La prima Casetta dei Libri a Castello di Cisterna: quando la lettura si mette in circolo

Metti in circolo la lettura.                                                                              Inaugurata in piazzetta San Nicola la prima Little Free Library del paese. L’iniziativa, promossa dall’associazione IRIS e dedicata a Mario Di Sena, invita i cittadini a condividere i propri libri e a trasformare la lettura in un’occasione di incontro.

Non è soltanto una piccola libreria di strada. È un invito a rallentare, ad aprire un libro e, magari, anche una conversazione.

È stata inaugurata ieri, 26 giugno, in piazzetta San Nicola a Castello di Cisterna, la prima Casetta dei Libri del paese, un progetto promosso dall’associazione IRIS con l’obiettivo di mettere la lettura nelle mani di tutti, in modo semplice e gratuito.

Chiunque può prendere un libro dagli scaffali della casetta e, se lo desidera, lasciarne un altro. Un piccolo gesto che permette ai libri di continuare il loro viaggio anziché restare chiusi in una libreria di casa.

La casetta è stata dedicata a Mario Di Sena, socio dell’associazione IRIS, ricordato come una persona che ha sempre creduto nel valore della cultura, della condivisione e della comunità.

Metti in circolo la lettura

L’iniziativa nasce con un obiettivo preciso: mettere in circolo la lettura. Ma il progetto va oltre il semplice scambio di libri.

Ogni volume lasciato nella casetta porta con sé una storia, un’emozione o un ricordo di chi lo ha letto. Può essere quel romanzo che ha cambiato un modo di vedere le cose, un saggio che ha aperto nuove prospettive o semplicemente un libro rimasto troppo a lungo su uno scaffale a prendere polvere.

Consegnarlo a qualcun altro significa offrirgli la possibilità di vivere la stessa esperienza. Ed è proprio in questo passaggio che la lettura diventa anche uno strumento per creare relazioni, favorire incontri e rafforzare il senso di comunità.

Un’idea nata dall’altra parte del mondo

Quella inaugurata a Castello di Cisterna è la prima casetta del territorio, ma il progetto affonda le sue radici negli Stati Uniti.

La Little Free Library nasce infatti nel 2009 a Hudson, nel Wisconsin, da un’idea di Todd Bol. Per ricordare la madre, insegnante, costruì una piccola casetta di legno a forma di scuola e la sistemò nel proprio giardino con una semplice regola: “Prendi un libro, lascia un libro”.

Un piccolo gesto che chiede responsabilità

Perché il progetto possa crescere e durare nel tempo, però, sarà fondamentale anche la collaborazione dei cittadini. La Casetta dei Libri è un bene condiviso e, come tale, richiede cura e rispetto. Custodirla, mantenerla in ordine e contribuire allo scambio dei libri significa prendersi cura di un patrimonio che appartiene all’intera comunità.

In un’epoca in cui gli spazi pubblici sono spesso messi a dura prova da incuria e vandalismi, iniziative come questa rappresentano anche un invito a riscoprire il senso civico e la responsabilità verso ciò che è di tutti. Perché una comunità non cresce soltanto attraverso le opere che vengono realizzate, ma anche grazie all’attenzione con cui i cittadini scelgono di preservarle e farle vivere ogni giorno.  

Longola: istituzioni e associazioni uniti per la rinascita del parco. Evento il 5 luglio, nasce l’iniziativa “Una frase per Longola”

Due incendi in rapida successione hanno colpito il Parco Archeologico Naturalistico di Longola, a Poggiomarino, distruggendo le strutture in legno, gli spazi didattici, le aree di accoglienza e i giochi dei bambini. Una ferita profonda per un presidio di cultura che da anni rappresenta un punto di riferimento per le comunità del territorio vesuviano. La risposta, però, non si è fatta attendere. Oltre 50 associazioni hanno già aderito all’appello lanciato da Terramare 3000 APS, e il numero continua a crescere: a loro si affiancano istituzioni, studiosi, artisti, archeologi. Un fronte comune che rifiuta di accettare che le speranze riposte in quel luogo vadano in fumo insieme al legno bruciato. Domenica 5 luglio alle 17.30, direttamente nel parco di Longola, istituzioni e associazioni si riuniranno per un appuntamento aperto a tutti: l’evento finale dell’Archeofestival, il tour alla scoperta dei tesori storici e culturali della Campania promosso proprio da Terramare 3000. L’obiettivo è duplice: manifestare solidarietà concreta e avviare una riflessione collettiva sulla rinascita del parco, con la progettazione condivisa dei prossimi passi. Parallelamente, Terramare 3000 ha lanciato l’appello “Una frase per Longola”, rivolto ad artisti, giornalisti, scrittori, studiosi, amministratori e a chiunque abbia a cuore la cultura come bene comune. L’iniziativa raccoglie messaggi di solidarietà (una frase, un pensiero, una riflessione) che confluiranno in una mostra pubblica allestita durante le iniziative di rilancio del sito. Le parole, come le pietre, resistono. «Le fiamme possono bruciare il legno, non la memoria», ricorda Linda Solino, presidente di Terramare 3000. È possibile inviare il proprio contributo sul sito www.archeofestival.it, dove l’appello è già consultabile.

