Buon compleanno Darwin!

Oggi si festeggia il Darwin Day, ma quante bufale circolano sulla teoria dell’evoluzione?

Sguardo curioso e una lunga barba bianca. Esattamente 207 anni fa nasceva Charles Darwin, il padre della teoria dell’evoluzione per selezione naturale. Oggi 12 febbraio, giorno della sua nascita, si festeggia il Darwin Day, per celebrare uno degli scienziati più influenti degli ultimi due secoli. E allora tra i numerosi eventi ufficiali che si svolgeranno in Campania, a Napoli e Benevento, facciamo un po’ di chiarezza sulle popolarissime bufale a proposito di come funziona l’evoluzione e su come è stata formulata.

 

La marcia del progresso non è una marcia

Ecco la marcia del progresso, la famosa immagine che ritrae diversi ominidi di profilo in fila indiana, sempre più simili a noi, per tratti e postura. Un’immagine creata nel 1965 e diventata un’icona pop, celebrata dalla famiglia americana più irriverente della tv, i Simpon, e comparsa sul francobollo delle Poste Italiane nel 2009 in occasione del bicentenario della nascita di Darwin. Rielaborata persino in chiave ironica, con Homo sapiens che fa dietrofront, esclamando “torniamo indietro, abbiamo sbagliato tutto!”.

Eppure la marcia del progresso è completamente sbagliata: l’evoluzione non procede in linea retta in modo continuo, ma per tentativi ed errori, perciò sarebbe meglio rappresentarla come un albero intricato, anche con dei vicoli ciechi. Lo sapeva bene anche il suo disegnatore, Rudolph Zallinger, visto che alcuni degli ominidi nella serie già allora non erano considerati antenati dell’uomo. Ma Zallinger non certo poteva prevedere che la sua opera sarebbe diventata portatrice virale di un messaggio sbagliato e diseducativo.

 

Uomini che discendono dalle scimmie e anelli mancanti? Non può essere vero

Noi uomini non discendiamo dalle scimmie attuali, ma abbiamo un antenato comune vissuto tra i 4 e gli 8 milioni di anni fa. È proprio questo che ci rende così simili agli scimpanzè e ai bonobo con i quali condividiamo quasi il 99% dei nostri geni. È scorretto dire che deriviamo dalle scimmie, perché con questa parola intendiamo le scimmie che popolano oggi il nostro pianeta. Avendo un antenato in comune con loro, invece, la verità è che non discendiamo dalle scimmie, ma siamo scimmie.

Altra verità alla quale faremmo bene a rassegnarci è che non c’è nessun anello mancante tra noi e le scimmie, perché l’evoluzione come detto prima non procede in linea retta. Resta il fatto che il termine è abusato dai media e anche agli scienziati è capitato uno scivolone: il caso del ritrovamento di Ida (Darwinius massillae), presentato come l’anello mancante – “the missing link” – nell’evoluzione dei primati.

 

Non è tutto merito delle Galapagos

La nascita della teoria dell’evoluzione delle specie si fa risalire alla visita di Darwin all’arcipelago delle Galapagos, avvenuta tra il 1831 e il 1836. I famosi fringuelli di Darwin – che in realtà sono Traupidi – le tartarughe giganti oggi simbolo della conservazione – anche se Darwin le mangiava – e le iguane marine, che però il giovane naturalista trovava ripugnanti. Animali straordinari in un luogo tuttora ricco di fascino: sicuramente Darwin era rimasto estasiato dalle osservazioni fatte nell’arcipelago, ma non ha formulato alle Galapagos la sua teoria. Solo per dirne una aveva sbagliato la classificazione iniziale dei fringuelli, fu solo dopo che l’ornitologo John Gould stabilì che erano 13 specie appartenenti a un’unica famiglia, che il naturalista inglese iniziò a dare forma alle idee che affollavano la sua mente. Darwin ha infatti impiegato vent’anni per dare alla luce la teoria dell’evoluzione, vent’anni in cui ha riesaminato i dati raccolti ed è riuscito a collegare tutti gli indizi.

Darwin ha copiato Wallace?

