La maggior parte delle cittĂ della parte ricca e industrializzata del nostro pianeta sono ormai abitate da una grande varietĂ di individui, in parte membri di gruppi provenienti da regioni e continenti molto lontani. Da ciò derivano difficoltĂ sociali: di lingua, di regole interetniche di convivenza, di rapporti economici e relazioni. La complessitĂ delle questioni implicate può essere dimostrata con la nascita di nuovi termini per indicare questa realtĂ di mescolanza e incontro, come “multirazziale”, “multietnico” e “multiculturale”, che non sono, nè termini neutri, nè privi di connotazione: il primo, infatti, presuppone l”esistenza di “razze”, oggi del tutto messa in discussione, mentre gli altri due contengono il rischio di congelare l”esistenza di “etnie” e “culture” diverse, quasi incompatibili, non mescolabili e potenzialmente in conflitto.
Il nostro mondo, soprattutto, quello occidentale ama definirsi e professarsi democratico, egualitario, tollerante e liberale, ma il dilagante multiculturalismo e le nuove migrazioni, uno degli effetti del trionfo dell”economia-mondo e della cultura materiale e consumistica che essa diffonde, non hanno fatto altro che determinare, aumentare e far regnare la paura per chi, per lingua, razza, cultura, sesso, religione e origine è “diverso”.
Pressochè ovunque, nel mondo odierno, la realtĂ sociale è caratterizzata da forti mescolanze culturali, e in questo processo è determinante il ruolo svolto dalla diffusione dei mezzi di comunicazione accanto all”espansione dell”economia capitalistica. L”inserimento di nuovi gruppi nei contesti istituzionali dei paesi di accoglienza è stato però in genere difficile per problemi economici, mancanza di organizzazione e competizione per le risorse. Tale fenomeno ha creato situazioni nuove per molti stati europei, prima piuttosto omogenei dal punto di vista culturale, linguistico e storico, e ha suscitato reazioni diverse, che hanno oscillato dal rifiuto alla solidarietĂ . Sono gradualmente emerse politiche diverse per l”inserimento degli immigrati: dal modello dell”assimilazione a quello dell”integrazione e della differenziazione.
La politica dell”assimilazione presuppone che vi siano principi universali validi per tutti e rispecchiati nel sistema normativo del gruppo dominante nella societĂ in cui i migranti vanno ad inserirsi.
Il modello dell”integrazione ha, invece, l”obiettivo di creare una comunitĂ nazionale unita nell”accettazione di principi comuni e allo stesso tempo nel riconoscimento della possibilitĂ ai gruppi immigrati di esprimere li loro tradizioni culturali, linguistiche e religiose.
Il modello della differenziazione, infine, implica il massimo riconoscimento delle differenze culturali delle comunitĂ e la presenza di una serie di spazi di autonomia per la loro espressione e realizzazione, riducendo al minimo gli elementi condivisi dalla societĂ politica nel suo complesso.
Dalle varie politiche sociali che gli stati hanno adottato emergono in definitiva, nelle loro linee generali, due orientamenti opposti, su cui si è concentrata anche la riflessione teorica: il multiculturalismo e l”universalismo. La prospettiva del “multiculturalismo” si fonda sul riconoscimento del valore positivo delle differenze culturali e considera il loro confronto come una risorsa significativa per ogni contesto istituzionale, per i gruppi istituzionali e per gli individui.
La prospettiva “universalista” difende invece l”universalitĂ di alcuni principi fondamentali, che ritiene debbano fondare tutte le forme di convivenza sociale indipendentemente dall”appartenenza culturale dei singoli. Se questa posizione sostiene l”uguaglianza di tutti i cittadini e attribuisce loro gli stessi diritti, quella multiculturale sostiene il diritto alla differenza dei gruppi che compongono una societĂ contro ogni imposizione del gruppo dominante e incoraggia la possibilitĂ di esprimere liberamente culture e identitĂ , sebbene in settori del sistema sociale che non mettano in discussione le istituzioni dello stato.
La tendenza a marcare “differenze” fra i gruppi, legata al bisogno fondamentale di identificarsi distinguendosi dagli altri, sta dando luogo ad allarmanti e incontrollate forme di discriminazione razziale, di conflitto etnico, di xenofobia e omofobia.
La stragrande maggioranza dei gruppi umani, infatti, tende anche all””etnocentrismo”, inteso come “concezione per la quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni cosa, e tutti gli altri sono considerati e valutati in rapporto ad esso”. Questo sicuramente garantisce la coesione del gruppo e la sua soliditĂ interna, ma crea, anche, come stiamo vedendo, aggressivitĂ , oppressione, rifiuto e violenza a carico degli altri ritenuti “diversi”, generando rapporti conflittuali proprio in nome delle differenze riconosciute, attraverso una costellazione di atteggiamenti che può essere considerata “razzismo“.
A volte, inconscia e repressa; altre, esplicita e violenta: in un modo o nell”altro, sempre, spaventosamente presente. Ci si guarda intorno e ci si accorge di essere immersi fino al collo in una realtĂ tremendamente ipocrita. “Razzista, io ? Non di certo!”, ci sentiamo ripetere da chi accenna, con celato orgoglio, ad un atteggiamento di disprezzo del “diverso”. Ci si illude di non esserlo, per reprimerne la sensazione, per sfuggire al giudizio severo di una societĂ perbenista, eppure anch”essa nutrita di falsitĂ .
C”è un disprezzo del “diverso” che risiede e irrompe nei tanti piccoli atti del nostro quotidiano, una forma di intolleranza inconscia, ma ugualmente pungente. Quella del XXI secolo è soprattutto una xenofobia che vive nel nostro linguaggio, nel modo di relazionarci con chi proviene da un”altra realtĂ . Ma non solo. C”è anche una paura dello straniero che porta ad agire al di fuori di ogni morale, con atti estremi, di sconvolgente crudeltĂ . In Italia, gli eventi degli ultimi giorni, sembrano essere diventati la voce altisonante di un razzismo che, in realtĂ , non è mai scomparso dalle coscienze. Sconvolti, o forse semplicemente straniati, ci troviamo di fronte ad episodi come quelli di ragazzi che “per scherzo” o “per noia” si divertono a dar fuoco ad immigrati, a manifestazioni e proteste apertamente razziste.
Ma cosa c”è dietro questa tremenda paura dell””altro” diverso da me? C”è un inesorabile e crescente senso di insicurezza, di inadeguatezza e d”incapacitĂ ad accettare il nuovo, un senso, o meglio ancora, un complesso d”inferioritĂ che, spesso e volentieri, individua nello “straniero” l”origine principale degli sconvolgenti episodi di malavita, di violenza, aggressioni, criminalitĂ e quant”altro caratterizzi la cronaca di questi ultimi anni, come se il male, fosse solo un”invenzione del “diverso” e della tolleranza dimostrata loro. Ma dietro tutto questo si nasconde, anche una miserevole, ignorante e malvagia incapacitĂ a cogliere l”incredibile ricchezza che scaturisce dalla “diversitĂ ”.
