiale), quasi una ritualità e non un semplice cibo. Nasceva da les entrailles, le interiora di animale che venivano buttate giù dai balconi reali per i poveri. Immaginate una Napoli borbonica, nettamente divisa tra povera gente e ricchi. Immaginate questa folla di poveri che corre, urlando les entrailles! les entrailles! Rapidamente, nella lingua del volgo divennero le zendraglie. Ed è meglio non dire ad un napoletano “sei una zendraglia” perché è molto offensivo. Chi gestiva, e gestisce le zendraglie è il carnacuttaro, mitologica figura della mia infanzia gastronomica. Il carnacuttaro divideva le interiora in tre parti: la trippa, che conosciamo tutti; il soffritto, che è zuppa forte di pomodoro con ritagli di interiora; infine, ‘o per ‘e o muss, che raccoglie parti di cartilagine, mammelle, matrice (utero), sia di bovino che di maiale. “O per’ ‘e ‘o muss viene bollito a lungo e conservato successivamente (per brevissimo tempo, data la deperibilità delle parti molli) al fresco. Al momento del vassoio, vengono conditi con abbondante sale e limone. Altro caposaldo del cibo da strada napoletana è ‘o bror ‘e purp, il liquido di cottura del polipo, che da sempre è stato considerato elisir di lunga vita della povera gente. Davvero raro da trovare oggi, la vendita di questo nettare popolare è confinato praticamente in un paio di tavole calde nei pressi di Porta Capuana dove viene servito in tazze bollenti. La sua storia ha origini davvero antiche, tanto che ne parlava già Giovanni Boccaccio in una lettera all’amico Francesco Baldi, raccontando di come un polipo venne comprato e cucinato, per poi essere inviato alla “purpera” (cioè alla puerpera). Molti secoli dopo, la scrittrice e giornalista Matilde Serao ne “Il ventre di Napoli” ci fornisce questa descrizione della ricetta e del commercio: “Con due soldi si compera un pezzo di polipo bollito nell’acqua di mare, condito con peperone fortissimo: questo commercio lo fanno le donne, nella strada, con un focolaretto e una piccola pignatta”. Il brodo, altamente salino, marino, un concentrato di Napoli in pratica, viene servito anche con la cosiddetta ranfetella, cioè un tentacolo di polipo. Molto scenografico e sicuramente da mangiare (o da pucciare) a coronamento del tutto. E concludiamo questo viaggio con i Taralli sugna e pepe, un autentico pezzo di storia calorica napoletana. Il tarallo sugna e pepe (la sugna è il grasso del maiale tipico nelle cucine partenopee) si consuma a qualunque ora passeggiando per il lungomare, come aperitivo, spezzafame e per qualcuno anche come pasto completo. A forma di treccine intrecciate e tondeggianti, corpulenti, i taralli nacquero sul finire del Settecento e la storia raccontata vuole che i panificatori non sognassero neppure lontanamente di buttar via i ritagli di pasta ottenuti dalle loro lavorazioni quotidiane. Come d’uso nel popolo partenopeo, si aggiunsero quindi ingredienti molto calorici, ideali per affrontare lunghe giornate fatte di lavori faticosi: la sugna, un bel po’ di pepe e le mandorle. Abbrustoliti ed unti, venivano venduti dai tarallari ambulanti. Oggi, i taralli, diventati oggetto cult dello street food partenopeo, vengono venduti singoli, al pacchetto ed al chilo in panifici, rosticcerie e tarallifici. Ma dovrei parlarvi ancora del Cuzzetiello di pane cafone con ragu napoletano e polpette… Ma come non citare la Sfogliatella, il Babà, il Fiocco di Neve, tutte prelibatezze che passeggiando da via Toledo a Spaccanapoli potrete trovare ed assaggiare rimanendo estasiati per l’esplosione di colori, di profumi, di vita che soltanto un luogo magico come Napoli può donare. E tutto questo cibo , colmo di Napoletanità, riempirà la vostra pancia ma soprattutto la vostra anima.

