Società al bivio: perché il malessere dilaga e come la psicoterapia può smascherarne le radici

A cura de Il Centro Flegreo di Psicoterapia Cognitiva – www.psicoterapiaflegrea.it. Il presente contributo nasce dalla volontà di analizzare, da una prospettiva psicoterapeutica, le origini del malessere sociale e le possibili vie per una maggiore consapevolezza collettiva. Osservare il panorama sociale contemporaneo equivale spesso a confrontarsi con un bollettino di guerra: femminicidi che scuotono le coscienze, un’aggressività verbale che tracima dai social network alla vita reale, un senso di isolamento che attanaglia individui formalmente iper-connessi. Come professionisti della salute mentale e attenti osservatori delle dinamiche umane, non possiamo sottrarci all’interrogativo: quali meccanismi psicologici profondi si celano dietro questa marea montante di disagio? E quale ruolo può giocare la psicoterapia, non solo come cura del singolo, ma come lente d’ingrandimento e potenziale strumento di trasformazione per l’intera collettività?

Sotto la superficie del disagio: le faglie psicologiche della nostra collettività

Il malessere che serpeggia nelle nostre comunità raramente è imputabile a singole cause, ma affonda le sue radici in un complesso intreccio di vulnerabilità individuali e disfunzioni sistemiche. Un’analisi che integri la prospettiva clinica con quella socio-culturale diventa imprescindibile per decifrare il presente.

L’analfabetismo emotivo come pandemia silenziosa

Viviamo in un’era di straordinario progresso tecnologico, eppure assistiamo a una diffusa, quasi pandemica, incapacità di navigare il nostro stesso mondo interiore. L’incapacità di riconoscere, nominare, validare e modulare le proprie emozioni – e, di conseguenza, quelle altrui – genera un cortocircuito esistenziale. La rabbia diventa violenza agita, l’ansia si trasforma in paralisi o fuga, la tristezza in isolamento depressivo. La mancata mentalizzazione delle proprie esperienze affettive è un terreno fertile per acting-out distruttivi e relazioni disfunzionali.

L’eclissi dell’empatia e la deriva verso la deumanizzazione

L’empatia, quella capacità squisitamente umana di risuonare con lo stato emotivo dell’altro, sembra subire una progressiva contrazione. Meccanismi di difesa individuali e collettivi, amplificati da contesti comunicativi spersonalizzanti – pensiamo alla violenza verbale protetta dall’anonimato online – favoriscono la deumanizzazione. L’altro cessa di essere un soggetto con cui entrare in relazione, per trasformarsi in un oggetto su cui proiettare le proprie ombre, un nemico da annientare o uno strumento per i propri fini. È qui che attecchiscono il pregiudizio, la discriminazione, e le forme più estreme di violenza interpersonale.

Connessi ma soli: il paradosso della solitudine nell’era digitale

La promessa di una connessione globale e costante offerta dalla tecnologia digitale si scontra con una realtà di profonda solitudine esistenziale. La quantità delle interazioni spesso non compensa la carenza di qualità: legami liquidi, comunità virtuali che faticano a tradursi in supporto tangibile, e una crescente difficoltà a coltivare quella presenza autentica che nutre il senso di appartenenza e sicurezza. Questo vuoto relazionale ha un costo psicologico altissimo.

Il peso dei traumi non risolti: un’eredità che modella il presente

Come individui e come collettività, portiamo il fardello di traumi – storici, economici, pandemici, familiari – che, se non adeguatamente elaborati, continuano a esercitare un’influenza carsica sul nostro modo di percepire la realtà e di interagire. La trasmissione intergenerazionale del trauma, un concetto ben noto in ambito clinico, ci ricorda come le ferite del passato possano alimentare nel presente dinamiche di sfiducia, aggressività o ritiro sociale. Affrontare e integrare queste esperienze traumatiche è un passaggio cruciale per spezzare cicli disfunzionali.

L’ipertrofia narcisistica in una cultura della performance

La spinta sociale verso un ideale di performance impeccabile e di successo auto-celebrativo fomenta una cultura narcisistica che lascia poco spazio alla vulnerabilità, al fallimento come occasione di apprendimento, e all’interdipendenza. La ricerca spasmodica di validazione esterna, l’invidia e la competizione esasperata sono manifestazioni di un Sé fragile, costantemente bisognoso di puntellare la propria autostima attraverso il confronto e la svalutazione dell’altro.

La disfunzionale gestione del conflitto e della frustrazione

Osserviamo una marcata difficoltà nel tollerare la frustrazione e nel gestire il conflitto in maniera evolutiva. La tendenza all’escalation simmetrica, l’incapacità di negoziare soluzioni di compromesso o di accettare la legittima diversità dell’altro, segnalano una carenza di quelle competenze egoiche e relazionali che permettono di trasformare il disaccordo in un’occasione di crescita e non di rottura distruttiva.