(Fonte foto: Rete Internet)
GLI ARGOMENTI TRATTATI
BOOM DI IMMIGRATI IN UN PAESE CHE APPARE RAZZISTA
POST TANGENTOPOLI. L’ITALIA FLUTTUA
Di Ciro Raia
C”è in questo momento un vuoto della politica, dovuto alla disgregazione dei partiti. Le elezioni amministrative della primavera del 1993 decretano la vittoria di uomini, che nulla hanno a che vedere con le vecchie forze di governo. Il PSI scompare, così come il PLI ed il PSDI. La DC subisce un vero crollo, diminuendo i voti di oltre il 10%. Crescono soltanto il PDS (l”ex PCI, che ora si chiama Partito Democratico della Sinistra) –passato dalla segreteria di Achille Occhetto a quella di Massimo D”Alema-, la Lega Nord capeggiata da Umberto Bossi, il Partito della Rifondazione Comunista (nato da una scissione col vecchio PCI) di Fausto Bertinotti, la Rete di Leoluca Orlando.
Necessariamente il governo presieduto dal socialista Giuliano Amato, sostenuto dalla vecchia coalizione quadripartita DC-PSI-PSDI-PLI, è costretto a dimettersi. Alla guida del nuovo governo è chiamata, per la prima volta nella storia della Repubblica, una personalitĂ indipendente, Carlo Azeglio Ciampi. Il nuovo primo ministro, superando le lungaggini burocratiche e le consultazioni dei partiti, in meno di 48 ore forma un governo ricco di personalitĂ provenienti dal mondo della cultura, dell”universitĂ e dell”economia. È il cosiddetto governo tecnico, che tenta di sanare l”economia, di rilanciare la moneta italiana, di affrontare i problemi delle donne, dei giovani e quelli endemici del Mezzogiorno.
Nei vecchi partiti, come è immaginabile, regna una grande confusione. I vecchi notabili, intuendo di essere giunti al capolinea e di non essere più gli unici rappresentanti della realtĂ politica italiana, tentano con tutti i mezzi di prolungare la legislatura, che non ha più una vera maggioranza in Parlamento. Temono di non essere rieletti e, parecchi, di perdere l”immunitĂ parlamentare, che, al momento, li preserva dal carcere. I vecchi notabili tentano anche di rinnovarsi, riciclandosi e tesserandosi in nuove formazioni politiche.
Il PSI, con la segreteria prima di Giorgio Benvenuto e, poi, di Ottaviano Del Turco, si disgrega e si disperde in vari gruppi e movimenti di diversa ispirazione.
La DC, dopo 50 anni, cambia nome e diventa Partito Popolare Italiano (PPI) con la segreteria prima di Mino Martinazzoli, poi, di Gerardo Bianco ed, infine di Franco Marini. Un gruppo di parlamentari democristiani fonda il Centro Cristiano Democratico (CCD). Una formazione trasversale, formata da gruppi laici e cattolici riformisti, fonda Alleanza Democratica (AD).
Umberto Bossi con la sua Lega Nord rivendica il federalismo; il MSI di Gianfranco Fini si propone con una nuova immagine e cambia il nome in Alleanza Nazionale (AN).
Preoccupato dall”avanzata del PDS e delle forze progressiste nelle elezioni amministrative, sostenendo che l”Italia ha bisogno di uomini efficienti per arginare il pericolo comunista, Silvio Berlusconi –magnate delle televisioni private- si propone alla guida politica del paese e fonda il partito di Forza Italia.
Agli inizi del 1994, il Presidente della Repubblica, Scalfaro, visto il perdurante disorientamento politico, scioglie le Camere ed indice nuove elezioni. Il risultato delle urne dĂ ragione a Berlusconi, che vince le elezioni e diventa presidente del Consiglio, con l”appoggio del partito di Fini e di quello di Bossi.
Ma la coalizione non dura a lungo. Dopo un interregno di un governo di tecnici, presieduto dal laico Lamberto Dini, subentrato al dimissionario Berlusconi, sono nuovamente sciolte le Camere.
Questa volta si fronteggiano due raggruppamenti: quello progressista, unito sotto il simbolo dell”Ulivo, con a capo Romano Prodi e quello moderato, comprendente le formazioni di centrodestra, sotto il simbolo del Polo delle LibertĂ , con a capo Silvio Berlusconi. La vittoria nelle elezioni della primavera del 1996 è dei partiti (PDS-PPI-Laici-Verdi-PRC) che sostengono Prodi, che diventa il nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri.
Alla scadenza del settennato di Oscar Luigi Scalfaro, nel maggio 1999, è eletto al Quirinale, con una larga maggioranza ed al primo scrutinio, Carlo Azeglio Ciampi.
Ora l”Italia è un paese che conta oltre 57 milioni di abitanti. Sostanzialmente è un paese di anziani. Sono diminuite le nascite ed è aumentata la durata media della vita. Ma è aumentata anche la mortalitĂ dei giovani, la cui esistenza è minata dalla droga, dall”AIDS, dai numerosi incidenti automobilistici e da una lunga catena di suicidi (in media, quasi tre al giorno).
La disoccupazione resta una piaga endemica. Questa piaga colpisce, soprattutto, le popolazioni del Mezzogiorno, diventando praticamente esclusiva per i giovani. Ma altre piaghe si chiamano inquinamento, dissesto idrogeologico, criminalitĂ , xenofobia, leghismo, emarginazione. Sembra che siano tornati i tempi delle navi per emigrare, ma con una novitĂ : è l”Italia il paese in cui, legittimamente o clandestinamente, attraccano le imbarcazioni degli albanesi o dei ghanesi, dei capoverdiani o dei tunisini, che chiedono un posto di lavoro, un”occupazione per sfuggire alla miseria della propria parte. E, spesso, quell”occupazione è offerta (ed accettata) come manovalanza nell”esercito della delinquenza, dello spaccio della droga, della prostituzione.
Anche la cultura sembra attraversare un periodo di grande appiattimento. Dopo la morte, infatti, di personalitĂ come Sciascia, Pasolini, Calvino, Moravia, pare che i luoghi deputati alla cultura siano solo i salotti televisivi, organizzati da conduttori e conduttrici molto contigui ai poteri politici. Quella stessa televisione che copre la giornata dell”italiano con 24 ore di trasmissioni su 24. Tra le reti nazionali e quelle private, c”è un vasto repertorio: notiziari, telenovele, pubblicitĂ , film, megashow, cartoons, documentari. Forse, il deficit culturale deriva anche dallo scarso amore per la lettura.
A fronte, infatti, della pubblicazione dei quasi quarantamila libri annui, degli oltre centoventi quotidiani e dei quasi seicentocinquanta settimanali, gli Italiani leggono poco! Preferiscono seguire le imprese sportive degli idoli degli stadi o le vicende sentimentali degli interpreti delle telenovele. Nel 1997, però, il Nobel per la letteratura è assegnato a Dario Fo.
La delusione maggiore, poi, deriva dal mondo della formazione. Ancora moltissimi, infatti, sono gli abbandoni sia nella scuola di base che in quella superiore. Anche l”universitĂ , con un terzo di laureati rispetto agli immatricolati, si colloca ai posti più bassi tra tutti gli atenei europei. In effetti il deficit formativo dell”Italia è ancora abissale. Basta dare uno sguardo ai numeri: solo il 26% degli Italiani tra i 25 e i 64 anni completa un ciclo di istruzione secondaria, contro il 50% dei Francesi, il 64% degli Inglesi ed il 78% dei Tedeschi.
Sul piano della sanitĂ diventa un problema sociale l”assistenza agli anziani multicronici ed ai disabili, due categorie spesso confinate nella solitudine e nell”emarginazione.
Il XXX Rapporto del Censis disegna, perciò, un paese che teme di affrontare i sacrifici richiesti dallo Stato, per stare a pieno titolo in Europa, in quanto non si sente garantito sul piano della previdenza, oltre che della sanitĂ e della formazione. La domanda ricorrente pare che sia: quante rinunce sostenere, per essere, poi, “i cugini poveri” in Europa?
