É TEMPO DI VACANZE. CORTE CAUSA CRISI

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Il periodo estivo è sinonimo di vacanze, le quali devono fare i conti con la crisi. La durata delle ferie si accorcia a dodici giorni di media e una famiglia su dieci resterà a casa. Si consolida la “solidarietà estiva”.
Di Don Aniello Tortora

Domenica scorsa Papa Benedetto all”Angelus ha parlato delle vacanze. Così ha esordito: “Siamo ormai nel cuore dell”estate, almeno nell”emisfero boreale. È questo il tempo in cui sono chiuse le scuole e si concentra la maggior parte delle ferie. Anche le attività pastorali delle parrocchie sono ridotte, e io stesso ho sospeso per un periodo le udienze. È dunque un momento favorevole per dare il primo posto a ciò che effettivamente è più importante nella vita, vale a dire l”ascolto della Parola del Signore. Ce lo ricorda anche il Vangelo di questa domenica, con il celebre episodio della visita di Gesù a casa di Marta e Maria, narrato da san Luca (10,38-42).

Cari amici, come dicevo, questa pagina di Vangelo è quanto mai intonata al tempo delle ferie, perchè richiama il fatto che la persona umana deve sì lavorare, impegnarsi nelle occupazioni domestiche e professionali, ma ha bisogno prima di tutto di Dio, che è luce interiore di Amore e di Verità. Senza amore, anche le attività più importanti perdono di valore, e non danno gioia. Senza un significato profondo, tutto il nostro fare si riduce ad attivismo sterile e disordinato. E chi ci dà l”Amore e la Verità, se non Gesù Cristo? Impariamo dunque, fratelli, ad aiutarci gli uni gli altri, a collaborare, ma prima ancora a scegliere insieme la parte migliore, che è e sarà sempre il nostro bene più grande”.

Anche se c”è crisi, comunque si parte per le vacanze. Le statistiche però parlano chiaro: la durata delle ferie si accorcia a dodici giorni di media, e una famiglia su dieci resterà a casa. Estate come vacanza, ma anche solo come stacco dal lavoro, occasione per visitare luoghi, conoscere persone, stare con gli amici, ritemprare il fisico, concedersi la lettura di un libro, praticare sport, trascorrere più tempo di coppia, giocare con i figli. E, forse, anche ritrovare sè stessi attraverso spazi di silenzio e, per chi crede, di preghiera. Ma l”estate serve ad impegnarsi per “coltivare sè stessi” e condividere i disagi degli altri. Tantissimi, soprattutto giovani, dedicano il loro tempo ai campi di formazione e di approfondimento (penso all” Azione Cattolica e alle tante altre associazioni cattoliche e non). Come pure moltissimi approfittano di questo periodo per lasciare l”Italia e fare esperienze di solidarietà e di condivisione.

Anche qui, in Italia, la “solidarietà estiva” è molto estesa. Penso, in questo momento, al “luglio insieme, dell”Associazione AGVH, che si interessa dei disabili a Pomigliano. È bello vedere tanti volontari (ma ce ne vorrebbero molti di più!) dedicare le loro serate a questi nostri amici diversamente abili e regalare loro un sorriso, un”amicizia gratuita. Come pure i pellegrinaggi a Lourdes sono segno di attenzione al mondo, sempre più vasto, dei malati . Occorre, inoltre, rivolgere la nostra attenzione verso i tanti “volontari” delle nostre famiglie, che ben volentieri rinunciano ad una vacanza per stare vicino ad una mamma o ad un papà anziani o ad altri familiari costretti su un letto di dolore. Come pure serve tener presenti le tante persone che in questo periodo afoso sono inchiodati su un letto di un ospedale: anch”essi attendono una carezza, una visita, un”amicizia solidale.

La malasanità esiste da sempre nella nostra Regione. È necessario compiere tutti gli sforzi possibili per far funzionare sempre con migliori risultati, soprattutto in questo periodo, le strutture ambulatoriali e ospedaliere, mettendo al centro delle nostre attenzioni la persona malata e non il profitto. Il grado di civiltà di un popolo si misura anche dai servizi efficienti che sa offrire particolarmente in questo lasso di tempo. Anche le Amministrazioni comunali devono organizzare meglio e di più i loro servizi sociali, per rispondere alle tante richieste di aiuto, che in estate sono continuamente in crescita. La solidarietà, come la salute, non vanno mai in vacanza.

Le vacanze sono, ancora, l”occasione per godere e rispettare la natura, il creato. La nostra Italia, con le sue bellezze naturali (mare, fiumi, laghi, monti) è stata baciata da Dio. È compito di tutti custodire questi beni comuni, preziosissimi. Non sarebbe il caso, per noi campani, di rilanciare il turismo, anche come occasione per “creare lavoro”?
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA GUERRA PER BANDE ALLA REGIONE CAMPANIA

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È il ricatto la chiave di lettura di una politica trasformatasi in gestione di comitati d”affari, lontani dalle esigenze della gente e del Paese.
Di Amato Lamberti

Le spiagge libere dell”intero litorale campano non sono mai state così affollate come quest”anno. Spiagge libere è naturalmente un eufemismo per indicare luoghi abbandonati, privi di ogni manutenzione, dove i rifiuti si accumulano sulle spiagge, senza acqua, senza servizi igienici, dove il ristoro di una bottiglia d”acqua è assicurato solo da venditori ambulanti abusivi. Quest”affollamento è il segno più vistoso di una crisi economica che attanaglia molte famiglie soprattutto quelle numerose.

Fa impressione vedere una quantità impressionante di bambine e di bambini giocare nell”acqua schiumosa dal colore giallognolo-verdastro o su spiagge invase da detriti di ogni genere. Non ci sono i soldi, continua a ripetere la gente, per utilizzare gli stabilimenti balneari più o meno attrezzati, almeno per quanto riguarda la pulizia delle spiagge: il mare è lo stesso, come testimoniano le bandiere rosse dei divieti di balneazione. Alcuni stabilimenti hanno anche abbassato i prezzi, ma restano desolatamente deserti.

