UNA MADRE PERPLESSA

In una lettera in redazione, una lettrice chiede l”aiuto del prof. Forcillo, per risolvere alcuni dubbi circa il comportamento del figlio di 12 anni. “Con la bugia l”adolescente cerca di sottrarsi alle difficoltà”.
Di Silvano Forcillo

Una nostra lettrice si chiede, se il fatto che il figlio di 12 anni, che frequenta la seconda media, con buoni risultati, nasconda i compiti assegnati a scuola per casa, sia l”effetto del troppo amore e dell”esagerato permissivismo dato da lei stessa e dal padre, nello sforzo che essi compiono per rendergli la vita serena, facilitata, senza fargli mancare nulla.

In un precedente articolo (“Avere un figlio adolescente”, del 19/12/2009) ho già avuto modo di considerare molti aspetti del problema sottopostoci dalla nostra lettrice, tuttavia, l”argomento, così posto, richiede ulteriori riflessioni, che desidero offrire all”attenzione dei nostri cari lettori.

Gli adolescenti che, nell”ambito della propria famiglia, dicono sempre la verità, o mantengono sempre un comportamento irreprensibile devono seriamente preoccupare i genitori.

Le scoperte sessuali e sentimentali, le amicizie, le “cotte”, la vita di gruppo e le trasgressioni, infatti, sono esperienze difficili, dolorose e vergognose da comunicare agli adulti e, in particolar modo, ai propri genitori. Si può dire che, l”adolescenza inizia proprio quando il ragazzo, pur a costo di mentire, nascondere, o travisare la realtà dei fatti, tenta di tutelare il suo “spazio vitale interiore e privato“, dal quale volutamente e duramente esclude i genitori e gran parte delle figure adulte verso le quali non nutre stima e fiducia. L”adolescente in questa fase di crescita e di sviluppo personale è impegnato, con paura, disagio e preoccupazione a realizzare la propria autonomia affettiva, amicale e sociale ed è per questo motivo che riesce facilmente a sopportare una grande quantità di segreti, di bugie, tenendo una buona parte della sua vita amicale e relazionale, fuori dalla famiglia. È in questo periodo, infatti, che l”adolescente comincia a sottrarsi alla vista e allo sguardo dei genitori, cerca di trascorrere la maggior parte del tempo fuori di casa, o davanti al computer, o al cellulare.

Con la bugia, il nascondimento o la trasgressione l”adolescente cerca di sottrarsi alle difficoltà e alle responsabilità, ma soprattutto cerca di sfuggire al controllo dei genitori per garantirsi la segretezza e il rispetto della propria libertà personale. Per questo motivo anzichè affrontare le situazioni, le discussioni o le difficoltà che, lo vedrebbero, impreparato, insicuro e perdente, preferisce “evitare” e “rimandare“. Pertanto, visti sotto questo diverso punto di vista, la bugia o il nascondimento diventano per il ragazzo un modo facile e indolore di “prendere tempo”, per difendersi e non avvertire il disagio e l”ansia.

Altre volte la bugia s”identifica con la disobbedienza, quando obbedire significa fare ciò che viene richiesto e imposto, rinunciando al proprio piacere per il dovere e il sacrificio e per il raggiungimento di obiettivi e scopi futuri, che per l”adolescente non hanno ancora senso e quindi, la mancanza di obbedienza per l”adolescente non è necessariamente un dato negativo, ma un tentativo di raggiungere la propria autonomia.

Pertanto, la capacità di “mentire” può essere considerata una conquista cognitiva attraverso la quale l”individuo cerca la sua posizione e la sua indipendenza nel contesto familiare. Questo esercizio permette di sviluppare un proprio modo di pensare e di porsi, ma anche trovare le abilità e le strategie sociali, che aiuteranno il giovane ad esprimere la sua autonomia in modi socialmente accettabili. A partire dall”adolescenza, quindi, motivo psicologico caratteristico della bugia è il bisogno di nascondere parti di sè; in questo caso essa viene utilizzata per proteggere un Sè ancora troppo insicuro per mostrarsi in pubblico e sapersi integrare e interagire con gli altri.

