LA DONNA CHE DELINQUE. FENOMENTO IN ASCESA

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I crimini commessi dalle donne hanno un impatto diverso sull”attenzione generale. In particolare, sono i fatti di sangue quelli che destano maggiore scalpore.
Di Simona Carandente

Attraverso i resoconti delle cronache giudiziarie, e processi sempre più mediatici, l”immaginario collettivo tende ad identificare chi abbia commesso un reato, di qualsivoglia tipologia, con dei connotati quasi esclusivamente maschili.
Tuttavia, mutuando uno “stile criminale” dagli Stati Uniti, territorio d”elezione per i più duri casi giudiziari, anche in Italia si assiste ad una lenta ma graduale inversione di tendenza: sono difatti in aumento, secondo recenti statistiche, i reati commessi dalle donne, che non più vittime dei loro aguzzini salgono agli onori delle cronache in una nuova veste.

A parte i casi di criminalitĂ  cd. comune, che vedono le donne autrici di truffe, spaccio di sostanze stupefacenti, furti e reati minori, è il reato di sangue per eccellenza quello che desta maggior scalpore, oltre a sollevare maggiori perplessitĂ  sociali e morali.
In America, le donne che commettono omicidi rappresentano solo il 12% del totale, e la media mondiale rimane invariata, ancorandosi all”incirca sul 10%: probabilmente, proprio la raritĂ  del fenomeno spiega la rinnovata attenzione di studiosi e non, stante l”assoluta novitĂ  del tema e la mancanza di studi seri dedicati alle assassine.

Se gli uomini uccidono in maniera più violenta, commettendo omicidi in raptus di intensa rabbia, oppure nel corso di risse, rapine o per commissione, le donne hanno dovuto ricorrere ad espedienti “originali”, a causa della minore forza fisica. È scientificamente dimostrato come nella donna l”iter verso la commissione del reato sia il prodotto di un”intima riflessione, covato a lungo nelle coscienze, che genera orrore ma anche un indiscutibile fascino.

F. Tennyson Jesse paragonava nei suoi scritti la donna che uccide ad una pantera, capace di inseguire la sua preda giorno dopo giorno, di aspettare il momento giusto e torturarla per puro capriccio, arrivando ad uccidere la vittima prescelta per pura crudeltĂ .
Occorre peraltro evidenziare come i crimini di sangue maturino, nella donna, come reazione a violenza subite in ambito familiare, facendo sì che esse vengano viste come delle vittime, e non come carnefici ed artefici di gravissimi reati.

Tuttavia, è possibile affermare che la donna che commette omicidi, anche in base ai dati concreti ed alle testimonianze raggiunte al riguardo, abbia alle spalle un vissuto drammatico, fatto di abusi, di disturbi della personalitĂ , o comunque di passioni indomabili, arginabili solamente ricorrendo a rimedi estremi.
A Castiglione delle Stiviere vi è una struttura giudiziaria destinata alla più invisa delle popolazioni carcerarie: quella composta dalle donne che hanno ucciso i propri figli ed il partner. Nell”ospedale psichiatrico di Castiglione viene adottato un metodo innovativo, posto che a garantire la sicurezza non vi sono agenti di polizia penitenziaria ma solo infermieri.

Scopo della struttura, oltre a far scontare a donne incapaci di intendere la pena detentiva inflitta, quello di immettere nel tessuto sociale persone recuperate, passando attraverso un lungo percorso interiore, fatto di cure specialistiche ma soprattutto di amara ed attenta riflessione. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

ADOTTARE UN FILM PER ADOTTARE UN”IDEA

Concluso il progetto , “Abitare la legalitĂ  interculturale”. Il gruppo di studenti ha ripercorso, attraverso un lavoro cooperativo, le emozioni scaturite dai films. I prossimi appuntamenti.
Di Annamaria Franzoni

Il 13 Gennaio scorso si è concluso il primo modulo del Progetto Scuole Aperte, “Abitare la legalitĂ  interculturale” con un”attivitĂ  laboratoriale che ha visto protagonisti i giovani allievi del liceo Mercalli e della Scuola Media C. Poerio i quali, con assiduitĂ  e partecipazione attiva, hanno reso avvincente e stimolante ogni incontro.

I ragazzi, infatti, in quest”ultimo appuntamento, si sono riuniti in gruppi spontanei nel Laboratorio informatico e ciascun gruppo ha elaborato un web-quest sul film “adottato” , dedicando qualche slide al personaggio che li ha maggiormente affascinati.
Alla conclusione dei lavori ciascun capo-gruppo ha presentato, in plenaria, nella sala multimediale, che ci ha ospitati nei sei incontri precedenti, il proprio lavoro supportato in qualche caso da colonne sonore idoneamente scelte o da scene particolarmente significative.

Si sono collocati ai vertici di questa graduatoria ideale pari merito “Fredom writers” con la stacanovista Signora Gruwell; “Il bambino con il pigiama a righe” con la coppia degli inseparabili amici legati dal destino di morte ed infine il nero coach del film “Il sapore della vittoria”.
Miloud, tuttavia, è rimasto nel cuore di tutti soprattutto per la sua capacitĂ  di entrare in quell”incubo rappresentato dalla vita dei giovanissimi ospiti dei canali di Bucarest.

Abbiamo ripercorso, secondo questa modalitĂ  di lavoro cooperativo e di condivisione dei prodotti realizzati, ogni emozione che ha caratterizzato i nostri incontri precedenti in una summa di riflessione comune: ha certamente primeggiato l”inspiegabile ed ingiustificato sentimento di maggior dolore che ha accomunato tutti per la morte di Bruno, rispetto a quella di Shumuel, nel film che ha sconvolto tutti: Il bambino con il pigiama a righe.

La risposta che il gruppo ha costruito insieme è che ci sono morti stabilite dalla Storia, popoli segnati da un destino incontrovertibile, finali tragici, ma nel filone di trame reali.
Nonostante noi tutti ci sentissimo a disagio, abbiamo provato dolore e sorpresa per la morte di Bruno, che rappresenta un personaggio che per la storia non è destinato a morire: su questa amara riflessione ci siamo lasciati dandoci appuntamento per i prossimi incontri di Scuole Aperte che continueranno a raccontare il tema dei diritti violati nel tempo con chiaro riferimento alla storia attuale.