Sulla spiaggia i discorsi sono sempre gli stessi. Non si trova lavoro, le fabbriche chiudono, i fortunati sono quelli che possono godere della cassa integrazione, anche l”edilizia è ferma, i negozi familiari chiudono, non per ferie, ma per cessazione attività. Ma anche i supermercati incontrano difficoltà, qualcuno sta per chiudere, altri hanno già chiuso per fallimento, perfino Ikea a Salerno, da poco aperto, sembra vicino alla chiusura. Per non parlare degli alberghi, anche quelli del litorale; quelli aperti sono vuoti e rimediano con ristorante e discoteca serale, ma la maggior parte sono chiusi e hanno licenziato il personale.

Apri i giornali per cercare qualche speranza e ti accorgi che i problemi della gente non esistono. Parlano solo dei politici e delle loro beghe per acquistare o difendere un potere che è tutto interno ai loro apparati, e lo fanno con un linguaggio che è quello dei reality show, dove si complotta incontrandosi a cena, si preparano dossier falsi sulle abitudini sessuali degli avversari politici, si discute di nuovi scenari di governo, mentre si promuovono alla politica meteorine, escort, amanti e, qualche volta, legittime consorti, figli e nipoti, senz”altro titolo che quello del legame familiare o del potere di ricatto.

Ecco, forse il ricatto è la vera chiave di lettura di una politica trasformatasi in gestione di comitati d”affari che niente hanno a che fare con le esigenze della gente e del Paese. Tutto serve solo a fare affari; anche le innovazioni hanno diritto di cittadinanza solo se producono affari, incarichi, consulenze e tangenti. Il caso dell”eolico in Sardegna è emblematico. Ma i picchi si raggiungeranno con il ponte di Messina e con il ritorno al nucleare. Per non parlare dei termovalorizzatori, dei degassificatori, dei campi solari. Il problema non sono mai i risultati conseguibili e la ricaduta dei benefici sui cittadini, in termini di occupazione e di risparmio, ma gli affari realizzabili e il fieno da mettere in cascina, come dicevano una volta i valligiani del Nord.

Se poi si guarda a cosa succede nelle amministrazioni pubbliche in Campania veramente cadono solo le braccia. In Regione è guerra per bande, prima per conquistare la posizione di comando e poi per gestire i fondi disponibili, pochi o molti che siano. Il fatto che le imprese continuino a chiudere al ritmo di decine al giorno non vale neppure una riunione con gli industriali per capire che cosa stia succedendo. E, intanto, ogni giorno, centinaia di famiglie cadono in disperazione. Le uniche riunioni sono quelle con i disoccupati organizzati, sia perchè mettono sotto assedio i palazzi e sia perchè bisogna saldare i debiti elettorali contratti prima che vengano allo scoperto.

Le Province non meritano nessuna attenzione perchè sembrano impegnate solo nella dimostrazione di una inutilità tesa evidentemente a sostenere la richiesta sempre più pressante di cancellazione. A godere della loro esistenza sono solo assessori, consiglieri, consulenti per via dei compensi accreditati sempre con puntualità. Ad essi vanno aggiunti gli uffici stampa, in alcuni casi faraonici, che non si è capito a cosa possono servire visto che i giornali sembrano ignorare la stessa esistenza delle Province.
Il Comune di Napoli, forte del fatto che, secondo l”Istat, ha il maggior numero di famiglie in condizione sia di povertà estrema che di indigenza (insieme fanno il 30% delle famiglie, circa 300.000 persone), si dedica unicamente alle nomine nelle società partecipate (che a questo punto della legislatura sa tanto di sistemazione dei fedelissimi) e alla organizzazione di Estate a Napoli. Neppure il completamento dei cantieri avviati sembra una priorità, eppure lavorando su tre turni si potrebbe creare molta occupazione e completare i lavori entro settembre.

Due piccioni con una fava, si potrebbe dire. Altrove i lavori stradali si completano d”estate quando gli uffici e le scuole sono chiusi e molta gente è fuori per vacanza; a Napoli, non si lavora d”estate perchè si aspettano le piogge autunnali, il fermo dei lavori per inclemenza del tempo e il prolungamento all”infinito dei lavori, con relativa lievitazione dei costi. Una logica, quella del cantiere interminabile, dura a morire perchè troppi sono i vantaggi “politici” e chi se ne frega degli svantaggi per i cittadini.
(Fonte foto: rete Internet)

POLITICA E CAMORRA

SAPERI DI STRADA: INTERVISTA A CESARE MORENO

A conclusione del primo ciclo di incontri per promuovere nuove alleanze educative, abbiamo intervistato Cesare Moreno, il promotore dell”iniziativa.
Di Annamaria Franzoni

Si è concluso il 15 luglio, presso l”Istituto Italiano degli Studi Filosofici al Palazzo Serra di Cassano a Montedidio il primo ciclo delle giornate di studio Organizzate da Maestri di Strada e Istituto Italiano Studi Filosofici con la collaborazione di NOVERIS srl e NovaMetis srl, sul tema “Saperi di strada e cittadinanza dei giovani: Trame di pensiero e strutture per la promozione di nuove alleanze educative”.

Tale incontro, che ha fatto seguito a intense giornate svoltesi anche presso le sedi universitarie della Federico II di Napoli e in teleconferenza in diverse città d”Italia ha costituito un momento di riflessione intermedia, indispensabile per fare il punto della situazione sull”andamento degli incontri svolti prima della pausa estiva e progettare il futuro di questo gruppo in fieri.
È stato posto il problema di darsi un nome e si è pensato a “Gruppo di Studio Permanente:”, perchè , come ha affermato Cesare Moreno , promotore dell”iniziativa, sembra che sia “il profilo migliore, meno minaccioso e che insiste sul fatto che vogliamo capire e studiare, più che sul fatto che già sappiamo e già vogliamo”.