Decifrare i sintomi della crisi sociale: un’analisi psicopatologica dei “fatti di cronaca”

I titoli dei giornali e le notizie che dominano il dibattito pubblico, spesso liquidati come mera “cronaca nera” o devianza isolata, rappresentano in realtà la punta emergente di un iceberg ben più vasto e profondo. Da una prospettiva clinica e psicodinamica, questi eventi possono essere interpretati come vere e proprie manifestazioni sintomatiche di dinamiche psicopatologiche che operano a livello individuale, diadico, gruppale e, in ultima analisi, socio-culturale. Un’attenta disamina rivela meccanismi e pattern ricorrenti, che trascendono la specificità del singolo atto per illuminare le fratture del nostro tempo.

Il femminicidio: quando il legame diventa prigione mortale

Il femminicidio, al di là della sua classificazione giuridica, è un fenomeno che interroga profondamente la psicologia delle relazioni. Non si tratta semplicemente di un’esplosione di violenza o di un esercizio di potere fine a sé stesso. Sovente, esso affonda le sue radici in un grave analfabetismo emotivo, dove l’incapacità di tollerare il lutto per la fine di una relazione, di gestire il sentimento di rifiuto o la ferita narcisistica, si traduce in un acting-out distruttivo. Le distorsioni cognitive giocano un ruolo cruciale: la partner viene percepita non come un individuo autonomo con una propria soggettività, ma come un possesso, un’estensione del Sé da controllare. Questo “delirio di possesso”, spesso alimentato da tratti di personalità patologici (narcisistici, paranoidi, antisociali), si accompagna a un profondo deficit della capacità empatica: la vittima viene progressivamente de-soggettivata, spogliata della sua umanità, rendendo “pensabile” e poi “agibile” l’atto finale che ne annichilisce l’esistenza. Si tratta, in molti casi, del tragico epilogo di una spirale di controllo psicologico, isolamento e violenza che ha radici in modelli di attaccamento disfunzionali e in una concezione arcaica e distorta dell’identità maschile e della relazione di coppia.

Bullismo e cyberbullismo: il palcoscenico della crudeltà e del vuoto empatico

Il bullismo, nelle sue forme tradizionali e nella sua più recente e insidiosa declinazione digitale (cyberbullismo), rappresenta un microcosmo in cui si palesano diverse fragilità psicologiche. Al centro, troviamo spesso una marcata carenza di empatia, l’incapacità di riconoscere e sentire la sofferenza inflitta all’altro. L’aggressore può agire spinto da un bisogno di dominanza e di potere, spesso come meccanismo compensatorio rispetto a vissuti di impotenza, inadeguatezza o umiliazione subita in altri contesti. Le dinamiche di gruppo sono fondamentali: l’effetto di diffusione della responsabilità (“non sono solo io”, “lo fanno tutti”) e la ricerca di approvazione all’interno del branco possono disinibire comportamenti altrimenti repressi. Nel cyberbullismo, l’assenza di contatto fisico e la possibilità di anonimato amplificano ulteriormente la de-realizzazione della vittima e l’impunità percepita dall’aggressore, trasformando lo spazio virtuale in un’arena di crudeltà a basso costo emotivo (apparente) per chi la perpetra.

Hate speech e radicalizzazione online: l’identità costruita sull’odio dell’altro

L’escalation dell’hate speeche la facilità con cui si formano e si radicalizzano gruppi d’odio online sono fenomeni che richiedono un’attenta lettura psicologica. La comunicazione mediata dallo schermo può favorire una regressione a meccanismi di pensiero più primitivi e scissi (il “bianco o nero”, il “noi contro loro”). L’interlocutore, privato della sua complessità tridimensionale, diventa facilmente un “altro da odiare”, un capro espiatorio su cui proiettare le proprie frustrazioni, paure e insicurezze. Per individui con un’identità fragile o in crisi, l’appartenenza a un gruppo che condivide un nemico comune può offrire un potente, seppur illusorio, senso di coesione, significato e identità per opposizione. La de-realizzazione dell’altro, la disinibizione legata all’anonimato e l’effetto eco-chamber (dove le proprie convinzioni vengono costantemente rinforzate senza confronto critico) creano un cocktail tossico che può portare dalla semplice espressione d’odio all’incitamento alla violenza reale.