A partire dalla prossima settimana, sempre presso il Liceo Mercalli nell”ambito del Progetto “Uno sguardo verso l”altrove”, il Prof. Francesco Soverina orienterĂ  i giovani alla comprensione della diversitĂ  nel presente e nel passato con il corso “Le voci della Memoria”, il prof. Alberto Clarizia si rivolgerĂ  ai giovani con un percorso laboratoriale di “Storie di diritti umani violati” ed io con il successivo laboratorio interculturale che trae il suo nome dal noto film “Indovina chi viene a cena”.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

QUALE ITALIANO PER I GIOVANI?

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In questo dialogo si riflette sull”opera formativa che la Scuola ha avuto nel far conoscere la lingua italiana a milioni di persone. “Un italiano unitario”.
Di Giovanni Ariola

Il prof. Carlo A. è solo nel Laboratorio. Fa un po” fatica a concentrarsi nella lettura a causa di una pioggia che furiosa e insistente tambureggia sui vetri della finestra. È proprio un brutto inverno. E a causa del maltempo e del conseguente allagamento delle stanze a pianterreno dell”edificio, la riapertura del Laboratorio e la ripresa delle attivitĂ  dopo le festivitĂ  natalizie sono state procrastinate di qualche giorno. ChissĂ  se oggi verranno gli altri e se si potrĂ  svolgere la riunione del direttivo, prevista per metĂ  mattinata.

Si devono stabilire le modalitĂ  di svolgimento del Convegno sull”opera di Manlio Cortelazzo, l”illustre dialettologo padovano scomparso nel febbraio dell”anno scorso, alla bella etĂ  di novant”anni, noto al grande pubblico per il DELI (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, composto con la collaborazione di Paolo Zolli, Zanichelli, 1979-1988 e 1992) e per il DEDI (Dizionario etimologico dei dialetti italiani, composto in collaborazione con Carla Marcato, Feltrinelli, 2005). Appunto del Cortelazzo il prof. Carlo, in vista della relazione introduttiva che dovrĂ  tenere ad apertura del Convegno, va rileggendo le opere, tutte prestigiose e interessanti. Ora ha tra le mani l” “Avviamento critico allo studio della dialettologia italiana” (Pacini Editore, Pisa, 1976), un manuale metodologico su cui si sono preparate e formate numerose generazioni di studenti.

Intanto si va trascrivendo sul suo taccuino azzurro, compagno inseparabile, alcuni passi che ha intenzione di citare al convegno e che gli sembrano più significativi e maggiormente idonei a focalizzare la personalitĂ  dello studioso veneto. Si ferma a riflettere, dopo esserselo appuntato, su questo brano in particolare, che si riferisce al merito da riconoscere alla scuola, pur tra tanti limiti che ha avuto, ed ha, la sua opera formativa, nell” “aver avviato alla conoscenza e all”uso dell”italiano milioni di persone”.

“Certo, il prezzo pagato per svincolare il piccolo dialettofono dal suo spontaneo mondo espressivo può essere considerato anche troppo alto, tanto più che la sostituzione è inadeguata ed a volte, per una sorta di tramandata, diffusa azione repressiva di forme condannate dai puristi di uno o due secoli fa, perfino ingiustificata, oltre che ridicola.

“Un bambino scrive: Oggi ho fatto arrabbiare la mamma; e il maestro corregge: ho fatto inquietare; arrabbiano soltanto i cani“; un altro: il babbo mi ha portato al cinematografo; e il maestro: “mi ha condotto; si porta soltanto in collo o sulle spalle“; un altro: ho passato le vacanze al mare; e in margine “ho trascorso“:..(E. Bianchi, “SpontaneitĂ  e pedanteria”, in “Lingua Nostra”, III, 1941, pp.60-61).

Risultato di questa pedanteria è lo scialbo italiano scolastico:e l”impossibilitĂ , dal momento che l”italiano è appreso soltanto sui sacri testi della letteratura, pervasi più di lirismo, che di concretezza, di esprimere la minuta realtĂ  delle cose e il rinnovarsi della modesta vicenda quotidiana.

Ciononostante, :le norme grammaticali vecchio stile, rigide, uniformi e immutabili per tutti gli insegnanti, hanno contribuito a divulgare ovunque un seguitissimo tipo di italiano, piatto finchè si vuole, ma unitario”. (“Avviamento critico allo studio della dialettologia italiana”, p.14)

Entrano grondanti, bagnati fradici, dalla testa ai piedi, il prof. Eligio Ligio e il dottorino (di nome Michele, di soprannome, fin dagli anni del liceo, Dolcemiele, per il suo carattere mite, docile e, come in altri tempi si sarebbe detto, educato).

  • Siamo reduci da un acquazzone:.- annuncia, alquanto banalmente in veritĂ , il dottorino.

  • Più esattamente – precisa il prof. Eligio – dobbiamo parlare di un rovescio, per il ventaccio che ha accompagnato la pioggia, di tale violenza che a mia memoria non ve ne sono stati in passato di simili:.tanto che ha provocato il rovescio, scusate il bisticcio, del robusto ombrello, che io definivo da carrettiere, in quanto aveva la stessa ampiezza dei paracqua (ma fungevano anche da parasole) usati una volta dai carrettieri o trainieri (guidavano i traini, una sorta di veicoli a due ruote ma più lunghi dei comuni carretti) che, estate e inverno, percorrevano le nostre strade, e alla fine me l”ha strappato dalle mani e l”ha fatto volare chissĂ  dove:

Fanno presto i nuovi arrivati ad asciugarsi alla meglio incollandosi per qualche minuto ai termosifoni bollenti e ricorrendo ad un fono, come dice il dottorino impropriamente, seguendo l”uso corrente, ad un fon (dal ted. Fohn, nome commerciale), come corregge, in vena oggi di pedanteria, il prof Eligio, suggerendo la variante sempre meno usata di asciugacapelli), trovato nel bagno, per riportare allo statu quo ante la chioma folta, nera e riccioluta dell”uno e quella floscia, rada e brizzolata dell”altro.

  • Vorrei sottoporre – li interpella il prof. Carlo – alla vostra considerazione e quindi al vostro giudizio, questo passo del Cortelazzo per confrontare la vostra opinione con la mia :..

DĂ  lettura del brano sopra trascritto.

  • Mi sembra – osserva il prof. Eligio – eccessivamente severo il giudizio espresso sull”opera degli insegnanti che, pur con le debite riserve e gli innegabili limiti, ha contribuito ad educare linguisticamente i ragazzi loro affidati. Ma il problema oggi non è quello o non è tanto quello di stabilire la validitĂ  del lavoro dei docenti, quanto quello di discutere e soprattutto di decidere il modello di lingua da proporre agli studenti:

  • Un problema enorme: – concorda il prof. Carlo.

