SEMPRE MENO “CHANCE” PER I MINORI A RISCHIO

Il Progetto Chance, condotto dai Maestri di Strada, per anni si è occupato del recupero dei minori a rischio. Purtroppo, le finalitĂ  del Progetto sono state annacquate dall”intervento della regione Campania, che ne ha snaturato la funzione…

L” Associazione Maestri di Strada ha tenuto un Seminario aperto tra educatori e cittadini sulla Metodologia del progetto Chance, presso l”Istituto Studi Filosofici a Palazzo Serra di Cassano (lo scorso Giovedì, ndr).

All”incontro hanno partecipato psicologi, docenti, educatori, genitori sociali che avendo, in varia maniera e misura, avuto esperienza del progetto hanno portato il loro contributo critico, nonchè docenti e operatori del terzo settore interessati alle sorti di un Progetto che per dodici anni si è occupato del recupero dei minori nei quartieri a forte disagio sociale.
Chance , fin dalla sua nascita si è fondato su ben precisi capisaldi teorici psicologici, pedagogici e didattici ed ha svolto, anche con il sostegno degli esperti del Dipartimento di Neuroscienze del II Policlinico, una continua riflessione su di essi fondata su pratiche condivise.

Il punto di forza del Progetto, di cui io stessa ho fatto parte, si è basato fin dalle prime esperienze, su una metodologia sperimentale, che necessita di una assidua documentazione e riflessione sulle esperienze condivise, sull”integrazione di professionalitĂ  multiple unite da emozioni, sogni, condivisioni e narrazioni comuni in una dimensione di cura e attenzione per comprendere e sostenere da angolazioni diverse soggetti complessi che vivono situazioni di difficoltĂ  e tumulto emozionali.

Cesare Moreno, ultimo rappresentante del gruppo che ha diretto il progetto ha evidenziato quanto la Regione, che ha rilevato “Chance” abbia compiuto un”opera di negazione della sua storia, della sua esperienza, della sua identitĂ , mostrandosi sorda alle oggettive esigenze che il Progetto deve rispettare per inseguire i suoi reali e concreti obiettivi.

L”eliminazione di figure professionali che hanno reso possibile la realizzazione della crescita di un ambiente educativo senza precedenti, oggetto di interesse nella ricerca universitaria internazionale, devastano il cuore stesso di Chance: scompaiono i “genitori sociali”, i “coordinatori pedagogici” e con essi l”idea che figure diverse con stili epistemologici diversi potessero generare la risoluzione di conflitti, momenti di mediazione, un”articolazione complessa e variegata di risposte a situazioni difficili di emergenza educativo- formativa.

Si è, quindi, provato a riflettere pubblicamente su un percorso durato anni per dare un senso al lavoro di un gruppo variegato di professionisti riflessivi che con elevato impegno ha provato a creare “una comunitĂ  di pratiche educative” nell”interesse della nostra complessa cittĂ  e periferia che presenta un elevato numero di giovani emarginati, che purtroppo non diminuiscono.
(Fonte foto: Rete Internet)

SANT”ANASTASIA. LA POLITICA ED I PROBLEMI DEL PAESE: IL RUOLO DEI CITTADINI

neAnastasis e le elezioni: “bisogna lavorare per creare un tessuto sociale più vivo e cittadini più consapevoli. È diventato fondamentale dare voce agli interessi generali”.


Come cittadini siamo molto preoccupati per come si è aperta la campagna elettorale. Le tante candidature e la disinvoltura con cui si passa da uno schieramento ad un altro sembra più un regolamento di conti tra politici in contrapposizione tra loro che un reale prodigarsi per risolvere i problemi della gente. Sullo sfondo un paese abbandonato a se stesso con problemi enormi da risolvere.

Gli stessi problemi che, guarda caso, proprio questi candidati non sono stati in grado di affrontare nei loro lunghi anni di militanza politica. L”ultima esperienza amministrativa è un esempio eloquente di come anche la logica dell”alternanza abbia dato risultati disastrosi.
In questo scenario ci saremmo aspettati uno scatto di orgoglio da parte di tutta la classe politica per porre fine alla lenta agonia del nostro paese. Invece assistiamo ad una confusa torre di babele dove tutti dicono di avere la ricetta giusta, una gara ad affermare il proprio “io”.

Si potrebbe obbiettare che questa è la logica della politica. Ma noi non possiamo accettare che la politica si riduca a questo. Per noi la politica dovrebbe essere altro!
La nostra associazione (neAnastasis) si è interrogata a lungo sulla opportunitĂ  o meno di entrare nell”agone politico. Ci sembrava quasi un dovere farlo dopo aver portato per anni all”attenzione dei cittadini e delle istituzioni problemi importanti per la nostra comunitĂ : i rifiuti, l”ampliamento del cimitero, la legalitĂ , la viabilitĂ , la trasparenza negli atti amministrativi, l”ambiente, il piano regolatore.

La difficile situazione ci ha persino spinto ad elaborare un”idea di un governo per la cittĂ  che andasse al di lĂ  dei partiti: una tregua tra le forze politiche per mettere a disposizione della cittĂ  le migliori energie disponibili. Il clima politico venutosi a creare l”ha resa però impraticabile. Alla fine abbiamo deciso di rimanervi fuori. Questo non per metterci alla finestra a guardare o per riservarci un ruolo di grillo parlante: piuttosto perchè convinti della necessitĂ  di lavorare per creare un tessuto sociale più vivo, cittadini più consapevoli del loro ruolo, capaci di condizionare la politica e non esserne condizionati.

Siamo convinti che la crisi profonda che attraversa i partiti stia creando un solco pericoloso sempre più profondo trai i cittadini e le istituzioni. La partecipazione da parte dei cittadini alla cosa pubblica è sempre più flebile e, quando c”è, spesso è legata ad interessi diretti. Un circolo vizioso che porta alla selezione di una classe politica spesso inadeguata. Inoltre, il voto dei cittadini continua ad essere imbrigliato in una rete che raccoglie consensi non per meriti ma con logiche inaccettabili: promesse mai mantenute o l”appartenere a clan familiari. Logiche antiche che mortificano la democrazia e non aiutano a liberare nuove energie nel paese.