(Fonte foto: Rete Internet)
LA RUBRICA PILLOLE DI “900
LA CAMORRA NON ESISTE. BASTA ESSERE OTTIMISTI:
Caro Direttore,
un mio parente, molto simpatico e molto maneggione, sostiene che io nella vita ho sbagliato tutto. Perchè, innanzitutto, non sono mai riuscito a capire in tempo dove soffiasse il vento (politico, si intende!); quindi, perchè ho insistito a fidarmi di persone di principio e di sani principi, ma lontani dal potere; infine, perchè sono stato sordo al richiamo (malia) del sangue e non gli sono mai stato di conforto nella sua dipendenza dai ruoli dominanti.
Quel mio parente, molto simpatico e molto maneggione, sostiene anche –quando mi lascio coinvolgere, mio malgrado, nella discussione sugli ultimi fatti d”attualitĂ - che le mediazioni ci sono sempre state e sono state sempre pagate, “sin dalla nascita del mondo, dal tempo dei Romani”. E sì, perchè, avendo egli frequentato una buona scuola (è anche laureato), è certo di poter affermare che il mondo nasce con la storia di Roma, si sviluppa nel medioevo ed arriva ai giorni nostri. Tra poco, forse, mi convincerò di questa scansione temporale della storia.
E non solo per come questa materia si insegna a scuola; ma perchè, ormai, tutti, ma proprio tutti, son convinti di poter presentare le loro sintesi storiche e su di esse intendono anche ragionare. Così che un altro mio carissimo amico, volendomi spiegare la storia della musica popolare, mi istruisce sempre sulle origini nell”antica Grecia, che passano attraverso i Borbone (ma egli dice, ovviamente, Borboni) ed arrivano sino a giorni nostri. Non c”è bisogno, purtroppo, dei tagli della Gelmini, per far diventare le persone dei bignami viventi!
Quel mio parente, molto simpatico e molto maneggione, ha avuto un passato politico da democristiano, anche se i suoi genitori avevano marcate simpatie monarchiche, dopo averne avute anche mussoliniane. Si è lasciato, quindi, ammaliare dalle sirene di un granitico partito comunista. Guai, a quel tempo, ad affrontare l”argomento “destra”! Per lui esisteva solo ed unicamente la “sinistra”. Poi, dopo la diaspora comunista seguita alla caduta del Muro di Berlino, si è ritagliato una nicchia nel club dei “compagni pentiti”, che migrarono, piano piano, verso l”allora astro nascente della nuova destra, il cavaliere Berlusconi.
Al primo accenno di tentennamento dell”onnipotenza di Arcore, si è avvicinato (indeciso sulle sorti del Pd) a una piccola formazione inchiavardata nel centro di un cosiddetto “centro-sinistra”. Oggi, a conclusione delle sue sofferte scelte, esibisce i galloni di capitano di ventura nella destra di un cosiddetto “centro-destra”.
“Io saluto con deferenza ogni giorno personaggi di questa cittĂ che sono affiliati a cosche segrete e occupano posizioni di grande rilievo nell”amministrazione dello Stato. Ho lavorato con un questore che era incaricato del traffico di stupefacenti e che apparteneva all”organizzazione del grande spaccio. E non credere che ne facesse un mistero eccessivo o si sentisse male se a guardarlo c”era qualcuno come me che lo sapeva”. (Vittorino Andreoli, “Il Corruttore”, Rizzoli, 2009).
Caro Direttore, quel mio parente, molto simpatico e molto maneggione, è una persona rispettata e onorata; per lui si aprono le porte e i gabinetti (ministeriali). Giustificò, diciotto anni fa, Mario Chiesa; ha giustificato, negli anni, i tanti altri Mario Chiesa (lombardi, campani, vesuviani); oggi, assolve, come ovvio, gli innumerevoli Mirko Pennisi (lombardi, campani, vesuviani), per assolvere sè stesso!
Intanto, se si prescinde dalla capa tosta di quanti la pensano diversamente (io, fra questi) e, perciò, non hanno cittadinanza in questo paese o, comunque, sono esclusi dal suo futuro, una ragione della maledizione che incombe sulla nostra terra ci deve pure essere.
E, finalmente, qualcuno sembra sia riuscito anche ad individuare l”origine di questa calamitĂ . Il professore universitario Mario Centorrino, iscritto al Pd e assessore alla Formazione della Regione Sicilia, agli Stati Generali dell”Autonomia (fonte Ansa del 13 febbraio 2010), ha svelato l”antidoto perchè la sfortunata isola si possa sottrarre al maleficio di una contaminazione mafiosa ed al luogo comune della malapolitica: “Non leggete più Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia; portano sfiga; nei confronti della Sicilia c”è bisogno solo di ottimismo!”.
Caro Direttore, mi obietterai che la madre degli ignoranti (come quella dei furbi o degli imbecilli) è sempre incinta. Però, se all”analisi-Centorrino “socio-letteraria” arridesse il successo, avremmo trovato –per analogia- l”origine dei veri mali della Campania.
E non sarebbe sorprendente se un politico delle nostre parti – magari anche quel mio parente, molto simpatico e molto maneggione- innalzasse un inno all”ottimismo e invocasse l”ostracismo per, che so, Ferrandino, Compagnone, Ortese (tanto per citarne alcuni).
Immagina quanto sfortuna abbia potuto portare alla “Campania infelix” Ermenegildo Coppola, capo delle supplicanti di San Gennaro, (G. Ferrandino, “Pericle il nero”, Adelphi, 1998); oppure Arturo Licastro, che quando ritorna dal suo lavoro notturno e fa per aprire il portone di casa, alcuni suoi nemici gli piombano addosso e infuriano a morte con mazze d”acciaio, catene e pugni di ferro, (L. Compagnone, “CittĂ di mare con abitanti”, Rusconi, 1973); o anche Anastasia Finizio, la figlia di uno dei primi parrucchieri di Chiaia, da sempre invaghita, invano, di Antonio Laurano (A.M. Ortese, “Il mare non bagna Napoli”, Vallecchi, 1967).
Ma così vanno le cose, purtroppo. Le uniche passioni condivise in questo nostro paese sembrano essere quelle dell”assurdo, dell”illogico, dell”irrazionale. Passioni che, spesso, diventano addirittura virtù e non sono nemmeno vietate dalla legge. Anche se, come si dice? “Quod non vetat lex, hoc vetat fieri pudor” (Il pudore spesso vieta che si faccia ciò che la legge non proibisce).
(Fonte foto: Rete Internet)
PENSARE ITALIANO
PER FARE LA RIVOLUZIONE IN CAMPANIA
Le recenti vicende che hanno riguardato Bertolaso, la Protezione civile, gli interventi straordinari a L”Aquila e a La Maddalena, hanno riacceso un dibattito che sembrava superato da anni sul rapporto tra legalitĂ ed efficienza. Molti sono infatti i sostenitori della tesi che, per un amministratore pubblico, il raggiungimento di risultati rapidi e, quindi, la dimostrazione di capacitĂ di governo e di efficienza amministrativa, sia molto più importante del rispetto di regole burocratiche -i famosi lacci e lacciuoli- che ritardano la soluzione dei problemi e, in aggiunta, non sono comprensibili dai cittadini e quindi dagli elettori.