Ho rivolto, in conclusione di questa interessante giornata di studio, alcune domande a Cesare Moreno, al maestro di strada che con grande impegno e tenacia ha tradotto in realtà una sua bella idea. Cosa ti ha spinto alla realizzazione di questo “convivio” così variegato di esperti?
“Quando nell”agosto dell”anno scorso si decretò, nel solito modo strisciante, che il progetto Chance era finito, ero solo, come in tutte le estati da dodici anni a questa parte, a prendere decisioni di fatto circa la sopravvivenza del progetto. Alcuni mesi dopo diventò chiaro che non solo Chance era finito, ma sarebbe stato fatto a pezzi. Ho cercato disperatamente di trovare punti di appoggio, qualcuno che prendesse le difese sia pure solo intellettuali di una pratica che avevano osannato per anni. Niente da fare. La questione riguardava me: il mio brutto carattere e non so quali altre caratteristiche personali. Dunque ho pensato che il catino era troppo piccolo per la tempesta ed ho cercato di allargarlo”.

Perchè variegato?

“Sono anni che cerco di spiegare che un progetto educativo deve necessariamente essere un progetto di cambiamento sociale. Non nel senso rivoluzionario e neppure riformista, ma nel senso semplice che l”educazione cambia le relazioni umane sociali locali e che è necessario un lavoro consapevole per questo. Dunque le persone convocate in tanti modi avevano avuto relazioni con Chance e con la mia particolare elaborazione. Era necessario che si incontrassero e si rendessero conto che tra discipline e gruppi accademici diversi esiste un collegamento reale che si manifesta in progetti concreti”.

Quale obiettivo lega i componenti del neonato “Gruppo di studio permanente:.”?
“L”obiettivo si va definendo in corso d”opera. Inizialmente credo che tutti sentissero forte l”esigenza di sviluppare un pensiero complesso che aiuti l”educazione ed il cambiamento sociale. Penso che l”obiettivo di fondo debba rimanere questo. Io penso soprattutto al pensiero, perchè in questi anni sia in politica sia in educazione ho visto troppe volte velleità di cambiamento che in realtà percorrono strade già percorse, pensieri che hanno già in sè il germe del fallimento; troppi portatori sani del virus del pensiero unico, del potere concentrato, della scienza per pochi. Siamo abbastanza istruiti da poterci forgiare con le nostre mani gli attrezzi che ci servono a sviluppare un lavoro educativo fatto bene, ma abbiamo bisogno del sostegno di categorie di pensiero nuove rispetto a quelle che sono all”origine del nostro sistema economico sociale e delle forme di pensiero più diffuse, sia quelle dominanti sia quelle di opposizione.
Se si scorrono le pubblicazioni ed i temi di riflessione dei convenuti si vede subito che rappresentano ognuno nel proprio campo il tentativo di uscire fuori da forme di pensiero che hanno fatto non pochi danni negli ultimi due secoli”.

Quando hai parlato del tuo ruolo talvolta il tono è apparso testamentario, era questo il senso?
“Io non faccio testamenti nè lascio eredità, dico solo che un patrimonio di idee e di pratiche esiste se esiste una comunità che li tiene in vita. Una comunità fatta tutta di ultrasessantenni per forza di cose non va lontano. Un singolo meno che mai. Ci sono scelte pratiche che aiutano il farsi avanti delle nuove generazioni e scelte che lo impediscono. Vorrei che qualcuno ragionasse su queste cose invece che – come mi accade da anni – le persone dicano : pensa a campare!”.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

TENGO “O PREVETE A CASA”: IPOTESI SUL MENÙ DELLA CENA IN CASA VESPA…

La cena tra potenti a casa di Bruno Vespa ha precedenti storici di non poco rilievo. Inventate dai greci, continuate dai romani, perfezionate da italiani e francesi, con l”aiuto delle contigue:stanze da letto.
Di Carmine CimminoI banchetti delle persone comuni talvolta mettono in subbuglio lo stomaco e il fegato di chi è presente, le cene dei potenti, invece, agitano la bile prima di tutto in chi è assente. Dicono le cronache che Bruno Vespa, conduttore di “Porta a Porta”, per festeggiare i cinquanta anni di sua vita sacrificati al giornalismo, ha invitato a cena il Presidente del Consiglio, il cardinale Segretario di Stato del Vaticano, il governatore della Banca d”Italia, un potente finanziere, e il leader dell” UDC. C”erano ovviamente le signore. Si può ragionevolmente dedurre dalle cronache che mancavano i rappresentanti dell” opposizione: credo che anche tra di loro Vespa abbia più di un amico, ma egli sa perfettamente come si organizza un convito, e come si fa l”assortimento degli ingredienti.

Era fatale che in questa cena si parlasse di politica; l”on. Berlusconi ha sondato la disponibilità dell”on. Casini a entrare nel governo, e Casini ha posto una condizione: un nuovo governo, non si sa se di intese larghissime, o solo larghe. Non capisco le polemiche. Le cene politiche le hanno inventate i greci, i romani le hanno perfezionate, gli italiani e i francesi vi hanno costruito una parte della loro storia: nelle sale da pranzo e nelle contigue stanze da letto. La rivoluzione del 1848 fu preparata in Francia attraverso la “campagna dei banchetti”, e sui “banchetti” Crispi e Giolitti costruirono i successi elettorali. La DC rinnovò il costume, con alterna fortuna. Erano banchetti di massa, di programma e di promesse: ora sono cene intime, ma il menù non varia.

La tavola salda e rinsalda vecchie e nuove amicizie, e il mangiare lo stesso pane e bere vino insieme dovrebbero garantire riservatezza e lealtà. Amen. A proposito, qualcuno non ha digerito la presenza del cardinal Bertone. E anche qui non capisco. Una volta nei paesi ai pranzi importanti si invitava il prete: “E che? Tengo “o prevete a casa?” sbotta il napoletano quando i prezzi delle cibarie gli sembrano insostenibili: poichè invitare un prete a pranzo era un onore costoso: costava in tempo di grasso, e costava ancora di più in tempo di magro, o di digiuno, perchè bisognava bandire la carne, e imbandire il pesce.

