LA SCUOLA PUBBLICA HA UNA SALUTE MOLTO, MOLTO CARENTE

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Negli ultimi dieci anni ministri di diverse bandiere hanno retto le sorti della Scuola italiana: possiamo affermare con certezza che non è cambiato niente. Le prove Invalsi, ad esempio. Di Ciro Raia

Lucio Magri, che se ne è andato volontariamente e coscientemente qualche giorno fa (suscitando un vespaio di sentimenti contrastanti), nel 2000, aveva scritto un interessante e bel saggio sulla scuola, intitolandolo “La madre di tutte le riforme” (La rivista del Manifesto, aprile 2000).

La riflessione, avviata da una delle intelligenze più critiche e vivaci (e, perciò, eretica) degli ultimi anni, era tesa a sostenere che la trasformazione della scuola di massa -nel mentre si attraversava un periodo di profondissima crisi sociale, culturale, politica, economica (niente di nuovo sotto il sole!)- dovesse essere alla base di tutte le riforme. Ragionando, infatti, sulla necessità di una scuola adeguata ai bisogni dei tempi, Magri enunciava alcune idee alternative, che, volendo costituire una piattaforma di intenti da condividere, dovevano passare per forza attraverso due o tre processi innovativi quali 1) la formazione permanente, 2) l’autonomia delle scuole, 3) la costruzione di nuovi assi formativi.

Per sconfiggere, infatti, la pratica usuale di affidare l’acquisizione delle nuove conoscenze (il presente e il futuro) o il rafforzamento delle pregresse (il passato, la memoria) unicamente alla televisione, nel saggio citato si invocava una nuova idea di scuola e della sua funzione, “rivolta alla effettiva promozione sociale e a fare di tutti realmente degli intellettuali”. Laddove l’intellettualità non era sinonimo della traduzione di un requisito culturale elitario ma, semplicemente, la capacità di saper affrontare i problemi complessi con le armi fornite da una generale crescita culturale e professionale.

La nuova finalità educativa richiedeva, innanzitutto, che lo spazio dell’elaborazione dei “significati” non fosse calato dall’alto ma potesse vivere di una sua indipendenza. Era, in altre parole, l’esigenza di un’autonomia didattica, in grado di creare una cooperazione competitiva dei saperi con metodi e progetti culturali di ampio spessore. Posizione intrigante e per niente utopistica, opposta ad ogni tentativo di logica aziendale. Così, la scuola di massa non era (e non poteva essere, visto lo spessore culturale e politico dei suoi ideatori) quella che, poi, è diventata l’incolpevole responsabile di tutti i mali e di tutti gli insuccessi sociali, culturali e politici contemporanei!

Poi, a meglio definire l’idea significativa e profondamente innovativa di alternatività -non solo nella differenza tra scuola pubblica e scuola privata ma, soprattutto, tra scuola pubblica e scuola statale- “la madre di tutte le riforme” doveva garantire una scuola di massa dura, difficile, che non indulgesse a perseverare negli aspetti ludici o ad esaltarsi unicamente per percorsi di creatività, di socializzazione o di scontata scolarizzazione. E, per fronteggiare i denigratori arroccati nelle cittadelle oltranziste -per fede o per appartenenza- del Dio, Patria e Famiglia o dell’ideologia dei Buoni Sentimenti o del Mercato del Consumismo, doveva garantire un rinforzo a una visione gramsciana di una scuola che doveva far capire la -e abituare alla- fatica (perfino muscolare) del lavoro intellettuale.

Nel 2000 Ministro della P.I. era T. De Mauro [Indipendente] (subentrato a L. Berlinguer [DS], che aveva retto il dicastero nel quadriennio precedente); successivamente a Viale Trastevere si sono, poi, avvicendati L. Moratti [FI] dal 2001 al 2006, G. Fioroni [PD] fino al 2008 e M.S. Gelmini [PDL] fino a ieri. In sostanza, con sguardo retrospettivo, in oltre dieci anni (ma l’impasse ministeriale dura da molti più anni), si può affermare con certezza che non è cambiato niente; anzi, lo stato di salute della scuola pubblica è molto peggiorato. Un esempio è nell’uso delle cosiddette prove Invalsi.

Introdotte nell’anno scolastico 2006-2007, esse si fregiano dell’etichetta di valutazione di sistema, vivono annualmente di una rilevazione censuaria, si esauriscono in una prova intermedia e di una finale, in sede d’esame. Quindi, il silenzio o, forse, la cancellazione di ogni traccia. In altri termini, quelle prove si fanno (fare) solo perché sono previste dalla legge. Sono utili, sono inutili? Sono interrogativi che lasciano, come si suol dire, il tempo che trovano. Quelle stesse prove sono valutate, infatti, solo con un parametro di autoreferenzialità: non accedono ad una competizione con i risultati conseguiti da un’altra scuola; non rientrano nemmeno in un confronto comune tra le classi di una medesima scuola.

Se, continuando gli esempi, alcuni item di ortografia avessero presentato (come hanno presentato) errori ricorrenti e comuni, sarebbe stato opportuno riflettere (ma non è successo) sull’insegnamento dell’ortografia e sulle modalità di correzione degli errori in un lavoro di libera scrittura piuttosto che sul punteggio conseguito da ciascun allievo. Se una classe o più classi -ancora un esempio- avessero conseguito (come hanno conseguito) scarsi risultati nella ricerca di informazioni, in presenza di più informazioni concorrenti, più che la preoccupazione del punteggio, sarebbe stato utile (ma non è successo) aprire un confronto (e recitare un mea culpa) sulla didattica della lettura.

Una scuola che fa capire la -e abitua alla- fatica (anche muscolare) del lavoro intellettuale, con le prove Invalsi, invece, di esercitarsi sulla compilazione di innumerevoli manualetti di simulazioni, si sarebbe attrezzata per fare acquisire le competenze necessarie (fondamentali, prioritarie, utili a seconda dei vari livelli scolastici) per destreggiarsi nella vita (non scholae sed vitae discimus) col grado di autonomia richiesto a una mente in crescita logica e cronologica.
Ignorante non è solo chi non studia o chi non sa. Ignoranti sono anche quelli che studiano ma non sanno farsi capire; sono quelli che hanno studiato fino al conseguimento di un titolo di studio (anche una o più lauree) e, poi, hanno chiuso per sempre i libri; sono tutti quelli fuori da una formazione permanente.

Anche un intelligente può essere un ignorante se non riesce ad esprimere le sue potenzialità. Il ruolo di traghettatore dalle tenebre alla luce, da una sponda all’altra (un infaticabile san Cristofaro) è affidato sempre alla scuola, che, però, deve essere messa in condizione di poterlo fare ma, soprattutto, deve possedere gli strumenti e il personale esperto nell’ uso. Ho letto da qualche parte che un sociologo di chiara fama, Luciano Luigi Pellicani, fosse solito ripetere nei suoi interventi (lezioni, incontri pubblici) che “un uovo deposto dalla gallina è natura, cotto in padella è cultura”. È cultura tutto ciò che è trasformato, modellato dall’uomo. È cultura, è scuola tutto ciò che si avvale di una cooperazione competitiva dei saperi.