Negli ultimi anni, proprio in virtù della tesi del primato dell”efficienza e dei risultati, rispetto alla rigida osservanza di regole e di procedure con funzione di controllo della legalitĂ e della trasparenza, si sono privilegiati i poteri commissariali, anche a favore di Sindaci e presidenti di Provincie e di Regioni.
In pratica, quando un problema presentava i caratteri dell”emergenza da risolvere rapidamente, fossero i rifiuti, il traffico, le periferie, il rischio di fallimento di un teatro lirico, la realizzazione in tempi rapidi di interventi per rendere possibile una manifestazione internazionale, o si individuava un soggetto cui attribuire poteri che consentissero la velocizzazione di tutte le procedure, comprese quelle relative a gare ed appalti, ma in particolare il superamento di autorizzazioni, come quelle ambientali e urbanistiche, che richiedevano il parere favorevole di più soggetti e, quindi, tempi non brevi per il raggiungimento di un accordo, o si attribuivano questi poteri al pubblico amministratore giĂ titolare del problema e della sua soluzione.
A parte il fatto che, spesso, in particolare in Campania e nel Mezzogiorno, le strutture commissariali invece di essere la soluzione più rapida del problema sono diventate esse stesse un problema per ragioni legate alla loro struttura operativa e alla necessitĂ di consolidare e perpetuare un approccio fondato su rapporti discrezionali e privi di trasparenza, il ricorso ai poteri commissariali è diventata la regola, nelle amministrazioni interessate, non per raggiungere più rapidamente i risultati ma, unicamente, per superare i vincoli amministrativi e procedurali della legislazione ordinaria, soprattutto in materia di appalti, gare, forniture, consulenze e incarichi.
LegalitĂ ed efficienza non sono, in realtĂ , nè in contrasto nè inconciliabili. Gli esempi di come si possano coniugare rispetto delle regole e delle procedure e raggiungimento dei risultati in termini di efficienza e di efficacia potrebbero essere tanti, a cominciare da quelli che mi hanno visto direttamente impegnato come amministratore sia al Comune che alla Provincia di Napoli. Il problema vero è che, per troppi amministratori, l”importante non è dare rapidamente soluzione a problemi della collettivitĂ , ma piuttosto quello di trovare l”escamotage che consenta l”aggiramento o il superamento delle normative esistenti.
L”esempio delle societĂ miste è quello più macroscopico: in presenza di una normativa che vietava assunzioni nella pubblica amministrazione, la si è aggirata con assunzioni affidate ad un soggetto privato e costi scaricati, in vario modo, sulla pubblica amministrazione.
Un modello di gestione della cosa pubblica che è chiaramente insostenibile dal punto di vista dei costi, come dimostra l”esplosione dei deficit in tutti i Comuni, ma è anche perverso perchè tende a valorizzare, anche presso gli elettori, oltre che presso gli imprenditori e i professionisti che vivono di rapporti inconfessabili, gli amministratori che della ricerca degli escamotages, dei sotterfugi, della discrezionalitĂ fanno la loro forza e il loro modo di fare politica.
La vera rivoluzione, in Campania, sarebbe quella di affermare, a cominciare dai candidati alla presidenza della Regione, e poi praticare, il legame indissolubile tra legalitĂ , trasparenza, efficienza ed efficacia.
GLI ARGOMENTI TRATTATI
I REQUISITI MINIMI DI LEGALITÁ IN UNO STATO DEBOLE
Di Don Aniello Tortora
Stiamo assistendo in questi giorni (ove ve ne fosse stato ancora bisogno!) ad un vero regresso etico nella “cosa pubblica”. Non voglio entrare nel merito della questione-Bertolaso (sarĂ compito della Magistratura perseguire la veritĂ dei fatti), ma il quadro socio-politico che ne viene fuori è veramente inquietante. Se tutto quello che si legge sui giornali corrisponde a veritĂ , corruzione e illegalitĂ diffusa “feriscono”, ancora una volta, inesorabilmente, l”agire politico-sociale.
Tutto questo non può non interpellare i cristiani, oggi, come sempre. La Chiesa ha affrontato il tema della legalitĂ in alcune storiche occasioni, soprattutto negli anni novanta, in piena tangentopoli. Il 10 novembre 1990, a Napoli, Papa Giovanni Paolo II affermò: “Non c”è chi non veda l”urgenza di un grande recupero di moralitĂ personale e sociale, di legalitĂ . Sì, urge un recupero di legalitĂ !”. Le parole profetiche del Papa furono subito raccolte dalla Conferenza dei Vescovi italiani, che emanò il 4 ottobre 1991 una nota pastorale intitolata “Educare alla legalitĂ – Per una cultura della legalitĂ nel nostro Paese”.
In quel documento la Chiesa italiana metteva in risalto come la caduta del senso della moralitĂ e della legalitĂ nelle coscienze e nei comportamenti di molti italiani è fattore che mette a rischio la giustizia e la pace nel nostro Paese. Quanta attualitĂ in quel messaggio! Ma cos”è la legalitĂ ? Essendo l”uomo destinato a vivere in una societĂ , è indispensabile che la vita sociale sia regolata da leggi (secondo l”antico brocardo: ubi societas ibi ius): se tali regole mancano oppure se non sono rispettate, la forza prevale sulla giustizia. La legalitĂ viene perciò definita come il rispetto e la pratica delle leggi e viene considerata condizione fondamentale perchè vi siano libertĂ , giustizia e pace tra gli uomini.
Dunque ed infine, se cade il senso di legalità , ciò può essere dovuto a due fattori fondamentali:
– il modo di gestire il potere e di formulare le leggi;
– il modificato senso di solidarietĂ tra gli uomini e la loro moralitĂ .
Cosa deve fare il potere politico per promuovere un autentico senso di legalitĂ , per educare alla legalitĂ ? Deve, secondo la Chiesa, assicurare il rispetto di alcune condizioni:
– l”esistenza di chiare e legittime regole di comportamento che temperando gli istintivi egoismi individuali o di gruppo antepongano il bene comune agli interessi particolari;
– la correttezza e la trasparenza dei procedimenti che portano alla scelta delle norme e alla loro applicazione, in modo che siano controllabili le ragioni, gli scopi e i meccanismi che le producono;
– la stabilitĂ delle leggi che regolano la convivenza civile;
– l”applicazione anche coattiva di queste regole nei confronti di tutti, evitando che siano solo i deboli e gli onesti ad adeguarvisi, mentre i forti e i furbi tranquillamente le disattendono.
Nella società del 1991 la Chiesa denunciò il difetto di questi requisiti minimi, evidenziando in particolare che:
– lo Stato è divenuto sempre più debole: affiora l”immagine di un insorgente neo-feudalesimo, in cui corporazioni e lobbies manovrano la vita pubblica, influenzano il contenuto stesso delle leggi, decise a ritagliare per il proprio tornaconto un sempre maggiore spazio di privilegio;
– le leggi, che dovrebbero nascere come espressione di giustizia, e dunque di difesa e di promozione dei diritti della persona, e da una superiore sintesi degli interessi comuni, sono spesso il frutto di una contrattazione con quelle parti sociali più forti che hanno il potere di sedersi, palesemente o meno, al tavolo delle trattative, dove esercitano anche il potere di veto.