Lutto nel mondo del giornalismo: addio ad Antonio Coscione

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Lutto nel mondo del giornalismo: muore Antonio Coscione, aveva 46 anni Lutto nel mondo del giornalismo: è morto Antonio Coscione dopo aver combattuto contro una malattia, la cui diagnosi era arrivata negli ultimi anni. Aveva 46 anni. Entrò nel mondo del giornalismo nel 2000, collaborando con Canale 9. Successivamente venne assunto dall’agenzia televisiva Videocomunicazioni e, nel 2013, fu tra i soci fondatori di Videoinformazioni. Con la sua scomparsa lascia la moglie Valentina e la figlia Aurora, oltre ai colleghi e agli amici della sua agenzia, che lo ricordano come una persona buona, paziente e sempre disponibile. Per molti di loro era come un fratello minore. «Insegna agli angeli come si racconta la vita attraverso le immagini»: questo uno dei messaggi di cordoglio dedicati ad Antonio da chi lo ha conosciuto e gli ha voluto bene. Chi gli è stato vicino racconta inoltre che, nell’ultimo periodo, era proprio lui a dare forza a coloro che temevano di perderlo. I funerali si terranno oggi alle ore 16:00 presso la chiesa di Sant’Eframo Vecchio, a Napoli.

Pomigliano, revocate le nuove disposizioni sulla ZTL

Come dichiarato dal Comune di Pomigliano D’Arco, dal 28 giugno 2026 cesserà la fase sperimentale della nuova ZTL, con ritorno alle vecchie disposizioni

Un nuovo cambio di marcia per la zona a traffico limitato della città di Pomigliano D’Arco, ormai da diversi mesi nell’occhio del ciclone.

A poco più di un mese dall’introduzione delle nuove disposizioni per la sperimentazione di un’area pedonale all’interno del centro cittadino, l’amministrazione comunale ha annunciato che ci sarà un ripristino delle regole, con un ritorno a quelle precedenti.

Infatti, con l’ordinanza dirigenziale n. 282 del 25 giugno 2026, dal 28 giugno 2026 è prevista la revoca della ZTL e dell’area pedonale sperimentale.

Le misure introdotte lo scorso maggio prevedevano l’istituzione di un’area pedonale temporanea nel centro cittadino e l’ampliamento delle fasce orarie della ZTL, con lo scopo di ottenere effetti positivi sulla mobilità sostenibile, sulla sicurezza urbana e sul tessuto economico locale.

A seguito di un confronto tra l’Amministrazione comunale, la Consulta Ambientale, gli uffici competenti e le associazioni dei commercianti è arrivata la decisione di sospendere anticipatamente la sperimentazione in atto. La decisione, con un’ordinanza firmata dal Comandante della Polizia Municipale Gennaro Parisi, è stata poi resa operativa.

Come spiega il Comune di Pomigliano D’Arco: “La sperimentazione ha consentito di raccogliere elementi utili per valutare gli effetti delle misure sulla mobilità urbana. Tuttavia, le eccezionali ondate di calore delle ultime settimane non hanno permesso di acquisire dati pienamente rappresentativi delle normali condizioni di utilizzo degli spazi pubblici.”

I dati raccolti però verranno lo stesso utilizzati per redigere un nuovo Piano Urbano del Traffico e per valutare una nuova possibile riproposizione della sperimentazione (con correttivi) nel prossimo autunno.