  • Appunto:. – continua l”altro – Fino agli anni sessanta del secolo scorso la scuola proponeva, come giustamente sottolinea il Cortelazzo, ancora modelli esclusivamente letterari e antiquati, come “I Promessi Sposi” o romanzi dell”ottocento, molti dei quali tradotti dalle letterature straniere, in particolare francese, inglese, russa. Insomma niente Novecento fatta eccezione per Pirandello, forse, non sempre, Svevo :.

  • Abbiamo letto – conferma il prof.Carlo – per conto nostro gli scrittori del Novecento. Ma oggi, un docente che vuole svolgere bene il suo lavoro quale o quali autori può proporre come modelli. Penso che su questo problema si debba aprire un grande dibattito che dovrebbe coinvolgere docenti, scrittori, pedagogisti, intellettuali:Anche perchè, lasciati senza modelli, i giovani si sentono autorizzati ad usare un italiano televisivo o mediatico in genere che è un mostro linguistico, ibrido connubio di gergo, dialetto e angloitaliano sempre più sgrammaticato e spesso improprio.

  • Si deve riconoscere – interviene il dottorino – che il venir meno di una educazione linguistica adeguata alimenta la pratica di un dialetto o gergo di gruppo che se da una parte non manca di validi lampi creativi, alla fine si riduce a una poltiglia lessicale piuttosto becera banale e talvolta di cattivo gusto. Alle venti parole che sono state indicate da un”indagine statistica inglese e che sono state in parte riportate da qualche giornale quotidiano vorrei aggiungerne qualche altra :.rimandando agli elenchi su internet per una conoscenza più ampia. (continua)

QUEGLI STRANI ANNI “80

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Gli “80 sono anni di violenza e di effimero. Malavita e terrorismo non conoscono tregua. Sono gli anni della strage di Bologna e dello scandalo P2.
Di Ciro Raia

Gli anni “ottanta” si presentano con una caterva di avvenimenti, i cui risvolti non possono essere ancora letti in una prospettiva storica. Mancano molti documenti, ancora tenuti segreti, mancano alcuni anelli di congiunzione importanti, mancano le analisi a posteriori che spaziano su tempi lunghi e legano fatti, personaggi, comportamenti, piccole emozioni.

Gli anni “ottanta” sono anni strani, anni di sconvolgimenti totali, di stragi, ma anche di effimero. In Italia si aprono con apprensione e dolore per la morte di Pietro Nenni, un padre nobile della patria, e quella di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, ammazzato dalla mafia il 6 gennaio 1980. Quindi, le morti eccellenti proseguono con la violenta azione delle B.R., che uccidono il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Vittorio Bachelet, il giudice Guido Galli, il procuratore capo della Repubblica di Salerno, Nicola Giacumbi, il dirigente della Digos, Alfredo Albanesi, il consigliere regionale della Campania, Pino Amato.

Sempre gruppi terroristici, poi, ammazzano il generale dei carabinieri Errico Galvaligi ed il giudice Mario Amato. La violenza mafiosa elimina, invece, Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo; la camorra, da parte sua, si macchia del delitto del sindaco di Pagani, cittadina in provincia di Salerno, Marcello Torre. Ma la strage che fa più impressione è quella consumata alla stazione di Bologna, dove, alle 10,25 del 2 agosto, una bomba provoca 85 morti e 203 feriti tra i viaggiatori in attesa di treni. GiĂ  il 28 agosto la Procura del capoluogo emiliano emette 28 ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra, tra i quali Francesca Mambro, Giuseppe Valerio Fioravanti, Aldo Semerari.

Alla guida del governo si alternano i democristiani Francesco Cossiga (a capo di un tripartito DC-PSI-PRI) e Arnaldo Forlani (a capo di un quadripartito DC-PSI-PSDI-PRI).

Il 23 novembre 1980 una violenta scossa sismica riduce in macerie gran parte dell”Irpinia e del Napoletano. Interi paesi sono completamente rasi al suolo; si contano oltre 6.000 morti. Nel 1976 un terremoto di forte intensitĂ  aveva colpito il Friuli: i morti erano stati circa 1000 e moltissimi i centri distrutti. In Irpinia, così come era giĂ  avvenuto nel Friuli, sono stanziati ingenti fondi per la ricostruzione, ma i risultati ottenuti evidenziano una forte frattura tra il Nord ed il Sud. A molti, infatti, l”opera di ricostruzione avviata in Irpinia appare come un tributo da pagare al sistema politico-clientelare vigente nel Sud.

C”è grande fermento nella classe operaia. Scioperi e cortei degli operai FIAT –l”industria automobilistica ha annunciato la cassa integrazione per 78.000 dipendenti- paralizzano la cittĂ  di Torino. Enrico Berlinguer, segretario del PCI, in un intervento ai cancelli del Lingotto e di Rivalta si spinge a dire che “il PCI sosterrebbe gli operai anche se scegliessero la forma di lotta più estrema”.

A maggio del 1981 la presidenza del consiglio annuncia di aver ricevuto, dai giudici di Milano, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, l”elenco di 962 presunti affiliati alla loggia massonica P2 (Propaganda 2) di Licio Gelli. Ci sono imprenditori e sindacalisti, militari, uomini di cultura, di spettacolo e della politica, tra cui spiccano i nomi di Silvio Berlusconi, Maurizio Costanzo, Fabrizio Cicchitto, Enrico Manca, Gaetano Stammati, Beniamino Finocchiaro, Michele Sindona, Franco Di Bella, Duilio Poggiolini, Angelo Rizzoli, Roberto Gervaso, Alighiero Noschese, Roberto Calvi, Vittorio Emanuele di Savoia, Vito Miceli, Pietro Longo, Artemio Franchi.

La maggioranza dei politici è composta da democristiani e socialisti. Silvana Mazzocchi così scrive su La Repubblica: “[:] ministri e deputati, senatori della Repubblica, ma anche funzionari di partito, ambasciatori, sindaci, imprenditori, industriali, giornalisti, scrittori, sindacalisti, commissari di polizia:I documenti sequestrati a Gelli sono stati definiti una miniera:a Palazzo Chigi è iniziato un vero terremoto”. Tra le carte di Gelli emerge un documento, il Piano di rinascita democratica, che chiarisce tutti gli obiettivi della P2, tra i quali: controllo della Magistratura da parte del Governo, opposizione alla linea di collaborazione col Pci, abolizione dello Statuto dei Lavoratori, riforma della Costituzione, attenta vigilanza sui partiti e sui sindacati, attraverso la sistemazione di uomini di fiducia nei posti nevralgici delle predette organizzazioni.