Alfred Russel Wallace scoprì indipendentemente da Darwin il principio della selezione naturale, ed entrambi conoscevano i rispettivi lavori. Infatti fu Charles Lyell a far conoscere a Darwin gli scritti di Wallace nel 1856, e tentò di convincerlo a pubblicare il suo lavoro per anticipare il collega. Darwin così iniziò a lavorare a una pubblicazione su una rivista scientifica. Due anni dopo, il 1º luglio 1858 Darwin e Wallace presentarono alla Società Linneana i loro lavori intitolati rispettivamente On the Perpetuation of Varieties and Species by Natural Means of Selection e On the Tendency of Species to form Varieties. Di fatto perciò entrambi proposero per la prima volta una spiegazione di un meccanismo evolutivo coerente, seppur in parte diverse, ma fu la teoria di Darwin a spopolare perché più completa. Un anno dopo, veniva pubblicata L’origine delle specie, al prezzo di 15 scellini ed andò immediatamente esaurita: tutte le 1250 copie furono richieste dai librai lo stesso giorno e furono pubblicate sei ristampe.

LA NATURA NEL GOLFO

http://ilmediano.com/una-strolaga-mezzana-sul-lungomare-di-napoli/

Volla: arrestati dai carabinieri mentre tentano di rubare un’auto

I carabinieri di Volla hanno arrestato in flagranza reato due uomini per furto aggravato in concorso: si tratta di Giovanni Coppola, 39enne, e Massimo De Crescenzo, 36enne, entrambi di Casoria, già noti alle forze dell’ordine. Avevano forzato la portiera lato guida e il blocco d’accensione di una Nissan Juke e stavano tentando di rubarla. La pattuglia dei carabinieri però li ha notati e subito bloccati, facendo fallire il furto. I carabinieri hanno poi perquisito le loro abitazioni e qui sono stati trovati numerosi arnesi da scasso, oltre a una centralina e un transponder per l’accensione delle auto. I due sono in attesa rito direttissimo.

Nappi, De Luca toglie Vesuvius di Warhol

Si teme che il dipinto, attualmente rimosso dalla sua collocazione nella sala della Giunta, venga sostituito con un mezzobusto dell’attuale Presidente della Regione Campania. Che sia solo una trovata politica? “Il dipinto “Vesuvius”, omaggio a Napoli di uno dei più grandi artisti del mondo, Andy Warhol, è ormai uno dei simboli della Città. Ebbene, il noto critico d’arte, momentaneamente Presidente della Regione, Vincenzo De Luca, ha fatto rimuovere la copia del “Vesuvius” che era esposta nella Sala Giunta della Regione Campania”: lo scrive, sulla propria pagina Facebook, Severino Nappi, vicecoordinatore di Forza Italia Campania con delega alle amministrazioni locali. “De Luca – continua Nappi – avrà pensato che fosse uno scarabocchio mio o di Caldoro, venuto fuori in qualche pomeriggio durante una riunione della nostra giunta. Si teme – conclude Nappi – che, in sostituzione, stia per essere consegnato a palazzo Santa Lucia un mezzobusto, ovviamente il suo”. (Fonte foto: rete internet)

Somma Vesuviana, i carabinieri setacciano Palazzo Torino dopo una telefonata anonima: “C’è un pacco pericoloso”

Tutti hanno pensato alla possibile presenza di un ordigno esplosivo ma l’intervento dei carabinieri e la perlustrazione del palazzo palmo a palmo ha tranquillizzato gli animi. Alle 11, 30 il sindaco, gli assessori e gli impiegati sono rientrati in municipio. Hanno pensato tutti ad una bomba, ed era ovviamente quel che voleva chi questa mattina poco dopo le 9 ha chiamato la stazione dei carabinieri di Somma Vesuviana, probabilmente da un telefono pubblico, dicendo solo poche parole: “Al Comune c’è un pacco pericoloso”. Da qui a pensare ad un ordigno il passo è breve e i carabinieri al comando del maresciallo Raimondo Semprevivo hanno preferito verificare. Alle 9, 30 il sindaco Pasquale Piccolo, gli amministratori presenti e tutti gli impiegati sono stati evacuati per consentire ai militari di setacciare Palazzo Torino palmo a palmo. Uffici, bagni, la sala giunta, l’ascensore, le scale, ogni angolo del municipio è stato esplorato alla ricerca di un pacco sospetto. Che non c’era. Alle 11, 30, tranquillizzati gli animi, tutti sono tornati al lavoro. I militari verificheranno ora la provenienza della chiamata anonima, con tutta evidenza uno scherzo.