L’epidemia silente di ansia e depressione: il corpo e la mente come sismografi del disagio

L’aumento esponenziale, quasi epidemico, dei disturbi d’ansia e della depressione, con un esordio sempre più precoce, non può essere liquidato come una semplice “fragilità” individuale. Da una prospettiva psicofisiologica e contestuale, questi disturbi rappresentano spesso una risposta adattiva (seppur disfunzionale nel lungo termine) a un ambiente percepito come cronicamente stressante, iper-performante, giudicante e povero di autentiche connessioni emotive e supporti sociali. La pressione al successo, l’incertezza economica e lavorativa, la solitudine mascherata da iper-connessione, e la difficoltà a trovare un senso profondo in un mondo in rapida trasformazione, possono erodere le risorse psichiche individuali. L’ansia diventa un segnale d’allarme costante, la depressione un tentativo di ritirarsi da un mondo percepito come troppo doloroso o ingestibile. Diventa quindi cruciale non solo riconoscere e affrontare i sintomi dell’ansia e della depressione, ma interrogarsi sulle condizioni ambientali e cultu rali che ne favoriscono la diffusione.

Le dipendenze patologiche: la disperata ricerca di un sollievo chimico o comportamentale al dolore psichico

Le dipendenze, siano esse da sostanze psicoattive (droghe, alcol) o comportamentali (gioco d’azzardo, internet, pornografia, shopping compulsivo), possono essere comprese, nella maggior parte dei casi, come un complesso e disperato tentativo di automedicazione e di regolazione affettiva fallimentare. Di fronte a stati emotivi percepiti come intollerabili (ansia, depressione, vergogna, vuoto, noia cronica), a traumi irrisolti o a una profonda sofferenza esistenziale, la sostanza o il comportamento compulsivo offrono un’illusione di sollievo immediato, una tregua temporanea dal dolore psichico. Questa ricerca compulsiva di gratificazione, tuttavia, instaura rapidamente un circolo vizioso che aggrava il problema originario, erodendo ulteriormente le capacità di coping, le relazioni e il funzionamento globale dell’individuo, fino a configurare una vera e propria patologia con basi neurobiologiche e psicologiche profonde.

La psicoterapia come laboratorio di trasformazione: dall’individuo alla matrice sociale

Se le radici del malessere sono così profondamente intrecciate con la psiche individuale e le sue interazioni, la psicoterapia si configura come uno spazio privilegiato non solo per la cura del sintomo, ma per una vera e propria riorganizzazione dell’esperienza soggettiva e relazionale, con potenziali ricadute trasformative sull’intero sistema sociale.

Dall’insight all’integrazione: sviluppare una matura intelligenza emotiva

Il percorso psicoterapeutico facilita l’insight, la comprensione profonda dei propri pattern emotivi, cognitivi e comportamentali. Ma va oltre: promuove l’integrazione di queste consapevolezze nella vita quotidiana, coltivando un’intelligenza emotiva che permette di abitare il proprio mondo interiore con maggiore padronanza e di rispondere agli stimoli esterni con flessibilità e creatività.

Coltivare l’alterità: empatia, compassione e la costruzione di legami autentici

La relazione terapeutica stessa, basata sull’ascolto non giudicante e sulla validazione empatica, funge da modello per relazioni più sane. Si apprende a sospendere il giudizio, a mettersi autenticamente nei panni dell’altro, a comunicare i propri bisogni e a rispettare quelli altrui, fondamenta indispensabili per tessere legami interpersonali nutritivi.

Elaborare i traumi, costruire resilienza

La psicoterapia offre strumenti specifici per l’elaborazione dei traumi, consentendo di trasformare le ferite in cicatrici, e le vulnerabilità in fonti di forza. Questo processo non solo allevia la sofferenza individuale, ma incrementa la resilienza, la capacità di far fronte alle inevitabili avversità della vita senza esserne sopraffatti, e anzi, traendone insegnamento.

Decostruire le narrazioni tossiche attraverso il pensiero critico

Un setting terapeutico sicuro incoraggia anche la messa in discussione di quelle credenze disfunzionali e di quelle narrazioni sociali tossiche che spesso vengono internalizzate acriticamente. Sviluppare un pensiero critico e autonomo è un antidoto potente contro la manipolazione e la passività.