Mentire, in età adolescenziale, per lo sforzo cosciente che richiede, rappresenta una tappa evolutiva fondamentale: “infrangere l’ordine”, infatti, è un gesto trasgressivo consapevole che implica la capacità di tollerare, con le proprie sole forze, il peso della colpa e questo, spesso, avviene in totale solitudine e nello spazio introspettivo nel quale l”adolescente prende lentamente consapevolezza del Sè e, attraverso cui riuscire ad accettare lentamente la realtà e le difficoltà che essa comporta.
Un adolescente che non è in grado di sottrarsi allo sguardo dei genitori, che chiede sempre conferma e approvazione in ogni sua scelta, o in ogni decisione da prendere, evidenzia, con il bisogno di dover sempre condividere e raccontare ogni sua esperienza esistenziale ed emotiva, la difficoltà di rendersi autonomo affettivamente e indipendente dagli altri.

È questo, oggi, uno dei difficili compiti dei genitori: aiutare i figli tentando di adattarsi il più possibile alle loro esigenze, ai nuovi bisogni e alle richieste evolutive, in altri termini, occorre che i genitori abbiano il coraggio e la fiducia di lasciare i figli un po” più da soli e, un po” di più da soli con sè stessi. Solo se la bugia è sistematicamente gratuita e il comportamento evitante è continuo, i genitori devono preoccuparsi, perchè ciò vuol dire che l”adolescente si trova nella difficoltà, o nella paura di accettare la realtà e le problematiche che essa richiede di affrontare e superare. In questo caso, infatti, l”adolescente che ritarda, o pensa che è meglio ritardare la propria crescita attestandosi nel suo mondo “fantastico” e “irreale”, mentendo a sè stesso e agli altri, resta pericolosamente incatenato al suo falso sè che continuerà a impedirgli di crescere e di responsabilizzarsi.

Ecco perchè, nell”ottica di una sana crescita evolutiva e di una efficace maturazione psicologica è importante fare l”esperienza della menzogna, del tradimento della fiducia dei genitori, come di deludere le loro aspettative. In altre parole è necessario arrivare, attraverso queste modalità comportamentali, alla metaforica, sofferta e dolorosa uccisione dei genitori per potere, cominciare a creare la propria autonomia affettiva, sociale e lavorativa.

Tutti abbiamo bisogno di segretezza, di intimità e di riservatezza e l”ineluttabile soddisfacimento di questo bisogno riguarda tutte le età, non solo l”adolescenza, perchè nei momenti vuoti, lontano dai rumori, dal fare, dal pensare, dall”agire e dai condizionamenti esterni, ogni “Essere Umano” è in contatto con il proprio modo di essere e di sentire ed è solo in questo luogo e spazio, che ognuno si ritrova, si riconosce e si autorealizza.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA NOSTRA CRISI. NON É DEL MALE L’ULTIMA PAROLA

Lo sviluppo delle nostre terre è frenato dalla criminalità organizzata, che detta l”agenda a politica ed economia e ha messo in crisi la democrazia italiana. Ma non tutto è perduto!
Di Don Aniello Tortora

È stato pubblicato, di recente, un nuovo documento della Chiesa italiana sulla “questione meridionale”, mai risolta, ritornata, anzi, prepotentemente alla ribalta.
I vescovi italiani denunciano, ancora una volta, i mali atavici del Sud: la disoccupazione, il lavoro nero, la povertà delle famiglie, l”emigrazione dei giovani, il familismo e l”omertà, il “cancro” delle mafie, l”inadeguatezza delle classi dirigenti, il dissesto ambientale. Questi problemi drammatici, aggravati dalla crisi economica e dall””egoismo individuale e corporativo” cresciuto in tutto il Paese, rischiano “di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”.

“Ma non è del male l”ultima parola. Nella Chiesa e nella società del Sud ci sono risorse di socialità, cultura, spiritualità, che alimentano la speranza del riscatto oltre “ogni forma di rassegnazione e fatalismo”.
Ed è proprio con un invito “al coraggio e alla speranza” che si conclude il documento della Cei “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, che riprende “la riflessione sul cammino della solidarietà nel nostro Paese” a vent”anni dalla pubblicazione del documento “Sviluppo nella solidarietà” (1989).