Tutto ciò ha portato ad elevare al massimo il potere ricattatorio di chi ha una particolare forza di contrattazione, ad aumentare il numero delle leggi “particolaristiche” (cioè in favore di qualcuno) e di ridurre invece drasticamente le leggi “generali”, vanificando così le istanze di chi non ha voce nè forza;
– le violazioni della legge non hanno spesso un”effettiva sanzione o perchè sono carenti le strutture di accertamento delle violazioni, o perchè le sanzioni arrivano in ritardo, rendendo in tal modo conveniente il comportamento illecito. Anche la classe politica, con il suo frequente ricorso alle amnistie e ai condoni, a scadenze quasi fisse, annulla reati e sanzioni e favorisce nei cittadini l”opinione che si può disobbedire alle leggi dello Stato. Chi si è invece comportato in maniera onesta può sentirsi giudicato poco accorto per non aver fatto il proprio comodo come gli altri, che vedono impunita o persino premiata la loro trasgressione della legge.
C”è da chiedersi, dunque, se oggi, nel 2010 sia cambiato qualcosa con riferimento all”esistenza delle condizioni minime appena menzionate. Il tema è di scottante attualitĂ ed è continuamente e abbondantemente dibattuto. Se dunque oggi, nel 2010, nulla è cambiato rispetto al 1991, urge recuperare la necessitĂ che siano i cittadini stessi, ed in primis i cristiani, a formarsi una coscienza attenta al rispetto della legge. In altre parole, il rispetto della legge deve oggi più che mai essere assicurato da un”opera di educazione svolta dalle nostre comunitĂ , dalla base.
Di fronte all”eclissi della legalitĂ è necessario promuovere moralitĂ e legalitĂ , la prima intesa come “libera accoglienza interiore ed esteriore di ogni giusta norma” e la seconda quale “comportamento in linea con la normativa vigente, qualunque essa sia”. È necessario tener presente quanto diceva il Concilio Vaticano II sul punto: “Sacro sia per tutti includere tra i doveri principali dell”uomo moderno, e osservare, gli obblighi sociali” (Gaudium et spes n. 30). Insomma, ai credenti è chiesto di farsi all”interno dell”attuale societĂ coscienza critica e testimonianza concreta del vero senso della legalitĂ .
(Fonte foto: Rete Internet)
LA RUBRICA
UN FENOMENO IN AUMENTO: IL MINORE CHE COMMETTE REATO
Di Simona Carandente
Le statistiche parlano chiaro: sono sempre più i soggetti minorenni che, da soli o più spesso in gruppo, sono dediti alla commissione di reati.
Secondo recenti studi è in aumento il numero di minori rei di spaccio di sostanze stupefacenti, rapine a mano armata, violenza sessuale di gruppo o “semplici” furti, spesso in gruppi numerosi ed in danno di soggetti deboli, perlopiù coetanei o compagni di scuola.
Sarebbe troppo semplicistico poter analizzare, in questa sede, le cause del malessere giovanile che imperversa nella nostra societĂ , e che sovente esula dalla stessa provenienza socio-culturale del soggetto minore, raggiungendo forse picchi particolarmente elevati solo nel caso di minori extracomunitari, privi di una reale guida e spesso completamente allo sbando.
Il nostro ordinamento positivo, nella consapevolezza di dover differenziare il trattamento processuale da destinare al minore, regola attraverso la legge n.448 del 1988 l”intero impianto normativo dedicato al processo a carico di imputati minorenni, con delle previsioni che differenziano tale rito rispetto a quello ordinario.
Innanzitutto, è previsto che il processo venga trattato da giudici altamente specializzati in materia, con presenza di componenti privati onorari, in modo da poter garantire non solo la legalitĂ della procedura, ma soprattutto la multidisciplinarietĂ delle valutazioni sulla personalitĂ del minore. Analoga specializzazione è prevista per il Pubblico Ministero, per le sezioni di Polizia Giudiziaria e per i difensori da destinare alla difesa di ufficio.
Anche per quel che concerne le misure cautelari personali, la scelta di quella in concreto applicabile prevede, nel processo minorile, un differenziato novero di opzioni: a parte quella estremamente afflittiva, ovvero la custodia cautelare in carcere, differenti sono le risposte del sistema di fronte al minore che delinque.
Al minore, ad esempio, possono essere impartite delle prescrizioni con affidamento ai servizi sociali, obbligando lo stesso a tenere i comportamenti imposti dal giudice; può essere ordinato di permanere in casa per un dato periodo di tempo, con limiti analoghi a quelli previsti in regime di arresti domiciliari; può essere altresì imposto il collocamento in comunitĂ , in un”ottica di recupero lontano dagli ambienti criminali.
Nel processo minorile, volto comunque a restituire alla comunitĂ civile un minore “rieducato” e cosciente del disvalore sociale di quanto commesso, rivestono un ruolo fondamentale non solo i servizi sociali, chiamati a monitorare l”intero percorso del minore stesso, ma anche i genitori, destinatari di molti dei provvedimenti emanati dell”autoritĂ giudiziaria.
Alcuni procedimenti speciali, quali il cd. patteggiamento, il procedimento per decreto e l”oblazione rimangono preclusi nel procedimento a carico di imputati minorenni: questi difatti, precludendo ogni accertamento in merito alla personalitĂ del minore, ritenuto peraltro non pienamente maturo, sarebbero incompatibili con le stesse finalitĂ del processo.
Istituto peculiare del processo penale minorile è inoltre il perdono giudiziale: si tratta di una causa di estinzione del reato che trova applicazione, pressochè esclusivamente, nei confronti del minore che delinqua in misura sporadica ed eccezionale, sul presupposto che questi si asterrĂ in futuro dal commettere altri reati. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)
NEL MONDO DELLE “DIVERSE ABILITÁ”
Di Annamaria Franzoni
Lo scorso Mercoledì, nel laboratorio di Scuole Aperte al Mercalli, ci siamo lasciati con il gioco, a metĂ strada tra una sorta di role-playing ed un dibattito, svolto dalle operatrici del C.I.S.S. (Cooperazione Internazionale Sud Sud).
Le dott.sse Alessia Agrippa e Tilde Molaro, infatti, attraverso un”attivitĂ dinamica e partecipativa, hanno fornito ai nostri allievi semplici strumenti per rapportarsi in modo equilibrato e responsabile con le diversitĂ .Il gioco proposto ha aiutato i partecipanti a far emergere stereotipi, preconcetti e pregiudizi che talvolta ci impediscono di incontrare realmente l”altro.
Durante l”incontro di questa settimana sono partita proprio da quei dubbi, da quegli interrogativi e da quelle incertezze per stimolare una riflessione collettiva ed individuale sul tema del pregiudizio e della discriminazione legata alla diversitĂ fisica o meglio alla “diversa abilitĂ ” nel corso del laboratorio di riflessione che ha fatto seguito alla visione del film “Rosso come il cielo” di Cristiano Bortone (2005, ITA) .
Il film è ambientato negli anni “70 e racconta la storia di Mirco Mencacci, un bambino appassionato di cinema, che per un fatale incidente perde la vista, ma non la sua passione per il cinema, tanto che, nonostante le avversitĂ dei tempi a ricevere un”istruzione adeguata, riuscirĂ a diventare uno dei più rinomati esperti del settore del cinema italiano.
Mentre scorrevano i titoli di coda e le emozioni dei giovani spettatori erano elevatissime, li ho invitati a restare un po” al buio e, dopo essersi disposti in posizione di circle time , a chiudere gli occhi. Intanto potevano sperimentate la loro capacitĂ tattile passandosi di mano in mano tavolette braille, schede didattiche per bambini non vedenti , un sillabario braille e altri materiali di lettura , scrittura , disegni a rilievo.
