Lucio Magri, che se ne è andato volontariamente e coscientemente qualche giorno fa (suscitando un vespaio di sentimenti contrastanti), nel 2000, aveva scritto un interessante e bel saggio sulla scuola, intitolandolo “La madre di tutte le riforme” (La rivista del Manifesto, aprile 2000).
La riflessione, avviata da una delle intelligenze più critiche e vivaci (e, perciò, eretica) degli ultimi anni, era tesa a sostenere che la trasformazione della scuola di massa -nel mentre si attraversava un periodo di profondissima crisi sociale, culturale, politica, economica (niente di nuovo sotto il sole!)- dovesse essere alla base di tutte le riforme. Ragionando, infatti, sulla necessità di una scuola adeguata ai bisogni dei tempi, Magri enunciava alcune idee alternative, che, volendo costituire una piattaforma di intenti da condividere, dovevano passare per forza attraverso due o tre processi innovativi quali 1) la formazione permanente, 2) l’autonomia delle scuole, 3) la costruzione di nuovi assi formativi.
Per sconfiggere, infatti, la pratica usuale di affidare l’acquisizione delle nuove conoscenze (il presente e il futuro) o il rafforzamento delle pregresse (il passato, la memoria) unicamente alla televisione, nel saggio citato si invocava una nuova idea di scuola e della sua funzione, “rivolta alla effettiva promozione sociale e a fare di tutti realmente degli intellettuali”. Laddove l’intellettualità non era sinonimo della traduzione di un requisito culturale elitario ma, semplicemente, la capacità di saper affrontare i problemi complessi con le armi fornite da una generale crescita culturale e professionale.
La nuova finalità educativa richiedeva, innanzitutto, che lo spazio dell’elaborazione dei “significati” non fosse calato dall’alto ma potesse vivere di una sua indipendenza. Era, in altre parole, l’esigenza di un’autonomia didattica, in grado di creare una cooperazione competitiva dei saperi con metodi e progetti culturali di ampio spessore. Posizione intrigante e per niente utopistica, opposta ad ogni tentativo di logica aziendale. Così, la scuola di massa non era (e non poteva essere, visto lo spessore culturale e politico dei suoi ideatori) quella che, poi, è diventata l’incolpevole responsabile di tutti i mali e di tutti gli insuccessi sociali, culturali e politici contemporanei!
Poi, a meglio definire l’idea significativa e profondamente innovativa di alternatività -non solo nella differenza tra scuola pubblica e scuola privata ma, soprattutto, tra scuola pubblica e scuola statale- “la madre di tutte le riforme” doveva garantire una scuola di massa dura, difficile, che non indulgesse a perseverare negli aspetti ludici o ad esaltarsi unicamente per percorsi di creatività , di socializzazione o di scontata scolarizzazione. E, per fronteggiare i denigratori arroccati nelle cittadelle oltranziste -per fede o per appartenenza- del Dio, Patria e Famiglia o dell’ideologia dei Buoni Sentimenti o del Mercato del Consumismo, doveva garantire un rinforzo a una visione gramsciana di una scuola che doveva far capire la -e abituare alla- fatica (perfino muscolare) del lavoro intellettuale.
Nel 2000 Ministro della P.I. era T. De Mauro [Indipendente] (subentrato a L. Berlinguer [DS], che aveva retto il dicastero nel quadriennio precedente); successivamente a Viale Trastevere si sono, poi, avvicendati L. Moratti [FI] dal 2001 al 2006, G. Fioroni [PD] fino al 2008 e M.S. Gelmini [PDL] fino a ieri. In sostanza, con sguardo retrospettivo, in oltre dieci anni (ma l’impasse ministeriale dura da molti più anni), si può affermare con certezza che non è cambiato niente; anzi, lo stato di salute della scuola pubblica è molto peggiorato. Un esempio è nell’uso delle cosiddette prove Invalsi.