Sul dietrofront effettuato dall’amministrazione sono intervenuti l’Associazione Eco e il Gruppo OLTRE, dichiarando che il modo giusto di fare politica è quando si ascoltano le difficoltà, si corregge il problema laddove sia stato fatto un errore e non quando si pretende di essere infallibili.

Le Associazioni, in modo congiunto, spiegano: “Il ritiro del provvedimento era però una scelta doverosa al fine di costruire uno strumento più efficace, equo e realmente rispondente alle esigenze del territorio.

La lungimiranza consiste proprio nel saper prevedere le conseguenze delle decisioni e nel richiamare per tempo l’attenzione sulle criticità. Rimediare ad un errore è la giusta politica che serve ai cittadini: seria, responsabile e capace di trasformare gli errori in occasioni di miglioramento.”

San Gennaro Vesuviano, allarme 118: auto medica senza dottori

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  Non sarebbe un episodio isolato, ma il sintomo di una criticità che da tempo interessa il sistema dell’emergenza territoriale campano. A lanciare l’allarme è una segnalazione giunta in forma riservata alla nostra redazione da un operatore che si qualifica come dipendente della postazione 118 di San Gennaro Vesuviano e che trova riscontro anche nell’attenzione dedicata al caso dall’associazione Nessuno Tocchi Ippocrate, che ha rilanciato la vicenda attraverso un post sui propri canali social. Secondo quanto riferito, l’automedica dell’Asl Napoli 3 Sud starebbe affrontando una grave carenza di personale medico. Dal 19 giugno, infatti, numerosi turni sarebbero stati svolti senza la presenza del medico a bordo e, salvo modifiche dell’ultima ora, la situazione dovrebbe protrarsi fino al 30 giugno, con copertura garantita soltanto in due turni notturni. La segnalazione evidenzia come nella postazione sarebbero presenti soltanto due medici, a fronte di un fabbisogno di almeno quattro professionisti per assicurare la piena operatività del servizio. Una condizione che, secondo il dipendente, costringerebbe spesso a lasciare l’automedica inutilizzabile proprio nelle situazioni di maggiore emergenza. Il problema avrebbe ripercussioni ben oltre il territorio di San Gennaro Vesuviano. L’automedica, infatti, rappresenta un importante supporto anche per i comuni limitrofi, tra cui Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Pomigliano d’Arco, Brusciano e Castello di Cisterna, intervenendo quando gli altri mezzi risultano già impegnati. Nella nota viene riportato anche un episodio avvenuto durante un turno privo di medico, quando la Centrale Operativa del 118 avrebbe contattato ripetutamente l’equipaggio per verificare la disponibilità del sanitario in occasione di presunti codici rossi, circostanza indicata come emblematica delle difficoltà organizzative. L’appello finale è rivolto all’Asl Napoli 3 Sud e alla nuova amministrazione regionale guidata dal presidente Roberto Fico, affinché vengano adottati interventi urgenti per rafforzare gli organici del 118. Una richiesta che si accompagna alla preoccupazione per gli imminenti pensionamenti di altri medici dell’emergenza territoriale, con il timore che, senza nuove assunzioni, le criticità possano aggravarsi ulteriormente, incidendo sulla tempestività dei soccorsi e sulla sicurezza dei cittadini.

In fuga dopo averlo accoltellato 7 volte, sangue davanti al negozio

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  Un’aggressione brutale, consumata in pochi istanti, ha richiesto l’intervento dei soccorritori e delle forze dell’ordine. Vittima un uomo di 38 anni, residente nel quartiere Poggioreale, che sarebbe stato assalito da alcuni sconosciuti davanti a un esercizio commerciale. Secondo le prime ricostruzioni investigative, il gruppo avrebbe colpito il 38enne con numerose coltellate, raggiungendolo almeno sette volte in varie parti del corpo prima di dileguarsi. L’allarme è stato lanciato da alcune persone presenti in zona, che hanno immediatamente richiesto l’intervento dei sanitari del 118. Il ferito è stato trasportato all’ospedale Villa Betania, dove i medici lo hanno preso in cura. Fortunatamente, nonostante le lesioni riportate, le sue condizioni non sarebbero tali da far temere per la vita. Sul luogo dell’aggressione sono arrivati anche i carabinieri della Compagnia di Casoria, che hanno effettuato i rilievi e avviato un’approfondita attività investigativa. Gli accertamenti sono concentrati sull’identificazione dei responsabili e sull’individuazione del movente. Gli investigatori stanno acquisendo le immagini degli impianti di videosorveglianza presenti nell’area e raccogliendo le testimonianze di chi potrebbe aver assistito all’episodio o notato movimenti sospetti nei minuti precedenti. L’uomo ferito, già noto alle forze dell’ordine, potrà fornire elementi utili agli investigatori soltanto quando le sue condizioni di salute lo permetteranno. Al momento nessuna pista viene esclusa e tutte le ipotesi restano al vaglio degli inquirenti. L’episodio riaccende l’attenzione sul fenomeno delle aggressioni in strada e sull’importanza di fare piena luce su fatti di violenza che rischiano di compromettere la sicurezza percepita dai cittadini. Le indagini dei carabinieri proseguono per individuare gli autori del raid e ricostruire con precisione ogni fase dell’accaduto.

