Da cittadini, usiamo la potente arma del voto per sfuggire ai lestofanti che si servono del popolo. Sul modello di La Pira, abbiamo bisogno di sindaci che “servono il popolo”.
Di Don Aniello Tortora
È in atto la campagna elettorale. Non ci sono progetti concreti. Quanti slogan, quante promesse, quante parole, per “abbagliare” gli elettori. Quanta gente, tenuta nel bisogno, è “costretta” a credere alle lusinghe dei candidati nei vari schieramenti. Ma la politica non è “servirsi della gente o dei poveri”: è avere i poveri come “nostri padroni”, direbbe S. Vincenzo De” Paoli.
Nella vita tutti abbiamo bisogno di testimoni-modelli da imitare. Questa settimana vorrei presentare a tutti i candidati la figura di un vero sindaco, che ha vissuto la sua vita politica a servizio del bene comune, della sua città, dei poveri ed è morto povero: La Pira.
Tra le tante preoccupazioni di Giorgio La Pira la casa e il lavoro occuparono il primo posto. Anche oggi, nel nostro territorio, soprattutto per le giovani coppie, comprare o affittare una casa sembra diventato un sogno e il lavoro precario impedisce a tanti giovani di realizzarsi.
Nel 1954 La Pira inaugurava la città satellite dell’Isolotto, una importante risposta data dalla sua amministrazione al gravissimo problema abitativo (“non case ma città”, un esempio di buona edilizia residenziale pubblica).
Nel consegnare le chiavi ai primi inquilini disse: “Amate questa città come parte integrante, per così dire, della vostra personalità . Voi siete piantati in essa e in essa saranno piantate le generazioni future che avranno in voi radice. È un patrimonio prezioso che voi siete tenuti a tramandare intatto, anzi migliorato ed accresciuto, alle generazioni che verranno”. “Ogni città – aggiunse – racchiude in sè una vocazione ed un mistero: ognuna è nel tempo una immagine lontana della città eterna. Amatela dunque come si ama la casa comune destinata a voi e ai vostri figli”.
“La città è una casa comune –dice ancora La Pira – in cui tutti gli elementi che la compongono sono organicamente collegati; come l’officina è un elemento organico della città , così lo è la Cattedrale, la scuola, l’ospedale. Tutto fa parte di questa casa comune. Vi è dunque una pasta unica, un lievito unico, una responsabilità unica che è collegata ai comuni doveri”. “Il nostro compito di guide delle città è pensare, è essenzialmente quello di meditare: se non meditiamo siamo soltanto dei direttori generali”.
I diritti sociali sanciti dalla Costituzione non possono restare, per La Pira, sulla carta. Il concreto impegno -prima nel governo, poi nella amministrazione della città- lo mettono a confronto con le realtà della disoccupazione, della malattia, dei problemi abitativi ecc.: “Ho un solo alleato” (scrive nei suoi appunti nel 1961 in preparazione della visita di Gaitskell in Palazzo Vecchio): “la giustizia fraterna quale il Vangelo la presenta. Ciò significa:
1) lavoro per chi ne manca
2) casa per chi ne è privo
3) assistenza per chi ne necessita
4) libertà spirituale e politica per tutti
5) vocazione artistica e spirituale di Firenze nel quadro universale della città cristiana ed umana”.
Mentre procedeva il vasto programma di costruzione di alloggi popolari, la città si trovava di fronte all”emergenza degli sfratti e, in generale, della carenza di alloggi. Dopo aver chiesto una graduazione degli sfratti per poter governare l”emergenza, e non aver ottenuto risposta positiva, La Pira si rivolse ai proprietari di affittare al Comune un certo numero di abitazioni non utilizzate. In mancanza di una disponibilità in tal senso, ordinò la requisizione degli immobili stessi, basandosi su una legge del 1865 che dà la facoltà al Sindaco di requisire alloggi in presenza di gravi motivi sanitari o di ordine pubblico.
È l”amico magistrato Gian Paolo Meucci che lo aiuta a scovare questo appiglio giuridico che è alla base della ordinanza di requisizione. Naturalmente l”iniziativa scatenò polemiche violentissime alle quali La Pira rispose con un appassionato intervento in Consiglio Comunale.
Quanto alle denunce che furono sporte in quella occasione (tutte peraltro successivamente archiviate perchè giudicate infondate), La Pira così si espresse in una lettera aperta ad Ettore Bernabei direttore del “Giornale del Mattino”:
“Devo lasciarmi impaurire da queste denunce penali che non hanno nessun fondamento giuridico –e tanto meno morale- o devo continuare, e anzi con energia maggiore, a difender come posso la povera gente senza casa e senza lavoro? (:) Un sindaco che per paura dei ricchi e dei potenti abbandona i poveri –sfrattati, licenziati, disoccupati e così via- è come un pastore che, per paura del lupo, abbandona il suo gregge”.
Per La Pira il diritto al lavoro è, dal punto di vista sociale, uno dei fondamentali diritti di cittadinanza posti dalla Costituzione alla base della comunità civile; da un punto di vista economico (seguendo la scuola di Keynes) è il cardine di un sano stimolo della produttività (la disoccupazione di massa provoca una circolazione monetaria senza corrispettivo di produzione ed è, perciò, quando si prolunga, causa di inflazione).
Da un punto di vista morale e religioso, infine, esso è un imperativo categorico (“Se io sono uomo di Stato il mio no alla disoccupazione ed al bisogno non può che significare questo: -che la mia politica economica deve essere finalizzata dallo scopo dell”occupazione operaia e della eliminazione della miseria: è chiaro! Nessuna speciosa obbiezione tratta dalle c. d. “leggi economiche” può farmi deviare da questo fine”).
E a De Gasperi, che lo accusava di fare con le sue prese di posizione a fianco degli operai il gioco dei comunisti, risponde: “Il gioco dei comunisti lo fanno tutti coloro – operatori economici ed uomini politici – che disconoscendo la santità e l”improrogabilità del pane quotidiano (procurato col lavoro) gettano nella disperazione e nella radicale sfiducia i deboli”.
Numerose sono le occasioni in cui La Pira si è trovato a fronteggiare situazioni in cui la difesa di questi diritti si urtava ad ostacoli formidabili. Emblematico è rimasto il caso Pignone.
La nostra gente ha bisogno di nuovi “La Pira” e non di lestofanti che “si servono del popolo”, ma non “servono il popolo”. E quindi:non servono alla società e al nostro territorio. È compito anche di noi cittadini “aprire gli occhi” e usare bene, con libertà e coscienza la grandissima arma che la democrazia mette ancora una volta nelle nostre mani: il voto.
(Fonte foto: Rete Internet)