Un contagio positivo: come la cura del Sé può riverberare sulla comunità

L’effetto di un percorso psicoterapeutico non si esaurisce nel perimetro dello studio. Individui più consapevoli, emotivamente competenti e capaci di relazioni autentiche diventano agenti di cambiamento positivo nei loro contesti di vita. La psicoterapia può così contribuire a una “salute pubblica” più ampia attraverso:
  • Una psicoeducazione capillare: la diffusione di una cultura psicologica che smantelli lo stigma e fornisca strumenti di comprensione e auto-aiuto.
  • Interventi preventivi e formativi nei luoghi della crescita e del lavoro (scuole, aziende, famiglie), per promuovere competenze socio-emotive fin dalla tenera età.
  • Una sinergia con altri professionisti dell’aiuto, per un approccio integrato e multidimensionale ai problemi complessi.
  • La facilitazione di spazi di dialogo comunitario dove sia possibile affrontare le divergenze in modo costruttivo.
  • Un’azione di advocacy affinché la salute mentale sia riconosciuta come priorità nelle agende politiche e sociali.

Tessere una nuova grammatica delle relazioni per una società più umana

Affrontare il dilagante malessere sociale richiede un cambio di paradigma: dalla semplice gestione dell’emergenza alla cura delle cause profonde. Non vi sono panacee, ma un impegno lucido e costante verso la comprensione delle dinamiche psicologiche che ci abitano e ci connettono (o disconnettono) è un punto di partenza ineludibile. La psicoterapia, in questo scenario, non è un lusso per pochi, ma una risorsa preziosa per chiunque desideri non solo “stare meglio”, ma anche contribuire a tessere una nuova grammatica delle relazioni umane, fondata sull’ascolto, sull’empatia e sulla responsabilità condivisa. La salute della polis, oggi più che mai, dipende dalla salute della psiche dei suoi cittadinii.

Incendio all’ Interporto di Nola: fumo denso e aria irrespirabile

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Un imponente incendio è divampato oggi nella zona del CIS/Interporto di Nola. Una densa e scura nube di fumo si è sollevata in cielo, visibile anche a grande distanza, e ha compromesso la qualità dell’aria nei dintorni. Secondo le prime ricostruzioni, le fiamme avrebbero interessato un’attività operante nel settore dell’import-export. Sul luogo del disastro sono prontamente intervenute diverse squadre dei vigili del fuoco, al lavoro per circoscrivere e spegnere il rogo. Al momento non si registrano persone ferite. Intanto, numerosi video e fotografie dell’accaduto stanno circolando sui social network, specialmente nel gruppo Facebook “Noi che amiamo Nola”, dove molti cittadini stanno condividendo aggiornamenti e immagini in tempo reale.

Spettanaze Polizia Locale Nola, CSA: “Comune inadempiente, situazione intollerabile“

Nola. Riceviamo e pubblichiamo:  COMUNICATO STAMPA A distanza di quattro settimane dalla nostra formale segnalazione, il CSA – Coordinamento Sindacale Autonomo – denuncia pubblicamente la gravissima inadempienza dell’Amministrazione Comunale di Nola, che a oltre un mese dalla nostra formale richiesta non ha ancora proceduto alla liquidazione delle spettanze dovute al personale del Corpo di Polizia Municipale. In particolare, risultano ancora non corrisposti: • i compensi relativi al Progetto “Festa dei Gigli 2024”, nonostante l’intero Corpo sia stato impiegato per garantire sicurezza, viabilità e ordine pubblico in uno degli eventi più complessi dell’anno; • i compensi per turnazione e reperibilità svolti a partire da gennaio 2025, fondamentali per garantire la continuità dei servizi al cittadino. Tutto ciò nonostante le rassicurazioni verbali ricevute e la regolare esecuzione dei servizi da parte degli agenti, spesso in condizioni operative difficili e con spirito di abnegazione. L’assenza di comunicazioni ufficiali e il rinvio continuo degli atti di liquidazione rappresentano un grave segnale di disattenzione verso i lavoratori, già provati da carichi crescenti e dall’incertezza economica. Il rischio è concreto: senza un intervento immediato, si compromette la tenuta operativa di un settore già fortemente sotto pressione, proprio alle soglie del prossimo “Giugno Nolano 2025”, ulteriore momento di forte impegno istituzionale. Il CSA chiede con forza che l’Amministrazione proceda entro la fine di maggio alla liquidazione integrale delle spettanze dovute, per cui questa organizzazione sindacale ha dato mandato ai propri legali al fine di intraprendere le vie giudiziarie. In caso contrario, il sindacato si riserva di attivare lo stato di agitazione e di proclamare lo sciopero, anche durante lo svolgimento degli eventi pubblici e straordinari legati alla Festa, che in assenza di  risposte concrete, non potranno essere garantiti dal personale della Polizia Municipale. Non c’è festa senza rispetto per chi garantisce sicurezza e legalità.   Per la Segreteria Provinciale CSA  S.Massimo

Napoli, primo co-housing per ragazzi con disabilità cognitive

Nella giornata di ieri, 27 maggio, è stato presentato il progetto di una prima “Casa Comune” per ragazzi con disabilità cognitive

Il progetto nasce da una collaborazione tra FoQus, Guber Banca, il Comune del capoluogo partenopeo, Fondazione Quartieri Spagnoli e Enel Cuore, con il partenariato del Consorzio Co.RE e l’Associazione AQS ed è stato presentato il 27 maggio a Palazzo San Giacomo.