“Saciccia e friarielli int’’o cuzzetiello”: nel 1887 questa “marenna” entrò nel menù di un elegante bistrot di via Filangieri, a Napoli

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Dalle cucine del popolo al menù dei locali di lusso: i sapori di un complesso connubio tra pane, verdura e carne. La “Latteria Napoletana” del duca di Rende, che era anche padrone, tra Ottajano e Villa Albertini, della “Masseria di Bosco del Gaudio”. L’organizzazione “svizzera” della Masseria, in cui si producevano burro e formaggi e si allevavano mucche e maiali. La Masseria di San Domenico a Ottajano.   Ingredienti: salsiccia di maiale; 4 “mazzi” di friarielli; spicchi d’aglio; un peperoncino rosso piccante; ½ bicchiere di vino bianco; olio extra vergine sale; coni di “palate” di pane cafone. Pulite i friarielli, scaldate in una padella  l’olio con due spicchi d’aglio e pezzi di peperoncino,  e quando l’olio incomincia a “friere”, aggiungete i friarielli e fateli cuocere a fiamma vivace e a padella coperta. Poi fate cuocere i pezzi di salsiccia, dopo averne bucato il budello,  bagnateli con il vino bianco, e lasciate che la fiamma vivace  lo faccia evaporare. Liberate i pezzi di salsiccia dal fondo di cottura, uniteli ai friarielli, voltate e rivoltate il tutto più volte, con lentezza, perché i sapori trovino il giusto punto d’incontro. Riempite, infine, la cavità dei “cuzzetielli” da cui è stata portata via quasi tutta la mollica. Fate ruotare i “cuzzetielli” perché prendano profumi e sapori. (Per la prima parte sono state seguite le indicazioni della ricetta Coookaround). I nomi rivelano la natura delle cose, sempre: i “friarielli” chiamateli broccoletti e dite “salsiccia” invece che “saciccia”, e non è più “na marenna”, ma solo una merenda popolare, un banale cibo da strada. “’O cuzzetiello”, poi, era un privilegio per pochi: il cono terminale della “palata” di pane cafone accoglieva nel suo seno croccante il “forte” avvolgente dei “friarielli” che anche in bocca continuavano a “friere” e la densa e larga pienezza d’ “’a saciccia”: e non c’era senso che non fosse coinvolto nel confronto con questo miracolo vesuviano: dico “vesuviano”, perché i “friarielli” venivano dalla prima piana sarnese, dove la terra è impastata con la cenere e con i lapilli del vulcano, e il miracolo della indescrivibile squisitezza si realizzava anche grazie all’olio degli oliveti di Terzigno: olio vigoroso e magro, olio di nerbo e di profumi puliti, olio che si è liberato dall’inganno dei grassi. Ma di quest’olio mirabile, elogiato già dal De Renzi e dai professori dell’Istituto Agrario di Portici, avremo modo di parlare tra non molto. Nel 1887 questa “marenna” entrò nel menù della “Latteria Napoletana”, un “bistrot” che il sig. Siciliani, marchese di Gigliano e conte di Rende, aveva aperto a Napoli, in via Filangieri, interpretando con raffinatezza di stile la moda francese che suggeriva di coordinare, nei locali, menù e atmosfere popolari con l’eleganza degli arredi e dei servizi (vedi immagine in appendice). Questa “Latteria”, che era frequentata da giornalisti di gran nome, Del Balzo, Verdinois , Pagliara, offriva ai clienti il “tè delle cinque” e la colazione alla forchetta, ma anche “le salsicce e i friarielli”, il “cattò napoletano”, la parmigiana e gli involtini di melenzane che entravano talvolta nel pasto di “contadini e pastori” incaricati di coltivare l’orto e di allevare le mucche e i maiali nella Masseria “Bosco del Gaudio”, di proprietà del Siciliani. La Masseria occupava molte moggia di terra nei pressi di Villa Albertini, tra Ottajano, Nola e Saviano: l’indicazione (San Giuseppe di Ottajano) che si legge nel manifesto pubblicitario è una “leggerezza” tipografica. Ma, come dimostrano le pubblicità di riviste e di quotidiani, al proprietario importava soprattutto che si comunicasse ai clienti che la “Latteria” usava solo “prodotti della Masseria Bosco del Gaudio”: in realtà, il luogo si chiamava “Bosco del Gaudo”, ma “gaudio” suonava meglio, e meglio rispondeva alle esigenze della pubblicità. Il direttore della Masseria era il sig. Landolph, “un egregio giovane svizzero”, e svizzero era anche il “Maestro di cucina” della “Latteria”, il sig. Werner. Il Landolph aveva fatto costruire impianti di grande” arditezza e razionalità”, aveva preteso che gli operai ricevessero salari sostanziosi, e produceva burro delicatissimo e formaggi grassi e semigrassi con il latte delle 40 mucche “mungane” ospitate dalla stalla, “la maggior parte dei diversi cantoni della Svizzera, con prevalenza di quelle Schwitz, qualcuna olandese, e poche altre locali.”  Non c’è pubblicità della Masseria in cui non ci sia un vistoso riferimento alla produzione del burro centrifugato e del burro “alla sorrentina”. L’allevamento dei maiali di razza York e dei “neri” di razza casertana forniva alla Latteria “’e sacicce”, mentre i friarielli venivano dagli orti di Sarno e del Vomero. Bisogna dire che 150 anni prima anche nella vicina Masseria San Domenico, in territorio di Ottajano, i frati domenicani avevano organizzato un importante “porcile” che forniva carni fresche e salate alla dispensa del Convento napoletano di San Domenico  e avevano allestito un “medicaio” di due moggia, che produceva foraggio abbondante e prezioso.