Quando abbiamo acceso le luci abbiamo tirato fuori le emozioni più belle , legate a mondi ignorati e sconosciuti: è emerso principalmente che il non vedente non è un cieco, ma una “persona” con abilitĂ diverse; anzi , testualmente , “non è lui ad essere diverso”, ed ancora è stato sottolineato che questa storia ci insegna quanto sia in dispensabile lasciare all”educando la libertĂ di comunicare nel modo in cui egli ritiene giusto.
Sulle foglie dell”abituale Albero delle emozioni, intanto, prevalevano la tenerezza, il dolore la rabbia, la speranza, il dispiacere, ma come sempre la speranza!
GLI ARGOMENTI GIÁ TRATTATI
“DIGITAL NATIVES” E “DIGITAL IMMIGRANTS”
Di Giovanni Ariola
“Ma vi rendete conto che ci troviamo di fronte ad una mutazione antropologica. È cambiata la forma mentis dei nostri ragazzi che sono stati definiti digital natives”.
Con queste parole terminava il dialogo di 15 giorni fa. Lo riprendiamo da dove ci siamo fermati: il digital natives (IL DIALOGO PRECEDENTE).
La solita anglomania – lo interrompe visibilmente infastidito e con una punta di lieve sarcasmo il prof. Eligio – chi sarebbero questi digital natives?
Così definisce lo scrittore americano Marc Prensky (New York, 1946), in un suo articolo del 2001, i ragazzi di quest”ultima generazione che sono nati e cresciuti nel nuovo contesto tecnologico e che hanno avuto, tra i primi giocattoli, cellulari e telecomandi, e che usano con facilitĂ e naturalezza tutti gli strumenti tecnologici che hanno invaso le nostre case in questi ultimi venti trent”anni, dalla playstation e dai videogiochi al computer, ad internet, ai telefoni cellulari con la relativa messaggistica, all” MP3 ecc.
Ormai tutti o quasi tutti hanno imparato ad usarli questi strumenti: – osserva ironico il prof. Eligio.
C” è una profonda differenza – ribatte convinto il prof. Piermario – tra le nuove generazioni, i digital natives appunto, e quelle precedenti, che il Presky chiama digital immigrants, ossia immigranti nel mondo digitale, e nel dire precedenti non mi riferisco soltanto a lei e al prof. Carlo qui presente, ma anche alla generazione nostra, mia e di Michele, dicevo che è cambiata la forma mentis dei nati tra la fine del secondo millennio e l”inizio del terzo. Voglio leggervi un passo da questa rivista che ho trovato nella scuola dove insegno:
“Secondo l”approccio psico-tecnico di Derrik de Derckhove, erede intellettuale di Marshall McLuhan, le tecnologie di elaborazione delle informazioni “configurerebbero” i nostri emisferi celebrali delineando sostanziali modifiche neuronali, fisiologiche, cognitive e creando le cornici che circoscrivono le modalitĂ con cui intendiamo il mondo e reagiamo ad esso. La frattura tra genitori e figli non sarebbe perciò soltanto culturale, ossia relativa alla comunicazione e condivisione dei valori, ma anche cognitiva, psicologica ed emotiva, il che spiegherebbe la distanza e la disaffezione degli studenti di oggi per la trasmissione alfabetica del sapere. Infatti, nel tempo libero e nei diversi contesti della vita sociale essi interagiscono senza sforzo con i nuovi media e le odierne tecnologie, ma in aula sono annoiati e demotivati dall”approccio “libresco”, preferito invece dai “nativi analogici” che transitano nella societĂ informazionale da migrantes”. (Filippo Cancellieri, “Nativi digitali: tra mito e realtĂ ”, in “Dirigere la scuola”, A. 9, n. 12, 2009, p. 7).
Insomma noi ci siamo adattati alla nuova strumentazione della comunicazione elettronica ma conserviamo la forma mentis della precedente educazione alfabetica.
Il pericolo anche abbastanza serio è che ci si convinca che la nuova strumentazione tecnologica sia la panacea dei mali che affliggono la scuola, non solo ma che su questa base si fondi un atteggiamento che incoraggi i ragazzi ad abbandonare la lettura del libro – osserva ancora, stavolta con tono serio e preoccupato il prof. Eligio.
Il rischio maggiore – interviene il dottorino – è, secondo me,che possa verificarsi nel ragazzo una web-dipendenza:
Sono rischi reali e l”autore dell”articolo che ho citato poco fa li sottolinea ma lo stesso avverte, citando le parole di F.Pedrò, responsabile del progetto “New Millennium Learners”, che nella scuola dobbiamo sentire il “dovere di attrezzarci per conoscere quello che sta avvenendo nell”universo giovanile. Se non capiamo i ragazzi e il loro mondo non riusciremo in alcun modo ad educarli. Non basta :aggiungere nuovi linguaggi modernizzanti a quelli verbali e iconici della tradizione didattica pre-digitale:vanno esplorate le possibilitĂ cognitive degli strumenti ipermediali:integrando la logica sequenziale con quella simultanea e reticolare”. (Ib. p. 9)
Sono pienamente d”accordo – interviene il prof. Carlo, rimasto in silenzio ma nel contempo in ascolto attento – con quest”ultima affermazione anche se condivido le preoccupazioni espresse da Eligio e da Michele. Sono tuttavia molto fiducioso che si troverĂ una soluzione e si sceglierĂ il percorso giusto da seguire. So che numerosi studiosi, pedagogisti ed esperti delle varie scienze dell”educazione continuano tenaci, nonostante le condizioni avverse in cui viviamo, il loro lavoro di ricerca e forniranno indicazioni preziose.
Bisogna riflettere anche sulla proposta dello studioso di cui parlavo prima, di Marc Prensky, che ha scritto in proposito due libri molto interessanti, l”uno nel 2006: “Dont bother me, mom. I”m learning: How computer and videogames are preparing your kids for twenty first century success“, tradotto in Italia dalla casa editrice Multiplayer nel 2008 con il titolo “Non mi rompere, mamma. Sto imparando“, un altro: “Digital game – based Learning“, pubblicato nel 2007 e non ancora tradotto in Italia. La proposta dello studioso statunitense, provocatoria ma significativa, è quella di strutturare l”apprendimento fondandolo sui giochi che utilizzino tutte le tecnologie multimediali e che siano capaci di incontrare gli interessi dei ragazzi e di motivarli al raggiungimento delle mete formative.
Ritengo sbagliato – osserva scettico il prof. Eligio – questo comportamento da parte degli adulti, eccessivamente protettivo e impegnato ad assecondare e soddisfare i desideri dei ragazzi piuttosto che ad educarli all”osservanza dei loro doveri. Risultato? Io vedo nella maggior parte dei giovani di oggi e ancora di più in quelli di domani, che qualcuno ha a ragione definito “bamboccioni”, i nuovi marchesini Eufemio, cresciuti nella bambagia e spesso ignoranti.
Ah, ah! Il marchesino del grande Giuseppe Gioachino Belli “:con ferma voce e signoril coraggio – cita il prof. Carlo – senza libri provò che paggio e maggio/ scrivonsi con due g come cugino”.
“E finalmente il marchesino Eufemio – continua il prof Eligio con tono alquanto stentoreo – latinizzando esercito distrutto,/ disse exercitus lardi ed ebbe il premio”.