L’iniziativa consente di riservare un luogo tutto dedicato a questi ragazzi, dove potranno vivere e coltivare la propria autonomia, affiancati da educatori qualificati.

Si rivolge ai bambini e ai giovani affetti da sindrome dello spettro autistico, sindrome di Down e a ragazzi già presenti nel percorso del Centro “Argo”, altro progetto voluto da FoQus a sostegno delle persone con disabilità.

Il Centro “Argo”, fin dal 2016, ha come obiettivo di valorizzare i talenti di questi ragazzi tramite il lavoro, promuovendone le abilità personali, professionali e sociali.

Il direttore di FoQus, Renato Quaglia, spiega: “Ecco perché pensare ad un co-housing, dove svolgere anche attività produttive o di accoglienza, significa dare loro ancora più responsabilità e indipendenza, in una naturale evoluzione dei programmi promossi durante l’anno dal Centro ‘Argo’”.

Alla presentazione del progetto erano presenti gli assessori Luca Trapanese e Antonio De Iesu e la Project Manager di Enel Cuore Viviana Scannicchio.

Questa “Casa Comune” si sviluppa su due edifici: il primo a Via Portacarrese a Montecalvario, all’interno della Fondazione e il secondo a Via del Formale, in un appartamento sequestrato alla camorra. Quest’ultimo, nel cuore dei Quartieri Spagnoli, si compone di 200 metri quadri e si sviluppa su 2 piani e una terrazza, ristrutturati e messi a nuovo grazie ad un programma di finanziamento promosso da Guber Banca.

Tale istituto bancario ha lanciato nel 2022, su proposta di FoQus e Fondazione Etica, il suo primo conto deposito vincolato dedicato a un’idea concreta di innovazione e impatto sociale: oltre agli interessi maturati dai clienti sul conto deposito, ha contribuito con un ulteriore 0,50% annuo delle somme vincolate per la creazione della “Casa Comune”, ricevendo consensi e adesioni da parte dei clienti all’iniziativa, a tal punto da consentire la completa ristrutturazione dell’appartamento, che era devastato prima del sequestro.

Enel Cuore ha contribuito all’iniziativa incaricandosi dell’arredamento dei nuovi spazi delle sedi e del co-housing.

I ragazzi si alterneranno, in gruppi, in esperienze dapprima a tempo determinato, dal lunedì al giovedì, e saranno seguiti da operatori preparati per coordinare step di vita e di lavoro indipendenti dal contesto familiare, con l’auspicio di renderli permanenti. I posti letto disponibili sono 16.

Dal venerdì alla domenica, tra qualche mese, “Casa Comune” diventerà un “B&B sociale”, adibito ad ospiti che si trovano a Napoli per scoprire la sua storia e il suo impegno per il sociale.

Tante sono le persone che si sono espresse in favore di tale iniziativa, come l’assessore al Welfare Luca Trapanese: “Sono stato colpito dal progetto della Casa Comune non solo per l’attenzione che dedica alle persone più vulnerabili della nostra città, ma soprattutto per il rispetto e la dignità che attribuisce loro. Con sensibilità verso i loro ritmi, il progetto si impegna concretamente a facilitarne l’inserimento nel mondo del lavoro”.

L’assessorato al Welfare ha partecipato ai costi di ristrutturazione e di acquisto delle attrezzature professionali attraverso i fondi previsti dalla legge 112 del 2016 recante “Disposizioni in materia di assistenza a favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare”, cosiddetta del “Dopo di noi”.

Ha lasciato poi una dichiarazione l’assessore alla Legalità Antonio De Iesu: Colpire i beni accumulati da un clan tramite estorsioni, usura o spaccio di droga è una delle azioni più efficaci che lo Stato possa intraprendere. Nel nostro caso si tratta di una casa, un tempo appartenente a una famiglia criminale, che sarà invece dedicata ad accogliere e sostenere un gruppo di giovani con autismo. È, senza dubbio, un successo per la parte virtuosa della nostra comunità”.

Martina, parla la madre: “Sono venuti a prendere l’assassino a casa mia”

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Enza Cossentino è la madre di Martina Carbonaro, ragazza quattordicenne uccisa ad Afragola dall’ex fidanzato.