L’utero in affitto

La vicenda del ddl Cirinnà, all’ordine del giorno su tutti i mass-media, è arrivata al capolinea. La prossima settimana si voterà e, comunque vada, il nostro Paese avrà una legge. Ma, in questi giorni di violenta discussione sulle unioni civili e il ddl Cirinnà, vi è un tema che, nonostante veli e cortine fumogene, sta emergendo come centrale. È la questione dell’utero in affitto, che riveste un’importanza immensa in ordine ai diritti umani e che coinvolge in maniera profonda i destini del nascituro, della madre a pagamento e dei committenti. Leggo sui giornali che ci sono siti su cui informarsi. Addirittura, come al supermercato, c’è un tariffario che va dai 25-30mila euro per i “più poveri” ai 100mila euro per i “più ricchi”. Se, poi, il “direttore commerciale” è anche buono, c’è addirittura lo sconto. Si può “prenotare” perfino il colore degli occhi. Raccapricciante. Roba da far rabbrividire anche i più scanzonati progressisti. Perché, poi, se sfruttare il corpo di una donna o la sua povertà (vero mercimonio) significa essere antesignani del modernismo, sinceramente, preferisco essere conservatore. Quando sono in discussione i valori fondamentali della vita non c’è né conservatorismo né progressismo. Non c’è né destra né sinistra (per dirla con Giorgio Gaber). C’è solo il buon senso e una sana razionalità che l’uomo di oggi sta perdendo in nome del dio-profitto-danaro. Per denaro si svende la propria dignità e i valori perenni dell’uomo vanno in discarica. Certo oggi tutto è in divenire. Mi sembra ovvio. Ma alcuni valori, anche se coniugati in modo diverso, devono essere perenni, anche col passare del tempo. E, nel nostro caso, non c’è chi non veda che, una volta varate le unioni civili omosessuali, un numero più o meno grande di queste si rivolgerà ai Paesi in cui la maternità surrogata è legale per “prenotare” un bambino. Poi si cercherà di aggirare, come del resto è già avvenuto, il divieto italiano di utero in affitto chiedendo la trascrizione del bambino come “proprio” figlio. Sinora diverse sentenze della magistratura hanno sorvolato sulla surrogazione di maternità, affidando il bambino alla coppia che lo ha commissionato. Una legge sulle unioni civili improntata a giustizia non può nascondersi dietro interessati silenzi, che finiscono per trasmettere l’idea che non ci si voglia realmente opporre all’utero in affitto. La legge dovrebbe includere rigorose misure per sanzionare la pubblicità a favore della maternità surrogata, l’intermediazione praticata da agenzie e cliniche, e i fruitori stessi della pratica. L’utero in affitto va considerato come un crimine contro la persona (della madre surrogata e del bambino prenotato) e un reato universale da perseguire ovunque, nel mondo. Bisogna, inoltre, dire che l’aspetto più appariscente, ma tutt’altro che unico, di questa pratica schiavistica è l’introduzione del mercato capitalistico nell’area delicatissima della generazione umana. Per quanto riguarda la Chiesa (anch’essa divisa e confusa su questa materia così complessa e nuova), sembra che alcuni componenti la gerarchia ecclesiastica siano d’accordo per le unioni civili (da non equiparare ad un matrimonio), ma assolutamente sono contro le pratiche dell’utero in affitto e/o della maternità surrogata. Il dibattito sarà lungo e difficile. Ma una cosa è certa (almeno per la nostra generazione): stiamo vivendo una vera rivoluzione copernicana dal punto di vista antropologico e sociologico. E ancora non sappiamo dove tutto questo ci porterà. ANNUNCIARE DENUNCIARE RINUNCIARE  