Viene istituita una commissione parlamentare, presieduta da Tina Anselmi, che nel 1984, concludendo i propri lavori, scrive “la P2 ha svolto opera di inquinamento della vita nazionale, mirando ad alterare in modo spesso determinante il corretto funzionamento delle istituzioni, secondo un progetto che mirava allo snervamento della democrazia”.

E il terremoto politico non manca. Infatti, il presidente del consiglio dei ministri, Forlani, preoccupato della notorietĂ  dei nomi e dell”appartenenza politica degli stessi, tiene nascosta la lista per ben due mesi ed è costretto, per questo, a dimettersi.

Al suo posto è incaricato di formare il nuovo governo il senatore repubblicano Giovanni Spadolini. È la prima volta che un laico sostituisce un democristiano alla guida del governo. Durante il dibattito sulla fiducia al nuovo esecutivo, il segretario del PSDI, Pietro Longo, uno degli iscritti alla Loggia P2, attaccando violentemente la magistratura, propone che la stessa debba essere controllata dal governo. Attacchi alla magistratura vengono portati anche da Bettino Craxi (PSI) e Flaminio Piccoli (Dc).

(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA SOLIDARIETÁ NON É MORTA. STA SOLO POCO BENE

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L”epurazione avvenuta a Rosarno è scandalosa, una vera e propria rappresaglia di stampo razzista. Ma la solidarietĂ  non può essere morta all”improvviso.

Caro Direttore,

l”altro giorno, mentre facevo un po” di pulizia sulla mia scrivania, è riemerso un foglio-appunto, che avevo archiviato e che non riuscivo più a trovare. Vorrei proportene, sinteticamente, la lettura:

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l”acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle cittĂ  dove vivono, vicini gli uni agli altri. Tra di loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. [:] Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. [:] I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare. [:] Proponiamo di privilegiare i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione provengono dal sud dell”Italia. Vi invitiamo a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”, (Relazione dell”Ispettorato per l”Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti, ottobre 1912).

I fatti di Rosarno si aggiungono a quelli di Castelvolturno e di tante altre piccole realtĂ  del sud e del nord dell”Italia, dalle quali non giunge più nemmeno l”informazione. Perchè sono fatti ripetitivi, quasi stucchevoli. Non fanno notizia, annoiano. Vuoi mettere la statua di una madonna che lacrima, il probabile ritorno di Totti in Nazionale, l”intitolazione di una piazza a Craxi o il puttanificio che alligna nei palazzi del Potere? Sono tutt”altra cosa! E solo su queste vale veramente la pena discutere, arrabbiarsi, venire, eventualmente, anche alle mani, per affermare il proprio punto di vista!

Caro Direttore, è quasi inutile ribadirlo, sono dalla parte “degli sporchi negri”. Come ero dalla parte degli indiani della prateria, molto prima di aver visto “Soldato blu” o di “Balla coi lupi”; com”ero dalla parte degli indios, conquistati alla cristianitĂ , molto prima di aver assistito a “Mission” e, vivendo nell”attualitĂ , come sono dalla parte del “popolo Na”vi” di “Avatar”. Gli sporchi negri hanno avuto il coraggio (sempre mancato a gran parte di noi) di mettere il dito nella piaga, di essere il bambino della favola del “re nudo”, di ribellarsi ad un lavoro servile all”interno di un”organizzazione criminale (in Calabria, nelle mani delle “ndrine; in altri posti, nelle mani della mafia, della camorra o di insospettabili agenzie di collocamento).

Eppure, in un paese che si sta educando alla dottrina del revisionismo-negazionismo (gli ebrei nelle camere a gas sono stati in numero esiguo, i confinati politici nei regimi dittatoriali hanno vissuto da villeggianti ed altre amenitĂ  simili), che ci vuole a dire che le organizzazioni criminali non esistono? L”altra sera, in televisione, l”immagine del giovane rosarnese che ballava e si abbracciava al passaggio del pullman degli immigrati che andavano via, non è stata edificante. A chi gli chiedeva il perchè di tanto gaudio, il giovane rosarnese rispondeva, semplicemente, “perchè non li vogliamo!”.

E, se si fosse continuato ad intervistarlo, avrebbe detto che la “ndrangheta non esiste; come più volte è stato ribadito da molti suoi coetanei a proposito della mafia o della camorra. E meno male che questi elementi sono una minoranza, in un universo giovanile caratterizzato dall”impegno nel volontariato, nella sussidiarietĂ , nella cooperazione, nella solidarietĂ !

L”Istituto statistico europeo, Eurostat, ha disegnato l”Italia fra un cinquantennio. La previsione è che nel 2060 il nostro paese avrĂ  lo stesso numero di abitanti di oggi: circa 60 milioni di persone. Ma, per mantenere questo numero, bisognerĂ  tener conto dell”ingresso di 12 milioni di immigrati!

Intanto, per un caso o per pagare una cambiale alla Lega Nord, nei giorni dei fatti di Rosarno, l”ineffabile ministro Gelmini ha proclamato, per il nuovo anno scolastico, un tetto del 30% di alunni stranieri per ogni classe. Caro Direttore, non voglio affrontare, non avendone per altro la competenza, la costituzionalitĂ  o meno della “pensata gelminiana”. Non voglio nemmeno affrontare, in questa sede, l”astrattezza e l”inapplicabilitĂ  (ci sono scuole, che io conosco molto bene, dove a costituire il tetto del 30% sono gli alunni indigeni [per capirci meglio, gli italiani]).

Vorrei solo fare una considerazione sulla permanenza del pregiudizio (prevenzione, cattivo giudizio anticipato, opinione erronea, credenza infondata) nei confronti del diverso e dello straniero in genere nella nostra cultura. Anni di atteggiamenti concilianti e civili non sono serviti a svellere opinioni radicate nella nostra societĂ . Sono sempre i diversi da noi quelli che sbagliano, che puzzano, che violentano, che rubano, che limitano l”apprendimento nelle classi.

E sempre a proposito di scuola, la mia ormai nota collega di Groppello Cairoli, molto griffata e molto navigata (lei si dichiara anche molto di sinistra ma è molto poco creduta), sostiene che la presenza degli stranieri nelle classi danneggia il corretto andamento didattico e che le diverse etnie rendono impossibile fare un lavoro adeguato.