Vogliamo svincolarci da questo modo di fare politica: dar voce agli interessi generali, rivendicare spazi e occasioni di democrazia partecipata. Rifiutiamo l”idea che la democrazia sia confinata solo in un”urna elettorale. Nella campagna elettorale avremo dunque un ruolo attivo. Impegneremo le nostre energie per dar voce ai problemi concreti della cittĂ . A tutti i candidati sindaci e consiglieri proporremo temi di interesse generale per conoscere il loro punto di vista, affinchè la campagna elettorale non sia un urlare di slogan vuoti. Cercheremo di impegnare i candidati ad un confronto che non si fermerĂ  nemmeno quando saranno aperte le urne ma proseguirĂ  per tutto l”arco della consiliatura.

Il primo atto di questa nostra presenza attiva alla campagna elettorale sarĂ  l”incontro con i cittadini, le forze politiche e i candidati sul Piano Urbanistico Comunale il 5 marzo – ore 18,00 nella sala della biblioteca comunale. Con questa iniziativa daremo il via anche ad una collaborazione con il giornale on-line “ilMediano.it” che ospiterĂ  una rubrica curata dalla nostra associazione sui temi in discussione nella cittĂ .
(Fonte foto: Wikipedia)

ANCHE QUESTE REGIONALI SONO LA SOLITA VECCHIA POLITICA

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I contendenti alla Presidenza della Giunta regionale insistono sul bisogno di cambiare pagina ma non fanno nessuna analisi della crisi sociale, culturale ed economica della Campania.
Di Amato Lamberti

Le campagne elettorali, generalmente, servono per fare il punto sui problemi del territorio, in questo caso la regione Campania, e per provare a disegnare scenari ed interventi mirati alla loro soluzione, nell’ottica di uno sviluppo economico, ma anche sociale e culturale.

Questa volta, invece, niente di tutto ciò. Tutti i contendenti sono d’accordo sulla necessitĂ  di voltare pagina rispetto ad un periodo precedente bollato come fallimentare, senza alcuna analisi approfondita di un fallimento che ha la faccia della questione rifiuti e della voragine di debiti della sanitĂ , ma che si porta dietro una crisi delle grandi imprese,come la Fiat, che certo non può essere addebitata alla Regione, oltre alla crisi di interi settori produttivi, con fortissime ricadute in termini di disoccupazione, le cui ragioni andrebbero analizzate e non semplicemente addebitate ad un uso improprio, maldestro, quando non segnato da forti elementi di corruzione a livello politico e burocratico, dei fondi europei.

L’impressione è che si continui a fare vecchia politica dove tutti affermavano di voler cambiare tutto, ma in realtĂ  si vuole che nulla cambi, se non coloro che detengono il bastone del comando. Purtroppo siamo in una situazione in cui questo gioco nessuno può più permetterselo. Siamo la regione con il più alto tasso di povertĂ  delle famiglie, con la più elevata percentuale di disoccupazione, soprattutto giovanile, con la più alta mortalitĂ  delle imprese, con i servizi sociali più carenti e deficitari, basti pensare agli asili nido che mancano in una regione che ha ancora tassi di natalitĂ  più alti che in altre regioni.

C’è bisogno di far ripartire l’economia per poter affrontare i tanti problemi sociali che giĂ  mostrano di avvitarsi su se stessi, come testimoniano le cronache quotidiane del disagio e della disperazione, non ultimo quello dell’abusivismo edilizio esploso a livelli incontrollabili, anche semplicemente come dimensioni. Occorrerebbero ricette semplici e praticabili, come quelle di lavori pubblici e rilancio dell’edilizia privata, come si faceva negli anni della ripresa economica.

Basterebbe pensare alle condizioni di inquinamento criminale del nostro territorio, con milioni di tonnellate di rifiuti tossici seppelliti un po” dovunque; alla condizione al limite della percorribilitĂ  delle strade statali, regionali, provinciali e soprattutto comunali; alla fame non soddisfatta di abitazioni, causa prima del dilagare dell’abusivismo; alle condizioni di degrado e di fatiscenza dei centri storici di Napoli e di tutte le cittĂ  della regione, per rendersi conto che sarebbe possibile avviare interventi capaci di attivare imprese, occupazione, recupero ambientale, migliore vivibilitĂ , lotta allo strapotere dei gruppi criminali.

Interi territori delle province di Napoli e Caserta senza una operazione di bonifica radicale dai veleni seppelliti appena sottoterra non hanno futuro nè imprenditoriale, nè turistico, nè civile: è inutile farsi illusioni. Ma chi volete che venga ad investire su un territorio dove anche la viabilitĂ  è carente e dove il degrado e le inciviltĂ  la fanno da padrone? E poi se si vuole realmente rilanciare il turismo come non pensare a valorizzare il patrimonio archeologico e monumentale che giace abbandonato, incolto, fatiscente anche in aree di bellezza e ricchezza incomparabile come quelle dei campi flegrei, del territorio vesuviano, dell’agro nolano? Basterebbe il recupero dei centri storici dei Comuni della regione, anche di quelli interni, nel vesuviano, nell’alto casertano, nel beneventano, nel Cilento, in alta Irpinia, per consentire uno sviluppo senza precedenti al turismo della nostra Regione.

Si parta dalla valorizzazione della ricchezza che la storia ha consegnato al nostro territorio, anche per migliorare la qualitĂ  della vita dei suoi abitanti insieme a quella del paesaggio e del territorio massacrato dall’incuria quando non dalla devastazione. Un grande progetto di riqualificazione e valorizzazione, ma articolato su migliaia di piccoli interventi concreti, fattibili, realizzabili in tempi rapidi e capaci di risollevare l’economia di tutte le realtĂ  del territorio regionale, creando occupazione ed imprese, valorizzando le risorse umane e professionali anche dei nostri giovani, immettendo fiducia in un tessuto sociale per troppi anni condannato alla sfiducia e alla ricerca di scorciatoie pur di trovare soluzione a problemi di vita assillanti e angosciosi.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÁ AL SETACCIO

L’OMOLOGAZIONE RASSICURA, LA DIVERSITÁ SPAVENTA

Grazie al film “L”ottavo giorno”, gli studenti del Mercalli si sono immersi nel complesso mondo della diversitĂ , scoprendo dolcezza e semplicitĂ .
Di Annamaria Franzoni

Attraverso una trama drammatica, ma sempre sul filo della dolcezza e della semplicitĂ  dei sentimenti il regista Jaco Van Dormel ha condotto il gruppo degli allievi del Liceo Mercalli in un”altra esperienza nel mondo complesso della diversitĂ  talvolta negletta, talvolta foriera di processi di crescita e di liberazione, come nello splendido film “L”ottavo giorno” del 1996 (nella foto, un frame).