Confesso che, appena ho la possibilità di lasciare la gabbia della presidenza (il regno del dirigente!), mi piace andare in giro per la scuola. Mi fermo a parlare con i bidelli, con i genitori, con gli alunni e con i docenti che incontro (quelli che sono liberi dalle lezioni). Spesso, nei corridoi, fuori dalle aule, capita di imbattermi in alunni messi fuori, in castigo.
-Che ci fai lì?
-Sono stato cacciato, perché non seguivo la lezione.
-Entra e chiedi scusa.

Subito dopo entro anche io in quella classe e comincio a parlare con gli alunni e il docente di quanto accaduto, della lezione che si sta facendo, di un qualcosa capitato in quel momento. Ho la presunzione di essere tra i responsabili (il maggiore, per ruolo e funzione) dei processi di trasformazione. Voglio/devo contribuire, anch’io, alla cottura di un uovo come che sia: al tegamino, alla coque, strapazzato, in camicia, fritto o a bagno maria.
Lo avevo appreso, tanti anni fa, proprio da un alunno. Si chiamava Michele Gargiulo, abitava nel popoloso quartiere di Ponticelli.

Quella volta, per volontà di tutti i componenti il consiglio di classe, era stata convocata la madre, per parlarle dello scarso profitto del figlio, per trovare una strada comune.
-Avanti, di’ a tua madre e a noi, perché non studi?
-E come faccio a studiare, se mi cacciate sempre fuori?

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CRISI ECONOMICA E ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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Oggi ci occuperemo di come la crisi economica, passata ed attuale, influisce ed ha influito sulle organizzazioni criminali, e di come esse rispondono differentemente rispetto alle aree legali.

Come racconta Serena Danna in un suo recente libro, lo stesso Mario Draghi attesta che “le organizzazioni criminali sono state leste ad approfittare della crisi economico-finanziaria come opportunità di crescita”. Dunque la crisi economica attuale che colpisce sia le famiglie, sia le piccole e medie imprese, costituisce una grande occasione di investimento per le organizzazioni criminali. Secondo il 44esimo Rapporto Censis riguardo la situazione sociale del Paese del 2010, la crisi economica fa crescere il rischio che la criminalità si insinui ulteriormente nell’economia legale.

Una spiegazione di tale modalità di risposta alla crisi economico-finanziaria, di questa ombra che perseguita i mercati legali mondiali e che approfitta della assenza dello stato legale, è dovuta perlopiù alla copertura di servizi che per l’appunto lo stato legale non può ricoprire per scelte etiche e morali. Un esempio può essere quello del mercato della droga, quello della prostituzione, del traffico di organi, del traffico di esseri umani ecc.

Settori del mercato illegale, che in periodi di recessione ,come quelli che stiamo vivendo, non tendono a calare drasticamente come le imprese legali o i mercati azionari. Le organizzazioni criminali non sono vittime dello spread che ad oggi è superiore ai 400 punti. Lo stesso Amato Lamberti, autorevole studioso-analista del fenomeno, ha affermato più volte nel corso degli anni che la legalizzazione anche soltanto parziale di alcuni settori di questi mercati sarebbe un drastico colpo di frusta per le organizzazioni criminali, le quali si ritroverebbero sottratti alcuni tra i settori più redditizi, come quello delle droghe che secondo le stime si aggira intorno ai 325 miliardi di dollari all’anno.

Possiamo considerare che il mercato illegale sia costituito da un network di organizzazioni criminali dai numerosi interessi economici che risulta estremamente flessibile, data la strategia che attua di diversificazione nelle attività e negli investimenti. Esso si riproduce e si fortifica traendo profitti in tutte le fasi di fluttuazioni cicliche dell’economia nazionale ed internazionale.
Il governatore Draghi, durante un convegno di Libera del 2011, ha aggiunto che “nell’arco di 30 anni, all’insorgere della criminalità organizzata sarebbe attribuibile una perdita del Pil italiano di 20 punti percentuali”.

Possiamo ipotizzare che l’ascesa di questi network illegali sia anche stata agevolata da scelte sbagliate attuate dai “poteri forti” del mercato, che hanno generato effetti perversi, crisi economica ed una economia “canaglia”.

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http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=52

IL VIAGGIO DI PEPPE VOLTARELLI FA TAPPA A GALLERIA TOLEDO

Ultima sera a Napoli per “Il viaggio, i padri e l”appartenenza”, spettacolo on the road sulle note di Renato Carosone, Enzo Jannacci, Sergio Endrigo, Domenico Modugno. Un itinerario umano e artistico.

Sul palco della Galleria Toledo regna il buio, nel nero del fondo, delle poltroncine, delle assi, unica luce alla consolle, che si trasforma quasi in una postazione da dj da cui provengono voci sovrapposte, commenti e critiche all’opera e alle scelte non convenzionali del cantautore e attore calabrese. Sul palco, in una luce fioca, solo con chitarra e fisarmonica è Peppe Voltarelli. Lo spettacolo è un racconto vivissimo di musica e ricordi, viaggi reali e immaginari, una forma di ribellione alle tradizioni imposte e la ricerca delle origini attraverso un viaggio che riscopre le tradizioni originarie.
Il viaggio è un itinerario tra i ricordi e i miti dell’artista, un omaggio ai padri del folk, ospite a Napoli, durante lo spettacolo, Voltarelli ricorda il gruppo folk nato a Pomigliano D’Arco.

È il Folk la radice dello spettacolo, da qui la ricerca dell’artista che racconta le sue origini di musicista rock della provincia calabrese e la nascita di un esigenza nuova, il confronto con le musiche popolari.
Il concerto abbraccia più mondi, dall’«Onda calabra», fino all’«Ultima notte a Mala Strana», il suo lavoro più recente con cui l’artista ha vinto il premio Tenco 2010 nella categoria dischi in dialetto. Un’ora e mezza in cui le canzoni sono intervallate da monologhi, racconti, ricordi personali legati alla terra di origine, alle voci, ai suoni e agli odori dell’infanzia. Ironia, provocazioni, la capacità di coinvolgere il pubblico, di farlo cantare, pensare, ricordare.

A Napoli fino a questa sera (ore 18.00) la prima tappa del Tour che proseguirà a Firenze (Sala Vanni dal 9 dicembre), a Milano (Spazio Teatro dal 16 dicembre), a Roma (Teatro dell’Angelo dal 19) a Bari (Teatro Kismet dal 27), Bologna (Bravo Caffè dal 19 gennaio), Lanciano (Teatro Fenaroli dal 26 gennaio) e Torino (3 marzo al Folk Club).