I vescovi constatano il “perdurare del problema meridionale” che oggi, come vent”anni fa, chiama la Chiesa italiana agli “ineludibili doveri della solidarietà sociale e della comunione ecclesiale”. Le “genti del Sud” devono essere “le protagoniste del proprio riscatto, ma questo non dispensa dal dovere della solidarietà l”intera nazione”, disse Wojtyla nel 1995 al Convegno ecclesiale di Palermo.
Il documento passa in rassegna, a questo punto, i cambiamenti avvenuti in questi ultimi venti anni: la geografia politica, il venir meno del sistema delle partecipazioni statali, la fine dell”intervento straordinario della Cassa del Mezzogiorno, il sistema di rappresentanza nel governo degli enti locali, l”avvio della privatizzazione delle imprese pubbliche, i tanti migranti giunti dall”Africa, dall”Asia, dall”Est Europa che hanno trovato nel Sud “il primo approdo della speranza”.

La realtà del Sud, scrivono, ancora, i vescovi, è quella di uno “sviluppo bloccato” dove gli aiuti che arrivano non sempre sono ben utilizzati; dove l”elezione diretta degli amministratori locali “non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell”amministrazione della cosa pubblica”; dove la condizione femminile soffre ancora emarginazione e discriminazioni, dove ecomafie, crisi dell”agricoltura, fragilità del territorio e dell”economia pongono ulteriori impedimenti al vero riscatto e impediscono al Sud di assumere il protagonismo che gli compete nel cuore del Mediterraneo e in Europa. Queste emergenze invocano un “federalismo solidale, realistico e unitario” capace di responsabilizzare il Sud rafforzando l”unità del Paese: un orizzonte cruciale, nell”imminenza “del 150° anniversario dell”unità nazionale”.

A questo punto i vescovi denunciano il vero problema, che impedisce lo sviluppo del Sud: la criminalità organizzata.
Essa, ormai ramificata in tutto il Paese, “non può e non deve dettare i tempi e i ritmi dell”economia e della politica meridionali, diventando il luogo privilegiato di ogni tipo di intermediazione e mettendo in crisi il sistema democratico del Paese”. “Le mafie sono la configurazione più drammatica del male e del peccato”, scrivono i vescovi: non mera “espressione di una religiosità distorta” bensì “strutture di peccato”, “forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione”.

Nella società e nella Chiesa ci sono risorse culturali e spirituali per il cammino del riscatto. La Chiesa, in particolare, sta con “quanti combattono in prima linea per la giustizia sulle orme del Vangelo e operano per far sorgere”, come chiese Benedetto XVI il 7 settembre 2008 a Cagliari, “una nuova generazione di laici cristiani” al servizio del bene comune. Consapevole di essere “fattore di sviluppo e di coesione” sociale, la Chiesa si sente chiamata alla sfida educativa e alla trasformazione delle coscienze, testimoniando lo stile della condivisione e della comunione anzitutto al proprio interno. Il problema della sviluppo non è solo economico: è “etico, culturale, antropologico”.

Perciò la Chiesa si impegna ad “alimentare costantemente le risorse umane e spirituali” da investire nella “cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell”illegalità”.
Dunque: “L”esigenza di investire in legalità e fiducia sollecita un”azione pastorale che miri a cancellare la divaricazione tra pratica religiosa e vita civile e spinga a una conoscenza più approfondita dell”insegnamento sociale della Chiesa, che aiuti a coniugare l”annuncio del Vangelo con la testimonianza delle opere di giustizia e di solidarietà”.

È questo il grande compito cui siamo tutti chiamati, uomini e donne del Sud, ma particolarmente noi cristiani. Essere, cioè, credibili testimoni di legalità e di solidarietà. Il Sud ci appartiene e tutti dobbiamo diventare protagonisti del suo sviluppo che è “di tutto l”uomo e di tutti gli uomini”.
(Fonte foto: Rete Internet)

UN VOTO PER CAMBIARE CHE?

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Dai manifesti si chiede il voto “in nome del popolo”. Ma questo popolo è stufo e fuori dai giochi: è un popolo bue. Attenti agli schizzi.