Il 28 maggio 1904 Vittorio Emanuele III visitò Bologna. Sebbene l”asprezza delle disposizioni pontificie che vietavano ai cattolici di partecipare alla vita politica fosse stata attenuata, il “non expedit” era ancora in vigore: e perciò il cardinale Domenico Svampa, arcivescovo di Bologna, chiese a Pio X l”autorizzazione a incontrare il re: non gli andava di essere scortese con il Savoia. Il permesso venne rapidamente concesso. Confortato dalla “licenza”, il cardinale partecipò anche al pranzo ufficiale, ove, dicono le cronache, sedette alla destra del sovrano.

E per consentire allo Svampa di rispettare il così detto “digiuno dei quattro tempi”, che è una cosa assai difficile da spiegare, venne predisposto solo per lui un menù per il digiuno: un digiuno parziale: è infinita la sapienza della Chiesa nell”uso degli aggettivi, delle regole, e delle eccezioni. Bisogna dare a Dio ciò che è di Dio, e a Cesare ciò che è di Cesare. Certo, con Dio non si sbaglia, visto che a Lui appartiene tutto. Il problema sta nello stabilire cosa appartenga a Cesare. Ma questo è un altro discorso.

Una cena tra amici che devono ricomporre un”alleanza politica, infranta da sostanziali divergenze sul programma e sui programmi: la rottura accompagnata e seguita da qualche eccesso verbale: una cena condizionata dall”abitudine dei convitati alla diplomazia, che è allenamento al sospetto, e a cercare l”ombra dietro le parole più chiare, e allusioni e avvertimenti nelle cose più innocenti: vallo a preparare un menù, per una cena così. Bisogna scartare l”agnello e il pesce, perchè fanno pensare all” Ultima Cena, e dunque alla morte e al tradimento.

Non è il caso di servire gamberi, perchè anche essi compaiono sulla tavola dell” Ultima Cena in alcuni dipinti del Quattro e del Cinquecento, e c”è chi dice che sono simbolo del digiuno quaresimale, e chi dice che rappresentano l”eresia, poichè vanno all” indietro, e che alludono allo scorpione velenoso, e dunque a Giuda. Lo stesso discorso vale per le anguille, da quando qualcuno ha creduto di vederne alcuni rocchi sulla tavola del Cenacolo di Leonardo. L”anguilla, poi, pratica pozze d”acqua melmosa, si muove senza sosta, è sfuggente.

Le quaglie, manco a parlarne: potrebbero suggerire il riferimento al “salto della quaglia”, che nel lessico della politica esprime concetti molto brutti, tutti più o meno collegati all”idea del trasformismo. E niente funghi, che fanno pensare ai parassiti e al veleno, e niente fave e i piselli, nè di serra, nè conservati: li accompagna un ricco repertorio di immagini, che riguardano il sesso: e va bene: ma anche il mondo dei morti: “e questo arrasso sia”. E dunque che hanno mangiato i convitati di Vespa ?

P.S. Mentre chiudo l”articolo, leggo su un blog che hanno mangiato spaghetti a vongole, spigole e caprese, e bevuto Greco di Tufo. Noto che la spigola è un pesce predatore, che la caprese mette insieme i colori della nostra bandiera, il rosso del pomodoro, il bianco della mozzarella, il verde del basilico; che il Greco arrivò a Tufo dal Vesuvio, e conserva in sè, anche a Tufo, una nota infernale di zolfo, la sulfurea memoria della sua origine. Se queste notizie sono esatte, il menù è stato un omaggio alla cucina napoletana d”esportazione.

Forse proprio dai piatti è partito un segnale forte per Casini. Forse Bossi si è veramente preoccupato solo dopo aver avuto notizie sul menù: ma sarebbe più tranquillo , se sapesse che in lingua napoletana le vongole sono non solo i mitili bivalve protagonisti della nostra cucina, ma anche “le chiacchiere senza senso, le parole dette a sproposito”. Insomma, ” “e ppalle, “e “nnorchie, “e stroppole”.

2° p.s. Per i veri potenti il menù è l”ultima delle preoccupazioni. Una volta Giovanni Agnelli invitò a cena nella casa romana finanzieri e banchieri di prima fila, ministri col portafoglio, e segretari dei partiti che contavano. Concluso il banchetto, un giornalista domandò a uno dei convitati cosa avessero mangiato. E quello rispose che non lo sapeva, che nel piatto c”era un qualcosa che poteva essere petto di pollo, ma anche pesce, o chi sa cosa. Saperlo, non gli importava proprio.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