Marigliano, scoperta una macelleria clandestina in una casa abbandonata

Una vera e propria macelleria clandestina è stata scoperta dai carabinieri forestali della stazione di Marigliano in stretta e fattiva collaborazione con la polizia locale, diretta dal comandante Emiliano  Nacar, e dai carabinieri della locale stazione. Quella che poteva sembrare una casa abbandonata era invece utilizzata da un 67enne del posto come macelleria per il taglio e il confezionamento di carni. Sequestrati banchi da lavoro sporchi, macchine industriali adagiate a terra, ganci uncinati,  coltelli arrugginiti, buste per il confezionamento e varie apparecchiature industriali. Vi erano anche animali detenuti in cattivo stato tra rifiuti, taniche arrugginite, pneumatici abbandonati, parti di motore e rifiuti combusti.  I militari stanno ricostruendo l’intera filiera produttiva cercando di individuare la provenienza degli animali macellati e la loro destinazione finale. Non è escluso che i prodotti sarebbero potuti arrivare nei banchi frigo dei negozi per il periodo natalizio. Il proprietario dell’immobile possedeva, inoltre,  anche munizioni, un fucile e una pistola scacciacani non rispettando la normativa in materia di armi. Per tali motivi il 67enne è stato denunciato per macellazione abusiva, cattivo stato di conservazione degli alimenti, omessa custodia e omessa denuncia armi. Poco distante dalla macelleria dell’orrore è stata chiusa un’officina meccanica abusiva anch’essa priva di qualsivoglia autorizzazione ambientale e fiscale.  Il titolare è stato denunciato per scarico di acque industriali senza autorizzazione, gestione illecita e abbandono di rifiuti.  

Terra dei Fuochi, lancio di rifiuti contro il presidente della Regione Campania De Luca

Gli attivisti del Comitato Stop Biocidio hanno contestato il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, durante la sua visita ad Aversa (Caserta), lanciandogli contro anche qualche sacchetto di immondizia senza, tuttavia, colpirlo (un sacchetto lo ha sfiorato). De Luca si era recato nella città per la firma del Pics (Programmi Integrati Città Sostenibili). Sulla loro pagina Facebook, gli attivisti scrivono che “dopo un’estate che ha visto decine e decine di roghi tossici, questo personaggio si permette ancora di dire che la Terra dei Fuochi non esiste, che non è un problema. Non esiste altra strada, o lui o la nostra terra”. Dal canto suo il governatore replica parlando di “aggressione squadristica”. “Andremo avanti oggi più che mai senza farci intimidire. E’ l’ennesima aggressione, l’ennesimo raid violento posto  in essere e puntualmente denunciato senza che niente sia successo. Ci attendiamo una risposta adeguata da parte di tutti gli organi dello Stato”.