Le parole della madre: “Avevo sospettato di lui già da lunedì poi ho capito quando sono venuti a prenderlo i carabinieri a casa mia”. “Le ultime notizie di Martina io le ho avute alle 20:30 di lunedì poi più nulla. C’è stata un’altra telefonata in cui lei ha detto pronto e poi la comunicazione è caduta. Credo che sia stato il suo ex a toglierle il telefono e ad attaccare”. 

Il rapporto tra i due ragazzi era peggiorato negli ultimi tempi. “All’inizio Martina era innamorata, ma poi c’è stato uno schiaffo e le cose sono cambiate. Io le ho detto che se non se la sentiva avrebbe dovuto lasciarlo. Non ho sentito i genitori del ragazzo e non vorrò sentirli neanche morta. Io voglio solo giustizia” dichiara la madre.

Il sindaco di Afragola, Antonio Pannone, ha annunciato la fiaccolata per ricordare la giovane vittima, che si svolgerà stasera alle ore 19 ad Afragola, con ritrovo alle ore 18 in Piazza Municipio.

Le parole del primo cittadino di Afragola: “Fiaccolata in ricordo di Martina Carbonaro partenza alle ore 19,00 da piazza Municipio.

A seguito dei noti e tragici fatti di cronaca, che hanno visto vittima di femminicidio  la giovanissima nostra concittadina Martina Carbonaro, si è deciso di organizzare in Sua memoria per stasera 28 maggio 2025 una fiaccolata –  con raduno a piazza Municipio  alle ore 18,00 e partenza alle ore 19,00.

Il corteo in marcia arriverà fino al  complesso sportivo Luigi Moccia.

In segno di cordoglio e di dolore per la vita tragicamente spezzata.

La cittadinanza è invitata a partecipare.”

Controlli straordinari della Polizia di Stato ad Acerra: 86 persone identificate

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Controlli straordinari della Polizia di Stato ad Acerra: 86 persone identificate Nella giornata di lunedì, la Polizia di Stato ha condotto un servizio straordinario di controllo del territorio nel comune di Acerra, con l’obiettivo di garantire maggiore sicurezza e prevenzione sul territorio. L’operazione ha visto impegnati gli agenti del Commissariato di Acerra, in collaborazione con il Reparto Prevenzione Crimine Campania, e ha portato a un’intensa attività di monitoraggio in diversi punti strategici della città. Nel corso dei controlli, sono state identificate 86 persone, tra cui 35 con precedenti di polizia. Inoltre, sono stati sottoposti a verifica 45 veicoli, per accertare eventuali violazioni al codice della strada e individuare mezzi sospetti o irregolari. L’intervento rientra nel quadro delle iniziative di contrasto alla criminalità ordinaria e di presidio delle aree urbane sensibili, sempre più frequenti nella zona grazie a una presenza rafforzata delle forze dell’ordine. Le attività si sono svolte con attenzione e rigore, senza particolari criticità, ma con un segnale forte di presenza istituzionale sul territorio. La Polizia di Stato conferma l’impegno costante nel tutelare la sicurezza dei cittadini attraverso controlli mirati e operazioni straordinarie, in sinergia con i reparti specializzati. I risultati del servizio rafforzano la percezione di legalità e rappresentano un deterrente contro fenomeni di illegalità diffusa. Sono previsti nuovi interventi nelle prossime settimane, sempre con l’obiettivo di aumentare il livello di sicurezza urbana, anche grazie alla collaborazione con i cittadini e alle segnalazioni che arrivano quotidianamente agli operatori di polizia.

Spaccio del clan, 21 arresti tra Somma Vesuviana e Sant’Anastasia

SOMMA VESUVIANA – I Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Castello di Cisterna hanno dato esecuzione a un provvedimento cautelare emesso dal giudice per le indagini preliminari di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 21 individui. Di questi, 19 sono stati condotti in carcere mentre 2 sono stati posti agli arresti domiciliari. Le persone coinvolte sono fortemente sospettate, a vario titolo, di appartenere a un’organizzazione di stampo mafioso, nonché di essere implicate in un’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, possesso e utilizzo di armi, detenzione di droga ai fini di spaccio, tentativi di estorsione e altri reati aggravati dal metodo mafioso e da finalità mafiose. Come riportato in un comunicato firmato dal procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, le indagini avrebbero fatto emergere l’attività di due gruppi criminali radicati nei comuni di Somma Vesuviana e Sant’Anastasia, entrambi riconducibili al clan Mazzarella, con base a Napoli. Le due organizzazioni avrebbero un controllo penetrante del territorio. Il primo gruppo sarebbe specializzato nella gestione e nello smercio di sostanze stupefacenti, operando in diverse aree di spaccio e disponendo di uomini, armi e risorse logistiche. Il secondo, invece, sarebbe attivo nel compiere richieste estorsive ai danni di imprenditori e commercianti locali, con l’obiettivo di sostenere economicamente i propri membri.  