L’INABILITÁ TEMPORANEA DEGLI STUDENTI NON É RICONOSCIUTA DALL’I.N.A.I.L

L”alunno che subisce un infortunio non ha diritto all”indennità per le assenze dalla scuola. Gli studenti, infatti, non prestano attività lavorativa.

Con ricorso al Tribunale di Cagliari un alunno di un Istituto tecnico commerciale esponeva che durante una competizione sportiva scolastica, aveva subito un infortunio che gli aveva prodotto "postumi di lussazione traumatica della spalla sinistra con grave riduzione funzionale della stessa" quantificabile nella misura del 16% di inabilità lavorativa, oltre alla inabilità temporanea per cui aveva diritto alla indennità per il periodo di astensione dalla scuola.

L’I.N.A.I.L., cui aveva richiesto le prestazioni assicurative del caso, gli aveva comunicato che non era residuato alcun postumo permanente, mentre nulla gli competeva per il periodo di astensione dalla scuola. Il Tribunale respingeva la domanda, ma la Corte d’appello di Cagliari, cui l’alunno aveva fatto ricorso, accoglieva parzialmente l’appello, dichiarando il diritto del’alunno all’indennità per sessanta giorni di astensione dall’attività scolastica, con gli interessi legali.

A sua volta, L’I.N.A.I.L. ricorre in Cassazione perché non è disposta a pagare l’indennità per sessanta giorni.
In sede difensiva l’I.N.A.I.L., mentre ammette che sussistono, anche per gli studenti, i presupposti per l’erogazione delle prestazioni economiche da inabilità permanente (essendo il relativo pregiudizio proiettato nel futuro), nega i presupposti per l’erogazione dell’indennità per inabilità temporanea assoluta, dal momento che gli studenti non prestano attività lavorativa retribuita, lasciando immutati i fatti ed i termini della controversia.

Nel merito, la Corte osserva dunque che nonostante l’espansione delle categorie, oggettive e soggettive, di tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, anche in ordine agli insegnanti ed alunni delle scuole o istituti di istruzione, e relative attività, non può in ogni caso ritenersi che siano oggetto di assicurazione anche gli infortuni occorsi agli alunni in occasione di eventi sportivi, non connessi all’attività istituzionalmente svolta dalla scuola, e tanto meno spettare ad essi l’indennità giornaliera per inabilità temporanea (non percependo gli alunni alcuna retribuzione), disponendo, invece, chiaramente, che tale indennità temporanea consiste in una misura percentuale della retribuzione giornaliera, essendo diretta ad assicurare al lavoratore i mezzi di sostentamento finchè dura l’inabilità che impedisce totalmente e di fatto all’infortunato di rendere le sue prestazioni lavorative (Cass. 22 agosto 2002 n. 12402).

Il ricorso dell’I.N.A.I.L è accolto dalla Corte, col rigetto dell’originaria domanda.
La Cassazione Civile, Sez. Lav., 20 luglio 2011, n. 15939 ha ritenuto, quindi, che agli studenti non è dovuta l’ indennità di inabilità temporanea per l’incidente occorso durante l’attività di educazione fisica da parte dell’I.N.A.I.L., mentre sicuramente è dovuto il risarcimento del danno subìto da parte di chi è responsabile o comunque da parte di chi lo abbia procurato.

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QUESTI RIFIUTI. E LA NECESSITÁ DI UNA VITA PIÙ SOBRIA

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Mentre si riaffaccia l”emergenza per le strade di Napoli, nell”Agro Nolano si teme di doversi sacrificare ancora una volta per il Capoluogo. Non sarebbe giusto. Di Don Aniello Tortora

Il nuovo ministro dell’Ambiente Corrado Clini, nel corso dell’audizione in Commissione alla Camera sulla questione dei rifiuti in Campania, ha affermato di non escludere «si possa richiedere il contributo delle Forze dell’ordine e dell’Esercito per situazioni come quella di Napoli», dove ancora «soltanto sabato scorso c’è stato uno sciopero» per la raccolta. Clini era intervenuto sulla questione dei rifiuti in Campania anche in vista di una nuova emergenza che fa rivedere i cumuli di rifiuti in strada e che ha fatto scattare le proteste degli abitanti dei quartieri spagnoli.

In un’intervista al Mattino qualche giorno fa ha detto: «Dobbiamo adottare un piano che superi le difficoltà e le obiezioni della commissione e che si muova secondo i criteri europei che sono ormai stabiliti da tempo: bisogna partire dal recupero e dal riciclaggio senza rinunciare allo smaltimento preferibilmente in impianti tecnologici con recupero di energia lasciando una parte marginale alle discariche. Insomma il termovalorizzatore serve».

Per Clini occorre cominciare «dalla differenziata. All’Europa dobbiamo spiegare come viene gestita, come avviene il recupero dei materiali. Sappiamo, però, come dimostra l’esperienza delle altre regioni italiane e dei Paesi europei, che gli impianti servono comunque. Vanno adottate soluzioni tecnologiche senza pregiudizi e barriere ideologiche. Bisogna inoltre considerare che anche gli impianti di recupero energetico sono un elemento che può diventare marginale se fai il 70 per cento di differenziata. Come smaltire il restante 30 per cento è importante ma non sostanziale».

Il ricorso dello Stato all’Esercito per risolvere il problema spazzatura non sarebbe la prima volta. Sin dal 1994 l’esercito ha fatto la sua comparsa per le vie di Napoli ora con compiti di presidio delle discariche (vedi Terzigno, Chiaiano, lo stesso inceneritore di Acerra) ora con funzioni di raccolta o di scorta ai camion. In passato ci sono stati diversi tentativi ed esperienze fallimentari per superare le continue emergenze. Ma tutto ciò ha alimentato solo il sistema affaristico della camorra e della malapolitica. Alla fine di questa settimana il ministro incontrerà a Napoli il sindaco di Napoli, il Presidente della Regione e della Provincia. Speriamo che usciremo da questo ennesimo incontro con impegni chiari e precisi.

Anche perché la Campania tiene il fiato addosso da parte dell’Europa. Intanto nell’agro Nolano i sindaci continuano a litigare e ad essere divisi. I 22 comuni dell’area, infatti, non hanno ancora raggiunto un unanime accordo circa la gestione del ciclo integrato dei rifiuti. Alcuni hanno firmato l’accordo con la Provincia, altri no, temendo la riapertura di altre discariche o di cave dismesse.
Una cosa è certa: l’Area Nolana ha già dato e non è assolutamente giusto pensare di portare altri rifiuti, di qualsiasi genere, (biostabilizzato, talquale,…) nel nostro territorio.