Un debito di gioco la pista più accreditata per l’assassinio di Tafuro e Liguori

Ma spunta l’ombra delle cosche criminali di Ponticelli: i due soci, titolari di un’agenzia di scommesse a Somma Vesuviana, sarebbero stati in procinto di aprire una seconda attività a Cercola  Un agguato, una trappola, un’esecuzione. Francesco Tafuro e Domenico Liguori, poco più che trentenni, gestivano insieme un centro scommesse in via San Sossio. Mercoledì sera sono andati via insieme quando erano appena passate le 21. Ciascuno con la propria automobile, in principio: Tafuro con la sua Fiat Punto, Liguori – che avrebbe festeggiato il suo trentaduesimo compleanno ieri – a bordo della sua Smart. I due soci ed amici sarebbero stati notati poco dopo a Piazzolla di Nola ma poi entrambi salgono a bordo della Punto di Tafuro, mentre l’auto di Liguori è stata ritrovata parcheggiata poco prima di Saviano, il luogo dove avevano forse un appuntamento rivelatosi fatale. Si fermano in una stradina isolata, in piena campagna, cieca, con poche case intorno. O forse passano di lì per altri motivi ed i killer li seguono, chissà. Certo è che l’auto degli assassini affianca la Punto e vengono esplosi ben 13 colpi di pistola. Domenico Liguori è colpito da otto proiettili, alla testa e al torace. Tafuro, al volante, cerca di sfuggire al fuoco lanciandosi fuori dall’auto ma non fa in tempo. Cinque colpi per lui, anche stavolta alla testa e al torace. La mezzanotte è trascorsa da poco, è ormai già giovedì 11, il giorno del compleanno di Domenico Liguori, quando i carabinieri di Nola con il maggiore Capurso e i militari del nucleo investigativo di Castello di Cisterna guidati dal maggiore Michele D’Agosto, insieme al reparto scientifica, giungono sul luogo del delitto, avvisati da una telefonata anonima. La scena è quella di un’esecuzione di camorra ma i militari si trovano di fronte i cadaveri di due giovani totalmente estranei agli ambienti della criminalità. Due trentenni praticamente sconosciuti alle forze dell’ordine. Tafuro è incensurato. Liguori ha a suo carico soltanto una contravvenzione legata ad una licenza non in regola quando, anni or sono, aveva iniziato a lavorare nel campo delle scommesse online. Gli investigatori lasciano aperte tutte le piste ma la più accreditata resta quella di un presunto – e grosso – debito di gioco che qualcuno avrebbe scelto di pagare a colpi di calibro 9. Intanto si sta scavando nel passato e nel presente delle vittime, nella loro vita personale e lavorativa, si stanno ricostruendo le ultime ore degli imprenditori trentenni titolari di un frequentatissimo centro scommesse in via Sossio, a Somma Vesuviana, nelle vicinanze del Parco Fiordaliso, insediamento di case popolari. Stando a indiscrezioni, Tafuro e Liguori stavano pensando di espandersi, di aprire un secondo centro scommesse a Cercola. Gli investigatori stanno quindi verificando se, per ipotesi, i due fossero stati avvicinati da esponenti dei clan di Ponticelli. C’è la camorra dietro l’assassino di due ragazzi «per bene», come tutti li definiscono? C’è una richiesta di pizzo non appagata? Oppure è vera quella che gli inquirenti considerano l’ipotesi più probabile: avevano chiesto a qualcuno di pagare un grosso debito e avevano forse un appuntamento con lui la stessa sera? Frattanto sarà eseguita l’autopsia sui cadaveri dei giovani, così ha stabilito la Procura disponendo anche il sequestro del centro scommesse di via San Sossio, nella dichiarata speranza di trovare le tracce di uno o più debiti ancora da estinguere da parte di qualche scommettitore. Al vaglio degli investigatori anche i telefoni e i computer di Tafuro e Liguori.