Introdotte nell’anno scolastico 2006-2007, esse si fregiano dell’etichetta di valutazione di sistema, vivono annualmente di una rilevazione censuaria, si esauriscono in una prova intermedia e di una finale, in sede d’esame. Quindi, il silenzio o, forse, la cancellazione di ogni traccia. In altri termini, quelle prove si fanno (fare) solo perché sono previste dalla legge. Sono utili, sono inutili? Sono interrogativi che lasciano, come si suol dire, il tempo che trovano. Quelle stesse prove sono valutate, infatti, solo con un parametro di autoreferenzialità : non accedono ad una competizione con i risultati conseguiti da un’altra scuola; non rientrano nemmeno in un confronto comune tra le classi di una medesima scuola.
Se, continuando gli esempi, alcuni item di ortografia avessero presentato (come hanno presentato) errori ricorrenti e comuni, sarebbe stato opportuno riflettere (ma non è successo) sull’insegnamento dell’ortografia e sulle modalità di correzione degli errori in un lavoro di libera scrittura piuttosto che sul punteggio conseguito da ciascun allievo. Se una classe o più classi -ancora un esempio- avessero conseguito (come hanno conseguito) scarsi risultati nella ricerca di informazioni, in presenza di più informazioni concorrenti, più che la preoccupazione del punteggio, sarebbe stato utile (ma non è successo) aprire un confronto (e recitare un mea culpa) sulla didattica della lettura.
Una scuola che fa capire la -e abitua alla- fatica (anche muscolare) del lavoro intellettuale, con le prove Invalsi, invece, di esercitarsi sulla compilazione di innumerevoli manualetti di simulazioni, si sarebbe attrezzata per fare acquisire le competenze necessarie (fondamentali, prioritarie, utili a seconda dei vari livelli scolastici) per destreggiarsi nella vita (non scholae sed vitae discimus) col grado di autonomia richiesto a una mente in crescita logica e cronologica.
Ignorante non è solo chi non studia o chi non sa. Ignoranti sono anche quelli che studiano ma non sanno farsi capire; sono quelli che hanno studiato fino al conseguimento di un titolo di studio (anche una o più lauree) e, poi, hanno chiuso per sempre i libri; sono tutti quelli fuori da una formazione permanente.
Anche un intelligente può essere un ignorante se non riesce ad esprimere le sue potenzialità . Il ruolo di traghettatore dalle tenebre alla luce, da una sponda all’altra (un infaticabile san Cristofaro) è affidato sempre alla scuola, che, però, deve essere messa in condizione di poterlo fare ma, soprattutto, deve possedere gli strumenti e il personale esperto nell’ uso. Ho letto da qualche parte che un sociologo di chiara fama, Luciano Luigi Pellicani, fosse solito ripetere nei suoi interventi (lezioni, incontri pubblici) che “un uovo deposto dalla gallina è natura, cotto in padella è cultura”. È cultura tutto ciò che è trasformato, modellato dall’uomo. È cultura, è scuola tutto ciò che si avvale di una cooperazione competitiva dei saperi.
Confesso che, appena ho la possibilità di lasciare la gabbia della presidenza (il regno del dirigente!), mi piace andare in giro per la scuola. Mi fermo a parlare con i bidelli, con i genitori, con gli alunni e con i docenti che incontro (quelli che sono liberi dalle lezioni). Spesso, nei corridoi, fuori dalle aule, capita di imbattermi in alunni messi fuori, in castigo.
-Che ci fai lì?
-Sono stato cacciato, perché non seguivo la lezione.
-Entra e chiedi scusa.
Subito dopo entro anche io in quella classe e comincio a parlare con gli alunni e il docente di quanto accaduto, della lezione che si sta facendo, di un qualcosa capitato in quel momento. Ho la presunzione di essere tra i responsabili (il maggiore, per ruolo e funzione) dei processi di trasformazione. Voglio/devo contribuire, anch’io, alla cottura di un uovo come che sia: al tegamino, alla coque, strapazzato, in camicia, fritto o a bagno maria.
Lo avevo appreso, tanti anni fa, proprio da un alunno. Si chiamava Michele Gargiulo, abitava nel popoloso quartiere di Ponticelli.
Quella volta, per volontà di tutti i componenti il consiglio di classe, era stata convocata la madre, per parlarle dello scarso profitto del figlio, per trovare una strada comune.
-Avanti, di’ a tua madre e a noi, perché non studi?
-E come faccio a studiare, se mi cacciate sempre fuori?