Il ritorno ad una vita più sobria (consumare di meno) e una vera e forte raccolta differenziata, da parte di tutti, mi sembrano gli ingredienti essenziali per risolvere finalmente il problema dei rifiuti.
Senza esercito, senza inceneritori. E con la “munnezza” che può e deve diventare “ricchezza”.

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IL “CAPORALATO” DIVIENE FORMALMENTE REATO

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Il reclutamento e lo sfruttamento di persone emarginate e bisognose dovrebbe diventare sempre più raro, ora che il caporalato è reato. Di Simona Carandente

Un fenomeno tristemente diffuso, specie nel nostro sfortunato meridione, è quello che vede extracomunitari riunirsi sul ciglio di strade più o meno periferiche, nelle prime ore del giorno, in attesa di essere reclutati da più o meno improvvisati datori di lavoro, con lo scopo di sbarcare il lunario e riuscire, nel migliore dei casi, a procacciarsi il cibo ed un letto a fine giornata.

Scene come quelle descritte potrebbero, in una previsione del tutto ottimistica, verificarsi con modalità sempre più rare, tenuto conto che lo scorso mese di agosto, con il decreto legge n.138 in materia di misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria, è stato introdotto nell’ordinamento positivo il reato di cui all’art. 603 bis, meglio noto come reato di "caporalato". Tale fenomeno vede la sua massima diffusione nei settori dell’edilizia e dell’industria agroalimentare, ove è necessaria manodopera a bassissimo costo, sottoposta alle vessazioni dei cosiddetti caporali, a loro volta appartenenti al crimine organizzato ed a forme di associazionismo penalmente rilevanti.

Il caporale, sfruttando illecitamente la forza lavoro, proveniente dalle fasce più emarginate e bisognose della popolazione, pretende e richiede percentuali altissime, anche nella misura del 60% sulla retribuzione dei poveri sottoposti, reclutati il più delle volte personalmente, attraverso accessi nelle periferie delle città o comunque in territori di maggior emarginazione sociale.
Con l’introduzione del reato di caporalato nel codice penale viene punita la condotta di chi svolga tale illecita attività di intermediazione, reclutando la manodopera o sfruttandone l’attività lavorativa, profittando dello stato di bisogno e soggezione altrui, prevedendo una pena della reclusione da cinque ad otto anni, più una multa fino a duemila euro per ogni lavoratore reclutato.

Comportano l’aumento della pena l’aver reclutato più di tre lavoratori, specie se minori, e l’aver commesso il fatto esponendo i lavoratori a situazione di grave pericolo per la propria incolumità, in relazione all’attività prestata.

Introducendo tale reato nel nostro ordinamento, il legislatore ha mostrato finalmente una rinnovata sensibilità verso tale forma di sfruttamento, peculiare del mercato del lavoro, colmando il vuoto normativo della mancanza di una forma di incriminazione ad hoc per tali fattispecie, mirando a punire non già il singolo caporale, ma le organizzazioni criminali a tanto finalizzate, che abusano dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori, adoperando condotte di violenza, minaccia o comunque intimidative. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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ARRIVANO GLI ECOMUSEI PER LE PROVINCE DI CASERTA E BENEVENTO

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Per la valorizzazione del patrimonio storico-artistico, paesaggistico ed etnoantropologico delle province di Caserta e Benevento parte l”iniziativa “L”ecomuseo: il futuro della memoria”.

Da molti anni la comunità internazionale sta cercando di dare una definizione esatta al termine “museo”. La parola, che deriva dal greco mouseion, cioè “Tempio delle Muse”, le divinità protettrici delle Arti e delle Scienze, indicava in antichità, per estensione, ogni edificio adibito a scopi culturali, come la scuola o la biblioteca.

Nel corso dei secoli l’espressione ha assunto vari significati, tutti legati in qualche modo al termine “collezione”. L’impulso umano a raccogliere o collezionare oggetti di valore (storico o storico-artistico) e non, deriva infatti dal bisogno dell’uomo di conservare e preservare ricordi tangibili del proprio passato o persino del proprio presente. Un bisogno che ha spinto gli studiosi ad accostare la parola museo alla parola “memoria”. L’espressione “luogo della memoria” (non inteso necessariamente come un edificio o una struttura stabile) sembrerebbe, in questi ultimi anni, la più adatta ad esplicitare il termine museo.

Oggi, l’International Council of Museums (ICOM) definisce museo “un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto”. Una definizione molto vaga che non fa alcun riferimento esplicito, come in passato, ad una struttura immobile. Anche la frase “è aperto al pubblico”, la più ambigua della definizione, può difatti riferirsi ad uno spazio esteso, non per forza un edificio chiuso. In questo senso iniziative come i “musei all’aperto” o, appunto, gli “ecomusei” hanno acquistato ufficialmente, agli occhi degli esperti, lo stesso valore dei musei tradizionali.

In particolare, l’ecomuseo, proponendosi come strumento per preservare e valorizzare il ricordo di un territorio, conservando le testimonianze storiche, materiali e immateriali, di un’area geografica e di una popolazione indissolubilmente legata ad essa, si presenta dichiaratamente come un “luogo della memoria”. Il territorio diviene, infatti, esso stesso un museo, esponendo paesaggi, architetture, opere d’arte, ma anche racconti e tradizioni locali. La Carta degli Ecomusei dichiara che “L’ecomuseo è un’istituzione culturale che assicura in forma permanente, su un determinato territorio e con la partecipazione della popolazione, le funzioni di ricerca, conservazione, valorizzazione di un insieme di beni naturali e culturali, rappresentativi di un ambiente e dei modi di vita che lì si sono succeduti”.

In questi termini appare evidente il diritto e il dovere di un popolo di difendere le proprie radici storico-culturali. In Europa l’idea di ecomuseo (o museo diffuso) nasce ufficialmente in Francia, nel 1971, per tutelare aree rurali altrimenti deturpate dall’espansione industriale ed edilizia (da cui il termine eco-museo, cioè “museo ecologico”). Tuttavia, in breve tempo, il fenomeno acquisirà le caratteristiche attuali, combinando il fine della tutela ambientale con quello della conservazione del patrimonio culturale. In Italia le esperienze ecomuseali sono piuttosto recenti. La prima regione ad interessarsi è stata, solo nel 1995, il Piemonte, seguita, dal 2000 ad oggi, dalle altre regioni italiane.

In Campania sono presenti attualmente due ecomusei. Per ovviare a questa mancanza, per l’anno scolastico 2011-2012, la Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici delle Province di Caserta e Benevento ha proposto, per le Istituzioni Scolastiche del territorio casertano e beneventano, il progetto “L’ecomuseo: il futuro della memoria”. Lo scopo è quello di individuare, tra le 22 località prescelte, le aree più appropriate per la costituzione di istituzioni ecomuseali, al fine di accrescere il valore del territorio e “conservare le testimonianze più significative del proprio patrimonio culturale ed ambientale”.