Somma Vesuviana, la reale Cappella di Santa Lucia tra storia e documentazione

La Cappella reale di Santa Lucia ha costituito per secoli il principale luogo di culto e custode della memoria storica e politica della città e dell’intero regno. Voluta da Re Carlo I d’Angiò, ha accolto figure religiose di spicco e cappellani di corte nominati direttamente dai sovrani e dai papi.    
Disegno di Raffaele D’Avino

L’intitolazione a Santa Lucia della chiesetta trovò riscontro nella forte predilezione che la famiglia reale d’Angiò nutriva per la martire siracusana, tantoché all’epoca furono edificate in suo onore numerose cappelle nell’intero regno. Santa Lucia – oltre ad essere una delle sante più venerate e facilmente riconoscibili grazie all’attributo oculare che reca – incarnava gli ideali di forza, di combattente contro l’infedele e di martirio, come afferma lo studioso Francesco Calò (Dalla Sicilia alla Puglia: Santa Lucia e gli Angiò. L’iconografia luciana tra culto e propaganda, invece,(secoli XIII-XV), in Arte Cristiana, 911 marzo/aprile 2019pp. 122-12). La venerazione luciana, inoltre, che si sviluppò precocemente in Sicilia, già all’epoca di Ruggiero I d’Altavilla, non solo si diffuse rapidamente in Campania, ma fu portatrice di precisi significati politici e dinastici nel Medioevo, attraverso le numerose testimonianze monumentali, realizzate dalle due case reali concorrenti: gli angioini e gli aragonesi. Riporta l’abate Domenico Maione, primo storico di Somma, nella sua opera del 1703 dal titolo Breve Descrizione della Regia Città di Somma a pagg. 12- 13: …vi era la real Chiesa edificata da Re Carlo I d’Angiò di S. Lucia, della quale oggi appena ve ne sono alcune reliquie (resti) nel Monte d’essa nelle pertinenze della Chiesa di S. Maria a Castello, della quale Chiesa di S. Lucia D. Nicolò d’Albasio nella memoria Orsina car.40, leggendosi di essa, e del suo Reg(io) Cappellano, quale ottenne la sua provisione sopra la Bagliva, & esazzione delle decime, ne Registri della Zecca del 1269 C. car.127 presso detto Albasio dette car.40 del 1275 D. car. 31. del 1277. F. car. 30 del 1280. B. car. 162, e leggesi Bartolomeo Caracciolo detto Carafa di Napoli Rettore della Chiesa di S. Lucia di Somma nel registro del 1345. 1346. D. car. 47., e legonsi Carlo, e Luigi di Rosa di Napoli aver la concessione della Cappellania di detta Chiesa di S. Lucia di Somma nel fasc. con coverta di Re Ladislao, e Giovanna car.24.,& oggi è il suo beneficiato il signor D. Antonio Mormile fratello del Signor Duca di Campochiaro.

Attesta, invece, Gianstefano Remondini nel tomo III della sua opera del 1757 dal titolo Della nolana ecclesiastica storia a pagina 304, che fu già sul monte […] un’ anticchissima cappella, di cui oggi appena se ne veggon le vestigia, edificata ad onore di S. Lucia da re Carlo I d’ Angiò, che assegnolle un Cappellano, come può vedersi nel registro della Zecca del MCCLXIX e come si legge nell’Archivio della real giurisdizione del Cioccarelli (Bartolomeo Chioccarello) al Tomo V delle Chiese, e Benefizj. A riguardo, numerosi sono i documenti angioini citati dall’avv. Francesco Migliaccio nelle sue Inedite Notizie Ecclesiastiche che vanno dal 1268 al 1885 – 1939.