Ezio Bosso e l’Italietta che si commuove

Compositore, musicista e direttore di orchestra, Ezio Bosso è famoso in tutto il mondo. Una vera eccellenza Made in Italy, applaudita nelle più importanti cattedrali della musica. Uno di quei tanti personaggi nostrani che dovremmo portare in palmo di mano e del quale invece, stranamente, finiamo per ignorare l’esistenza. Eppure ieri, il Festival di Sanremo, la principale kermesse musicale italiana, l’ha presentato a tutti quanti noi attraverso un pregevole assolo di pianoforte. Chi ha l’abitudine di leggermi sa bene quanto ami andare dritto all’obiettivo. Scrivo e racconto le vicende che osservo da un punto di vista personale, come è normale che sia, restando però fedele ad un principio di vita che sia scevro da ipocrisie e stucchevoli atteggiamenti. Ezio Bosso ha scoperto di essere affetto da SLA da alcuni anni. La SLA è una schifosissima malattia che in tanti, purtroppo, hanno conosciuto da vicino vedendosi portare via amici, parenti o addirittura figli. Bosso si è presentato sul palco sanremese in sedia a rotelle. Lo ha fatto con la dignità e l’eleganza di chi, seppur scoordinato nei movimenti e non agevolato da una giusta coordinazione del linguaggio, ha lasciato che il suo handicap rimanesse proprio lì dove è giusto che sia, nel pregiudizio altrui. L’esibizione dell’incantevole musicista torinese ha fatto molto rumore, più di una batteria di pentole sbattute in terra. Per questo è giusto sottolineare, a quanti non lo sapessero già che, gran parte, se non tutto il merito del suo successo mondiale, non è di certo dovuto alla attuale condizione di disabilità. Alla cosiddetta ispirazione del dolore. In pratica, Bosso, le sue migliori opere, esibizioni, le ha prodotte quando era fisicamente integro. Non intaccato dalla malattia. Ho da sempre mal digerito l’immagine del disabile al quale attribuire a tutti i costi un dono ultraterreno. O peggio ancora che gli vadano sbattute le mani ogni due secondi per aver pronunciato soltanto la parola “fagiolo.” Come se un disabile, in qualche modo, dovesse costantemente giustificare con una qualsiasi capacità la sua presenza in vita. Guardate, e questo posso giurarvelo, ci sono tanti e tanti disabili come me capaci pure di non saper fare un granché senza richiedere un applauso ad ogni starnuto. L’effetto meraviglia che ci portiamo dietro noi disabili ogni qual volta ci presentiamo in pubblico è una vera persecuzione. A volte, e lo scrivo con profonda sincerità, vorremmo soltanto essere ignorati. Muoverci nei corridoi di un centro commerciale senza suscitare stupore. Tenerci per mano con la nostra fidanzata senza incuriosire i passanti. Quello lanciato da Bosso è stato indubbiamente un bel messaggio. Il classico “non mollare mai” perfino davanti alle avversità. È innegabile, però, tanto per continuare ad essere malizioso, che essendosi ammalato in tarda età, quando ormai era già un compositore affermato e certamente ben pagato, Bosso ha potuto godere di qualche vantaggio in più, di qualche strumento in più, rispetto a tanti altri malati gravi che, purtroppo, devono elemosinare perfino una assistenza domiciliare. E tutto questo nella totale indifferenza. In platea non ne trovavi uno che non applaudisse. A momenti si spellavano le mani. Una violinista si è addirittura commossa con tanto di lacrime a goccioloni. Peccato che nel quotidiano, nella vita senza luci e paillettes, ad un disabile nessuno offra lavoro, nessuno si sbatte più di tanto affinché gli sia consentito di accedere ad un locale pubblico o soltanto passeggiare per strada. E non vi racconto l’odissea che ti aspetta se provi a prendere un mezzo pubblico. Suona altrettanto stonato, poi, volendo restare in ambito musicale, che in pochi si siano veramente indignati per le parole pronunciate dal vice presidente del Senato, Maurizio Gasparri, che neanche una settimana fa ha dato dell’handicappato ad un giornalista nel tentativo di offenderlo. Che tristezza. Allora mi sta bene la sensibilizzazione offerta dall’esibizione di Bosso, purché non sia fine a se stessa. A quel classico momento di commozione generale che fa ascolto ma non produce effetti a lungo termine. Poi mi resta un ulteriore grosso interrogativo: se Bosso non avesse colpito per il suo handicap, per le sue limitazioni, in Italia, oggi, si parlerebbe ancora di lui o di quanto è stata apprezzata l’esibizione di Eros Ramazzotti? Passato oggettivamente in secondo piano. Insomma, è legittimo chiedersi come mai, un artista dello spessore di Bosso, riconosciuto in ogni confine del pianeta terra, non fosse mai stato invitato prima? C’è voluto che si ammalasse? Che il tutto creasse maggior eco? Lascio a voi ogni altro giudizio. L’integrazione, il percorso verso l’abbattimento dei pregiudizi, si ottiene solo attraverso uno sguardo comune fatto di assoluta normalità. Va con forza edificata una società dove non è necessario apparire come super eroi per essere apprezzati. Considerati. Certo, vanno sottolineati gli sforzi, la volontà di chi compie maggior sacrificio. Dobbiamo, però, ed è questa la vera missione, batterci tutti insieme affinché vengano garantiti pari diritti senza ottuse distinzioni. Ho trovato importante, in questo senso, il messaggio che Sanremo ha offerto attraverso l’ospitata di Bosso. La Rai ci ha fatto sapere che l’Italia è composta anche da altri cittadini, disabili in quel caso, meritevoli di andare in diretta televisiva anche se non corrispondenti a canoni estetici per così dire perfetti. Questo sì. Ma badate bene, ognuno di noi è capace, speciale, per ciò che vive. Per quello che rappresenta innanzitutto per se stesso. Colui che si è esibito ieri sul palco dell’Ariston era solamente un essere umano nonché un eccelso artista. Ed è questo ciò che ho visto io in Bosso, al di là del suo handicap.          