In un collegio dei docenti, però, un”umile maestrina di Paternopoli (poco griffata, poco navigata e, forse, molto poco disponibile a sventolare il vessillo di una cosiddetta sinistra) le rispose: “Se hai uno straniero in più non riesci a fare lezione? Ti dico che non ci riesci, comunque, se la lezione non la sai fare”.

Corrado Alvaro scrisse un bel racconto, “La zingara” (in “Gente in Aspromonte”, 1930), in cui parla di Crisolia, una giovane donna marchiata dal pregiudizio di appartenere ad una tribù di nomadi e, solo per questo, vista sempre come una ladra. Nel novembre del 2008, a Ponticelli, ci fu l”assalto a un campo rom della zona da parte di un intero quartiere indignato e preoccupato, si disse, per il tentato rapimento di un bambino messo in atto da una zingara. Dopo pochi giorni si scoprì, invece, che le cose non stavano proprio nei termini descritti. Venne fuori, infatti, che gli inquilini delle palazzine prospicienti il campo rom da giorni si riunivano, per organizzare lo sgombero degli zingari e delle loro masserizie.

Caro Direttore, non giudicarmi un “laudator temporis acti”, però, ci sono stati giorni in cui i treni per Reggio Calabria portavano migliaia di lavoratori alla manifestazione del 22 ottobre 1972. “Quanti abbracci e quanta commozione/ il Nord è arrivato nel Meridione/ e alla sera Reggio era trasformata/ pareva una giornata di mercato./ Quanti abbracci e quanta commozione/ gli operai hanno dato una dimostrazione”, (Giovanna Marini e Francesco De Gregori, “Il fischio del vapore”, 2002).

E, poi, sai che ti dico? Io continuo a essere fiducioso. Il popolo che è nato nella civiltĂ  e nella cultura della Magna Grecia non può avere azzerato la propria sensibilitĂ  ed intelligenza, così, all”improvviso. Qualche mela marcia ci può anche stare. Importante è che non attacchi tutta la cesta!

(Fonte foto: Euronews.net)

UN ESAME DI COSCIENZA

La grave crisi economica e sociale che stiamo vivendo, ci deve spingere a rivedere e mettere in discussione le teorie alla base delle politiche economiche, “per rendere onore ai gigli del campo che non seminano e non filano…

In questo anno della crisi finanziaria e pensando anche alla crisi che sta vivendo tutto il mondo del lavoro nel nostro territorio viene spontanea una riflessione ed un esame di coscienza “socio-economico”.

È necessario, penso, in questo momento storico, ri-vedere i presupposti culturali delle politiche economiche.

Non sono un economista, ma ho letto qualcosa a questo proposito.

Ci sono alcune teorie (ad es. la Scuola di Chicago) le quali affermano che l”interesse personale guida i mercati verso risultati di maggior efficienza. Il governo non deve intervenire nell”economia, poichè gli individui razionali, perseguendo il proprio interesse personale, prevengono o curano rapidamente la maggior parte dei guasti del mercato.

La recente crisi economica ha messo, però, in discussione questa tesi.

Non sempre gli uomini di affari sono razionali e non sempre i mercati si autocorreggono, se non c”è un”etica, una morale della persona.

Allora la domanda che dobbiamo porci è: l”aviditĂ  è positiva? La ricerca dell”interesse personale migliorerĂ  l”interesse globale? La risposta è non sempre. C”è una branca della ricerca economica che conferma l”antica convinzione che –una volta saziati i bisogni essenziali– il denaro ha una relazione debole con la felicitĂ . Una volta che il prodotto interno lordo pro capite di un paese supera un moderato livello di reddito, le societĂ  – bisogna ribadirlo – non diventano più felici solo perchè divenute più ricche.

La veritĂ  è che l”uomo “desidera” sempre di più. Siamo immersi in una routine edonistica. Più abbiamo e più vogliamo avere (una casa più grande, una macchina in più, l”ultima generazione dei telefonini:). Lo stoico Seneca, al suo tempo, giĂ  così commentava: “Per quanto tu possieda molto, se c”è uno più ricco di te, ti sentirai inferiore proprio di quanto lui ha in più”.

È l”invidia che mantiene in forza l”edonismo in cui viviamo.

E allora sarĂ  necessario superare l” “interesse personale” , anche negli “affari economici”, per “promuovere”, tutti, una vita etica di caritĂ , e di dedizione all”interesse comune, che rischia oggi di diventare anacronistica.

Papa Giovanni XXIII affrontò questo tema nell”enciclica Mater et Magistra (1961): “La ricchezza economica di un popolo non è data soltanto dall”abbondanza complessiva dei beni, ma anche e più ancora dalla loro reale ed efficace redistribuzione secondo giustizia a garanzia dello sviluppo personale dei membri della societĂ , ciò che è il vero scopo dell”economia nazionale (n. 61).

In altre parole, solo se sapremo guardare oltre il nostro interesse personale, sopravviveremo, e tutti.

Dobbiamo, in sintesi, secondo la bellissima espressione di Giovanni Paolo II, “globalizzare la solidarietĂ ”.

E allora sarĂ  necessario ri-esaminare alcuni presupposti delle politiche economiche attuali.

Mi piace concludere queste brevi riflessioni con uno scritto del celebre economista Jhon Maynard Keynes, il quale affermava che solo facendo tale esame di coscienza saremo capaci di “ritornare ad alcuni dei princìpi più solidi e autentici della religione e della virtù tradizionali: che l”avarizia è un vizio, l”esazione dell”usura una colpa, l”amore per il denaro spregevole, e che chi meno s”affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bello all”utile. Renderemo onore a chi saprĂ  insegnarci a cogliere l”ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, ai gigli del campo che non seminano e non filano.

(Fonte foto: Rete Internet)

DIETRO I FATTI DI ROSARNO. SOVRANITÁ MAFIOSA E SCHIAVITÚ

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Quanto successo a Rosarno dimostra il circuito perverso di un territorio malato di mafia, che altera il mercato e crea i nuovi schiavi.
Di Amato Lamberti

I fatti recenti di Rosarno, in Calabria, forse potevano servire, oltre che a costruire cronache indignate e alti richiami ai doveri di solidarietĂ  ed accoglienza, a ragionare, in termini non soltanto emotivi, di un fenomeno, come quello dell”immigrazione, che sta esplodendo in Italia a causa di un approccio sbagliato da molti punti di vista. Il sonno della ragione genera mostri: proviamo a ragionare su dati di fatto incontrovertibili di natura economica.