ELOGIO DEL CRETINO

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I cretini in giro sono in dose massiccia perchè merce preferita dagli uomini di potere. Attenzione alla differenza tra cretini e ignoranti. Di Luigi Jovino Si corrono prevedibili rischi a manifestare troppa intelligenza. La vita scorre più facile per i mediocri. La strada, invece, è quasi spianata per i cretini. Murphy lancia il monito di “non dialogare con i cretini”, ma questa categoria di persone è sicuramente tra le più loquaci. Si passano mesi, a volte anni o addirittura una vita a dialogare con i cretini senza che si costruisca un vantaggio obiettivo. I cretini si moltiplicano perchè rappresentano merce preferita dagli uomini di potere. In qualche modo sono incentivati. Un libro, scritto qualche anno fa addirittura ipotizzava che i cretini sono favoriti dalla selezione genetica. Nella guerra quotidiana ed in quelle vere sono gli uomini di muscoli, cervelli e nervi ad essere i più impegnati. Non deve meravigliare, inoltre, che un cretino sappia usare correttamente i congiuntivi o sia in grado di gestire situazioni difficili come compilare un bilancio, stendere una delibera e scrivere articoli di un giornale. In patologia esiste il caso degli “idioti sapienti”, individui socialmente inutili che focalizzano l’interesse cerebrale in un unico settore del sapere. I cretini sono privilegiati perchè più portati all’obbedienza. Per svolgere questa missione, spesso, si specializzano. Nel mondo esistono cretini specializzati che per niente rinuncerebbero alla propria funzione. Chi sa di non avere tante possibilità nel bagaglio personale è più portato alla fedeltà assoluta e al rispetto di chi occupa una posizione superiore. Gli uomini intelligenti, invece, sanno di essere liberi e ne fanno opportuna professione. A volte vengono utilizzati nei team di potere se sono ricattabili. In questo caso diventano essenziali. Ci sono intelligenti ricattabili che hanno fatto la fortuna di uomini politici, di presidenti di potenti associazioni, di scuole e di industrie pubbliche e private. La peggiore categoria, però, è rappresentata dai cretini presuntuosi che spesso perdono il senso della reale condizione e si lanciano in assurde prospezioni intellettive. Per essere dei bravi presuntuosi occorrono: un livello superiore di intelligenza e una discreta dose di autoironia. Non basta la faccia tosta e qualsiasi altro attributo fisico. Si corre il rischio di cadere nel patetico. In questo caso cala a pennello la definizione di “scemo”. Tra cretini ed ignoranti, invece, c’è una bella differenza. Gli ignoranti, negli anni Settanta, nelle assemblee di partito suscitavano profondi applausi appena manifestavano la propria condizione. Oggi non esistono più gli ignoranti di una volta. In un mondo frastornato di specializzazioni si trovano ignoranti in informatica, in politica, in sport e in letteratura. Sono pochi gli ignoranti totali. La società odierna non lo permette. C’è sempre qualcuno che sa compilare un sms, il numero del cellulare o che ricorda a memoria il Pin del bancomat. In una società così composita chi ha un livello superiore di intelligenza, a meno che non sia un genio, parte svantaggiato. Troppe volte si deve arrangiare. Capita anche che un uomo molto intelligente per raggiungere uno scopo si finga un cretino. Il buonsenso popolare rappresenta questo atteggiamento nella parabola di Ulisse che “fa lo scemo per non andare in guerra”. In questo caso il comportamento umano dimostra una irrisolvibile dicotomia. Chiunque si ritenga un cretino, e ogni riferimento a persone e cose è oggettivamente voluto, leggendo questo editoriale non si dimostri offeso. In fondo c’è sempre la magra consolazione di sentirsi attuali. Il mondo va nella direzione degli imbecilli. LA RUBRICA

POVERTÁ IN ITALIA E NEL SUD. IL RISCHIO PER LA NOSTRA AREA SENZA FIAT

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Dietro i numeri dell”Istat su povertà assoluta e relativa, si nascondono drammatiche storie di uomini e donne. Da noi, senza la Fiat, è vera povertà la mancanza di lavoro.
Di Don Aniello Tortora

Secondo i dati contenuti nel Rapporto Istat per il 2009 in Italia le famiglie in condizioni di povertà relativa sono state due milioni 657mila e hanno rappresentato il 10,8% delle famiglie residenti; si tratta di sette milioni 810mila individui poveri, il 13,1% dell’intera popolazione. Sempre nel 2009, un milione 162mila famiglie (il 4,7% delle famiglie residenti) sono risultate in condizione di povertà assoluta per un totale di tre milioni e 74mila individui (il 5,2% dell’intera popolazione).

Sia la povertà relativa, che quella assoluta, sono risultate sostanzialmente stabili rispetto al 2008, sia a livello nazionale sia a livello di singole ripartizioni. La soglia di povertà relativa per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media mensile per persona, che nel 2009 è risultata di 983,01 euro (-1,7% rispetto al valore della soglia nel 2008).
L’incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia di povertà che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.

Nel 2009, il Mezzogiorno ha confermato gli elevati livelli di incidenza della povertà raggiunti nel 2008 (22,7% per la relativa, 7,7% per l’assoluta) e ha mostrato un aumento del valore dell’intensità della povertà assoluta (dal 17,3% al 18,8%), dovuto al fatto che il numero di famiglie assolutamente povere è rimasto pressochè identico, ma le loro condizioni medie sono peggiorate.
L’incidenza di povertà assoluta è aumentata, tra il 2008 e il 2009, per le famiglie con persona di riferimento operaia, (dal 5,9% al 6,9%), mentre l’incidenza di povertà relativa, per tali famiglie, è aumentata solo nel Centro (dal 7,9% all’11,3%).
La condizione delle famiglie con i consumi più contenuti non è risultata peggiorata rispetto a quella delle altre famiglie.

Secondo l’Istat, il motivo per il quale la povertà non è cresciuta nell’anno della crisi va ricercato nel fatto che l’80% del calo dell’occupazione ha colpito i giovani, in particolare quelli che vivono nella famiglia di origine, mentre due ammortizzatori sociali fondamentali hanno mitigato gli effetti della crisi: la famiglia, che ha protetto i giovani che avevano perso l’occupazione, e la cassa integrazione guadagni, che ha protetto i genitori dalla perdita del lavoro.

Ho riportato queste cifre perchè spesso i poveri non li “vediamo”, eppure sono vicinissimi a noi. Basta solo “accorgersene”. Dobbiamo fare tutti uno sforzo di attenzione all”altro, perchè il male più grande della società di oggi, come diceva Madre Teresa, è l”indifferenza. Accorgersi dell”altro, dei suoi bisogni, materiali e spirituali, è la grande sfida dell”uomo contemporaneo.
Nel nostro Sud la vera povertà è la mancanza di lavoro per i nostri giovani, il lavoro precario e il rischio della perdita del lavoro, per chi già ce l”ha (penso ai quarantenni e ai cinquantenni, i “nuovi poveri” di oggi).