Pozzilli. Sclerosi multipla: lo squilibrio energetico nelle cellule nervose un possibile punto di partenza per nuove terapie

Il processo infiammatorio che causa la perdita di mielina altera anche il metabolismo delle cellule nervose, portando alla loro degenerazione.     Alla base della sclerosi multipla vi è una reazione autoimmune che, innescando un processo infiammatorio, porta alla perdita di mielina, la sostanza che riveste le fibre nervose e che facilita la trasmissione degli impulsi. Ma un ruolo importante nel determinare la gravità di questa patologia viene svolto anche da alterazioni del metabolismo energetico dei neuroni. Una ricerca dell’I.R.C.C.S. Neuromed, svolta in collaborazione con l’Università Tor Vergata, l’Università Politecnica delle Marche e l’I.R.C.C.S. Fondazione Santa Lucia, evidenzia questo processo, contribuendo a tracciare una strada innovativa verso terapie che possano limitare l’accumularsi progressivo di danni alle strutture nervose nel corso della malattia.   Lo studio ha messo a confronto 118 malati di sclerosi multipla recidivante-remittente con 157 persone non affette da quella patologia, ma che erano comunque state sottoposte a accertamenti neurologici per altri motivi. I ricercatori si sono concentrati, in particolare, sul metabolismo energetico, misurato attraverso la concentrazione di lattato (lo ione dell’acido lattico) nel liquido cerebrospinale. I risultati, pubblicati sulla rivista Journal of Neuroinflammation, mostrano come nei malati di sclerosi multipla i livelli di lattato siano sensibilmente più alti. Non solo: i livelli sono correlati allo stadio di gravità della malattia. Il quadro che ne emerge è quello di una alterazione a livello dei mitocondri, gli organelli cellulari responsabili appunto della produzione di energia.   “Il nostro studio – dice il professor Diego Centonze, Responsabile dell’Unità Operativa di Neurologia I e dell’Unità di Neuroriabilitazione dell’I.R.C.C.S. Neuromed– rafforza l’ipotesi che, nella sclerosi multipla, alla perdita di mielina causata dal processo infiammatorio si affianchi anche una disfunzione a carico dei mitocondri neuronali. Questa alterazione nel metabolismo energetico porterebbe alla morte cellulare, contribuendo in modo significativo alla gravità della patologia”.   La ricerca, caratterizzata dall’elevato numero di pazienti coinvolti, ha quindi due ripercussioni: da una parte candida il lattato come un possibile indicatore dello stadio di gravità della sclerosi multipla, quindi un valido aiuto per i medici che pianificano le strategie terapeutiche. Dall’altra mette in evidenza come nella sclerosi multipla coesistano due meccanismi. L’infiammazione autoimmune sarebbe il primo passo della patologia, ma a questa seguirebbe una disfunzione mitocondriale che, portando a una neurodegenerazione irreparabile, causerebbe un accumulo progressivo di danni al sistema nervoso.   “Le prospettive che si aprono – continua Centonze – sono molto interessanti. Le disfunzioni mitocondriali potrebbero rappresentare un valido punto di attacco per nuove terapie, capaci di limitare la progressione della disabilità nei pazienti”.

