“Caro Marchionne, le imploro il coraggio di sviluppare il lavoro a Pomigliano e di mettersi nei panni di quei genitori che stanno perdendo il lavoro alla Fiat. Non giochi con la vita delle persone”. Così scrive in un passaggio, don Aniello Tortora.
Carissimo Dott. Marchionne,
le scrivo all”inizio di questo nuovo anno 2010.
Conservo ancora nel mio cuore le lacrime dei lavoratori, dei loro figli, mogli, familiari, durante la S. messa celebrata dal nostro vescovo e pastore P. Beniamino il giorno di Natale e partecipata dai parroci, dalle comunità parrocchiali e dall”intera città, che si è stretta intorno a persone disperate per il rischio della perdita del “loro” lavoro.
Ho partecipato anche, a nome del vescovo, all”incontro del 30 dicembre con il Prefetto di Napoli.
Devo dire che mi sono molto arrabbiato, come del resto tutti quanti eravamo aquel tavolo, per l”assenza di rappresentanti autorevoli della Fiat.
Volevamo solo ragionare insieme, dialogare, confrontarci sul futuro dei lavoratori e della fabbrica di Pomigliano. Crediamo ancora nella democrazia e in democrazia ci si confronta, magari anche aspramente, ma poi insieme si cammina verso la meta del bene comune.
Ma l”Azienda Fiat ha pensato bene (pardon, male!) di non presentarsi al tavolo.
È stato un atto di un”arroganza unica. È quanto più di disumano e di antidemocratico ci sia al mondo. Carissimo Dott. Marchionne, mi permetto umilmente di dirle: non ci si comporta così nella vita. Qui si tratta di persone, non di “cose”. È anche una questione di galateo, di buona e sana educazione, come ci insegnavano una volta alla scuola elementare.
Con quel gesto la Fiat ha lanciato un messaggio a noi molto chiaro: comando io, sono il padrone assoluto e faccio quello che voglio. Mi permetto di ricordarle che non è così. Anche la Chiesa nel suo Magistero sociale ricorda a tutti che nel rapporto tra capitale e lavoro è l”uomo il “centro” di tutto il processo economico e che “i mezzi di produzione non possono essere posseduti per possedere, perchè l”unico titolo legittimo al loro possesso è che essi servano al lavoro” (Giovanni Paolo II, Laborem exercens ).
E, ancora, lo stesso Papa nella Centesimus Annus afferma: “La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell”azienda. Tuttavia, il profitto non è l”unico indice delle condizioni dell”azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell”azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l”efficienza economica dell”azienda. Scopo dell”impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l”esistenza stessa dell”impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell”intera società. Il profitto è un regolatore della vita dell”azienda, ma non è l”unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell”impresa“.
Vorrei, infine, richiamarequanto dice, a questo proposito, il Compendio della dottrina sociale della Chiesa: “Il benessere economico di un Paesenon si misura esclusivamente sulla quantità di beni prodotti, ma anche tenendo conto del modo in cui essi vengono prodotti e del grado di equità nella distribuzione del reddito, che a tutti dovrebbero consentire di avere a disposizione ciò che serva allo sviluppo e al perfezionamento della propria persona. Un”equa distribuzione del reddito va perseguita sulla base di criteri non solo di giustizia commutativa, ma anche di giustizia sociale, considerando cioè, oltre alvalore oggettivo delle prestazioni lavorative, la dignità umana dei soggetti che le compiono. Un benessere economico autentico si persegue ance attraverso adeguate politiche sociali di redistribuzione del reddito che, tenendo conto delle condizioni generali, considerino opportunamente i meriti e i bisogni di ogni cittadino“.
È in base a questi principi che la Fiat non può ritenersi “padrona” assoluta della fabbrica o di un territorio. L”azienda non può “giocare“ con la vita delle persone: lo ha gridato benissimo il nostro vescovo. Dopo aver “invaso” un territorio e averlo sfruttato a proprio piacimento secondo le leggi di un mercato che sta uccidendo l”uomo riducendolo a merce, prendendo tutti gli utili, i profitti e facendo pagare ai lavoratori e alla collettività i “costi” di un liberismo selvaggio, senza un”etica e un cuore, adesso la proprietà “pretende” di decidere da sola sulla pelle della povera gente e non ascoltando quel “grido di dolore” di una chiesa e di un”intera città.
È tempo, caro Dott. Marchionne, di RESTITUZIONE. La Fiat deve imparare a restituire ai lavoratori e al territorio quanto finora ha solo “preso“.
Deve restituire innanzitutto la dignità agli uomini e alle donne del mondo del lavoro.
È in atto, oggi, un vero cambiamento nella stessa cultura operaia. I nostri lavoratori non sono più lamentosi e rassegnati. Vogliono solo lavorare. Hanno capito che il lavoro non è solo un diritto ma anche un dovere e hanno raggiunto livelli professionali altissimi, contribuendo a tenere alto il marchio-Fiat nel mondo.
Il nostro è un Sud che, anche con il contributo “sociale” della chiesa,sta mettendo in atto una verarivoluzione sul piano sociale e culturale. I giovani oggi pretendono solo dignità e il diritto al lavoro. Un lavoro che dia loro sicurezza per il futuro e per poter “sognare” di realizzarsi nella vita.
All”inizio di questo nuovo anno le chiedo, Dott. Marchionne, il “coraggio” del cambiamento.
Certo,capisco, le regole del mercato sono spietate. Chi non le rispetta rimane indietro e rischia molto. Ma lei non potrebbe dare il suo contributo perchè il mondo cominci finalmente a cambiare? È proprio impossibile “globalizzare la solidarietà?”.
I soldi non sono tutto. Nella vita esistono altri valori. E non dimentichiamo mai che un giorno tutti risponderemo al Signore delle nostre azioni. Ci giudicherà sulle opere di giustizie e di amore concreto.
E allora le chiedo il “coraggio” di mettersi nei panni di tanti papà e mamme che chiedono solo di guardare negli occhi i loro figli, senza sentirsi “uomini inutili”, solo perchè stanno perdendo un lavoro, senza nessuna colpa.
Le chiedo il “coraggio” di rinnovare il contratto di lavoro ai 93 lavoratori che stanno vivendo momenti drammatici all”inizio del nuovo anno.
Le imploro il “coraggio” di conservare, anzi, di sviluppare il lavoro a Pomigliano. Questo stabilimento, ormai storico nel Sud e in Italia, con le sue migliaia di lavoratori ha dato tanto alla Fiat e ora vuole solo chele sia restituito un lavoro dignitoso per tutti, nessuno escluso.
Tutti devono rimanere al loro posto di produzione!
Anche se ormai la Fiat, da quel poco che capisco, sta diventando una vera multinazionale, non deve assolutamente dimenticare le sue radici e le sue origini.
Tutti stiamo facendo la nostra parte: i lavoratori con le loro famiglie, i sindacati, l”Amministrazione comunale, la Regione, la chiesa. La faccia anche lei, glielo chiedo in nome di Dio: vogliamo tutti, insieme, “organizzare e costruire la speranza” a Pomigliano e nel nostro bellissimo Sud.
Le auguro un Anno Buono, di coraggio, di riflessione e di solidarietà.