No, per favore, – sbotta il prof. Piermario, visibilmente indignato, come si evince dal colore rosso del suo viso – non è più tempo di latinorum e di stereotipi postmodernisti. È vero, i ragazzi vanno svegliati se dormono o, se non dormono giĂ , fare di tutto per tenerli svegli. Ma noi adulti dobbiamo fare la nostra parte. Resistere contro le forze retrive, conservatrici, anacronistiche. Io continuerò a litigare con i miei colleghi perchè prendano coscienza dei tempi nuovi che stiamo vivendo e diventino essi stessi artefici di svecchiamento senza aspettare che le riforme piovano dall”alto, specialmente quando dall”alto piovono proposte risibili che di riforme hanno, per pura e riprovevole millanteria, solo il nome.
ATTENTI ALLA TV. É PERICOLOSA!
Di Silvano Forcillo
“Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarĂ pienamente scoperto.” (Karl R. Popper)
Secondo gli psicologi e, in modo particolare, secondo gli psicologi cognitivi, il “piccolo schermo” rappresenta, senza alcun dubbio, una grave minaccia per la salute. Infatti, le numerose ore passate davanti alla televisione, oltre ad avere un vero e proprio effetto ipnotico sul cervello, sono anche responsabili di una minore produzione di melatonina, che è definito “l”ormone del sonno”.
La sua carenza determinerebbe alterazioni dei ritmi biologici; nei bambini creerebbe disturbi del sonno; nei giovani indurrebbe deficienza immunitaria e accelererebbe l”inizio della pubertĂ , negli anziani incrementerebbe la possibilitĂ di sviluppare il morbo di Alzheimer (“processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l’individuo che ne è affetto incapace di una vita normale”), favorirebbe l”insorgere del diabete e altre malattie degenerative. Infine, la SocietĂ Britannica di Psicologia rende noto che, oltre ai danni fisici, si riscontrano, anche gravi danni psicologici, per l”eccesive ore trascorse davanti alla televisione.
Un bambino che, prima dei tre anni, passa molte ore davanti alla tv, durante la sua crescita può contrarre la malattia Attention Deficit Hyperactivity Disorder, in pratica si tratta di un grave disturbo da deficit di attenzione con iperattivitĂ , definito dagli scienziati e dagli psicologi cognitivi ADHD. Le ricerche e gli studi più recenti sui danni prodotti dall”eccesso di ore passate davanti alla tv hanno rivelato che, per ogni ora passata davanti alla televisione, nell”etĂ compresa fra uno e tre anni, i soggetti più piccoli hanno quasi il dieci per cento in più di probabilitĂ di sviluppare problemi riconducibili all”ADHD. Un bimbo tra i 10 e i 14 mesi che assorbe tre ore di televisione al giorno ha il trenta per cento in più di probabilitĂ di avere serie difficoltĂ a scuola, sia di socializzazione, di attenzione, che di apprendimento.
Le forme più evidenti di questa malattia sono diagnosticabili all”etĂ di 7 anni e si manifestano con insonnia, irritabilitĂ , ritardo del linguaggio, o di apprendimento. Il bambino interessato dall”ADHD, al suo primo ingresso nella scuola elementare manifesta un ritardo nell”apprendimento della lettura e della scrittura, una caduta nella capacitĂ di ricordare racconti, di attenzione, di concentrazione, di ragionamento logico e di esecuzione di problemi. Questi bambini, infine, mostrano difficoltĂ nello svolgere i compiti assegnati da soli e hanno una seria tendenza a non “ascoltare, nè stare a sentire” i genitori e gli insegnanti.
A questo punto, considerati i risultati di queste ricerche, che mettono in chiara evidenza il grave pericolo costituito per i bambini nel guardare troppa tv, mi sovviene spontanea una domanda: possono i genitori, che lasciano da soli e per molto tempo i bambini a guardare i “Teletubbies”, “Beyblade”, “YU-GI-OH”, “Winx Club”, “I Griffin”, “American Dad”, ecc., portare i propri figli a rischio di una vita passata nei centri di Logopedia, di riabilitazione psicomotoria, o di doversi avvalere del sostegno scolastico per il recupero didattico, o peggio ancora, ricorrere al Ritalin, che è un calmante, da somministrare ai piccoli iperattivi?
I danni della “cattiva maestra televisione“, come l”ha definita il filosofo Popper, non sono solo di natura psicofisica, come abbiamo visto, ma anche sociologica, culturale ed educativa. La televisione infatti, rispetto agli altri mezzi di comunicazione di massa, ha comportato una radicale trasformazione di abitudini e stili di vita, si può dire che dal “cerchio familiare” si è passati al “semicerchio televisivo”, in grado di condizionare scelte di consumi, di comportamento e valori, in particolare nei bambini e nei giovani.
La crisi delle istituzioni educative tradizionali, in primis, la famiglia, ha comportato una maggiore dipendenza culturale nei confronti della televisione, che si è gradualmente infiltrata nella vita quotidiana, come fonte principale d”informazione, d”intrattenimento e di norme comportamentali.
La televisione è deleteria e pericolosa, soprattutto, per i bambini per due particolari fenomeni: il rischio d”impoverimento culturale e l”aumento della violenza e delle condotte a rischio e, come abbiamo visto, sono in stretta sinergia sia con la durata dell”esposizione, che con i contenuti specifici dei programmi televisivi. I bambini che trascorrono molto tempo di fronte alla televisione (ma anche davanti alla play station, al PC, o ai video game), tendono a leggere poco, a giocare di meno con i loro coetanei e con i genitori e a conformarsi ai modelli suggeriti dai programmi televisivi, soprattutto, da quelli proposti negli spazi pubblicitari.
I bambini iniziano a guardare la televisione attorno ai due anni, in un”etĂ , in cui non hanno ancora gli strumenti cognitivi di base per distinguere fra veritĂ e finzione e non dispongono della sufficiente maturitĂ per resistere alle continue pressioni consumistiche della pubblicitĂ . La passivitĂ del bambino di fronte ai programmi televisivi costituisce un pericolo dalle incalcolabili dimensioni, rispetto al problema dei contenuti: all”ingresso nella scuola, i bambini hanno giĂ accumulato uno sconcertante monte ore di distorti modelli educativi, di distorte e dannose informazioni e, soprattutto, di scene di crudeltĂ , di violenza e di sessualitĂ diseducativa.
Un altro più grave e doloroso problema che si nasconde dietro l”esagerata esposizione alla televisione, riguarda la solitudine dei giovani spettatori di fronte alla tv; la televisione ha assunto le funzioni di una “bambinaia elettronica“, cui i bambini vengono affidati per l”assenza fisica e la noncuranza psicologica dei genitori, mentre la scuola non sa efficacemente e concretamente fornire il necessario supporto ad un uso adeguato del mezzo televisivo.
Tuttavia, neanche demonizzare del tutto l”uso della televisione è un atteggiamento positivo sia sul piano pedagogico, che nel serio e onesto tentativo d”incidere efficacemente su un migliore uso della tv, soprattutto, per i bambini, perchè la totale bocciatura della televisione impedisce di focalizzare le enormi potenzialitĂ formative di questo strumento che devono essere attentamente considerate e valorizzate: la rapiditĂ della comunicazione, i bassi costi, il gradimento da parte degli utenti, la molteplicitĂ nell”offerta dei programmi per l”enorme numero dei canali coinvolti nell”audiovisione e l”immediatezza dei messaggi.
Questo, ciononostante, non esonera gli adulti, in particolare i genitori, da una seria e responsabile attenzione nei confronti del tipo d”informazioni, di programmi e di valori che i bambini e gli adolescenti acquisiscono attraverso il mezzo televisivo.