Saranno valutate da un team di esperti le cosiddette Mappe della Comunità, attraverso le quali i partecipanti presenteranno la visita all’ecomuseo. Tutti i progetti saranno esposti alla Reggia di Caserta durante la manifestazione conclusiva prevista per maggio 2012 . Una trovata geniale che in Europa va avanti da anni e che, sebbene con qualche ritardo, ha preso piede anche in Italia. La Campania, come altre regioni, ha ingranato la marcia ma si attendono iniziative dalla Provincia di Napoli.
(Fonte foto: Rete Internet)

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“L’ADORAZIONE DEI MAGI”. NEL SANTUARIO DI MADONNA DELL’ARCO

Il quadro, opera di Gennaro Abbate, si trova sulla controfacciata del Santuario. È un’ “Adorazione” vesuviana: i personaggi sono trasferiti, con un curioso effetto da presepe napoletano, ai piedi del Somma. Di Carmine Cimmino

Nel settembre del 1850 Scipione Volpicella, filologo e storico con la vocazione del flaneur, del camminatore curioso e instancabile, percorre, a piedi e a dorso di mulo, la strada che da Portici va a Madonna dell’ Arco. Nell’ultima tappa, dalla masseria Guindazzi egli scende, lungo un tortuoso sentiero, sulla strada maestra dello Sperone: all’incrocio si ferma, e contempla, con stupore, il paesaggio che “si apre“ fino al Santuario. Nell’immagine dell’ “apertura“ il dotto viandante concentra la luminosa serenità del giorno, gli sfavillanti colori autunnali della vasta campagna e il denso simbolo della Madre dell’ Arco che chiama a Sé i devoti, e li avvolge, a proteggerli, nel Suo manto, azzurro come il cielo.

Pochi anni prima anche Franz Vervloet ha “visto“, intorno al Santuario, un paesaggio “aperto“ e lo ha rappresentato in uno straordinario “olio su carta“ che colloca il suo punto di vista proprio là dove Scipione Volpicella si ferma a rimirare la vastità della campagna e l’eleganza del tempio.
L’impressione di “apertura“ si percepisce ancora oggi: l’ininterrotta quinta di case e palazzi e il traffico intenso non soffocano la strada, ma la corteggiano fino al punto in cui dal corpo del Santuario e dal sottile “foglietto“ della facciata svetta nel cielo, agile e solida, la nervatura della cupola. Pare che il paesaggio si slarghi tutt’intorno sotto la spinta del movimento rotatorio che la cupola imprime allo spazio.

Lungo la strada che viene dall’incrocio con la via di Guindazzi si corrispondono le forme di una riposante simmetria: i colori e i disegni delle facciate dei palazzi, la linea delle insegne e degli arredi, l’eleganza dei negozi, perfino le tinte e i modelli delle pantofole che una splendida ragazza schiera in bell’ordine all’interno di una vetrina concorrono a suggerire l’idea di una naturale eleganza, di un ordine che prevede e giustifica anche l’eccezione. Mi piace pensare che questo sia il segno della presenza domenicana, dell’idea di Tommaso d’ Aquino che la bellezza è ordine. Sulla controfacciata del Santuario c’è un quadro di notevoli dimensioni: vi si rappresenta “L’adorazione dei Magi”.

Il tema consentiva ai pittori di dar prova delle proprie capacità tecniche confrontandosi con i valori della religione, con il fascino dell’esotismo, con le figure angeliche, umane e animali, con la preziosità dei tessuti e dei metalli e con tutte le possibili gradazioni della luce. All’esterno del Santuario una tabella comunica che il restauro ha sciolto tutti i dubbi: l’autore dell’opera è Gennaro Abbate, che la dott.ssa Luciana Arbace colloca tra gli allievi di Luca Giordano. Egli dipinse il “telero“ nel 1735 su commissione di Isabella dei Duchi di Marigliano, vedova di Giovanni Mastrilli, marchese del Gallo: la quale Isabella intendeva mettere sotto la protezione della Madonna dell’Arco il figlio Marcello, inviato a combattere contro i Turchi sotto il comando di Eugenio di Savoia. Leggo sulla tabella che, dopo la morte di Luca Giordano, “la fame (sic) e la notorietà“ di Abbate divennero altissime soprattutto in Spagna.

Mi auguro che la svista sia eliminata al più presto e che ad Abbate sia restituita “la fama“, che questa “Adorazione“ contribuì ad accrescere, sebbene non sia un capolavoro. Nel quadro le luci si sono oscurate per sempre, nonostante gli interventi di restauro eseguiti da Flavia Sansone e da Nunzia Marcone. Il pittore non era tra quelli che potevano permettersi di usare pigmenti costosi: perciò, i toni dell’azzurro e dei rossi si sono definitivamente abbassati. Abbate fu solo un buon mestierante: nei dettagli più complessi la tecnica appare difettosa. Per esempio, le mani del Re Mago sono enormi e come deformate dall’artrite, la mano sinistra della Madonna è abborracciata nel disegno e nella distribuzione delle ombre, le gambe del Bambino non sono proporzionate e la figura è rigida.

L’impaginazione fa pensare, più che a Luca Giordano, ai “teatri“ di Solimena. A sinistra, la Madonna, il Bambino e i Magi fanno gruppo a sé: non c’è legame, né formale, né ideale, con le altre figure, che servono quasi solo a riempire il vasto spazio della controfacciata e a suggerire un qualche riferimento a Marcello Mastrilli che parte per la guerra: anche la scena dei soldati che aprono un forziere colmo di oggetti d’oro è staccata, in tutti i sensi, dal resto dell’opera. Che tuttavia merita di essere vista. È un’ “Adorazione“ vesuviana: cammelli, palme, turbanti e vesti orientali sono trasferiti, con un curioso effetto straniante (da presepe napoletano), ai piedi del Somma.

Sulle velature azzurrine che danno forma alla Montagna si stagliano le “note“ rosse (di un rosso ormai scialbo) dei panni dei cavalieri: la percezione esatta delle corrispondenze cromatiche pare che sia l’aspetto più significativo dell’arte di Abbate. Nella iconografia delle Adorazioni dei pastori e delle Epifanie la Madonna e il Bambino “vanno“ con il movimento del corpo e con l’espressione del volto verso gli oranti: in certi casi le mani del Bambino sfiorano quelle che si protendono verso di Lui, congiunte nel segno della preghiera, e quasi sempre il mantello azzurro della Madonna chiude, con una forte connotazione simbolica, il cerchio disegnato dalla disposizione di sapienti e di semplici, di potenti e di umili, inginocchiati davanti al più grande dei Misteri.