    Lo storico Candido Greco a pagina 68 del suo libro I Fasti di Somma afferma che dopo la rivolta contro Manfredi del 26 febbraio 1266, il castello di Somma aveva subito numerosi danni. Re Carlo affidò all’architetto francese Pierre de Chaule l’incarico di progettare le necessarie riparazioni, e su desiderio della regina Margherita (di Borgogna) riedificò o restaurò inizialmente la sola vecchia cappella regia, adattandola al nuovo stile gotico. Secondo il Greco, quindi, una regia cappella con benefici diversi già esisteva precedentemente alla venuta degli angioini. Resta il fatto che la nuova cappella fu affidata nel 1269 a Theobaldo de Sancto Maurizio, cappellano della regina, canonico di Squillace, le cui prime notizie si hanno tra il 1269 e il 1270 [R. Filangieri, I registri della Cancelleria angoina, vol. III, pag. 213]. Il cappellano, insieme alla nomina, ebbe anche l’autorizzazione a riscuotere le decime, provisio pro decimis baiulationis Summe. Filangieri ci conferma, ancora, che già a partire dal 1269 il re ordinò alla Bagliva di Somma di rispettare la sua volontà ut exhibeant decimas Rectori ecclesie S. Lucie de castro Summe. Nel 1279 la cappella passò ad Hugonus de Perota, de Petrona, de Perone, canonico di Artois, prothocappellanus, consigliere e familiare di re Carlo I, per la morte di Teobaldo, che chiese immediatamente che gli fossero dovute le decime stabilite. Nel 1298, la cappella fu conferita a Giacomo di Capua, figlio del giurista Bartolomeo di Capua (1248 – 1328), divenuto, nel 1307, protonotario apostolico. Nel 1331, ancora, un di Capua, stavolta Riccardo, risulta rettore della cappella. Nel 1345, un altro documento riporta 1343, la regina Giovanna I nominò Bartolomeo Carafa, rettore della real chiesa di Santa Lucia, fino alla nomina di arcivescovo di Bari, avvenuta il 23 maggio del 1347, sostituito da d. Giovanni Pietro de Luca. Con un salto passiamo al XVI secolo: il 28 aprile del 1504, data fornita dal Remondini, la detta cappella venne conferita al clerico D. Felice Viola dalla regina Giovanna III per rinunzia fatta nelle sue mani da D. Andrea della Cavallona.     Nella Santa Visita del 1561, invece, si legge: Accesserunt etiam ad cappellam Sancte Lucie intus castellum vetus extra terram Summe que capella est penitus diruta, et ibi comparens donnus Dominicus Viola Sancte Anastasie dixit (es)se Rectore et produxit bullam institutionis in carta pergamena dove era scritto che la cappella di Santa Lucia del Castello era vacante e occupata, per libera rinuncia fatta da don Felice Viola, dallo stesso don Domenico Viola, come risulta chiaramente scritto nella suddetta bolla, emessa con sigillo impresso dal reverendo d. Felice de Mastrillis, vicario di Nola per l’anno millecinquecentoventinove, ultimo di aprile, seconda indizione, sotto il pontificato di Clemente VII, anno sesto. Interrogato don Domenico Viola ad que onera teneturrespondit che quando è lo dì (giorno) di Santa Lucia ce fa celebrare la messa cantata per devotione et obbligatione, et fra l’anno per devotione fa celebrare alcune messe a Santa Maria della Nova de Santo Anastaso per rispetto che detta cappella è diruta […] et per devotione paga con le poche entrate della detta capella alle preti che dicono dette messe. Nella Santa Visita del 1580 si presentò come rettore don Lorenzo Averaimo, che risultò essere il sostituto di don Rainaldo Viola, e che affermò di celebrare una messa ogni settimana. Nel 1586, dopo la morte di Averaimo, il rettore era Persio Caccavari (o Caccabari), nominato con bolla di papa Gregiorio XIII, inviata dal cardinale Filippo Spinola [S.Visita, 1586]. Nella Santa Visita del 1630 il rettore era l’abate Bartolomeo Capograsso, nominato dalla Santa Sede il 30 novembre del 1614 coll’obbligo di una messa nel giorno di S(ant)a Lucia. Certamente l’eruzione tremenda del 1631 dovette distruggere la cappella quasi completamente, in quanto già nel 1703 vi erano solo pochi resti come attestato dal sopracitato storico Domenico Maione e vi era già un beneficiato. Sicuramente, il beneficio ecclesiastico transitò nella vicina chiesetta di S. M. di Castello o de lo Castro, poichè nel 1662 non solo è attestato un altare dedicato al beato Gaetano, ma anche uno a Santa Lucia [cit. F. Micliaccio, Notizie inedite]. Il diritto canonico prevedeva che se una cappella fosse stata distrutta o resa non praticabile ai divini offici, il beneficio ecclesiastico ad essa legato non si estingueva immediatamente. Il beneficiato rimaneva tale e continuava a godere dei frutti o delle rendite economiche (la dote). Per beneficiato, dal latino medievale beneficiatus, inoltre, si intendeva anche l’ecclesiastico, come un sacerdote o un canonico, che era titolare di quel determinato beneficio. Dopo la morte di Bartolomeo Capograsso nel 1651, quindi, inziò l’epoca dei beneficiati con Don Tommaso de Magistris, come afferma lo storico Migliaccio; con Don Michele Cimmino nel 1665; con Don Antonio Mormile, attestato nel 1703; con il canonico Don Pietro Riccio nel 1744; e, infine, con Don Michele d’ Arienzo nel 1780. Nel 1928, così scrive il dott. Alberto Angrisani nella sua opera Brevi notizie storiche e demografiche intorno alla città di Somma Vesuviana a pagina 25: Sono oggi completamente distrutte le mura absidali della R. Cappella di Santa Lucia, viste nella mia infanzia or sono circa trentacinque anni addietro, e delle quali conservo preciso il ricordo perché dalla disposizione di quelle rovine aveva intuito che vi doveva essere una piccola abside circolare con una stretta finestra nel centro: probabilmente una monofora archiacuta. Il dott. Alberto Angrisani nacque nel 1878, quindi vide sicuramente i resti di quella cappella quando aveva circa 15 anni. Certamente, quella piccola chiesetta reale non era stata soltanto un gioiello architettonico e sacro, ma custode silenziosa dell’antica memoria collettiva.