Martina trovata morta: l’ex l’ha uccisa a bastonate e ha nascosto il corpo

È stata rinvenuta nella tarda notte in uno stabile fatiscente nei pressi dell’ex impianto sportivo “Moccia” di Afragola la salma della 14enne Martina Carbonaro, di cui si erano perse le tracce nel tardo pomeriggio di lunedì. La giovane era uscita di casa intorno alle 19:00 per incontrare un’amica e poi, secondo quanto riferito dalla madre, avrebbe visto il suo ex compagno. Da quel momento, nessuno l’ha più sentita.

Le forze dell’ordine, guidate dai militari della compagnia di Casoria con il supporto del reparto investigativo di Castello di Cisterna, hanno lavorato senza sosta fino alla tragica scoperta avvenuta stanotte. Il ritrovamento è avvenuto dopo ore di ricerche e accertamenti. Il corpo era nascosto sotto un vecchio materasso, all’interno di un edificio in rovina.

L’allarme era scattato quando la madre, non ricevendo più notizie dalla figlia, si era rivolta alle autorità per denunciarne la scomparsa. L’ultimo contatto era avvenuto intorno alle 20:30, quando Martina aveva promesso che sarebbe rientrata a breve. Poi, il silenzio.

Le indagini, coordinate dalla Procura di Napoli Nord, sono in pieno svolgimento. Le attenzioni degli inquirenti si stanno ora concentrando sull’ex fidanzato della ragazza, ascoltato dagli investigatori nelle ultime ore.

Sui social, il dolore si fa voce attraverso le parole strazianti della madre: “Chi ha fatto del male a mia figlia non resterà impunito. Vola in alto, amore mio.”

Anche il sindaco di Afragola, Antonio Pannone, ha espresso il proprio dolore per l’accaduto:

“Siamo di fronte a una tragedia sconvolgente. È inaccettabile che una ragazza così giovane venga strappata alla vita con tanta brutalità. La nostra comunità è attonita e colpita nel profondo. Alla famiglia di Martina va il cordoglio più sentito da parte di tutta la città. Siamo certi che le autorità faranno piena luce su questa vicenda per individuare il colpevole.”

Il primo cittadino ha inoltre ringraziato tutti i soggetti coinvolti nelle operazioni di ricerca: forze dell’ordine, vigili del fuoco, polizia locale, Prefettura e sistema di videosorveglianza comunale, che hanno collaborato con efficienza e tempestività.

Il quartiere resta sgomento, tra rabbia e dolore, mentre la comunità si stringe attorno ai familiari della giovane vittima.

I nove fratellini uccisi da Israele a Gaza. E molti si domandano: Dio perché tace?