Le vite di Harry, impegnato e stressato uomo d”affari di grande successo e di Georges, down fuggito dall”istituto che lo accoglie da quando ha perso la mamma, si intrecciano per un fortuito caso e mentre Harry fa sempre “ciò che si deve come si deve”, come la societĂ  gli impone, Georges fa “quello che vuole, come vuole”. Pertanto in questa trama fantasiosa e spesso irreale è l’emarginato, che aiuta l’integrato a cambiare e a liberarsi.

Alla fine della proiezione l”emozionalitĂ  è stata altissima perchè il film ha toccato il vissuto di alcuni che, a fatica, tra sospiri e lacrime ci hanno offerto la loro splendida esperienza vissuta con persone down, della quale come Harry si sono arricchiti. Ognuno ha raccontato una storia: quella di A. di 22 anni e quella di C. di 14 anni sono state particolarmente commuoventi e hanno consentito di offrire un”esperienza di amore grande a tutto il gruppo riunito in cerchio, all”interno del quale anche chi non li conosceva li ha adottati come amici da cui apprendere l”amore, quello vero, puro e incondizionato.

Le riflessioni più belle si possono così riassumere: il mondo per loro è un splendida fiaba, il nostro mondo è imperfetto per la loro purezza! L”irrealtĂ  del mondo che li caratterizza li porta a dover essere isolati e nel loro isolamento non provano odio, anche quando sono emarginati e rifiutati.
Dalla loro purezza, dalla loro semplicità quanto potremmo imparare! Forse per questo Dio riservò un giorno a parte per la loro creazione?

Gli aspetti onirici del film sono risultati suggestivi, anche se inizialmente sono apparsi “strani”, ma poi nel corso della discussione sempre più “comprensibili” ai ragazzi, che hanno apprezzato moltissimo sia il testo cinematografico che le scelte del regista: la metafora della creazione del mondo, rivista in apertura del film da Georges e nel finale da Harry; il topo che canta l”opera, così come la scelta del ricorrente motivo popolare di Luois Mariano, il suo idolo messicano che si esibisce sul cofano dell”auto o altrove a mezz”aria, che inneggia alla figura materna , la sola che aveva dato a Georges amore incondizionato.

Molto abbiamo anche riflettuto sul manager, tanto attuale, che insegna agli aspiranti dirigenti della banca come convincere il cliente, facendogli apparire di essere uguale a lui, sorridendo sempre e soprattutto imitandolo persino nei tic, oltre che negli atteggiamenti e nel linguaggio.
L”altro si sente rassicurato nell”omologazione, teme il diverso!
Dal nostro circle time è, in conclusione, emerso che “se l”anormalitĂ  ci contagia, la normalitĂ  si avvantaggia” perchè la arricchisce e la migliora con un apporto di genuinitĂ  , semplicitĂ  e ci aiuta ad uscire da mondi falsamente ovattati e lontani dai reali bisogni dell”essere umano, sempre più presenti nell”attuale societĂ .
(Fonte foto: Rete Internet)

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

RISPOSTE AI LETTORI

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Come periodicamente succede, la nostra rubrica sospende i dialoghi tra i protagonisti che la animano, per rispondere a curiositĂ  e quesiti che ci rivolgono i lettori.
Di Giovanni Ariola

Amalia R. di Mugnano scrive: “Ho sentito in una trasmissione televisiva a quiz che esistono nomi detti sovrabbondanti, in quanto hanno due plurali e si faceva l”esempio di braccio. Potrebbe indicarmene degli altri? Esistono nomi sovrabbondanti anche nel dialetto napoletano?”

Risposta: “Si definiscono sovrabbondanti nel plurale quei nomi che hanno appunto due plurali. Altri linguisti (Tullio De Mauro) chiamano s. anche “i sostantivi di genere sia maschile che femminile”. Questi ultimi sono definiti comunemente nomi di genere comune (es. il/la nipote, lo/la erede, il/la custode, il/la parente, il/la consorte:). Ecco un elenco, ovviamente non completo, di nomi sovrabbondanti nel plurale: anello (gli anelli, le anella), budello, calcagno, cervello, ciglio, corno, cuoio, dito, fondamento, fuso, ginocchio grido, labbro, lenzuolo, membro, muro, osso, urlo.

Si sarĂ  notato che i nomi sono maschili al singolare e maschili e femminili al plurale.

“La desinenza del plurale femminile in –a è un residuo della desinenza del plurale neutro in latino; e infatti la maggior parte di questi nomi che nell”italiano hanno due forme di plurali, erano in latino di genere neutro (es. braccio brachium, pl. brachia):..Per lo più l”uso del plurale femminile in -a vale per il senso proprio, e l”uso del plurale maschile in -i vale per il senso figurato: “i bracci della sedia” e “le braccia del corpo”; “le budella d”un animale” e strade come budelli“;: “i cigli della strada” e “quella bambina ha delle ciglia meravigliose”:

Per alcuni nomi la desinenza del femminile è rimasta solo nell”uso di particolari modi di dire (“stare alle calcagna“; “tirare le cuoia“) o nell”uso letterario (anella, per “capelli inanellati”)” (S. Battaglia/V. Perticone, La Grammatica Italiana, Loescher Editore, Torino, 1971, pp. 130-131).

Anche nel dialetto napoletano esistono i nomi sovrabbondanti: p.e.”o lenzulo (o lunzulo, variante usata per lo più nella provincia napoletana, = il lenzuolo) ha due plurali: “e lenzule e “e llenzole. Il primo si usa nella enumerazione: es. duie o tre lenzule. Il secondo per indicare la coppia di lenzuola del letto. “Stammatina aggi” “a cagnĂ  “e llenzole d” “o lietto” (= Stamattina debbo cambiare le lenzuola del letto).

I contadini di una volta, diciamo fino ai primi due decenni del secondo Novecento, usavano ancora “e lenzule “e sacco, formati da tre o quattro sacchi di iuta cuciti insieme, per diversi scopi. Distesi nei cortili, scomparse ormai le aie, vi si ammassavano sopra “e fasule (i fagioli) ancora nei loro baccelli, quando erano ben secchi, per poterli scugnare ( o scugnĂ  = trebbiare, sbaccellare) agevolmente col vevillo ( o vavillo = arnese, formato di due bastoni di legno legati insieme da una correggia di cuoio, per battere il grano e simili, per trebbiarlo) ed evitare di farli venire in contatto col terreno. Servivano anche a coprire i mucchi di granodinio (o granorinio o granurinio = granone, granturco, mais), messo ad essiccare sopra gli astrece ( o astece = lastrici solari, solai di copertura delle case) per ripararli sia dalla rugiada notturna sia dalla pioggia.