Il centro del circolo è la figura di Gesù, che emana luce e illumina lo spazio; oltre il circolo c’è la tenebra, della notte, del peccato e dell’ignoranza. Invece nel telero di Abbate la Madonna si ritrae: il mantello azzurro, svolgendosi fino a terra, separa nettamente il Suo corpo dalle mani congiunte del Re Mago, la Sua mano si piega verso l’interno a sorreggere il piede del Bambino che tende il braccio sinistro, ma resta rigido sul tronco. Anche lo sguardo della Madonna pare lontano dai personaggi che stanno intorno al Suo trono. È probabile che tutto si spieghi con il fatto che Gennaro Abbate, non sentendosi sicuro delle sue doti tecniche, adottò, nell’impostare le figure, le soluzioni più facili. E così, senza volerlo, egli ha costruito la possibilità di un confronto tra due aspetti diversi, e complementari, del ruolo della Magna Mater vesuviana.

Nel silenzio profondo del Santuario una donna sta inginocchiata davanti all’edicola della Madonna dell’ Arco: prega con assorta intensità e fissa gli occhi grandi e buoni della Madre Pietosa. Il Volto della Madonna e l’energica espressione del Bambino parlano con chiarezza immediata e diretta al cuore della religiosità popolare Di fronte sta la Madonna dell’ Epifania: nel roseo chiarore del Suo Volto c’è una lieve nota di severità. La mano di Gennaro Abbate Le ha dato, per le misteriose combinazioni del caso, lo sguardo della Madre che tace e aspetta: aspetta che i potenti della terra e i sapienti stoltamente orgogliosi di una sapienza sterile facciano professione di umiltà, che non volgano le spalle alla Luce per lasciarsi conquistare dalle armi e dall’oro.

La Magna Mater vesuviana è, nello stesso tempo, Madre Severa e Madre Pietosa. Il vero valore dell’arte sacra sta, prima di tutto, nei colloqui che statue e quadri intrecciano quotidianamente con i fedeli. Fuori, nel sole, tutti noi sembriamo “figure“ di uno smisurato dipinto: siamo note di colore.
(Foto: particolare de “L’adorazione dei Magi”, di Gennaro Abbate)

LA RUBRICA

PAROLE PER LA TERZA REPUBBLICA

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I personaggi che animano la rubrica del prof. Giovanni Ariola, questa settimana non si lasciano scappare argute riflessioni sulle vicende politiche ed economiche che affannano lo Stivale.

Il prof. Carlo è giunto tutto intirizzito in Istituto, nonostante le difese forse eccessive per questa stagione di cappotto, sciarpa, cappello e guanti. Per il freddo carico di umidità di questa mattina nebbiosa di novembre e più per il peso angosciante delle ultime notizie dal mondo della crisi economica e finanziaria, ascoltate per radio mentre si radeva e, dopo, mentre consumava la sua frugale colazione. Si è seduto su una poltrona vicino a un termosifone e, cosa veramente insolita per uno come lui che ha sempre vantato il suo spirito vigile e lucido contro qualsiasi rischio di narcolessia reale e metaforica,…gli è scappato il sonno.

Lo svegliano le voci dei colleghi che entrano come sempre impegnati in una animata discussione. In verità riprende contatto con la realtà malvolentieri. Stava sognando. Si trovava in una città immersa in uno strano silenzio. Tutti gli abitanti erano intenti al loro lavoro ma nessuno parlava, tutti zitti a denti stretti; c’era nell’aria l’attesa come di un evento straordinario che doveva decidere della loro sorte e quindi della loro vita futura; avevano perciò deciso di non perdersi in chiacchiere e di raddoppiare il loro impegno lavorativo. Cosa strana non c’era nessuno che stesse in ozio con le mani in mano: anche i cosiddetti disoccupati o inoccupati avevano scovato un’attività da svolgere anche gratuitamente…ma mangiando poi ad una mensa comune che a mezzogiorno in punto e alle sette di sera compariva sempre misteriosamente in un vasto chiostro che un po’ gli ricordava la Certosa di Padula…

Il fastidio che prova nell’udire quelle voci che giudica decisamente troppo alte e che gli hanno interrotto con il sonno l’interessante vicenda onirica, gli richiamano alla mente e si sorprende a mormorare le parole che Michelangelo attribuisce alla Notte, la statua da lui scolpita e collocata insieme con il Giorno, il Mattino e il Crepuscolo, ad ornamento della tomba di Giuliano dei Medici nelle Cappelle Medicee a Firenze: “Grato m’è il sonno e più l’esser di sasso,/ mentre che ‘l danno e la vergogna dura;/ non veder, non sentir m’è gran ventura;/ però non mi destar, deh, parla basso./.( I versi si possono leggere in Michelangelo, Rime, n.246, con la variante caro al posto di grato).

Hoc erat in votis! – risuona con tono trionfalistico la voce del prof. Geremia, che cita la celebre e abusata espressione oraziana, chiaramente riferita al cambio di guardia a Palazzo Ghigi.
– Era ora che finisse la carnevalata… – gli fa eco il prof. Eligio.

– Io sarei cauto prima di abbandonarsi ad un gaudio eccessivo – frena con un fremito nella voce il prof. Piermario – non ci dimentichiamo chi è il nuovo premier, da dove viene, come la pensa…quando l’ho visto nella foto di gruppo insieme con la Merkel e con Sarkozy mi è sorto il dubbio che possa allinearsi (o lo è già?) sulle posizioni della destra conservatrice europea e, in campo economico, di un neoliberismo senza regole… Tradotto in termini di prassi politica …passeremo dal carnevale alla quaresima e, per continuare ad usare e abusare del linguaggio liturgico, dobbiamo attenderci una lunga e penosa settimana (si fa per dire) di passione

Necesse, ergo fiat! (è necessario, quindi si faccia!) – continua a latineggiare con gusto il prof. Geremia.
Si faccia, ma si faccia bene! – ribatte sdegnato il collega Piermario.
– Consiglierei tuttavia all’esimio prof. Monti – osserva il collega Eligio tradendo nel tono lento e alquanto solenne della voce una vena di ossequiosa ammirazione – di affrettare alquanto la fase operativa, rompendo ogni indugio e abbandonando al più presto il suo procedere che sembra ispirarsi più all’esortazione di Ferrer ne “I Promessi Sposi” “adelante, Pedro, si puedes…..adelante, presto, cum juicio” (“avanti, Pietro, se puoi…avanti, presto con giudizio, con prudenza”) o all’altra attribuita ad Augusto da Svetonio “festina lente” (“affrettati lentamente”) che alla sollecitazione cogente che gli deriva dalla drammaticità della situazione in cui siamo…

– Cari colleghi – interviene il prof. Carlo – non siamo impazienti…il far bene non si concilia con la fretta…abbiamo molti proverbi in proposito…Soprattutto evitiamo di unirci alla canea di voci che assale e azzanna da ogni parte questo governo…io direi… lasciamolo lavorare, giudicheremo poi i risultati. Intanto per noi è ora che ci dedichiamo alla definizione del glossarietto di parole attuali significative che ogni mese stiamo pubblicando…il tipografo attende per domani la consegna del testo definitivo da stampare. Avete altre parole da aggiungere a quelle che abbiamo inserito nei giorni scorsi?