Mi auguro veramente che anche i lavoratori della Fiat, dopo un altro anno di purgatorio di Cassa integrazione, possano finalmente produrre la nuova Panda a Pomigliano e, “ricchi del loro lavoro” siano capaci di assicurare un po” di pace a se stessi e alle loro famiglie.

LA RUBRICA

LE PAROLE CHIAVE DEI SAPERI DI STRADA E LA COMMOZIONE INTELLETTUALE

Il benessere educativo è una meta. Per giungervi occorre fare un percorso con tappe significative, in grado di riparare danni subìti o prevenire ulteriori guasti.
Di Annamaria Franzoni


La sede del Seminario dei “Saperi di strada per la promozione della cittadinanza giovanile” ha costituito, tra l”altro, anche il luogo in cui dare spazio ai pensieri e alle narrazioni di Carla Melazzini, maestra di strada e pedagogista di grande valore, della quale tutti coloro che hanno avuto il piacere di conoscere o condividere esperienze lavorative serbano un ricordo arricchente.
Cesare Moreno ha raccolto in un testo i suoi scritti e tale lavoro, quando sarà pubblicato, costituirà un riferimento per chiunque si approcci alla formazione e all”educazione giovanile.

Nella sede seminariale sono stati letti alcuni brani tratti da tale testo e Luigi Barca ha usato il termine “commozione intellettuale” per indicare il sentimento che ci ha accomunati durante la lettura di alcune pagine e che nasce dal semplice fatto che quei pensieri siano realmente esistiti e praticati.
Tra le parole-chiave emerse dagli interventi e dal dibattito mi sembra che abbiano assunto particolare rilevanza “la narrazione” intesa come grande momento del processo educativo ad ogni livello e che consente il riconoscimento e il senso della memoria storica di ciò che siamo e di ciò che facciamo.

L” “accoglienza” ha costituito l”altra variabile condicio sine qua non è possibile procedere nella direzione di benessere educativo, mentre circle time, patto formativo, restituzione sono stati altri elementi di frequente richiamo.
Il binomio “incontro antropologico e cittadinanza” hanno, poi, costituito le principali idee su cui basare un percorso serio di riparazione dei danni subiti o elementi preventivi per evitare la creazione di nuovi danni.
“Il dubbio” infine è stato eletto a simbolo di una comunità che apprende che, per il fatto stesso di essere sempre alla ricerca della verità, non può mai avere certezze.

Cesare Moreno ha, nel corso della mattinata, riassunto l’intervento video di Canevaro che non è stato possibile trasmettere in diretta. Stimolanti e interessanti interventi si sono, poi, susseguiti tra cui ricordiamo quelli di Maria Luisa Iavarone, Valentina Ghione, Angela Giustino Vitolo, Giovanni Laino, Palma Menna, Mariagrazia Contini, Clelia Bartoli, Romolo Perrotta, Fiorella Farinelli, Teresa Centro, Dario Bacchini, Marco Rossi Doria, Luigi Vero Tarca, Guelfo Margherita, Alessandro Tolomelli, Francesca Marone, Cesare Moreno.

I profondi e significativi dati emersi da questi interventi hanno espresso enunciati forti legati alla psico-pedagogia e alla metodologia pedagogico-didattica che, insieme a quelli di ambiti disciplinari differenti, possono trasmigrare nei sistemi di promozione della cittadinanza giovanile, obiettivo di questo seminario, che vedrà impegnati gli studiosi in un”altra giornata di confronto presso l”Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Palazzo Serra di Cassano oggi, giovedì 15 luglio dalle ore 9,30 alle 13,30.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

TRAME DI PALAZZO PER I FONDI PUBBLICI

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I problemi in Campania non mancano. Il caldo di questi giorni ci ricorda che il sollievo dei bagni a mare è impedito in gran parte dei litorali della regione. Ma i politici sono troppo impegnati nelle trame di palazzo per mettere le mani sui fondi …

È arrivata l”estate, la stagione dei bagni a mare, del sole sulle spiagge, del relax, dopo un anno di lavoro, di impegni, di corse avanti e indietro per accompagnare i figli a scuola, di traffico per raggiungere l”ufficio. Per i campani, dai napoletani, agli avellinesi, ai beneventani, ma anche per salernitani e casertani, inizia la stagione dell”inferno e non solo per il caldo canicolare. Raggiungere le spiagge è una impresa, chiusi dentro auto bollenti in un traffico più convulso di quello invernale in una giornata di pioggia. All”arrivo sui lidi, immancabile la bandiera rossa che indica il divieto di bagnarsi nell”acqua inquinata di colore indefinito e ribollente di schiume e macchie di catrame.

Incuranti di ogni divieto uomini, donne e bambini giocano, nuotano, si tuffano, gridando e starnazzando, nell”acqua maleodorante. I più fortunati affollano i lidi di Posillipo, gli stabilimenti balneari con piscine anche per i più piccoli, le località della costiera sorrentina e amalfitana, le spiagge di Ischia, di Procida, e gli scogli di Capri, ma per trovare una spiaggia da bandiera blu dovrebbero spingersi fino a Massalubrense. Per fortuna, i più previdenti si sono fatti un punto d”appoggio in Calabria e si rifugiano nel carnaio di Scalea o di S.Maria del Cedro dove almeno l”acqua sembra ancora pulita nonostante le condotte fognarie che d”estate scaricano tutto il sovrabbondante direttamente a mare.

I beneventani hanno da tempo cambiato direzione. Si spostano verso le riviere molisane e abruzzesi senza neppure più tentare di raggiungere le spiagge salernitane. Il Cilento resta irraggiungibile per i pendolari ma è talmente ingombro di villaggi turistici abusivi che non è difficile trovare a caro prezzo sistemazione. Sul litorale domizio si sono moltiplicati gli stabilimenti balneari, anche molto belli e attrezzati, ma spiagge e mare restano talmente inquinati da correre sempre il rischio almeno di infezioni gastriche e dermatiti. Una bella situazione, non c”è che dire. Potremmo continuare a lungo parlando anche del litorale che da Portici si stende fino a Castellammare e che una volta raccoglieva le speranze di refrigerio di tutti gli abitanti dell”area vesuviana, ma non faremmo che ripetere le stesse geremiadi.