Anche ai ragazzi era consentito (stavo per dire imposto) di salire sui tetti o del pianoterra o anche del primo piano della casa, mediante scale di legno non sempre in condizioni ottimali, a spandere il granturco fino al bordo estremo dell”astreco senza alcun parapetto (Che vertigini ora a ricordare e a ripensare!) o ad ammassarlo in un mucchio conico (si faceva a gara a chi lo faceva più regolare e più alto).

E llenzole del letto si cambiavano di tanto in tanto, non troppo spesso, per la gran fatica nel lavarle. Quando si decideva, le donne di casa facevano “a culata (il bucato) e si cominciava a pregare dal giorno prima che l”indomani fosse bel tempo.(C”era chi era sfortunata e pronunciò la frase emblematica: Facesse na culata e ascesse “o sole!).

Sempre nell”ambiente contadino il bucato si faceva all”aperto nel cortile al centro o in un angolo del quale sorgeva la immancabile triade delle maeste (massaie): il pozzo, il forno e il lavatoio.

Recipiente usato per l”operazione era “o cupellone, un grosso mastello, nel quale si sistemavano i panni preventivamente lavati nel lavatoio ( e che serviva anche da vasca da bagno in estate per i ragazzini che venivano sceriati / =strofinati ben bene dalla testa ai piedi e liberati dalla sporcizia accumulata sulla pelle e sui piedi scalzi in una giornata di fatica e di pazzia/=gioco). Come detersivo per il bucato si usava la cenere. Si collocava alla sommitĂ  dei panni da lavare “o cenneraturo (o cennerale), un panno particolare dalla trama più fitta che facesse tuttavia passare la sostanza detergente della cenere, quando vi veniva versato sopra “o cenneraccio (miscuglio di acqua bollente e cenere).

Quindi, dopo un certo tempo, tolto il panno con la cenere, il risciacquo nel lavatoio, di nuovo riempito d”acqua, cavata dal pozzo attiguo, secchio dopo secchio, e alla fine “e llenzole, ridiventate immacolate ( o quasi) si stendevano sulle corde sempre nel cortile (A questo punto si levava al cielo un”altra preghiera apotropaica stavolta non solo per la pioggia ma anche per il vento che poteva sollevare polvere e sporcare i panni stesi, vanificando così tanta fatica).

E non era finita. Le donne, se con il tempo andava bene, appena le lenzuola cominciavano ad asciugarsi, procedevano alla stiratura a mano. Si afferravano i due lembi inferiori del lenzuolo con la mano sinistra e con la destra si passava più volte sulla stoffa fino a stirarla. Olio di gomiti insomma. Ora “e llenzole, odorose di pulito, si potevano piegare e riporre.

Luigi G. di Napoli scrive: “Vorrei un”informazione su Sanremo. Non si spaventi e non faccia quella faccia disturbata. Non intendo parlare del chiacchieratissimo (da parte di persone che fanno questo per mestiere o che non hanno niente di meglio da fare e devono risolvere in qualche modo il problema della noia quotidiana) festival canoro, tanto meno di certi personaggi di più o meno alto lignaggio e con nelle vene il cosiddetto e oggi risibile sangue blu. Più modestamente, avendo deciso di passare un finesettimana sulla riviera ligure, frugando tra le varie offerte di alloggio, mi è capitato di leggere su internet una doppia forma del nome della ridente cittadina: Sanremo e San Remo. Mi può dire qual è la forma esatta?”

Risposta: Sì, è vero esistono tuttora le due forme e possiamo dire che convivono pacificamente, anche se ufficialmente a livello istituzionale è stata adottata la parola unica, ossia Sanremo. La cosa curiosa è che San Remo, come santo, pare non esista, non solo ma che sia venuto fuori addirittura dalla pronuncia dialettale di :San Romolo, santo vescovo di Genova, intorno al V secolo dopo Cristo, e oggi suo patrono.” Ma lasciamo la parola al dotto linguista Aldo Gabrielli che, conoscendo bene tale questione per il fatto che abitava di tanto in tanto in un paese vicino, Arma di Taggia, ridente localitĂ  balneare, ne ha dato una lucida quanto sintetica spiegazione:

“Questo gioiello della Riviera ligure, nel lontano medio evo, era un borgo fortificato contro le continue incursioni saracene, e si chiamava infatti Castrum Sancti Romuli, fortezza di San Romolo. In dialetto il nome Romolo si alterava tanto da essere più vicino a Remo che a Romolo: San Romu, con la normale caduta della sillaba finale, e l”alterazione tipicamente ligure della vocale o:da leggersi pressappoco e; ma non era logico , traducendo in italiano, sostituire addirittura Remo con Romolo. Di qui la necessitĂ  di creare quasi un nome nuovo:.E questo nuovo nome non può essere che Sanremo, in una parola sola, che rispetta l”antica pronuncia locale di Romolo ma non crea un santo che non c”è.” (Aldo Gabrielli, “Il museo degli errori/ L”italiano come si parla oggi”, Mondadori, Milano, 1977, pp. 85- 86).

LINGUA IN LABORATORIO

L’INFERNO SONO GLI ALTRI

Corruzione e sbandamento valoriale hanno fatto perdere le ragioni dello stare insieme. La convivenza civile è al limite, ma forse, scavando, un po’ di speranza sopravvive.
Di Michele Montella

Le riflessioni che stiamo conducendo sulla cittĂ  dell’opposizione mi fanno tornare in mente una celebre citazione del filosofo Jean Paul Sartre, il quale nel testo “Huis Clos” (la chiave chiusa) sostiene che l’inferno sono gli altri.

Cosa vorrĂ  dire questa frase e cosa c’entra con il tema che stiamo trattando? In una societĂ  come la nostra in cui la corruzione e lo sbandamento valoriale stanno soffocando le ragioni stesse dello stare insieme, diventa sempre più complesso riuscire a comprendere quali siano le strade per opporsi ad una degenerazione così profonda.
Non si tratta più solo di una dimensione politica (pro o contro la marea pestilenziale berlusconiana), ma di una dimensione socio-politica, che abbraccia cioè gli alfabeti espressivi stessi della nostra convivenza civile.