Nell”attuale situazione economica, demografica, occupazionale italiana (con una enorme dilatazione dei servizi alla persona su cui non si riflette per niente), servirebbero molti più immigrati di quelli attualmente disponibili, ma si è invece diffusa nell”opinione pubblica, la convinzione che gli immigrati sono giĂ  troppi e bisogna cominciare a controllare gli afflussi e ad espellere i clandestini. Questa convinzione si allarga tra la gente ad opera sia di un vero e proprio martellamento continuo da parte di un partito, quello della Lega Nord, che ne ha fatto una bandiera in difesa dell”identitĂ  nazionale, ma soprattutto per il modo in cui gli organi di informazione affrontano il problema dell”immigrazione.

A parte il fatto che le teorie economiche suggeriscono che la migrazione dalle regioni in cui la forza lavoro è in esubero e a buon mercato verso regioni in cui è scarsa e cara, porta ad un benessere complessivo, c”è da considerare attentamente alcuni dati relativamente alla situazione italiana. Oggi la popolazione italiana è di circa 57 milioni ma è interessata da un processo di diminuzione, per effetto della denatalitĂ , che la porterĂ  nel 2020 a 52 milioni e nel 2050 a soli 41 milioni. Gli ultrasessantacinquenni oggi sono il 18,2% della popolazione, ma diventeranno il 21,1% nel 2020 e il 34,9% nel 2050. Per cui, per mantenere gli attuali livelli di popolazione, servirebbero almeno 240 mila immigrati l”anno.

Ma se l”obiettivo fosse quello di mantenere gli attuali livelli di popolazione di etĂ  compresa tra i 15 e i 64 anni, di immigrati ne servirebbero non meno di 350 mila l”anno. Se infine l”obiettivo fosse quello di mantenere inalterato il rapporto tra popolazione in etĂ  lavorativa ed anziani, per assicurarci il pagamento delle pensioni, servirebbero 2,2 milioni di immigrati l”anno, molti dei quali da utilizzare nell”area dei servizi alla persona, non solo domiciliari ma sanitari, scolastici, turistici e ricreativi. Come si vede bene l”atteggiamento del governo, vessillifero il ministro Maroni, di chiusura con ogni mezzo, a partire dal respingimento sistematico, verso il fenomeno migratorio, è non solo miope ma sbagliato, perchè non tiene conto delle reali esigenze del nostro Paese.

Da un punto di vista strettamente economico, i dati sono chiari e incontrovertibili. In Italia vivono circa 4milioni di persone straniere con regolare permesso di soggiorno; oltre 700mila sono quelli “clandestini”, privi cioè del permesso di soggiorno. L”impatto sull”economia di questa presenza è pari al 9.2% del PIL. Dal 2000 questa percentuale si è quasi triplicata, come si sono triplicati gli immigrati occupati e più che triplicati i versamenti all”INPS, che hanno superato i 5miliardi di euro. Aumenta anche il numero degli imprenditori stranieri, sono oggi circa 165mila, con una crescita del 17% nell”ultimo anno nonostante la congiuntura economica sfavorevole.

Il contributo degli immigrati per quanto riguarda le imposte dirette è di circa 5.5miliardi di euro, mentre l”incidenza sulle spese pensionistiche totali è dell”1.2% e solo dell”1% sulla spesa pensionistica complessiva. Inoltre, l”incidenza della spesa sociale dei Comuni a favore di cittadini stranieri è pari soltanto al 2.1% della spesa complessiva. Bastano questi dati per far vedere come gli immigrati non sono un costo ma una risorsa preziosa per le imprese e le famiglie dove sono occupati, ma anche, e soprattutto, una presenza determinante per l”intero sistema sociale e produttivo italiano.
Naturalmente, come la Storia ci insegna, poichè le esigenze economiche finiscono sempre per prevalere, si tratta di controllare questi processi perchè se non regolati possono produrre distorsioni strutturali a livello di mercato del lavoro e di organizzazione produttiva.

La logica delle restrizioni agli ingressi legali, per ragioni che non si sa come definire se non come ideologiche o “viscerali”, perchè contrastano sia con le leggi dell”economia che con le esigenze del controllo e della sicurezza, finisce per alimentare la clandestinitĂ  e, quindi, i flussi illegali, ma anche il lavoro nero, lo sfruttamento della manodopera, il controllo del mercato dei prodotti agricoli, la dequalificazione degli apparati produttivi, la formazione di aree di marginalitĂ  e degrado totalmente sottratte ad ogni controllo di legalitĂ , e, cosa più grave forse di tutte, favorisce la crescita e il rafforzamento di tutte le organizzazioni criminali che, grazie al controllo del territorio e a rapporti consolidati con i diversi livelli istituzionali, possono facilmente controllare e incentivare questi processi in funzione di nuove forme di accumulazione economica malavitosa.

Quanto è successo a Rosarno, in questi giorni, a scavare sotto la cronaca, dimostra il circuito perverso che si può instaurare su un territorio a sovranitĂ  mafiosa: produzione agricola con manodopera a bassissimo costo; intermediazione negli acquisti a prezzi non remunerativi per i produttori, costretti quindi a svendere o abbandonare il campo; trasporto e commercializzazione, in regime di monopolio violento, dei prodotti verso i mercati remunerativi;

capitalizzazione e reinvestimento in produzioni agricole che si reggono solo sullo sfruttamento del lavoro (foto) di un esercito di diseredati senza diritti che non possono neppure ribellarsi perchè privi del diritto minimo di esistenza, il permesso di soggiorno; settori però che grazie a sovvenzioni, sussidi, integrazioni, misure di sostegno di natura istituzionale consentono, alle organizzazioni malavitose, di lucrare anche ad altri livelli, compreso quello della acquisizione del consenso nella popolazione che finisce per beneficiare del controllo del mercato della occupazione stagionale e della distribuzione di sovvenzioni e sussidi.

In pratica, i braccianti di Rosarno, utilizzano i contratti stagionali solo per truffare l”INPS, perchè non lavorano, fanno lavorare gli immigrati ad 1/5 del salario permettendo così ai proprietari di arricchirsi nonostante la scarsa rimunerativitĂ  del prodotto, non ostacolano anzi favoriscono il controllo mafioso del trasporto e della commercializzazione dei prodotti, terminato il contratto stagionale ricevono il sussidio previsto dalla legge e si dedicano ad altre attivitĂ  legali e non legali.
Naturalmente la truffa può essere anche ulteriormente sofisticata, mettendosi in malattia, facendosi riconoscere una sostanziosa invaliditĂ . Così si guadagna di più sia quando si risulta ufficialmente occupato, e sia quando si è in regime di sussidio di disoccupazione.