– Vorrei suggerire – risponde per primo il prof. Geremia – di aggiungere la parola equità che è sì una parola non nuova ma che è stata indicata dal Presidente Monti come uno dei tre pilastri del suo programma di governo…gli altri due pare che siano il risanamento della finanza pubblica e la crescita…insomma ci dovrebbe essere una distribuzione proporzionata dei sacrifici e senza angosce come ha annunciato espressamente lo stesso premier.

– Per parte mia – continua il prof. Eligio – chiedo di inserire la parola sobrietà che mi sembra molto adatta a caratterizzare il nuovo stile di vita che siamo chiamati a osservare nel prossimo futuro. Come sapete, il termine deriva dal lat. sobrietas che etimologicamente significa sine ebrietate, ossia senza ebbrezza, senza ubriachezza, come spiega Cicerone (Acad., 4, 52). Riferito al governo il termine indicherebbe l’intento programmatico di ridurre drasticamente le spese (costi della politica, eliminazione o riduzione dei carrozzoni provinciali, spese militari e così via enumerando).

Riferito a noi cittadini sarebbe il messaggio inequivocabile di quello che ci aspetta…ossia che dovremo stringere la cinghia…anche se come abbiamo detto altre volte…sarà difficile per tanti che sono abituati alla vita comoda, allo scialo e allo spreco, adattarsi ad una vita parca o perfino grama, insomma “chi è abituato troppo ’o llucese, nun sape vivere ’o scuro” (“chi è abituato a vivere in luogo troppo illuminato non sa vivere in luogo oscuro”) …

– Io segnalo invece – propone il collega Piermario – una parola che ho letta proprio qualche giorno fa su “La Repubblica” (Giovedì, 24 nov. 2011), derackettizazione (=liberazione di un luogo dal racket – coniata sul modello di derattizzazione): ecco l’inizio dell’articolo, a firma di Attilio Bolzoni, che mi è sembrato degno di essere conservato: “Il cartello stradale lo metteranno fra qualche giorno, ai confini del comune: “Ercolano, territorio derackettizato”. Così daranno il benvenuto nella prima città del Sud dove il pizzo non si paga più. A pochi chilometri da Napoli, in un ammasso di case schiacciate tra il Vesuvio e il mare, la camorra che succhia sangue ha perso faccia e potere…Ercolano – quella degli splendidi scavi romani …– l’hanno ripulita dalla marmaglia e miracolosamente fatta rinascere…”.

– Con questa parola beneaugurante – conclude il prof. Carlo – possiamo chiudere il glossarietto. Mi piacerebbe inserire, se siete d’accordo, due citazioni, ossia due brani d’autore, di cui il primo, come esergo all’inizio dell’opuscolo, è di Amartya K. Sen, premio Nobel per l’economia 1998: “I problemi di equità dei risultati del mercato…tendono ad essere ancora più problematici e pronunciati nel contesto della libertà –di-conseguire quello che per noi è importante. Una delle principali sfide che il meccanismo di mercato si trova ad affrontare si riferisce alla disuguaglianza nella distribuzione delle libertà effettive…Questi limiti di tipo distributivo implicano la necessità di un intervento pubblico che garantisca a tutti alcune basilari libertà-di-conseguire.” (“La ricchezza della ragione”, Ed. Il Mulino, Bologna, 2011, p. 47)

L’altra citazione da collocare alla fine a mo’ di colophon, è un pensiero di Edmund Husserl, tratto dal suo celebre scritto del 1922/23 “L’idea di Europa”:

“Perciò diciamo: deve necessariamente accadere qualcosa di nuovo, deve accadere in noi e per mezzo di noi – noi che siamo parte dell’umanità che vive in questo mondo…Dobbiamo forse aspettarci che questa cultura guarisca da sé nel puro gioco casuale delle forze che producono e distruggono i valori? Dobbiamo accettare il ‘tramonto dell’Occidente’ come se si trattasse di una fatalità, di un destino che ci sovrasta? Sarebbe un destino fatale soltanto se lo accettassimo passivamente…Ma questo non possono farlo neppure coloro che lo annunciano…Noi siamo uomini, soggetti dotati di libera volontà, che intervengono attivamente nel mondo che li circonda e insieme lo modificano di continuo.” (Raffaello Cortina Editore, Milano, 1999, p. 4).
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA POVERTÁ NEGA IL DIRITTO ALL’ISTRUZIONE

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Il diritto all”istruzione negato ha nomi diversi: ripetenza, interruzione, abbandono, ritardo, povertà di risultati. Ma tutti si riuniscono nella grande piaga della dispersione scolastica. Di Ciro Raia

La crisi della famiglia investe diversi aspetti della vita scolastica. Qualche giorno fa, un’alunna di prima media mi ha chiesto di non informare -docenti e compagni di classe- del disagio vissuto dal suo nucleo familiare. Il suo papà, infatti, diviso dalla mamma, era venuto a dirmi che non poteva comprare i libri, perché non aveva lavoro. Poco dopo, un signore, qualificandosi come genitore di un alunno, s’era presentato a scuola per giustificare un ritardo. Avevo notato che tra il “papà” e il figlio non c’era somiglianza alcuna; allora, rivolgendomi all’alunno avevo chiesto le ragioni per cui fosse incorso in tanto ritardo. Mi rispose che la colpa era tutta da attribuire al “fidanzato di mamma”, che lo aveva appena accompagnato.

Quando sono stato preside in una città del centro nord d’Italia, spesso, i genitori separati venivano, una volta uno e una volta l’altro, ad accompagnare i figli fuori scuola. Poi, insieme, si presentavano ai colloqui o alle convocazioni degli insegnanti e, senza ritegno alcuno, si lanciavano reciproche accuse -ciascuno, ovviamente, assolvendosi- circa il mancato profitto o il carente comportamento tenuto dall’alunno a scuola, da solo o con i compagni.

Quando, invece, ho avuto la responsabilità di dirigere una scuola della città di Napoli, in un quartiere ad elevato tasso di delinquenza, più di una volta mi è capitato di avere la visita di carabinieri, che chiedevano informazioni su persone (genitori), che avevano l’obbligo di firma (in effetti volevano sapere se mai fossero state convocate d’urgenza a scuola). Molti alunni di quella stessa scuola, poi, erano soliti riferire che i loro papà lavoravano, già da lungo tempo fuori città, e che, ancora per molto tempo, non avrebbero fatto ritorno a casa. Mi ci vollero alcuni giorni per comprendere il loro gergo: volevano dire che i loro papà erano in un qualche carcere, lontano da Napoli.