Somma Vesuviana. Criticità sul tesseramento Pd, Auriemma: “cosa fanno i veri democratici…”

Di seguito  un post  pubblicato dal segretario del Pd Peppe Auriemma sulla polemica del tesseramento”non garantito” a Somma Vesuviana e  in  gran parte della provincia di Napoli. “SIAMO UN GRUPPO di persone animate da sentimenti democratici che, a seguito di numerosi e gravi eventi accaduti finora, ormai non si sente più rappresentato dal Pd napoletano commissariato, e dai quali prende le distanze. DENUNCIAMO che nel PD di Somma Vesuviana c’è stato un tesseramento non garantito se non da un’esigua parte del partito, ovvero da due soli componenti su sette della commissione adesioni. Sono stati violati diritti e regole. Ed è questo solo l’atto finale di un processo violento con cui è avviata da tempo la destituzione del legittimo gruppo dirigente del PD locale. PRENDIAMO LE DISTANZE da giochi di potere; da patti per esautorare la classe dirigente; e dal “commissario metropolitano amico” che più volte in questo processo illecito ha scelto di sfuggire alle sue responsabilità. Non prendiamo parte quindi a questo congresso fintamente democratico. NOI VERI DEMOCRATICI DI SOMMA VESUVIANA, da anni impegnati con il partito (alcuni hanno contribuito alla sua nascita e crescita nel nostro territorio), abbiamo provato a rappresentare le donne e gli uomini che fanno parte della parte sana del territorio; abbiamo portato proposte e agito concretamente in un’area difficile della città metropolitana in cui non è stato sempre facile far vincere democrazia, etica e moralità. LO SCOPO ultimo del nostro operato sarà sempre quello di garantire GIUSTIZIA E LEGALITA’ per il BENESSERE DEI CITTADINI, cambiando strada ogni volta vorranno farci piegare alle LOGICHE ILLECITE. SOMMA VESUVIANA avrà da parte nostra sempre il meglio nel rispetto delle regole e del vivere civile”. (fonte foto: rete internet)

Sanità, l’allarme di Luca Capasso: “A gennaio chiudono i centri di prima assistenza e sarà emergenza”

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Dal primo gennaio 2020 cesseranno le prestazioni di prima assistenza garantite dalle case di cura private accreditate. Di queste, due (la Trusso di Ottaviano e la Santa Lucia di San Giuseppe Vesuviano) si trovano nel territorio vesuviano.  

“Il governatore della Campania Vincenzo De Luca esalta se stesso e la fine del commissariamento, ma evita di raccontarci i disastri ai quali il sistema sanitario campano andrà incontro di qui a pochi giorni. Dal primo gennaio 2020, infatti, cesseranno le prestazioni di prima assistenza garantite dalle case di cura private accreditate. Di queste, due (la Trusso di Ottaviano e la Santa Lucia di San Giuseppe Vesuviano) si trovano nel territorio vesuviano e svolgono una funzione importantissima garantendo assistenza sanitaria a centinaia di migliaia di persone”.  A dichiararlo è il sindaco di Ottaviano, Luca Capasso, che lancia l’allarme su parte del decreto regionale n. 42 del 31/05/2018, adottato dal Commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro dai disavanzi del SSR Campania.

Prosegue Capasso: “Con la chiusura dei centri di prima assistenza i cittadini dovranno rivolgersi, anche per casi meno gravi, ai pronto soccorso degli Ospedali civili di Nola e Boscotrecase, già carichi di lavoro e con il rischio di ingolfarsi ulteriormente abbassando la qualità e la tempestività delle risposte, che in qualsiasi pronto soccorso sono condizioni per salvare la vita dei pazienti”

“Inoltre – prosegue Capasso – sempre dal primo gennaio 2020, le Case di Cura non dovranno più sostenere i costi h24 dei servizi medici, infermieristici e diagnostici. Ciò significa che verranno inevitabilmente messi in discussione anche i livelli occupazionali in tali strutture, con un ulteriore danno per un territorio che già soffre fortemente della mancanza di posti di lavoro. Peraltro, la legislazione nazionale e regionale ha disciplinato la necessità di attivare i cosiddetti primi punti di intervento, ma allo stato non li ha ancora individuati”.

Il sindaco di Ottaviano ha scritto a De Luca, al ministro per la Salute Roberto Speranza, ai sindaci dei Comuni dell’Asl Napoli 3 Sud e ai vertici dell’azienda sanitaria, chiedendo un incontro urgente.

“Chiedo a tutte le istituzioni di farsi carico della drammatica questione, prendendo in considerazione la possibilità di rinnovare le prestazioni di Prima Assistenza o di inserire le strutture nella rete del 118”, dice Luca Capasso.