Tutte situazioni ben note in tutto il Mezzogiorno, a partire dagli anni “80, ma che si è preferito non arginare consentendo, colpevolmente, alle organizzazioni criminali di acquisire una sovranitĂ  sempre più estesa sulla produzione, il trasporto e la commercializzazione di interi settori della produzione agricola, soprattutto di quelli interessati alla trasformazione industriale.

L”unica risposta vincente possibile è quella di reintrodurre la legge, tutte le leggi, sui territori a sovranitĂ  mafiosa. La desertificazione, il famoso “modello Caserta”, del ministro Maroni può servire solo a fare propaganda a buon mercato, ben ripresa dai corifei della carta stampata, per lasciare esattamente le cose al punto in cui stanno.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LA STORIA DI L. TESTE OCULARE DELL’OMICIDIO DI SUO MARITO

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Vi raccontiamo la storia di una donna coraggiosa, fiduciosa nella giustizia e in attesa di guardare in faccia chi le ha ucciso il marito e traumatizzato il figlio di cinque anni.
Di Simona Carandente

È la vigilia di Natale dell”anno 2006: L. e suo marito A., ucraini, sono intenti a vendere prodotti tipici con la loro bancarella, in un giorno uguale a tanti altri, nella zona di Via Brin a Napoli. Come tanti connazionali, sono costretti a sbarcare il lunario così, da ambulanti, sottoposti a continue estorsioni della malavita napoletana e di quella dei loro stessi connazionali, in una vita incerta lontano dal proprio paese di origine.

Dopo una banale colluttazione, nella quale rimarranno coinvolte anche diverse persone, intervenute a sedare la rivolta, A. viene colpito in petto da tre colpi di arma da fuoco, sparati a distanza ravvicinata da una persona che, evidentemente, non ne tollerava la permanenza all”interno del mercato. Alla scena assistono numerosi testi, tra cui la moglie L. ed il figlio della coppia, di appena cinque anni.

Per la povera L. è l”inizio di un lunghissimo calvario: il figlio ha un serio trauma, legato alla morte del padre, al punto da dover necessitare di lunghe e complesse sedute specialistiche che, tuttavia, non appaiono risolutive. Nel frattempo, dopo aver subito un intervento all”anca che ne limita la mobilitĂ , L. è costretta a sbarcare il lunario come può, lavorando presso signore italiane che prendono a cuore la sua sofferta storia.

Parallelamente, le indagini dell”autoritĂ  giudiziaria vanno avanti, ma senza alcun esito positivo. Difatti, anche se l”omicidio è avvenuto in pieno giorno, nella vigilia di Natale, in una zona affollata ed alla presenza di numerosissimi testi oculari, nessuno è un grado di riferire con certezza le fattezze fisiche dell”assassino del povero A. Viene anche fatto un identikit, ma questi non corrisponde ad alcuna delle foto segnaletiche che vengono mostrate ad L., in più occasioni.

Nonostante l”attivitĂ  di indagine, nonostante alcuni testi abbiamo vinto il legittimo timore a testimoniare, in presenza di una precisa descrizione dell”assassino, la Procura della Repubblica è costretta a richiedere l”archiviazione del procedimento penale, a causa dell”impossibilitĂ  di poter dare a questi un nome ed un volto.
Quando L. si rivolge al legale è piena di dubbi; vuole sapere se è possibile la riapertura dell”indagine, se può fornire nuovi elementi in suo possesso, se vi è qualche possibilitĂ  che giustizia venga finalmente fatta. Dal momento dell”omicidio difatti, oltre a trovarsi in serie difficoltĂ  economiche, è stata costretta anche a separarsi dal figlio, che ha deciso di tornare al paese di origine per provare a dimenticare.

La forza di volontĂ  di L. è davvero fenomenale: ha lottato con ogni mezzo per far riaprire il processo, ha fornito tutto il proprio contributo allo sviluppo delle indagini, si è fatta parte diligente nel cercare la veritĂ  e con essa nuovi elementi di prova. Con tutti i suoi problemi fisici, distante dai propri affetti, in un paese che non è stato gentile con lei continua ogni giorno la sua lotta per la vita, certa che la giustizia farĂ  il suo corso e che l”assassino di suo marito, così barbaramente ucciso, avrĂ  presto un nome ed un cognome. (mail: simonacara@libero.it)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

L’IMPORTANZA DI RICONOSCERE I PREGIUDIZI

Gli studenti che hanno partecipato al progetto “Abitare la LegalitĂ  Interculturale”, adotteranno un film e un personaggio.
Di Annamaria Franzoni

La rassegna cinematografica dedicata ai giovani utenti del territorio del Liceo Mercalli di Napoli, intitolata “Abitare la LegalitĂ  Interculturale”, ha proposto finora sei film nei quali sono stati rappresentate eterogenee difficoltĂ , divergenze ed incompatibilitĂ  culturali, sociali, religiose che hanno caratterizzato il “900, secolo per certi versi “breve” per altri “lungo”, come molti storici l”hanno definito.

Mi sembra utile ripercorrere rapidamente i prodotti cinematografici selezionati per comprendere come essi abbiano costituito per i giovani spettatori un valido strumento di interpretazione della realtĂ :

“Il sapore della vittoria”, (Remember the Titans ) Boaz Yakin .USA 2001
“Il bambino con il pigiama a righe” (titolo originale The Boy in the Striped Pajamas) Mark Herman USA-Gran Bretagna 2008
“Freedom writers”, Richard LaGravenese, Gran Bretagna, USA 2008
“Il giardino dei limoni” (Lemon Tree) Eran Riklis, TEODORA FILM 2008
“Parada” lungometraggio di Marco Pontecorvo, Italia 2008
“La masseria delle allodole”, Italia, Bulgaria, Francia, regno Unito, Spagna, Paolo e Vittorio Taviani, 2007.

La macchina da presa ritrae in modo magistrale e secondo il crescendo emozionale che caratterizza i grandi prodotti del cinema nazionale ed internazionale, conflitti interculturali a tutto tondo: lotte razziali tra bianchi e neri, la shoah, le lotte tra gang di giovani emarginati, il conflitto arabo-palestinese, il dramma dei rom e la loro triste realtĂ , il genocidio armeno.
Tempi e spazi lontani, confini che si perdono in realtĂ  che convergono in una dimensione che ci fornisce ritratti indimenticabili di diritti violati e negati.