Liccardi Express Courier, il nuovo corso dopo l’inaugurazione: le prospettive dell’hub

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Non una semplice inaugurazione, ma un evento che ha raccontato il percorso di crescita di un’impresa e la sua volontà di investire sul futuro. La nuova sede di LICCARDI Express Courier è stata presentata in una serata che ha registrato una partecipazione ampia e qualificata, trasformandosi in un appuntamento di riferimento per il mondo imprenditoriale del territorio. L’elevata affluenza di ospiti, la presenza di rappresentanti delle istituzioni, imprenditori, professionisti, clienti e partner hanno confermato l’interesse verso un progetto che punta a rafforzare la capacità operativa dell’azienda e ad accompagnarne la crescita nei prossimi anni. Durante l’evento i partecipanti hanno potuto conoscere da vicino il nuovo hub logistico, visitare gli spazi aziendali e confrontarsi sulle prospettive di un settore sempre più strategico per lo sviluppo economico e commerciale, oltre ad intrattenersi col dj-set e le altre sorprese organizzate per il varo. A rendere ancora più significativa la serata è stata la forte attenzione riservata dai mezzi di informazione. Televisioni, giornali e operatori del web hanno seguito l’iniziativa, raccontando un investimento che rappresenta un segnale di fiducia verso il territorio e verso il sistema produttivo locale. La manifestazione ha inoltre favorito la nascita di nuove relazioni professionali e imprenditoriali grazie ai numerosi momenti di networking che hanno caratterizzato l’intera serata, confermando come gli eventi aziendali possano diventare anche occasioni di sviluppo economico. Particolarmente apprezzata la decisione di accompagnare questo importante momento con una concreta iniziativa solidale a sostegno della Lega del Filo d’Oro, un gesto che ha ulteriormente rafforzato il valore dell’evento. L’inaugurazione della nuova sede chiude simbolicamente un percorso di investimenti e apre una fase ancora più ambiziosa per LICCARDI Express Courier. Un progetto che punta su innovazione, qualità, organizzazione e relazioni, con l’obiettivo di consolidare la propria presenza nel mercato della logistica e contribuire allo sviluppo del territorio attraverso investimenti e nuove prospettive di crescita.

