Alaa al- Najjar, dottoressa pediatra al Nasser Medical Complex di Gaza, mentre cerca di portare aiuto ai bambini colpiti dalle armi di Israele, vede arrivare nell’ospedale i corpi irriconoscibili di otto dei suoi dieci figli (il più grande aveva dodici anni), e il marito gravemente ferito. Un altro figlio era morto sotto le macerie della casa. E torna la domanda che gli Ebrei rivolsero a sé stessi e al mondo nei campi di sterminio nazisti: Dio perché tace?
Commentando su “Avvenire” (23 marzo 2025) la strage compiuta da Israele a Gaza due giorni prima – una delle tante- Marina Corradi scrive: “Centrotrenta. Centotrenta degli oltre 400 morti sotto le bombe a Gaza, lunedì, erano bambini, denuncia Unicef. Ascolti un tg e metti giù le posate, non hai più voglia di mangiare. 130 bambini. E tu, che come tante madri o padri o nonni ne hai sempre sotto gli occhi uno, di bambini, stai come se ti avessero scagliato una pietra. Perché “loro” sono, nel mondo, qualcosa a parte, “loro” non sono ancora come noi.”. I bambini non sono come noi: non sono terroristi. E perfino la fiacca coscienza di certi Paesi europei ha incominciato a scuotersi da quando gli organi internazionali hanno pubblicato il numero dei bambini massacrati dalle armi di Israele nella striscia di Gaza: un numero che cresce di giorno in giorno. Ma molti pensano che sia difficile fermare Netanyhau, il quale, ispirato dal suo amico Trump, vuole cancellare completamente la presenza di Palestinesi in tutto il territorio, trasformare la striscia di Gaza in un luogo di villeggiatura per americani ricchi e, come ha gridato Moni Ovadia, mettere le mani sulle riserve di gas. Ma è sorprendente notare come molti abitanti di Israele dimentichino la tragedia del loro popolo negli anni di Hitler e del nazismo e non accettino che si definisca genocidio anche la politica di sangue che il loro governo e il loro esercito stanno imponendo a Gaza. Maurizio Teani scriveva nel maggio 2019, in “Aggiornamenti sociali”: «Chi non sa ricordare il passato è condannato a ripeterlo». Questa frase icastica di George Santayana, poeta e saggista di origine spagnola, incisa in diverse lingue all’ingresso del campo di concentramento di Dachau, evidenzia l’importanza di fare i conti con la propria storia, anche nei suoi aspetti più oscuri e inquietanti. L’affermazione rimanda, indirettamente, alle resistenze che il fare memoria incontra in ognuno di noi. “E questo vale per i carnefici e per le vittime. In un saggio pubblicato nel 2019 Gianni Criveller, storico, sinologo e teologo racconta di aver partecipato, nel 2013, a un “corso sull’Olocausto” che si teneva a Gerusalemme, proprio nel Museo dedicato all’ Olocausto. Dopo aver ascoltato i racconti di alcuni sopravvissuti e le analisi di storici importanti, il Criveller si chiede: ” Ci siamo impegnati in dolorose discussioni, cercando di dare un senso a ciò che apprendevamo. Possiamo ancora credere in Dio dopo Auschwitz? Dove era Dio? Perché rimase in silenzio? Sia ebrei che cristiani cercano risposte a queste domande, ma trovarle è impresa assai difficile. Dopo l’Olocausto, teologi ebrei e cristiani hanno cercato un nuovo punto di partenza perché l’orrore sperimentato era in netto contrasto con l’idea consueta di Dio.”. Nel libro “Notte” (1951) lo scrittore Elie Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti – la sua famiglia fu massacrata -, nel 1986 Premio Nobel per la Pace, racconta l’orribile esecuzione, ad Auschwitz, di un bambino, impiccato tra altri due impiccati. Ma il ragazzino è troppo leggero, la corda non si tende subito, e l’agonia è lunga e terribile. Per Wiesel Dio muore insieme a quel ragazzino. Ma l’immagine dei tre impiccati ha spinto qualche teologo a ricordare le parole dei Papi Ratzinger e Bergoglio sulla teologia della Croce: Dio, attraverso il Figlio, muore con chi muore e dà un senso definitivo alla sua sofferenza. Ma non credo che la dottoressa Alaa al- Najjar riuscirà a trovare un senso alla strage dei suoi figli. Gianni Criveller, in chiusura del saggio, ci fa un dono prezioso, le parole della scrittrice ebrea olandese, anche lei morta ad Auschwitz, Elly Willesum: Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietra e sabbia: allora Dio è sepolto, allora bisogna dissotterrarlo di nuovo. (Diario, 60). E preziosa è anche la citazione di una poesia di David Maria Turoldo: Signore, hai mai desiderato morire? Sai cosa vuol dire: non farcela più, perché il male è troppo grande, e amaro, da renderci tanto infelici? Dice un midrash antico che a volte tu fai, a sera, delle nostre preghiere un tappeto disteso nel cielo e sopra tu pure ti prostri e preghi, e questa sarebbe la tua preghiera:– Di tanto male vi chiedo perdono, uomini…
(fonte foto: AVVENIRE)