Arte e cultura a Nola, a Montecitorio la presentazione nazionale del progetto “le statue parlanti”

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Martedì prossimo, 3 dicembre 2019, ore 11 e 30, nella sala stampa di Palazzo Montecitorio,in Roma, sede della Camera dei Deputati,si terrà la presentazione nazionale del progetto di arte e cultura dal titolo: “Le statue parlanti”. L’iniziativa, ideata e creata dall’avv. Sonia Napolitano, Presidente dell’Associazione N.A.C. (Nola Archeologia e Cultura), si pone l’obiettivo di trasmettere la conoscenza storica del territorio e delle figure che meglio lo rappresentano, con la testimonianza di vita degli illustri uomini Nolani, attraverso un processo di attualizzazione dei valori praticati e indicandone l’esemplarità civica alle nuove generazioni. Attraverso la rievocazione storica delle vite straordinarie di Ottaviano Augusto, di Giordano Bruno, di Tommaso Vitale, di Paolino di Bourdeaux e di San Felice, si apriranno percorsi narrativi nuovi che porteranno lungo le strade della riscoperta dei valori storico-religiosi e socio-culturali della millenaria storia di Nola. Un prezioso bagaglio di conoscenza, dal profondo significato etico e civile, che risulta nascosto ma non offuscato né tantomeno cancellato dalla confusionaria società iper-tecnologica e informatizzata, che tende a mescolare tutto in un indefinito e informe bazar dove nulla è più distinto e tutto appare vago e indeterminato. Il progetto è volto a sensibilizzare gli studenti al mondo dell’arte e della cultura, discipline che risultano in continua evoluzione e che non perdono di vista il legame, presupposto ed evidente, con l’individuo. È proprio questo continuo processo di osmosi tra ricerca e utenza a rappresentare l’anima dell’iniziativa, in quanto esprime la capacità di creare nuovi “dialoghi di conoscenza”. Questa capacità generativa si esprime al meglio attraverso i destinatari del progetto, che sono, nel medesimo tempo, protagonisti e primi fruitori del sapere. Infatti, saranno proprio le performance degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado di Nola, investiti del ruolo di “Giovani-Ciceroni”, narratori dell’esemplarità degli illustri antenati Nolani, ad aprire le porte della città alla cultura, con un percorso di accrescimento della conoscenza che vedrà coinvolti anche i numerosi turisti che vivono come ospiti privilegiati la città bruniana. L’Associazione N.A.C. non ha fini di lucro e opera in ambito scientifico e culturale per la promozione e la valorizzazione del territorio della città di Nola, la conoscenza delle sue tradizioni dal punto di vista storico-culturale, per favorire lo sviluppo turistico, sociale, ambientale, artistico del territorio, e per la valorizzazione delle bellezze e delle risorse naturali, attraverso l’impegno dei propri soci volontari. (fonte foto: rete internet)

Madonna dell’Arco, aperto fino al 2 febbraio il Presepe poliscenico del Santuario