Sembra incredibile ma sono decenni che si continua a parlare di disinquinamento del golfo di Napoli, di riqualificazione del litorale domizio, di rilancio del turismo balneare, ma niente di significativo è stato fatto per modificare una situazione che continua a deteriorarsi. Non che non siano state investite risorse e spese una quantità incredibile di fondi regionali ed europei. Basterebbe ricordare i progetti per il disinquinamento del golfo di Napoli, la bonifica del fiume Sarno, la costruzione del depuratore di Sorrento, la messa a norma dell”impianto di depurazione di Cuma, la riqualificazione del litorale torrese-stabiese, tanto per restare in provincia di Napoli.

Per non parlare del sistema di smaltimento dei reflui fognari di quasi tutti i comuni costieri che praticamente consiste in condotte sottomarine che smaltiscono i reflui a 500-800 metri dalle coste, nella convinzione che ci penserà poi il mare a digerire tutto. Nessuno pensa che è troppo per qualsiasi mare lo smaltimento delle acque nere prodotte da quasi quattro milioni di abitanti, che tra l”altro in periodo estivo aumentano e notevolmente. Ma tant”è. I nostri amministratori sono in altre faccende affaccendati, come dimostrano i fatti di questi giorni per quanto riguarda la presidenza della Regione Campania.

Per conquistare la postazione tutte le armi, anche le più squallide, sono buone. Una battaglia di questo tipo si può mai fare per risolvere i problemi dei cittadini e del territorio? Penso proprio di no. Certe lotte oscure di palazzo possono solo servire a conquistare posizioni per mettere le mani sui fondi pubblici e continuare ad alimentare interessi personali e di lobbies affaristiche ed inconfessabili.
(Fonte foto: rete Internet)

POLITICA E CAMORRA

IL BRIGANTE BARONE SCOVATO A TROCCHIA E UCCISO NELL’ARMADIO

Nell”estate del 1861 tra Somma e Napoli erano tutti favorevoli a Garibaldi e ai piemontesi e questo segnò la fine del brigante Barone, tradito da Luisa Mollo. Il tesoro mai trovato del brigante.
Di Carmine Cimmino

Vincenzo Barone fu condannato a morte dalla sua follia, e dai gruppi che solo qualche mese prima lo avevano “riscaldato”. Nell” estate del “61 di borbonici, non se ne trovavano quasi più, tra Somma e Napoli: nobili, “galantuomini”, proprietari e funzionari erano saltati in blocco sul carro dei “piemontesi” vincitori, e le tre squadre di contrabbandieri del territorio, i Borrelli, gli Scarpati e i Minore, si erano alleate con “famiglie” importanti dell”Onorata Società napoletana, quelle del Porto e del Carmine, fin dal primo momento favorevoli a Garibaldi e ai “piemontesi”. Non c”era più spazio per Vincenzo Barone.

Suo fratello Giovanni, “monaco del Sacro Cuore di Secondigliano”, lo aveva avvertito con due lettere già agli inizi di luglio: guardati da Pasquale Scarpati Vammana e dai De Luca: ti fanno “picchetto”, per metterti nelle mani dei soldati: “Allontanati dalla montagna, perchè può accadere che un giorno di questi sei preso come un fesso, come così sei, perchè se avessi intisa la famiglia, non ti avessi trovato in tanti guai:perciò stati attento, finchè non abbiamo accomodato questa faccenda”.

Ma era troppo tardi: e la “faccenda” si era fatta così grossa, che non poteva più essere “accomodata”, nemmeno in un territorio come il nostro, in cui non c”è assurdità che non possa diventare realtà: “se po” ffa”.” La mattina del 26 agosto 1861 40 Guardie nazionali di Somma, guidate da Enrico e Carlo Giova e una compagnia di bersaglieri al comando del maggiore Calcagnini salirono in montagna dall” Olivella e rastrellarono accuratamente covi, grotte, forre e pagliai. Vincenzo Terracciano lo trovarono dietro una roccia, inginocchiato, confuso: in una mano stringeva una coroncina, nell”altra una pistola carica: in tasca aveva una manciata di proiettili per caprioli.

È probabile che le cose siano andate proprio così. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che le sentenze per i briganti fucilati sul posto, con il rito sommario previsto dalle leggi eccezionali, “per essere stati presi con le armi addosso” le scrissero non i giudici, ma i fucilatori stessi. Terracciano farfugliò che stava recitando il rosario: i bersaglieri lo trascinarono a Sant”Anastasia e all”alba del 27 lo fucilarono.

La sera toccò a Vincenzo Barone. Saverio Ardolino informò i De Luca che Barone stava a Trocchia, in casa della vedova Palamolla (all”orecchio dello scrivano dei carabinieri, che era piemontese, il nome suonò come Paldomolla). I De Luca, che dagli ufficiali della Guardia nazionale di Somma e dei bersaglieri erano stati autorizzati, “per iscritto”, a raccogliere notizie su Barone, anche “dovendo mettersi in corrispondenza”, passarono la notizia a Vincenzo Miranda, capitano della Guardia Nazionale di Sant” Anastasia, e Miranda informò carabinieri e soldati. Al calar della sera il palazzo Palamolla fu circondato. Il ragazzo che stava di sentinella aprì immediatamente la porta, e Sartoris, comandante dei carabinieri, il maggiore Calcagnini, il capitano Magnani e il tenente Giuseppe Negri, che sarebbe diventato senatore e sindaco di Milano, salirono di corsa al primo piano.