I titoli inseriti nella rassegna sono stati il frutto di una attenta programmazione orientata al raggiungimento di competenze volte a sviluppare disponibilitĂ  verso l”impegno interculturale, rifiutando ogni forma di discriminazione: negli incontri del Mercoledì pomeriggio, mi sono impegnata, infatti, ad assumere il ruolo di facilitatore ed animatore delle loro emozioni e sentimenti per favorire in loro la capacitĂ  di imparare a valutare le gravi conseguenze dei comportamenti incoerenti a questi principi.

I ragazzi sono stati, così, portati a identificare, in modo autonomo, gli stereotipi e i dannosi pregiudizi etnici, religiosi, culturali che di volta in volta emergevano.
La conclusione di questo percorso li vedrĂ  quindi ancora di più consapevolmente operativi, ma soprattutto cooperativi: infatti, nel corso dell”ultimo incontro, Mercoledì 13 Gennaio, le modalitĂ  di lavoro che vedranno impegnati i nostri ragazzi avranno come oggetto la capacitĂ  di porre l”alteritĂ  nella propria realtĂ  quotidiana. Essi, infatti,dopo aver ripercorso l”esperienza vissuta, saranno invitati a formare dei gruppi di lavoro e ad adottare un film nonchè un personaggio.

Elaboreranno, quindi, una presentazione in power-point sugli argomenti ritenuti maggiormente significativi sul piano storico, sociale, culturale ed emozionale.
Il lavoro prodotto da ciascun gruppo nel laboratorio informatico in cooperative learning, sarĂ  esposto, in plenaria, agli altri gruppi per condividerne i risultati. VerrĂ  così fuori il mondo delle emozioni, dei sentimenti di giovani adolescenti nel riconoscimento etico e civile delle leggi violate dalle tragedie storiche del 900, per un trionfo vero della legalitĂ  interculturale.

LA RUBRICA

BENI SEQUESTRATI ALLA CAMORRA. PARLANO I MAGISTRATI

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Un emendamento approvato al Senato prevede che i beni confiscati possano essere messi all”asta; iniziativa che sembra favorire la criminalitĂ , col rischio di vanificare il lavoro di forze dell”ordine e magistrati.

Il 1996 segna l”inizio di un”epoca per il nostro paese: viene approvata difatti la legge 109/96, cd. legge antimafia, che riesce a regolare per la prima volta e concretamente la destinazione ai fini socialmente utili dei patrimoni confiscati alla criminalitĂ  organizzata. La norma fa seguito al disegno di legge Rognoni-La Torre del 1982 in materia di confisca dei beni ai mafiosi, che il promotore Pio La Torre pagò con il sacrificio della propria vita.

Grazie alla legge un albergo confiscato ai Casalesi è diventato una scuola per sub, una piscina sottratta ad un clan è utilizzata per riabilitare portatori di handicap, un bene confiscato in Cancello ed Arnone è divenuto un caseificio, gestito dalla cooperativa “Le terre di don Diana”: si tratta solo di alcuni esempi di come patrimoni, un tempo appartenenti alla criminalitĂ  organizzata, possano essere trasformati in beni della comunitĂ , e servire scopi istituzionali, aggregativi, sociali.

Si consideri che, alla data del 30 giugno 2009, si contano in Italia ben 8933 beni confiscati, collocati per l”83% nelle regioni meridionali, con prevalenza in Sicilia (46%) e Campania (15%): tra essi palazzi, dimore d”epoca, terreni, interi fabbricati e persino aziende agrituristiche.
Di recente il tema dei beni confiscati è tornato alle luci della ribalta: un emendamento alla finanziaria, giĂ  approvato dal Senato, prevede che tali beni, se non formalmente assegnati entro tempi brevissimi, vengano di nuovo posti in vendita attraverso aste giudiziarie, facendo sì che possa rientrare dalla porta ciò che si è cercato di cacciare dalla finestra.

“A causa dei tempi di gestione lunghissimi lo Stato, per fare cassa, consente che gli immobili non ancora assegnati vengano riacquistati attraverso prestanome”- afferma Francesco Menditto, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Napoli. ” Del resto chi, se non una testa di legno- prosegue il magistrato- potrebbe essere in grado di acquistare appartamenti e terreni dal valore economico così ingente? Eppure, per rimanere nel campo delle ipotesi, proprio i numerosi beni giĂ  confiscati a Secondigliano, territorio di elezione della sanguinosa faida, potrebbero essere utilizzati per farne una Caserma dei Carabinieri o un Commissariato”.

Dello stesso avviso è il dott. Carlo Alessandro Modestino, giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Napoli: “La destinazione dei beni confiscati è il più importante esempio di come l”intervento sociale, in un campo minato come quello criminale, possa procedere di pari passo con quello giudiziario. Non si può non considerare -prosegue il magistrato- che la confisca, e la successiva destinazione dei beni, abbiano un indubbio significato simbolico. Entrambi coinvolgono la parte buona della societĂ  civile, quella che ha bisogno di punti di aggregazione, di valori in cui credere, di sapere che lo Stato può fare, e molto, nell”eterna lotta alla criminalitĂ ”.

I numeri tuttavia parlano chiaro: degli 8631 immobili confiscati dal 1982, solo i due terzi risultano essere stati destinati a finalitĂ  pubbliche, con tempi di gran lunga superiori all”anno e costi di amministrazione e gestione che, sovente, lo Stato non può permettersi.

“Basterebbe stabilire delle prioritĂ ”, è l”opinione del dott. Modestino. “L”esigenza statale di far cassa, del resto, potrebbe considerarsi prioritaria rispetto al raggiungimento dello scopo sociale? Non è la vendita dei beni, da operare peraltro in tempi brevissimi ed impossibili da rispettare, che può risolvere il problema. Occorrerebbe agire con delle logiche politico-legislative di carattere diverso, che non si limitino a dare rilievo al solo valore economico del bene, privilegiandone altri aspetti”.

Il nodo irrisolto del problema sta, ancora una volta, nella gestione economica dei patrimoni: all”esigenza statale di “far cassa” si contrappone la difficoltĂ  nella gestione del bene confiscato, spesso in condizioni non ottimali e necessitante di ingenti, e costose, opere di ristrutturazione. “Eppure –conclude il giudice Menditto- l”emendamento rischia di vanificare il lavoro, peraltro complicatissimo, di forze dell”ordine e magistrati, quotidianamente impegnati nella lotta alla criminalitĂ , portata avanti ogni giorno con strutture e mezzi spesso inadeguati, se non addirittura insufficienti”.
(Fonte foto: Rete Internet)