Caro Direttore,
è arrivata anche la scadenza per la presentazione delle liste alle prossime elezioni regionali. Avrei preferito essere smentito e sbeffeggiato; invece, ancora una volta, ho vestito gli abiti di Cassandra (“Di Cassandra si innamorò Apollo, che per avere le sue grazie promise di insegnarle l”arte della profezia; così Cassandra imparò la mantica, ma continuò a negarsi al dio: e Apollo fece in modo che le sue profezie non venissero mai credute”, Apollodoro, Biblioteca, III).

Come avevo (facilmente) previsto, infatti, gli elenchi dei candidati, da qualche giorno depositati in prefettura, sono per la maggior parte accomunati dall”unico simbolo indelebile e trasversale del “tengo famiglia”. C”è di tutto: mogli, amanti, figli, nipoti, cognati, veline, velone, inquisiti, meteorine e segretarie molto particolari. Ora, poi, nei prossimi giorni, ci troveremo ad affrontare la carica del manifesto selvaggio. E se uno avesse avuto l”accortezza di conservarsi qualche pubblicità delle passate competizioni elettorali (santini o schede fac simile), oggi si troverebbe, quasi, ad impazzire, nel constatare i salti della quaglia da una coalizione all”altra (talvolta con ritorno), da un partito all”altro (talvolta con ritorno).

Stamattina, quando sono sceso a comperare il giornale, ho visto già tre gigantografie di candidati, che implorano uno voto “per la loro storia”, che o ci fa andare avanti o ci fa riprendere il futuro o ci restituisce la partecipazione (ed altri slogan simili senza senso). Credimi, Direttore, per tutti e tre quei candidati, non sarebbero bastati i partiti dell”arco costituzionale: infatti, sono stati –in tempi diversi, a seconda di come fischiava il vento e degli interessi di bottega- a sinistra, a destra, al centro ma “sempre nell”interesse del popolo!”.

Se vai a vedere, Direttore, tutti coloro che si presentano alle elezioni hanno una buona posizione finanziaria alle spalle. E sì, perchè, oggi, per far politica bisogna esser ricchi o, almeno, avere la capacità di sapersi procurare i denari necessari ad affrontare una competizione dispendiosa, non per le energie ma per le cene, i regali, i pacchetti di voti, i manifesti, gli striscioni, i palchi, i locali, le kermesse, i santini, i santoni e i caporioni. Ovviamente, questo sperpero, questo dissanguamento deve pur avere uno scopo, anzi due. Uno è quello di natura più marcatamente venale: ogni investimento deve essere redditizio; se investo dieci, mi deve rientrare almeno il doppio!

Un altro è di natura (pseudo) ideologico (l”ho sentito pronunciare qualche giorno fa da un eminente uomo politico): sostenere l”esercito del bene contro l”esercito del male! “Compagno, io non ti volevo uccidere. E se tu saltassi un”altra volta qua dentro, io non ti ucciderei, purchè anche tu fossi ragionevole. Ma prima tu eri per me solo un”idea, una formula di concetti, che determinava quella risoluzione. Io ho pugnalato codesta formula. Soltanto ora vedo che sei un uomo come me.”, (Erich Maria Remarque, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, Mondadori, 1974).

Quale sarebbe, poi, l”esercito del bene e quale quello del male, non lo so. So soltanto che, così, passa l”idea (ormai, ci credono un po” tutti!) che la nobile arte della politica è solo una guerra di interessi, non importa se combattuta da eserciti o da compagnie di ventura, da “ndrine o da holding. E, di conseguenza, per far politica, non necessitano persone perbene (perchè, secondo la vulgata corrente, gli onesti sono fessi) ma furbi, imbroglioni, calcolatori, altrimenti definiti anche figli di zoccola.

Caro Direttore, io, come te, vivo dello stipendio. Per gli anni di servizio e per il mio profilo professionale percepisco, mensilmente, più di te, però, vivo male. Arrivo sempre con l”acqua alla gola a fine mese. Ho dimenticato gli abiti delle boutiques, acquisto ai mercati di rione; ho bandito molti cibi prelibati, mangio surgelati; anche le scarpe me le vado a scegliere nei grandi centri commerciali o a Poggioreale (sempre al mercato). E pensa quanta gente sta peggio di noi! Pensa a tutti quanti stanno perdendo il lavoro, a quanti non sono riusciti mai ad averlo, ai pensionati con cinque o seicento euro al mese:

Questi poveri derelitti non faranno mai una vacanza a Sharm el Sheik o in Kenya, non prenoteranno mai, con un anno d”anticipo, un”estate in Costa Brava e, nel caso avessero contratto un mutuo bancario, non sapranno come evitare la rete degli usurai o, se vuoi chiamarli diversamente –ma la sostanza non cambia- dei cravattai. Come si fa, Direttore, a chiedere a tutta questa sfortunata gente un voto per cambiare? Come si fa a giustificare, agli occhi di chi non ha un euro per un pezzo di pane, le spese per le consulenze sostenute dalle nostre istituzioni, quelle per i portaborse-parassiti di Palazzo, quelle per alimentare le società costituite dai parenti (soggetti attuatori per i grandi e i piccoli eventi, per le ristorazioni o per lavori di ristrutturazione), quelle erogate per rimborsi spese, viaggi di piacere o vacanze trascorse con familiari al seguito o amanti o escort?

Come si fa, Direttore, a giustificare a chi non può mangiare che per i tre giorni del G8 a l”Aquila sono stati spesi, per esempio, venticinquemila euro per la fornitura di accappatoi e asciugamani o trecentoquarantasettemila euro per la fornitura di televisori Lcd o ventiseimila euro per la fornitura di 60 penne edizione unica? È vero, la storia la scrivono sempre i vincitori e la raccontano a modo loro. La conquista del Santo Sepolcro, per esempio, raccontata dalla parte dei crociati, è un”eroica avventura di fede e di coraggio. Ibn Al-Athìr, uno storico arabo, racconta, invece, lo stesso fatto, fornendo una versione alquanto diversa:

“La popolazione fu passata a fil di spada e i Franchi stettero per una settimana nella terra, facendo strage dei Musulmani:Dalla Roccia predarono più di quaranta candelabri d”argento, ognuno del peso di tremilaseicento dirhem (moneta d”argento in uso nei paesi arabi), e un lampadario d”argento e più di venti d”oro, con altri innumerevoli prede”.

Caro Direttore, c”è un vecchio detto latino che ammonisce: “Hoc scio pro certo: quoties cum stercore certo, vinco seu vincor, semper ego maculor” (Una cosa è certa: quando ho da lottare col letame, ch”io vinca o perda, sempre mi imbratto!). È vero, ovunque ti giri, c”è letame (è un eufemismo!); però, anche questa volta, voglio dire in questa competizione elettorale, bisogna turarsi le narici, schivare quanti più schizzi di merda è possibile e sforzarsi di scegliere il meglio. Altrimenti è la fine della democrazia. Ed anche della libertà. Che è, poi, ciò che normalmente auspicano (solo che non lo dicono apertamente) i signori dei Palazzi insieme a quelli delle tessere e a quelli che da sempre non hanno conosciuto il senso della dignità e dell”amor proprio.
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

SEMPRE MENO “CHANCE” PER I MINORI A RISCHIO

Il Progetto Chance, condotto dai Maestri di Strada, per anni si è occupato del recupero dei minori a rischio. Purtroppo, le finalità del Progetto sono state annacquate dall”intervento della regione Campania, che ne ha snaturato la funzione…

L” Associazione Maestri di Strada ha tenuto un Seminario aperto tra educatori e cittadini sulla Metodologia del progetto Chance, presso l”Istituto Studi Filosofici a Palazzo Serra di Cassano (lo scorso Giovedì, ndr).

All”incontro hanno partecipato psicologi, docenti, educatori, genitori sociali che avendo, in varia maniera e misura, avuto esperienza del progetto hanno portato il loro contributo critico, nonchè docenti e operatori del terzo settore interessati alle sorti di un Progetto che per dodici anni si è occupato del recupero dei minori nei quartieri a forte disagio sociale.
Chance , fin dalla sua nascita si è fondato su ben precisi capisaldi teorici psicologici, pedagogici e didattici ed ha svolto, anche con il sostegno degli esperti del Dipartimento di Neuroscienze del II Policlinico, una continua riflessione su di essi fondata su pratiche condivise.