Rapina con spari alla gioielleria del centro commerciale

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  Una rapina finita nel sangue e un’intera comunità sotto shock. È quanto accaduto nel pomeriggio di oggi all’interno del centro commerciale Il Molino, tra Melito e Sant’Antimo, dove un commando armato ha tentato di mettere a segno un colpo ai danni di una gioielleria. Nel mirino dei malviventi è finita l’attività di Raffaele Biondino. Secondo una prima ricostruzione, durante il tentativo di rapina sarebbe scoppiata una violenta colluttazione o comunque una fase di forte tensione che ha portato uno dei banditi ad aprire il fuoco. Ad avere la peggio è stato Francesco Biondino, figlio del titolare della gioielleria, raggiunto da un proiettile a una gamba. L’aggressione ha provocato il panico tra clienti, dipendenti e commercianti presenti nel centro commerciale, molti dei quali hanno cercato riparo dopo aver udito gli spari. Il piano della banda, tuttavia, è fallito. I rapinatori, probabilmente sorpresi dall’evolversi della situazione o temendo l’immediato arrivo delle forze dell’ordine, hanno deciso di abbandonare il colpo e sono fuggiti senza riuscire a portare via alcun bottino. Sul posto sono arrivati rapidamente i soccorritori del 118, che hanno assistito il ferito e lo hanno trasportato in ospedale per le cure del caso. Contemporaneamente sono scattate le indagini delle forze dell’ordine, che stanno lavorando per identificare i responsabili. Fondamentali saranno le registrazioni delle telecamere di videosorveglianza del centro commerciale e delle attività circostanti, oltre alle testimonianze raccolte tra chi era presente al momento dell’assalto. Gli investigatori stanno verificando ogni elemento utile per ricostruire i movimenti della banda prima e dopo il tentativo di rapina, mentre prosegue la caccia ai malviventi. L’episodio riaccende l’attenzione sul tema della sicurezza nelle attività commerciali e sull’escalation di rapine messe a segno con modalità sempre più violente e con l’utilizzo di armi da fuoco.

Furto sacrilego a Sant’Anastasia: rubato reliquiario dalla chiesa di Sant’Antonio

Sconcerto e indignazione in città per il furto di un oggetto sacro legato alla devozione per San Francesco d’Assisi. Appello alla restituzione SANT’ANASTASIA – Un furto che va ben oltre il danno materiale e colpisce nel profondo il sentimento religioso di un’intera comunità. A Sant’Anastasia cresce lo sconcerto per il furto di un reliquiario custodito nella Chiesa di Sant’Antonio, episodio che nelle ultime ore ha suscitato forte indignazione tra fedeli e cittadini. La notizia si è diffusa rapidamente attraverso i social, dove è comparso un accorato appello rivolto a chi si è reso responsabile del gesto. Un invito chiaro, ma allo stesso tempo carico di umanità: restituire l’oggetto sacro, anche in forma anonima. Il reliquiario sottratto, infatti, non rappresenta soltanto un bene di valore artistico o materiale. Custodisce una memoria di fede profondamente radicata nella storia religiosa anastasiana, essendo legato alla devozione verso San Francesco d’Assisi e al patrimonio spirituale della comunità parrocchiale. Rubare un oggetto sacro significa colpire simbolicamente una comunità intera, privandola di un segno identitario che accompagna da anni momenti di preghiera, celebrazioni e devozione popolare. Per questo, la ferita lasciata dal furto è avvertita da molti fedeli come qualcosa di profondamente doloroso. L’appello lanciato in queste ore punta soprattutto al buon senso di chi ha compiuto il gesto. La speranza è che il reliquiario possa essere restituito al più presto, magari lasciandolo davanti alla chiesa o consegnandolo in modo anonimo, senza ulteriori conseguenze. La vicenda riaccende anche il tema della tutela dei luoghi di culto, spesso custodi di un patrimonio storico, artistico e religioso di enorme valore ma non sempre adeguatamente protetto da furti o atti vandalici. La comunità anastasiana resta in attesa, con l’auspicio che prevalga il rispetto per ciò che quel reliquiario rappresenta. Perché, al di là del valore materiale, alcuni oggetti custodiscono la memoria, la fede e l’identità di un popolo. E perdere questi simboli significa perdere, almeno in parte, un pezzo della propria storia.