Genitori divisi, mancanza (o cancellazione) di posti di lavoro, assenza di politiche sociali (welfare), aumento delle povertà economiche e scomparsa del ruolo cardine della famiglia sono le punte più acuminate di un disagio giovanile, che non può non ripercuotersi nella galassia scolastica.
La recente presentazione dell’Atlante dell’infanzia a rischio (Save the Children, novembre 2011) induce a molteplici riflessioni. In un Paese di vecchi come l’Italia (12 anziani ogni 100 giovani nel 1861, 24 anziani ogni 100 giovani nel 1936, 46 anziani su 100 giovani nel 1971 e quasi 97 anziani ogni 100 giovani nel 1991), ci sono vere difficoltà di futuro per una buona fetta di minori, che, nel complesso dell’intera popolazione, rappresentano una fascia sempre più esigua.

Se si considera, infatti, anche la caduta a picco del quoziente di natalità (nel triennio 1871-1873 nascevano ogni anno, in media, 36,5 bambini ogni 1000 abitanti. Su una popolazione di circa 26 milioni di abitanti c’erano circa 950mila nuovi nati all’anno: il 60% in più dei 562mila nuovi nati nel 2010 da una popolazione di oltre 60 milioni di abitanti!), si percepisce facilmente come il Paese abbia un respiro corto in materia di ricambio generazionale. È chiaro che per questa sparuta minoranza di popolazione ci sarebbe bisogno di un massiccio investimento della società, per garantire la cancellazione di tutte le diseguaglianze, l’abbattimento totale dell’analfabetismo (sia quello di base che quello di ritorno), una spinta sempre più forte alla conquista di un progresso socioeconomico individuale e collettivo.

L’Italia riserva, però, alla scuola e all’università solo il 4,8% del Pil, contro una media del 6,1% degli altri paesi dell’Ocse. Troppo poco, anche se qualche ministro del passato governo si fermava solo al “troppo”. Peggio del nostro Paese si classificano solo la Slovacchia (4%) e la Repubblica Ceca (4,5%). Ai mancati investimenti sull’istruzione si aggiunge, poi, la piaga di una sempre più ampia e profonda difficoltà monetaria, che condiziona la vita (cattiva alimentazione e scarsa cura della salute, isolamento sociale, carenze affettive, disagio scolastico) di una buona fetta dell’infanzia. Succede, cioè, che alla schiera dei minorenni con le Hogan ai piedi e i cellulari touch in mano si contrappone una schiera (forse un esercito) di bambini-adolescenti a cui la povertà nega il diritto all’istruzione.

E, in fondo, i nomi diversi con cui si chiama questo diritto negato (ripetenza, interruzione, abbandono, ritardo, povertà di risultati) possono riunirsi nella grande piaga della dispersione scolastica, che, originata quasi sempre da una stretta connessione tra esclusione sociale e fallimento formativo, sarebbe più opportuno definire dissipazione socioculturale. Napoli, purtroppo, resta ancora una delle città a più alto tasso di dispersione scolastica (ma non stanno meglio Bari, Palermo, Cagliari o Reggio Calabria). Nel passato anno scolastico nel capoluogo campano, per esempio, a livello di scuola media, sono stati riscontrati ben 550 casi di alunni inadempienti, con punte massime nei quartieri di Miano (5,7%, un alunno su 20), Piscinola (5,3%) e Scampia (4,4%).

Una vera ecatombe. Le cause principali? Il disagio psicologico del genitore (7,5%) o dell’alunno (6%), la convinzione dell’inutilità della scuola da parte dell’alunno (11,4%) o del genitore (4,4%), il disagio sociale (25,6%) e le malattie (19%). A queste dolorose cifre vanno aggiunte, poi, i numeri degli invisibili, i numeri corrispondenti ai minori, che, annualmente sbarcano (approdano, arrivano, si intrufolano) a Lampedusa o a Venezia o in qualsiasi altro posto di frontiera!

Mimmo, a 15 anni, è sicuro che il suo dovere sarebbe di uccidere l’uomo per il quale sua madre ha abbandonato da un giorno all’altro i cinque figli. È una ferita indimenticabile, che impedisce di vivere (essere o non essere), figuriamoci di andare a scuola. il padre lo accompagnava tutti i giorni sotto scuola, insieme alla sorella, e loro se ne andavano, lui spesso scappava dalla madre, che desidera disperatamente riavere con sé” (Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca, Sellerio, 2011).

Giovedì mattina è venuto a trovarmi Giuliano. È un ragazzone di oltre sedici anni, che, quando sono arrivato nella mia attuale scuola, era già ripetente di terza. L’anno scorso furono vani gli sforzi, i richiami, le convocazioni dei genitori (in verità si presentavano i fratelli maggiori, che accompagnati da amici nerboruti, sostenevano che la scuola aveva preso sott’occhi il proprio congiunto!): Giuliano si fece bocciare per le numerosissime assenze, praticamente frequentava un paio di giorni a settimana e svogliatamente. Giovedì Giuliano indossava una tuta da meccanico, puzzava di olio di motore ed era abbastanza appesantito nel fisico. È venuto a informarsi per l’iscrizione al corso per lavoratori; ha bisogno del titolo di studio, perché si vuole arruolare nell’esercito “per fare soldi”.

Gli ho chiesto come se la passava e cosa stesse facendo. Mi ha detto che lavora presso un’officina meccanica mentre di domenica porta il caffè agli ambulanti del mercato. Mi ha detto anche che qualche giorno prima era stato trattenuto molte ore in caserma, perché coinvolto in una rissa con qualche contuso. C’ha tenuto a farmi sapere che il suo avversario -quello col quale si era fatto valere fino a fargli scorrere il sangue- era imparentato a una nota famiglia camorristica.
Giuliano, stai attento alle persone che frequenti…
– Preside, non vi preoccupate, mio cugino li conosce bene e ha messo tutto a posto.
– Giuliano, cerca di tenerti lontano da certe frequentazioni…dalle droghe e dalle armi…
– Io fumo qualche sigaretta ogni tanto. Le armi, poi, non mi interessano proprio. Per regolare i conti, uso solo una mazza da baseball…

Quando ancora frequentava, seppure saltuariamente la scuola, Giuliano viveva nell’ammirazione dei suoi coetanei: era violento, aveva i soldi in tasca, arrivava in motorino, baciava con spavalderia le ragazze e sosteneva, insieme alla sua famiglia, che la scuola non serviva a molto; erano ben altre le cose importanti nella vita, per cui valeva la pena impegnarsi e, certamente, la scuola non rientrava in questa categoria.

Che dire? Che le risalite sono sempre faticose. E che, in un tempo di crisi mondiale, se le scuole diventassero un contenitore di vita piuttosto che (quasi sempre) un luogo di nozioni senza calore, forse, gioverebbero di più alla causa dei tanti Giuliano che ogni anno l’affollano!
(Fonte foto: Rete Internet)

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