“:chiunque sia collegato alla produzione televisiva deve avere una patente, eventualmente revocabile, affinchè prenda coscienza del fatto che a tutti gli effetti egli partecipa a un processo di educazione, che coinvolge una precisa responsabilitĂ , in particolare nei confronti dei bambini”. (Karl Popper)
(Fonte foto: Rete Internet)
GLI ALTRI ARGOMENTI TRATTATI
CADE LA PRIMA REPUBBLICA
Di Ciro Raia
La fine degli anni ottanta si aprono su un paese sommerso dagli scioperi nei trasporti. Aerei e ferrovie lasciano a piedi migliaia di passeggeri; i Cobas (i comitati di base) attuano una linea durissima nei confronti del governo. Ed intanto, proprio nelle ferrovie scoppia lo scandalo delle lenzuola d”oro. Tutto il vertice delle ferrovie dello Stato, infatti, è messo sotto inchiesta per una storia di tangenti versate in margine ad un appalto di 152 miliardi di lire per la fornitura di lenzuola nei vagoni letto.
Ma gli scandali non finiscono qui. Il segretario del PSDI, Franco Nicolazzi, è costretto a dimettersi dalla carica politica: è accusato, con i democristiani Clelio Darida e Vittorino Colombo, di aver intascato delle bustarelle per la costruzione delle carceri, all”epoca in cui ha retto il Ministero dei Lavori Pubblici. E si parla anche di un Irpiniagate, uno scandalo legato a tangenti nella ricostruzione post-terremoto nelle zone dell”Irpinia.
Grandi eventi segnano lo sport e la cultura. La nazionale italiana di calcio conquista il titolo di campione del mondo, nel 1982; Francesco Moser conquista il record dell”ora, primo ciclista ad infrangere il muro dei cinquanta chilometri orari. Paola Magoni è la prima donna vincitrice di una medaglia d”oro nello sci olimpico; Patrizio Oliva, nella boxe, è campione mondiale dei superleggeri; Moreno Argentin è campione del mondo di ciclismo su strada; Alberto Tomba trionfa nello sci. Alle XXIII Olimpiadi di Los Angeles l”Italia (1984) conquista ben 14 medaglie d”oro, mentre a quelle di Seul (1988) –6 medaglie d”oro, 4 d”argento e 4 di bronzo- bella e particolarmente sofferta è la vittoria di Gelindo Bordin nella gara della maratona.
I successi nello sport continuano anche negli anni a venire con le squadre di calcio di club Milan ed Juventus, che fanno man bassa di titoli nazionali ed internazionali. La nazionale di calcio, invece, guidata da Azeglio Vicini, conquista il 3° posto ai mondiali del 1990, mentre quella guidata da Arrigo Sacchi, perde solo ai rigori la finale dei mondiali del 1994.
A Carlo Rubbia (1984) è assegnato il premio Nobel per la fisica; a Rita Levi Montalcini, invece, (1986) è assegnato quello per la medicina.
Bernardo Bertolucci con il film “L”ultimo imperatore” vince ben nove premi Oscar: un vero record.
Nel mondo della letteratura grande successo riscuotono Gesualdo Bufalino (Diceria dell”untore), Fabrizia Ramondino (Althènopis), Antonio Tabucchi (Notturno indiano), Sebastiano Vassalli (La notte della cometa), Dacia Maraini (Isolina), Enzo Striano (Il resto di niente), Erri De Luca (Non ora, non qui).
L”attualitĂ degli anni novanta, l”impossibilitĂ di accedere a carte e documenti ancora poco noti, taluni avvenimenti ancora poco chiari condannano l”ultimo decennio del secolo scorso ad una scarna cronaca.
Un fatto su tutti caratterizza gli anni novanta: tangentopoli. Il CAF, infatti, ha progettato un disegno politico: il ritorno di Bettino Craxi alla guida del governo e l”elezione alla presidenza della Repubblica di Giulio Andreotti. Ma l”intervento di un oscuro procuratore del tribunale di Milano, Antonio Di Pietro, sconvolge ogni programma.
Di Pietro, infatti, fa arrestare il socialista Mario Chiesa, reo di aver intascato una tangente, che, torchiato dall”inquisitore, vuota il sacco e fa scoprire anni di malefatte. Cadono, così, anche per successive indagini ed ammissioni di colpevolezza, i personaggi che hanno retto, per oltre un trentennio, le sorti dell”Italia. Si abbatte, a colpi di manette, la cosiddetta prima Repubblica, colpevole di aver chiesto mazzette, di essersi avvalsa dei servizi segreti, di aver bussato per favori e protezioni a cosche malavitose.
Ovviamente, con le dovute eccezioni delle persone perbene, allontanate, emarginate e scoraggiate dal frequentare ambienti in cui contano soltanto gli amici interessati alle tessere di partito, ai voti conseguiti, ai favori che si possono ricevere.
Dunque, Di Pietro sconvolge un sistema sul quale, adesso, fioccano gli avvisi di garanzia e le condanne. Cadono, così, Craxi e Forlani, cade Andreotti, cadono Martelli e De Lorenzo, Gava e Cirino Pomicino, tutti potenti uomini politici, insieme a tanti altri piccoli e medi amministratori, sindaci ed assessori, portaborse e funzionari di partito, responsabili di industrie e di banche.
Giulio Andreotti è imputato di associazione mafiosa; Claudio Martelli, vice di Craxi nel PSI e Ministro di Grazia e Giustizia, è accusato di riciclaggio di titoli bancari; per Bettino Craxi, che se ne scappa a Tunisi, si chiede l”arresto per le tangenti che avrebbe intascato. Sono arrestati, poi, per concussione o associazione mafiosa, Francesco de Lorenzo, ex Ministro della SanitĂ , Paolo Cirino Pomicino, ex Ministro del Bilancio, Antonio Gava, ex Ministro degli Interni, Calogero Mannino, ex Ministro dell”Agricoltura, insieme a tanti altri parlamentari, che, secondo l”accusa, si sono preoccupati di rimpinguare il proprio portafogli o le casse del partito d”appartenenza.
Qualcuno, reo o correo, non sopporta la vergogna o la vita del carcere e si ammazza. Sono innocenti, sono vittime, sono pentiti? Lasciando questi interrogativi si suicidano –tra gli altri- l”industriale Raul Gardini, incriminato di irregolaritĂ amministrative, e Gabriele Cagliari, presidente dell”ENI, che ammette di aver concesso fondi in nero alla DC ed al PSI.
In seguito alle dimissioni di Francesco Cossiga, che abbrevia il suo settennato di sei mesi, è eletto Presidente della Repubblica il democristiano Oscar Luigi Scalfaro.
In un momento di grande confusione, di quasi anarchia, come quello che sta vivendo l”Italia, è facile per la mafia colpire i bersagli che danno fastidio. Nel giro di pochi mesi sono, infatti, ammazzati i giudici Giovanni Falcone (maggio 1992) e Paolo Borsellino (luglio 1992) insieme alle loro scorte. Falcone e Borsellino sono i simboli della lotta alla mafia, sono i giudici che hanno lavorato nel pool antimafia siciliano costituito da Antonino Caponnetto.
Ma la lotta alla mafia segna anche qualche vittoria per lo Stato. Proprio, infatti, quando sotto i colpi della mafia cade il deputato palermitano Salvo Lima, da tempo sospettato di collusione con le organizzazione malavitose, sono assicurati alla giustizia –grazie ad operazioni di polizia o a soffiate di confidenti e collaboratori- pericolosi capimafia come Saro Mammoliti, Giuseppe Madonna, Totò Riina, Giuseppe Pulvirenti e Nitto Santapaola.
(Fonte foto: Rete Internet)
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