Il dramma teatrale, di cui ho citato la frase, rappresenta tre persone che si ritrovano al’inferno, nonostante siano assenti torture o pene fisiche. Le persone sono condannate a vivere insieme in una stanza chiusa: semplicemente, assurdamente, senza spiragli di speranza.
Nella stanza non ci sono specchi, nè luoghi da cui ci si possa nascondere agli altri, non è dato dormire o uscire, ma solo considerare ciò che sta succedendo a chi è sopravissuto.
Il dramma è il racconto dei conflitti di questi tre personaggi e di come ciascuno distrugga i progetti degli altri.

Il significato dell’azione scenica sta tutto nella denuncia di una situazione: gli esseri umani vivono ciascuno per il proprio individuale interesse e poco importa se le conseguenze delle proprie scelte danneggiano inesorabilmente gli altri. Nelle nostre cittĂ  visibili ciascuno diventa, inconsapevolmente, assassino e assassinato; il sistema umano che si costruisce in questa maniera è caratterizzato da uno squilibrio costante, che ci fa perdere l’idea stessa della nostra identitĂ  umana e delle nostre specifiche attitudini.
Dove sarĂ  mai Dio in questa tragica giostra hitchcockiana?

Ogni possibile istinto di bene viene annullato nel baratro della superficialitĂ , del giĂ  detto, della impudicizia dei propri pensieri. Basta guardare una delle tanto seguite trasmissioni televisive per accorgersene e la peggiore delle punizioni, che giĂ  stiamo scontando, emerge chiara quando alla domanda sul senso di una realtĂ  così rappresentata mi sento rispondere: “Ma cosa c’è di male?”.

Ecco il paradosso nullificante: non ci accorgiamo più del fango che ci sommerge, come se fosse invisibile o trasparente.
È uno spaccato troppo pessimista? Si può logicamente supporre che ci siano spiragli di evoluzione? E la fede? Il senso di Dio? La speranza?
Analizzeremo un po’ alla volta queste domande nei prossimi articoli.
(Fonte foto: L’Espresso- Protagonisti dell’ultimo scandalo italiano: L’inchiesta Fastweb)

LE CITTÁ INVISIBILI

LA MAGICA FORMULA POLITICA: “TENGO FAMIGLIA”

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I politici ci tengono assai alla famiglia (la loro!). E non si sprecano quando devono sistemare mogli, figli, amanti (loro!).

Caro Direttore,
mi sta capitando, negli ultimi giorni, di pensare sempre più spesso alle parole di un noto politico delle nostre parti, che, per giustificare alcuni suoi comportamenti e alcune sue scelte, ricordò a tutti che “teneva famiglia”. Sembra, infatti, che l”occhio di riguardo per le persone di famiglia –anche delle famiglie “di fatto”- sia la maggiore preoccupazione di molti fra i rappresentanti del popolo nelle istituzioni, fra i baroni universitari e fra i detentori di qualsiasi piccolo potere.

Le amanti, in genere, sono quelle che più di tutti hanno benefici da questo insolito modo del “far politica” o del gestire un qualcosa di pubblico. Il più delle volte si finge di non sapere, ma, in fondo, tutti sanno che, purtroppo, molte donne in carriera riescono ad approdare a scranni importanti (dai consigli comunali al parlamento, dalle aule universitarie ai più svariati comitati di gestione) solo dopo aver dormito tra lenzuola fortemente “politicizzate”.

“L”Altezza piaceva: per l”energia non disgiunta da affabilitĂ , per la distinzione dei modi che tuttavia sapeva mettere a proprio agio l”interlocutore. Per l”aria maliziosa che alludeva e prometteva. Ma sempre con levitĂ . Sapeva far ridere le donne: ecco il segreto. Le sue battute pronte: dava l”impressione di donarsi tutto:Le donne avvertivano in lui il Maschio: Anche D”Annunzio e Mussolini erano ammirati per le loro capacitĂ  amatorie, che erano oggetto di chiacchiere e ammiccamenti. Le donne d”Italia avrebbero fatte carte false per il privilegio di una notte con loro. “, (Ernesto Ferrero, L”anno dell”indiano, Einaudi, 2001).

Anche le mogli, a dire il vero, negli ultimi tempi hanno conquistato posti di rilievo nella politica e nelle attivitĂ  dipendenti dalla politica. Se il marito è un influente uomo di partito (o di potere), per la consorte è più facile aspirare al laticlavio o, più modestamente, alla presidenza di un ente, di una “Pro loco”, di un”associazione di beneficenza, di un condominio o di un premio bandito dalla locale bocciofila. Ne sono un esempio le innumerevoli illustri quanto sconosciute (ma solo perchè non hanno alcun legame col territorio) consorti, che grazie al loro ruolo di compagne “ufficiali” di uomini di potere si sono trovate a tagliare nastri alle inaugurazioni, a essere madrine alle pose delle prime pietre o starter nelle gare podistiche.

I figli, inutile dirlo, “so” piezze “e” core”. Per i rampolli qualunque sacrificio è opportuno a garantire un roseo futuro. Così, come in alcune professioni, anche nella gestione del potere i figli sono “obbligati” a seguire le strade giĂ  battute dai genitori. Sì, perchè il potere conquistato con la politica è uguale a quello conquistato dai cosiddetti poteri forti. C”è un potere-patrimonio da conservare nell”antistato ed uno da conservare nello Stato. Magari anche rimodulando valori e ideologie, passando per trasformisti, funamboli, trapezisti, illusionisti, bari, biscazzieri, nani patologici.

Un altro familiare sempre presente nell”organizzazione strategica degli uomini di potere è il cognato. Famosi cognati, spesso autentici “signor nessuno”, sono diventati sindaci di grandi o piccole cittĂ , deputati al parlamento, consiglieri regionali, provinciali o comunali. Quando, poi, non si sono ritrovati tra gli eletti del popolo, molti cognati sono stati “costretti” a seguire gli affari di famiglia, assumendo responsabilitĂ  dirette in cooperative di lavoro o in societĂ  di affari. Tanto, un cognato chi lo smuove? Un cognato è non solo utile ma anche insospettabile nella gestione di eventuali fondi per il terremoto come nella tranquilla conduzione amministrativa di una cittadina e anche (ma non per ultimo) nel controllo politico di un territorio.