I soldati riuscirono a bloccare Gennaro Maione che si stava lanciando giù da una finestra e in una stanza trovarono Luisa Mollo, la donna del brigante, la Bonnie del Vesuvio. Che però tradì il suo uomo: Gaetano Negri, nelle sue lettere, e Sartoris, nella relazione ufficiale, raccontarono che Luisa aveva indicato, con un cenno del capo, un armadio chiuso. Lì si era nascosto Vincenzo Barone. Si legge nella relazione ufficiale che Sartoris e Calcagnini sfondarono uno sportello con il calcio delle carabine, che il brigante sparò, che Sartoris, attraverso lo squarciò, gli scaricò addosso la sua arma. Negri, invece, scrisse che “una scarica generale” si era abbattuta sull”uomo chiuso nell”armadio. Quando lo portarono fuori, il brigante, ferito al petto, respirava ancora, e impugnava ancora la pistola. Si spense pochi minuti dopo.

La mattina del 28, alle 7.30, in Sant” Anastasia i bersaglieri di Calcagnini fucilarono Gennaro Maione. I cadaveri di Barone e di Maione vennero esposti in piazza “e tutti corsero a vedere”. La sera il sindaco di Trocchia, Domenico Russo, scrisse l”atto di morte: “L”anno 1861, il 28 agosto, alle ore 21 davanti a noi sono comparsi Raffaele Gammella, di anni 41, salassatore domiciliato in via Regina a Trocchia, e Vincenzo Mellone, di anni 42, serviente regnicolo, domiciliato in Pollena, e hanno dichiarato che il 27 agosto 1861 alle ore 2.30 di notte è morto nella casa degli eredi Palamolla Vincenzo Barone di anni 22 circa, telajolo e proprietario, domiciliato in Sant” Anastasia, figlio di Luca proprietario e di Serafina Coppola”.

Il brigante teneva con sè un fascio di lettere, in cui c”erano molti nomi e molte informazioni. Venne interrogata la Matilde ventunenne, che si era innamorata di Vincenzo, e per due volte era stata accompagnata proprio da Luisa Mollo alla masseria La Zazzera, per “un abboccamento” con l”amato. Venne interrogata la De Luca monaca di casa, che era stata autorizzata, con i due fratelli, a fare il doppio gioco, ma che aveva scritto al brigante, salutandolo come “carissimo nipote”, per garantirgli che “gli avrebbe rimesso altra polvere da sparo”, non appena il carico fosse giunto da Capua. Il giudice Mezzacapo riteneva che il rifornimento di polvere da sparo non rientrasse tra i “contatti” autorizzati, ma i De Luca vennero subito sottratti all”inchiesta. Vi restarono impigliati i pesci piccoli.

Le carte svelarono che per due mesi tra i covi montani del brigante e l”abitato di Sant” Anastasia e di Somma si era snodata, ogni giorno, una processione di “amici”, di affaristi, di informatori, e che quasi ogni giorno Carmine e Natale Perez e il Torrese di Casa Miranda portavano su pane, pasta, carne, vino, abiti. Nessuno cercò di capire chi avesse “protetto” il viavai. Venti anni dopo si favoleggiava ancora, a Sant” Anastasia, del tesoro di Barone, e qualcuno scavava ancora, senza sosta, di vallone in vallone, nella speranza di trovarlo.

LA STORIA MAGRA

AVVOCATI PENALISTI IN LUTTO PER PROTESTA

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Gli avvocati penalisti protestano per rivendicare i diritti civili nelle strutture carcerarie, in particolare della Campania. Senza risultato gli scioperi precedenti, sorde e assenti le istituzioni.
Di Simona Carandente

Una singolare protesta ha visto ieri come protagonisti gli avvocati penalisti di Napoli, Milano e Palermo, uniti gli uni con gli altri in segno di protesta nei confronti delle istituzioni.
A Napoli in particolare la Camera Penale, in collaborazione con la onlus “Il carcere possibile”, ha dotato iscritti e non di un nastrino nero, da indossare in segno di lutto per simboleggiare, in maniera forte, la “morte”dei diritti civili all”interno delle strutture carcerarie sparse sul territorio nazionale, campano in particolare.

La protesta nasce con il chiaro intento di stimolare l”opinione pubblica, e non solo quella, sulle gravi problematiche esistenti all”interno degli istituti penitenziari, posto che gli scioperi già attuati dalla categoria, nella forma dell”astensione dalle udienze, non hanno sortito gli effetti sperati, rimanendo praticamente lettera morta.
Le motivazioni dell”iniziativa sono, purtroppo, tristemente note: le condizioni igienico sanitarie esistenti all”interno delle carceri italiane; il disagio del personale penitenziario, costretto a lavorare in situazioni sovente ingestibili; la sostanziale illegalità in cui si sconta la pena oggi, in Italia, in barba alle più elementari regole del vivere civile nonchè alle statuizioni legislative in materia.

Si legge nel comunicato diffuso dalla Camera Penale di Napoli che nel nostro paese, a fronte di una capienza carceraria di circa 43 mila unità, sono attualmente ristretti circa 68 mila detenuti, con 25 mila persone in più rispetto a quanto tollerabile, in strutture sovente fatiscenti anche a capienza ottimale.
In Campania dall”inizio dell”anno si sono registrati ben 31 suicidi, 44 tentativi di suicidio, 96 aggressioni a personale della polizia penitenziaria, nonchè ferimenti di personale medico e paramedico operante all”interno delle strutture stesse.

Come spiegato dall”avv. Riccardo Polidoro, presidente della onlus Il Carcere Possibile, “nel nostro paese, ed in particolare in Campania, la pena viene espiata in regime di completa illegalità, in spregio finanche dei principi costituzionali vigenti, per i quali la pena deve tendere sempre alla rieducazione del condannato. A tale dato -prosegue l”avv. Polidoro- bisogna aggiungere la violazione della normativa europea sul punto, che vieterebbe l”utilizzo della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti ai soggetti ristretti. Eppure tutto questo oggi avviene, e con l”implicito assenso delle istituzioni, che vanificano tutti gli sforzi in tal senso della classe forense e non”. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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