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Allestito, tra le novità, un presepe realizzato da padre Vincenzo Avvinti, le scene risistemate da padre Michele Spinali. L’allestimento è visitabile tutti i giorni dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 20. Da oggi fino al 2 febbraio, chi visita il Santuario di Madonna dell’Arco ha una opportunità imperdibile: quella di ammirare il magnifico presepe poliscenico nelle antiche cantine del convento Domenicano dove ulteriori spazi sono stati adibiti a mostra presepiale con nuovi presepi e altrettanti allestimenti. Un percorso magico lungo il quale sono allestite diverse scene presepiali con pastori a grandezza naturale, opere d’artigianato artistico e un presepe in miniatura che cambia luci simulando il passaggio dal giorno alla notte.  L’esposizione odierna arriva da una tradizione molto antica, precisamente dal 1897 quando i frati pensarono di allestire, nei locali attigui alla sacrestia, un prezioso presepe all’interno di un’antica teca. Nel 1945 furono i frati studenti ad allestire uno scenografico presepe nella cappella laterale della navata centrale dedicata a San Domenico. Quel presepe però dovette trovare un’altra sistemazione solo pochi anni più tardi: nel 1948 al Santuario fervevano i lavori di ristrutturazione e così l’artistico presepe fu realizzato nella cappella del Santissimo Rosario. Che la tradizione e l’amore dei frati per i presepi siano rimaste intatte nel corso dei decenni è palese, dunque. Ma l’incipit di quell’esposizione che ancora oggi fa sgranare gli occhi ai bimbi e affascina chiunque vi sia passato risale al 1958, quando cioè padre Attilio Cassano realizzò un presepe artistico che qualche anno più tardi, ingrandito e abbellito da altre scene compresa una maestosa cascata, trovò degna collocazione nell’antico refettorio del convento per essere poi ancora spostato nelle cantine. L’unico luogo cioè che ne avrebbe consentito l’ampliamento, ancora oggi in corso. Ed è appunto nelle cantine che fu abbellito con scene a grandezza naturale: l’Annunciazione, la Visita di Maria a Santa Elisabetta, la presentazione al tempio di Gesù e alcune scene di pastori in una locanda. Con il trascorrere degli anni, nel corridoio laterale sono state realizzate vetrine attraverso le quali è possibile ammirare altre opere donate al Santuario da maestri presepisti. Nel 2001 è in questo luogo che fu ospitata la Mostra d’Arte Presepiale Contemporanea alla quale presero parte nomi di spicco dell’antica arte napoletana. Nel 2004, invece, l’associazione Carafa di Cercola ha allestito e donato al Santuario un’altra meravigliosa struttura presepiale che è andata ad arricchire l’originaria scena della Natività. Ed è da decenni che il Presepe del Santuario attira visitatori da ogni luogo, in molti ricordano anche l’antica usanza di chiuderne il percorso con una grande attrattiva per i bimbi: un ovile con vere pecorelle. Una tradizione per ora messa da parte, ma c’è per gli appassionati d’arte il percorso con l’esposizione permanente e la possibilità di ammirare le grandi scene principiali tipiche napoletane, restaurate come quelle a grandezza naturale, oggi grazie all’impegno di padre Michele Spinali, Domenicano ed artista. Ed è sul percorso d’arte che hanno puntato i Domenicani e il loro Rettore, padre Alessio Romano: «L’intenzione è di ampliarlo ulteriormente, allestendo e pensando a ulteriori scene artistiche nei locali dove ancora ci sono le antiche ed enormi botti – dice padre Alessio – fedeli e pellegrini che oggi arrivano al Santuario possono visitare il Presepe, la più grande collezione al mondo di ex Voto e il Museo allestito da circa un anno nei locali del chiostro dove c’è anche l’antica Farmacia». Fino al 2 febbraio, si può visitare il Presepe di Madonna dell’Arco dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 20.

Un «Natale da Favola» a Pomigliano d’Arco, domenica 1 dicembre via alle luminarie

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L’accensione delle luminarie natalizie in città diviene come sempre evento per fare comunità: l’appuntamento è per le 19, 30 di domenica 1 dicembre in piazza «Giovanni Leone». Con l’accensione dello splendido allestimento curato dalla società Decolight, che quest’anno si è aggiudicata l’appalto ad evidenza pubblica, ci sarà lo spettacolo degli Sbandieratori Cavensi ed il grande spettacolo dei Quattro Elementi della Natura.

Il Natale non sarà solo luminarie a Pomigliano: domenica 8 dicembre alle 18, si accenderanno le proiezioni artistiche su edifici cittadini, iniziativa che quest’anno ha la sovvenzione della Camera di Commercio di Napoli. IllumiNatale prevede l’utilizzo di proiettori di immagine, artistici e natalizi molto potenti e in grado di illuminare grandi spazi con scenografie suggestive. Una tecnologia avanzata che garantisce il rispetto degli edifici monumentali e il decoro urbano oltre che il risparmio energetico, contenendo l’inquinamento luminoso. Sei le locations individuate: il Municipio e la Chiesa di Maria SS del Carmine in piazza Municipio; il Palazzo Baronale di Largo Marco Pannella, il Palazzo dell’Orologio di via Vittorio Emanuele; piazza Mercato; l’Ex Distilleria di via Roma, la Taverna del Passo in piazzetta Giuseppe Garibaldi e l’ex Convento di via Roma.

Per tutti coloro che vorranno assistere allo spettacolo delle luminarie (domenica 1 dicembre) e all’accensione delle proiezioni artistiche (domenica 8 dicembre) sono a disposizione i parcheggi comunali di via Trento, via Leopardi ed ex Stazione Circum. L’amministrazione comunale ha inoltre disposto che nelle giornate dell’1 e dell’8 dicembre siano aperti dalle 17 alle 24 – per garantire maggiore offerta di sosta – i parcheggi nelle scuole Salvo D’Acquisto e Mauro Leone.