“Biagio Serra-Pintus la parola politica non la sa nemmeno pronunciare, eppure è accreditato di una carica prestigiosa:Quel cognato per lui è come una clausola scritta in piccolissimo in fondo al contratto di matrimonio: Quando riceve segnalazioni che riguardano il cognato alza gli occhi al cielo e sposta la pratica nell”ultimo cassetto della sua scrivania. Qualche volta, di fronte a situazioni imbarazzanti, a casa parla con la moglie e le chiede di fare due chiacchiere con quel disgraziato di suo fratello Gavino, che se c”ha tutte le sue cose a posto lo deve solo al rispetto che i camerati hanno per lui.”, (Marcello Fois, Stirpe, Einaudi, 2009).

I nipoti? Beh, i nipoti non sono immuni dal vizietto di avere assegnati ruoli di responsabilitĂ  negli affari di famiglia, perchè “solo il nipote capisce lo zio”, (Paolo Conte, Lo zio). I nipoti sono discreti, intelligenti e creativi. Mettono le mani, dove gli altri non possono metterle, con grande disinvoltura, perchè sono “di famiglia”; sanno anche far sparire carte compromettenti e, per di più, sanno svolgere con grande capacitĂ  le funzioni ricoperte dagli ispettori dell”antica Persia: sono gli occhi e le orecchie dell”imperatore (una sorta di spioni!).
In fondo, caro Direttore, zii (ma anche zie) e nipoti sono un binomio collaudato. Nell”iniziazioni sessuali come nella comprensione-conservazione-crescita degli affari di famiglia.

Anche oggi, nelle comunicazioni in codice, mica si parla di gradi di parentela diversa o, magari, di improbabili vicini di casa? No. Si parla solo di zii. Anche Angelo Balducci, il presidente del consiglio nazionale dei lavori pubblici, telefonando all”avvocato Lupinacci (apprezzato amico di Palazzo Chigi), non riesce a dire niente di nuovo se non: “domani mattina presto devo vedere lo zio:un attimo dopo, verso le nove e mezzo così:se ti potevo offrire un caffè anche in piazza”.
Mi rendo conto che in questa carrellata di affetti e prototipi familiari mancano solo i nonni. Ma essi sono presenti solo nelle favole e, oggi, non è più tempo di favole!
(Fonte foto: Rete Internet)

MILLE EURO. LA TANGENTE CHE PAGANO I NEONATI

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In Italia il fenomeno della corruzione diffusa è un magma e il binomio politica-mazzette è molto solido. In Campania i settori più esposti sono sanitĂ  e rifiuti, dove si può parlare di criminalitĂ  economica organizzata.
Di Amato Lamberti

Le prime pagine dei giornali italiani, come i servizi di apertura dei telegiornali, sono tutti incentrati sulla corruzione che sembra dilagare in Italia, nel piccolo del consigliere comunale milanese pescato dalle telecamere mentre intasca una tangente, fino al grande, degli appalti per decine di milioni di euro legati agli interventi dopo il terremoto a L”Aquila. Il fenomeno appare tanto esteso che si comincia persino a parlare di limitazioni nell”attivitĂ  politica da parte dei soggetti condannati per corruzione, da parte del Presidente del Consiglio, del Presidente della Camera, dello stesso partito di maggioranza.

GiĂ  il dibattito “politico” sullo “scudo fiscale” aveva fatto comprendere che la criminalitĂ  economica nel nostro Paese è talmente estesa da giustificare addirittura colpi di spugna sui crimini commessi pur di favorire il rientro nell”economia di capitali occultati all”estero per evadere il fisco ma anche per nasconderne la provenienza illecita, in termini di affari criminali ma anche di proventi da attivitĂ  di corruzione. Mentre, però, finora era stata dedicata grande attenzione all”evasione fiscale, a livello nazionale, ma anche regionale e locale, il tema della corruzione sembrava scomparso, nonostante il grande clamore mediatico provocato periodicamente degli allarmi internazionali.

Sembrava quasi che non ci si rendesse conto che lo snodo della corruzione è fondamentale in ogni tipo di reato economico, e, in particolare per le frodi nazionali e comunitarie e per il riciclaggio. In entrambi i casi c”è sempre bisogno del sostegno corruttivo di pubblici ufficiali, funzionari di banca, professionisti e consulenti, spesso organizzati in vere e proprie associazioni criminali. Nel 2003 la Confesercenti, a dieci anni da Tangentopoli, fece il punto sulla corruzione in Italia, rilevando che, nell”opinione degli imprenditori, sembrava tornata ai livelli pre-tangentopoli, anzi per il 62% era addirittura aumentata e riguardava per il 49% politici di livello nazionale; per il 25% gli amministratori locali; per il 20% dirigenti, funzionari e impiegati della Pubblica Amministrazione.

In pratica, giĂ  nel 2003, si era tornati a quella situazione di “corruzione ambientale”, denunciata dai processi di Tangentopoli, nella quale chi doveva dare il denaro non si aspettava nemmeno che gli venisse richiesto: in quell”ambiente la mazzetta era regola e quindi ci si adeguava. Sei imprenditori su dieci, secondo la Confesercenti, nel 2003, pagavano, come prima di Tangentopoli, per non restare fuori da ogni possibilitĂ  di contatto, prima che di appalto e di sostegno finanziario. Tradotto in soldoni: se sei uno che paga senza fare troppe storie meriti la fiducia del politico, dell”amministratore, del dirigente e del funzionario. Oggi abbiamo solo il riscontro internazionale.

Secondo un rapporto OCSE del 2009, l”Italia è tra i paesi industrializzati, quelli oggi del G20, largamente il più corrotto, con un livello paragonabile a quello di alcuni paesi africani e centro-americani, ed, inoltre, la corruzione in Italia può essere quantificata in 50/ 60 miliardi di euro l”anno. Praticamente ogni cittadino, compresi i neonati, è sottoposto ad una tassazione “oscura” di più di 1000 euro l”anno. Senza contare che, con questi soldi, si potrebbero pagare gli interessi dell”enorme debito pubblico accumulato dallo Stato italiano. Secondo Transparency International, sempre nel 2009, la corruzione è in aumento nel mondo ma in Italia raggiunge livelli tali da far considerare il nostro Paese come “estremamente corrotto”, soprattutto per quanto riguarda i partiti politici e la pubblica amministrazione.