A Caserta, per “Le piazze del sapere”, Carmine Cimmino parla di Montalbàn e dell’ “ipocrisia” del baccalà in maschera

Nel ristorante “Il cortile” di Caserta, in un incontro con l’autore, organizzato dall’ associazione “Le piazze del sapere”, Michele Miccolo, Gianfranco  Nappi e Amedeo Colella presentano il libro di Carmine Cimmino “ Note di storia del baccalà nella dieta vesuviana e napoletana”.   Una splendida serata, quella di martedì 9 febbraio. Per il luogo, il ristorante “Il cortile” di Caserta, la cui raffinata architettura già da sola detta al convito il ritmo dell’eleganza, e impone alla discussione culturale il segno della levità, di quella levità che è sempre garanzia di profondità. Per l’attenzione del  pubblico, che ha partecipato all’incontro con manifesto interesse e ha sollecitato risposte: il suo invito è stato recepito e condiviso da Michele Miccolo, che dopo aver illustrato il ricco calendario di appuntamenti dell’ associazione “Le piazze del sapere”, ha ricordato ai relatori che la storia di una comunità si può raccontare anche, e forse soprattutto, attraverso la sua alimentazione. Gianfranco Nappi, impegnato più che mai nella promozione dei valori culturali, economici e sociali della “dieta” e dell’agricoltura della Campania, ha condiviso il monito di Michele Miccolo, sottolineando il fatto che il libro di Cimmino fa parte di una collana, “oltre il giardino”,  in cui sono stati pubblicati una straordinaria plaquette di Eduardo de Filippo, “ Si cucine cumme vogl’i’..”, la ristampa del geniale pamphlet di Emilio Sereni “ I napoletani da mangiafoglie a mangiamaccheroni”, e il saggio dello stesso Nappi “ Latte Nobile, Storie di terra di coraggio di futuro” ( I quattro volumi sono stati editi, in un elegantissimo formato, dalla Dante & Decartes).  Il progetto di questo collana, dal Nappi ideato e curato, fa capire da solo quanto profondamente egli “senta” i valori culturali e sociali dell’economia agroalimentare  campana. Gli brillavano gli occhi quando ha ricordato due “recite” di cui è stato coautore e che sono andate in scena all’ Expo di Milano: la preparazione di un gigantesco ragù, e la pubblica lettura dei versi in cui Eduardo demolisce il risotto alla milanese. Amedeo Colella,  noto scrittore di “napoletanità”, ha sciorinato tutti i moduli della sua tecnica oratoria, che è convincente e trascinante, perché sa illustrare e spiegare divertendo. Del resto, gli spazi prediletti sono quelli della napoletanità teatrale e allusiva, che fa la faccia seria e intanto strizza l’occhio, che prima dice, educatamente, “ con decenza parlando”, e poi assesta la battuta scollacciata, attingendo motti, aneddoti e doppi e tripli sensi dalla lingua napoletana  in cui  Napoli ha distillato  l’essenza di una civiltà impareggiabile. Colella ha concluso il suo scoppiettante intervento ricordando che quando i napoletani volevano oltraggiare una donna  paragonavano l’odore che saliva dalle sue parti intime al “fieto d’ ‘o baccalà”, e che a Napoli “baccalajuolo” è non solo chi è addetto alla lavorazione del baccalà, ma anche la persona rozza, sporca e volgare. A questo punto Carmine Cimmino ha raccolto il testimone e ha ricordato che Francesco D’ Ascoli nel 2003 scrisse una memorabile pagina su quell’oltraggiosa corrispondenza tra odori, e che nel gergo di certa camorra “baccalajuolo” è anche il killer professionista. Cimmino illustra le ragioni  per cui il baccalà è entrato a far parte della cucina napoletana, e  Somma è diventata la capitale vesuviana di quel “salame”: poi, rispondendo a una domanda che gli viene dal moderatore e dal pubblico, si dichiara persuaso che il prezzo “vile” della carne di bufalo e del maiale “nero” abbiano impedito, durante tutto l’Ottocento, la diffusione di  stocco e baccalà nel territorio casertano. Ma quasi tutto l’intervento dell’autore del libro è dedicato a una riflessione semiseria sull’ “ipocrisia” del baccalà. Il successo di stocco e baccalà è stato decretato nel Sud anche dagli ordini religiosi che hanno assegnato a queste “variazioni” del merluzzo il ruolo di cibo penitenziale. Nel libro “ Riflessioni di Robinson davanti a 120 baccalà” Manuel Vàzquez Montalbàn immagina che il vescovo Robinson sia condannato a purgarsi dall’eccessivo amore per il danaro e dalla blasfema passione per una bella donna vivendo da eremita su un’isola deserta e nutrendosi solo di baccalà. Eppure nelle sue ricette “immorali” Montalbàn ha indicato il baccalà come uno strumento di seduzione, come una chiave adatta ad aprire la porta dell’erotismo. In realtà, dice Cimmino, il baccalà è come il grigio in pittura, il grigio che accende, per contrasto, i colori caldi e fa in modo che siano scintillanti. Il “neutro” baccalà esibisce la sua maschera ipocrita – “ipocrita” in greco significa “attore” – di cibo penitenziale e “magro”: ma se poi si fa accompagnare dai broccoli neri, dalla menta e dal peperoncino e da altri “ingredienti” cari a Venere  la sua “magrezza” è quella, maligna, del ruffiano. Perciò è giusto, conclude Cimmino, parlare di baccalà il giorno di Carnevale. E saporosa, e profumata, è la “ruffianeria” del baccalà preparato dallo chef del ristorante “Il cortile”, un baccalà sommese, umilmente tenero, elegantemente riservato, che congiunge i sapori della sua scorta: pomodorini, capperi, olive nere, in un’ armonia solleticante, in una sensuale fragranza. Quando poi su questo baccalà si beve un coda di volpe sommese, il nobile “Fontana Cupa”, allora l’armonia si fa magica, e tutti i convitati “sentono” – è un fascinoso sentire – che le parole sono diventate sostanza: questa è autentica esperienza culturale. Splendida serata: perché ancora una volta è stato dimostrato che il sapere è scambio e confronto di idee e di “ simpatia”, è una “piazza”  in cui senza requie si intrecciano il dare e il ricevere, il domandare e il rispondere.    