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Alaa al- Najjar, dottoressa pediatra al Nasser Medical Complex di Gaza, mentre cerca di portare aiuto ai bambini colpiti dalle armi di Israele, vede arrivare nell’ospedale i corpi irriconoscibili di otto dei suoi dieci figli (il più grande aveva dodici anni), e il marito gravemente ferito. Un altro figlio era morto sotto le macerie della casa. E torna la domanda che gli Ebrei rivolsero a sé stessi e al mondo nei campi di sterminio nazisti: Dio perché tace?   Commentando su “Avvenire” (23 marzo 2025) la strage compiuta da Israele a Gaza due giorni prima – una delle tante- Marina Corradi scrive: “Centrotrenta. Centotrenta degli oltre 400 morti sotto le bombe a Gaza, lunedì, erano bambini, denuncia Unicef. Ascolti un tg e metti giù le posate, non hai più voglia di mangiare. 130 bambini. E tu, che come tante madri o padri o nonni ne hai sempre sotto gli occhi uno, di bambini, stai come se ti avessero scagliato una pietra. Perché “loro” sono, nel mondo, qualcosa a parte, “loro” non sono ancora come noi.”. I bambini non sono come noi: non sono terroristi. E perfino la fiacca coscienza di certi Paesi europei ha incominciato a scuotersi da quando gli organi internazionali hanno pubblicato il numero dei bambini massacrati dalle armi di Israele nella striscia di Gaza: un numero che cresce di giorno in giorno. Ma molti pensano che sia difficile fermare Netanyhau, il quale, ispirato dal suo amico Trump, vuole cancellare completamente la presenza di Palestinesi in tutto il territorio, trasformare la striscia di Gaza in un luogo di villeggiatura per americani ricchi e, come ha gridato Moni Ovadia, mettere le mani sulle riserve di gas. Ma è sorprendente notare come molti abitanti di Israele dimentichino la tragedia del loro popolo negli anni di Hitler e del nazismo e non accettino che si definisca genocidio anche la politica di sangue che il loro governo e il loro esercito stanno imponendo a Gaza. Maurizio Teani scriveva nel maggio 2019, in “Aggiornamenti sociali”: «Chi non sa ricordare il passato è condannato a ripeterlo». Questa frase icastica di George Santayana, poeta e saggista di origine spagnola, incisa in diverse lingue all’ingresso del campo di concentramento di Dachau, evidenzia l’importanza di fare i conti con la propria storia, anche nei suoi aspetti più oscuri e inquietanti. L’affermazione rimanda, indirettamente, alle resistenze che il fare memoria incontra in ognuno di noi.E questo vale per i carnefici e per le vittime. In un saggio pubblicato nel 2019 Gianni Criveller, storico, sinologo e teologo racconta di aver partecipato, nel 2013, a un “corso sull’Olocausto” che si teneva a Gerusalemme, proprio nel Museo dedicato all’ Olocausto. Dopo aver ascoltato i racconti di alcuni sopravvissuti e le analisi di storici importanti, il Criveller si chiede: ” Ci siamo impegnati in dolorose discussioni, cercando di dare un senso a ciò che apprendevamo. Possiamo ancora credere in Dio dopo Auschwitz? Dove era Dio? Perché rimase in silenzio? Sia ebrei che cristiani cercano risposte a queste domande, ma trovarle è impresa assai difficile. Dopo l’Olocausto, teologi ebrei e cristiani hanno cercato un nuovo punto di partenza perché l’orrore sperimentato era in netto contrasto con l’idea consueta di Dio.”. Nel libro “Notte” (1951) lo scrittore Elie Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti – la sua famiglia fu massacrata -, nel 1986 Premio Nobel per la Pace, racconta l’orribile esecuzione, ad Auschwitz, di un bambino, impiccato tra altri due impiccati. Ma il ragazzino è troppo leggero, la corda non si tende subito, e l’agonia è lunga e terribile. Per Wiesel Dio muore insieme a quel ragazzino. Ma l’immagine dei tre impiccati ha spinto qualche teologo a ricordare le parole dei Papi Ratzinger e Bergoglio sulla teologia della Croce: Dio, attraverso il Figlio, muore con chi muore e dà un senso definitivo alla sua sofferenza. Ma non credo che la dottoressa Alaa al- Najjar riuscirà a trovare un senso alla strage dei suoi figli. Gianni Criveller, in chiusura del saggio, ci fa un dono prezioso, le parole della scrittrice ebrea olandese, anche lei morta ad Auschwitz, Elly Willesum: Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietra e sabbia: allora Dio è sepolto, allora bisogna dissotterrarlo di nuovo. (Diario, 60).  E preziosa è anche la citazione di una poesia di David Maria Turoldo: Signore, hai mai desiderato morire? Sai cosa vuol dire: non farcela più, perché il male è troppo grande, e amaro, da renderci tanto infelici? Dice un midrash antico che a volte tu fai, a sera, delle nostre preghiere un tappeto disteso nel cielo e sopra tu pure ti prostri e preghi, e questa sarebbe la tua preghiera:– Di tanto male vi chiedo perdono, uomini… (fonte foto: AVVENIRE)      

Somma, successo del Liceo Torricelli al Rotary “Aziende Virtuose”

Somma Vesuviana. Studenti del Liceo Torricelli premiati al concorso Rotary “Aziende Virtuose”.  Gli alunni del Liceo scientifico-classico “E. Torricelli” di Somma Vesuviana hanno partecipato al concorso “Aziende Virtuose” promosso da Rotary Club, ottenendo un riconoscimento per le loro capacità imprenditoriali e per il lavoro di squadra dimostrato durante il progetto. La cerimonia di premiazione si è svolta al Teatro Mattiello di Pompei, alla presenza di diversi club Rotary, tra cui Pompei Villa dei Misteri e Poggiomarino Vesuvio Est. All’evento hanno partecipato anche la Dirigente scolastica del Liceo Torricelli e alcune docenti dell’istituto, a conferma del sostegno della scuola alle attività che promuovono lo sviluppo di competenze trasversali tra gli studenti. Durante la manifestazione è stata premiata anche l’azienda Maxtris Confetti di Somma Vesuviana, riconosciuta per il suo impegno e la qualità nel proprio settore. L’iniziativa ha rappresentato un momento di confronto e valorizzazione delle cosiddette “best practices”, in un’ottica di sensibilizzazione delle nuove generazioni.