In testa alla classifica ci sono i partiti politici. Stando ai dati del “Barometro della corruzione globale” nel nostro Paese il binomio politica-mazzette appare sempre più solido. Le cifre parlano chiaro: alla domanda su quale organizzazione sia in assoluto la più corrotta d”Italia, il 44% ha risposto i partiti politici. Ma in Italia il fenomeno della corruzione diffusa è stato a lungo sottovalutato o ignorato, tanto che anche un duro intervento di “CiviltĂ  Cattolica”, la rivista dei Gesuiti, passò a suo tempo praticamente inosservato. Nell”ultimo numero, di settembre 2009 la rivista scriveva: “Nell”attuale momento politico italiano si registra la crescita della corruzione soprattutto nel settore pubblico, con numerosi cittadini che decidono di destinare una somma ingente:per conquistare un posto di assessore comunale, provinciale, regionale o nel Parlamento nazionale, sicuri che, una volta raggiunto l”obiettivo, saranno in grado non soltanto di recuperare la somma investita nell”operazione, ma di accrescerla significativamente”.

Quello che sta avvenendo, in Campania, a livello di campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio e del Presidente della Regione testimonia ampiamente che per la conquista di un posto in consiglio regionale sono molti i candidati disponibili ad investimenti che non trovano alcuna altra giustificazione se non nella disponibilitĂ  e nell”attesa di ritorni economici illegali. Quando ero Assessore al Comune di Napoli rimasi colpito dal fatto che i consiglieri comunali fin dal primo mattino non facevano altro che girare per uffici a seguire e sollecitare “pratiche”. Alla mia osservazione che questo tipo di attivitĂ  presentasse forti caratteri di illegalitĂ  mi si rispondeva meravigliati che era come se si volesse loro impedire di “fare politica”.

Una prassi talmente consolidata, che continua a tutti i livelli, da quello comunale a quello provinciale e regionale, da non essere neppure percepita come illegale. Si potrebbe quasi affermare che la corruzione in Italia sia diventata una condizione strutturale, come pensava giĂ  Enrico Berlinguer quando poneva come prioritaria la questione morale ed evidenziava il dilagare della corruzione in seguito all”occupazione dello Stato e delle istituzioni da parte di partiti trasformati in societĂ  d”affari. A livello di regioni, Campania e Calabria sono quelle dove la corruzione sembra incidere di più, stando almeno agli organi di informazione, anche se sono pochi i riscontri a livello di denunce e interventi della magistratura.

Nessuno, ad esempio, almeno fino ad oggi, si è interrogato sul possibile ruolo della corruzione, in Campania, relativamente al disastro dello smaltimento dei rifiuti e all”esplosione dei costi della sanitĂ  pubblica. Per quanto riguarda quest”ultima, considerando, a livello nazionale, il periodo gennaio 2006 – 20 novembre 2007, su 6752 persone denunciate nella Pubblica Amministrazione, ben 3219, pari a quasi il 50%, sono riferibili alla SanitĂ , che appare, quindi, come il settore largamente più inquinato, probabilmente perchè è quello dove i livelli di discrezionalitĂ  negli appalti ed acquisti sono più elevati.

Si potrebbe, in questo come in altri settori della spesa pubblica, parlare di “corruzione organizzata” o di “criminalitĂ  economica organizzata”, perchè ci si trova di fronte ad associazioni tra persone, interne ed esterne all”amministrazione pubblica, con intenti criminali, esattamente come avviene per le organizzazioni criminali di stampo mafioso.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÁ AL SETACCIO

LA CHIESA NON É UN SERBATOIO DI VOTI

Voci autorevoli del passato, come Don Tonino Bello e Luigi Sturzo, indicano la via alla politica e ai cattolici impegnati.
Di Don Aniello Tortora

È in atto, in questi giorni, un vero imbarbarimento “nella” e “della” politica. Nella compilazione delle liste dei concorrenti alle prossime elezioni regionali, provinciali e comunali stiamo assistendo ad una vera “compravendita” dei candidati, inferiore, per tornaconto, solo al calciomercato. Le segreterie dei partiti stanno “facendo la corte” a vecchi e a nuovi aspiranti, pur di assicurarsi voti. Per tantissimi, giocare in una squadra o in un”altra, fa lo stesso.

Basta solo salire sul carro vincente. Secondo lo schema clientelare-familista, caro al nostro meridione, tante famiglie candidano propri esponenti in tutti gli schieramenti così da assicurarsi, comunque vada, la spartizione della torta. Tutti invocano il cambiamento, ma si continua a “mettere vino nuovo in otri vecchi”, destinato, in tal modo, secondo il Vangelo, a “spaccarsi”.

Si sta, purtroppo, verificando quanto scriveva A. de Tocqueville, nella sua famosa opera “La democrazia in America”: “Quando la massa dei cittadini vuole occuparsi soltanto di affari privati, i più piccoli partiti non devono disperare di poter diventare padroni degli affari pubblici. Non è raro vedere allora sulla vasta scena del mondo, come avviene nei grandi teatri, una moltitudine rappresentata solo da alcuni uomini. Costoro soltanto parlano in nome di una folla assente o distratta; soltanto costoro agiscono in mezzo all”immobilitĂ  generale, dispongono a loro capriccio di ogni cosa, cambiano le leggi e tiranneggiano a loro piacere i costumi, e sorprende vedere quanto sia piccolo il numero di mani deboli e indegne nelle quali può cadere un grande popolo”.

Anche la Chiesa, che non può e non deve avere un proprio partito, davanti a questa degenerazione etico-sociale non può far finta di non vedere. È suo compito agire soprattutto nel pre-politico, attraverso la formazione delle coscienze.
Riporto qui, per ben capire il ruolo dei credenti in politica, un”intervista fatta a don Tonino Bello, che di pastorale sociale se ne intendeva, rilasciata il 27 febbraio 1987:

“Come vede la presenza dei cristiani nel sociale e nel politico?”
“Anzitutto, non solo sono convinto di quanto afferma la Gaudium et spes, che parla della politica come di “un”arte nobile e difficile”, ma condivido in pieno l”espressione di Paolo VI, il quale afferma che “la politica è una maniera esigente di vivere l”impegno cristiano al servizio degli altri”.
Penso, pertanto, che il credente, oggi più che mai, debba accettare il rischio della caritĂ  politica, sottoposta per sua natura alla lacerazione delle scelte difficili, alla fatica delle decisioni non da tutti comprese, al disturbo delle contraddizioni e delle conflittualitĂ  sistematiche, al margine sempre più largo dell”errore costantemente in agguato”.