Somma Vesuviana, duplice omicidio a Saviano:indagini a ritmo serrato

Sottoposto a sequestro il centro scommesse di via San Sossio. I carabinieri indagano sulla vita dei due giovani trucidati stanotte da numerosi colpi di pistola a Saviano.Non si esclude nessuna pista. Francesco Tafuro e Domenico Liguori. Due amici, due soci, due trentenni che su Facebook appaiono belli, spensierati, sorridenti, sportivi. Due giovani pieni di vita e di ambizioni, uniti da un sogno realizzato: gestire, insieme, una sala scommesse. Nessuno,però, avrebbe mai immaginato che in una fredda e piovosa notte di febbraio i due giovani amici trovassero ad attenderli un comune e atroce destino. I loro corpi, nella tarda serata di ieri,in una zona di campagna di Saviano sono stati trovati privi di vita, crivellati da numerosi colpi di pistola. Uccisi in modo spietato, puniti, ancora non si sa per cosa, così come si fa con i criminali più incalliti. Eppure Francesco era incensurato e Domenico, molto conosciuto a Somma, era noto alle forze dell’ordine per una semplice contravvenzione legata al gioco d’azzardo. Dunque, stando alle prime verifiche fatte dagli investigatori, i due giovani non sarebbero legati alla criminalità organizzata. Sull’episodio indagano i Carabinieri di Nola ,quelli del Nucleo investigativo di Castello di Cisterna e i militari della locale stazione al comando del Maresciallo Raimondo Semprevivo.La pista più accreditata sarebbe quella di un grosso debito di cui i titolari della sala scommesse sarebbero stati creditori. Ovviamente, il centro scommesse di via San Sossio gestito dalle due vittime è stato sottoposto a sequestro giudiziario. Intanto da stamattina per le vie della città non si parala d’altro mentre sulla piazza virtuale si moltiplicano i messaggi di cordoglio di tanti amici dei due sfortunati giovani.