“Il cristiano, in pratica, imbocca la Gerusalemme-Gerico; non disdegna di sporcarsi le mani; non passa oltre per paura di contaminarsi; non si prende i fatti suoi; non si rifugia nei suoi affari privati; non tira diritto per raggiungere il focolare domestico, o l”amore rassicurante della sposa, o la mistica solennitĂ  della sinagoga. Fa come fece il buon Samaritano, per il quale san Luca usa due verbi splendidi: “Ne ebbe compassione” e “gli si fece vicino”.
È un mestiere difficile, non c”è dubbio. Non solo perchè richiede la coscienza dell”autonomia della politica da ogni ipoteca confessionale e il riconoscimento della sua laicitĂ . Ma anche perchè deve evitare la tentazione, sempre in agguato, dell”integralismo: diversamente si ridurrebbe il messaggio cristiano a una ideologia sociale”.

“In concreto, come si caratterizza l”azione politica del credente?”
“Il cristiano che fa politica deve avere non solo la compassione delle mani e del cuore, ma anche la compassione del cervello. Analizza in profonditĂ  le situazioni di malessere. Apporta rimedi sostanziali sottratti alla fosforescenza del precariato. Non fa delle sofferenze della gente l”occasione per gestire i bisogni a scopo di potere. Paga di persona il prezzo di una solidarietĂ  che diventa passione per l”uomo. Addita in termini planetari e senza paure, i focolai da cui partono le ingiustizie, le violenze, le guerre, le oppressioni, le violazioni dei diritti umani.
Sicchè, man mano che il cristiano entra in politica, dovrebbe uscirne di pari passo la mentalitĂ  clientelare, il vassallaggio dei sistemi correntizi, la spartizione oscena del denaro pubblico, il fariseismo teso a scopi reconditi di dominio.
Utopie? Forse. Ma così a portata i mano, che possono finalmente diventare “carne e sangue sull”altare della vita””.

Don Luigi Sturzo, a questo proposito, diceva: “La missione del cattolico in ogni attivitĂ  umana e politica è tutta impregnata di ideali superiori perchè in tutto ci si riflette il divino. Se questo senso del divino manca, tutto si deturpa: la politica diviene mezzo di arricchimento, l”economia arriva al furto e alla truffa”.
Mi aspetto proprio, da queste elezioni, che i “concorrenti candidati” (tantissimi, ahimè!) che si definiscono cattolici, di “qualsiasi squadra”, prendano sul serio questi insegnamenti, che non “sfruttino” la chiesa solo come serbatoio di voti e che mettano la loro missione politica davvero a servizio del bene comune.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

UN TEMA SCOTTANTE: IL SUICIDIO IN CARCERE

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L”argomento è molto delicato, venuto alla ribalta nell”ultimo periodo perchè il fenomeno è diventato preoccupante.
Di Simona Carandente

Non è facile affrontare un tema delicato come questo, senza cadere nell”errore di limitarsi a riportare semplicemente dati, di matrice statistica, che rendano effettivamente l”idea delle dimensioni del fenomeno.
Dagli anni “90, fino ad oggi, questi non ha accennato a diminuire, raggiungendo invece dimensioni assolutamente preoccupanti per una societĂ  civile che si rispetti, con dei veri e propri picchi in determinate situazioni di allarme socio-penitenziario.

Il 93 % dei suicidi in carcere avviene, e il dato non sorprende affatto, nelle carceri sovraffollate. Il dato appare ancor più impressionante se si considera che, pacificamente, la stragrande maggioranza delle carceri esistenti sul territorio nazionale opera in condizioni di sovraffollamento.
Dalle statistiche emerge un altro dato: la propensione al suicidio è inversamente proporzionale alla speranza di rimessione in libertĂ . Più il detenuto è giovane, la posizione giuridica non particolarmente allarmante, maggiori sono i rischi che esso avvenga, nonostante la speranza di una rapido inserimento nella societĂ  civile.

Un dato che lascia pensare è quello relativo alla tipologia di detenuto che, nella stragrande maggior parte dei casi (38.3 %) mette fine alla propria esistenza: si tratta, difatti, dei detenuti in attesa di giudizio. Per gli altri, i cosiddetti “definitivi”, vi è una sorta di elaborazione del proprio vissuto penitenziario nonchè, verosimilmente, una sorta di adattamento all”ambiente stesso.
Non a caso, ben il 61% dei suicidi avviene entro il primo anno di detenzione e, contrariamente a quanto accade “fuori”, si uccidono soprattutto i giovani tra i 18 ed i 25 anni.

Le motivazioni non sono difficili da comprendere: il giovane, specie al suo primo ingresso in carcere, è assolutamente smarrito, confuso. Oltre all”impatto claustrofobico e alla perdita della libertĂ , il detenuto deve apprendere velocemente i codici di sopravvivenza, scontrandosi con un mondo fatto di regole, linguaggi, codici di comportamento e sovente anche gerarchie. Per cercare di arginare il problema, sarebbe auspicabile l”esistenza di un presidio carcerario dedito ai cd. nuovi giunti, del quale però a tutt”oggi, nonostante le parole, non vi è traccia in Italia.
Analogo problema è quello dei suicidi “annunciati”.

Tantissime morti, tra quelle denunciate negli anni scorsi e fino ad oggi, si sarebbero potute evitare attraverso una costante opera di monitoraggio del detenuto stesso, sovente giĂ  affetto da patologie psichiatriche ed in cura farmacologica.
Il problema dei suicidi all”interno del carcere investe, o almeno dovrebbe investire, l”intera societĂ  civile, quella dei “liberi”: difatti, un sistema detentivo che non riesce a restituire un individuo rieducato, consapevole della gravitĂ  del gesto commesso e orientato ad una sistema di vita lecito, è da considerarsi assolutamente fallimentare.

Non può non considerarsi, difatti, che lo scottante tema del suicidio sia proprio lo specchio del fallimento del sistema carcerario: se la pena venisse scontata in condizioni “normali”, senza trattamenti inumani o degradanti, con l”ausilio di tutte quelle strutture (educative, sociali, legali) che dovrebbero farne parte per dettato costituzionale, la stessa societĂ  ne trarrebbe giovamento, facendo si che realmente il soggetto detenuto, una volta uscito fuori dal carcere, possa costituire una risorsa e non un grave peso. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)