Il punto di forza del Progetto, di cui io stessa ho fatto parte, si è basato fin dalle prime esperienze, su una metodologia sperimentale, che necessita di una assidua documentazione e riflessione sulle esperienze condivise, sull”integrazione di professionalità multiple unite da emozioni, sogni, condivisioni e narrazioni comuni in una dimensione di cura e attenzione per comprendere e sostenere da angolazioni diverse soggetti complessi che vivono situazioni di difficoltà e tumulto emozionali.

Cesare Moreno, ultimo rappresentante del gruppo che ha diretto il progetto ha evidenziato quanto la Regione, che ha rilevato “Chance” abbia compiuto un”opera di negazione della sua storia, della sua esperienza, della sua identità, mostrandosi sorda alle oggettive esigenze che il Progetto deve rispettare per inseguire i suoi reali e concreti obiettivi.

L”eliminazione di figure professionali che hanno reso possibile la realizzazione della crescita di un ambiente educativo senza precedenti, oggetto di interesse nella ricerca universitaria internazionale, devastano il cuore stesso di Chance: scompaiono i “genitori sociali”, i “coordinatori pedagogici” e con essi l”idea che figure diverse con stili epistemologici diversi potessero generare la risoluzione di conflitti, momenti di mediazione, un”articolazione complessa e variegata di risposte a situazioni difficili di emergenza educativo- formativa.

Si è, quindi, provato a riflettere pubblicamente su un percorso durato anni per dare un senso al lavoro di un gruppo variegato di professionisti riflessivi che con elevato impegno ha provato a creare “una comunità di pratiche educative” nell”interesse della nostra complessa città e periferia che presenta un elevato numero di giovani emarginati, che purtroppo non diminuiscono.
(Fonte foto: Rete Internet)

SANT”ANASTASIA. LA POLITICA ED I PROBLEMI DEL PAESE: IL RUOLO DEI CITTADINI

neAnastasis e le elezioni: “bisogna lavorare per creare un tessuto sociale più vivo e cittadini più consapevoli. È diventato fondamentale dare voce agli interessi generali”.

Come cittadini siamo molto preoccupati per come si è aperta la campagna elettorale. Le tante candidature e la disinvoltura con cui si passa da uno schieramento ad un altro sembra più un regolamento di conti tra politici in contrapposizione tra loro che un reale prodigarsi per risolvere i problemi della gente. Sullo sfondo un paese abbandonato a se stesso con problemi enormi da risolvere.

Gli stessi problemi che, guarda caso, proprio questi candidati non sono stati in grado di affrontare nei loro lunghi anni di militanza politica. L”ultima esperienza amministrativa è un esempio eloquente di come anche la logica dell”alternanza abbia dato risultati disastrosi.
In questo scenario ci saremmo aspettati uno scatto di orgoglio da parte di tutta la classe politica per porre fine alla lenta agonia del nostro paese. Invece assistiamo ad una confusa torre di babele dove tutti dicono di avere la ricetta giusta, una gara ad affermare il proprio “io”.

Si potrebbe obbiettare che questa è la logica della politica. Ma noi non possiamo accettare che la politica si riduca a questo. Per noi la politica dovrebbe essere altro!
La nostra associazione (neAnastasis) si è interrogata a lungo sulla opportunità o meno di entrare nell”agone politico. Ci sembrava quasi un dovere farlo dopo aver portato per anni all”attenzione dei cittadini e delle istituzioni problemi importanti per la nostra comunità: i rifiuti, l”ampliamento del cimitero, la legalità, la viabilità, la trasparenza negli atti amministrativi, l”ambiente, il piano regolatore.

La difficile situazione ci ha persino spinto ad elaborare un”idea di un governo per la città che andasse al di là dei partiti: una tregua tra le forze politiche per mettere a disposizione della città le migliori energie disponibili. Il clima politico venutosi a creare l”ha resa però impraticabile. Alla fine abbiamo deciso di rimanervi fuori. Questo non per metterci alla finestra a guardare o per riservarci un ruolo di grillo parlante: piuttosto perchè convinti della necessità di lavorare per creare un tessuto sociale più vivo, cittadini più consapevoli del loro ruolo, capaci di condizionare la politica e non esserne condizionati.

Siamo convinti che la crisi profonda che attraversa i partiti stia creando un solco pericoloso sempre più profondo trai i cittadini e le istituzioni. La partecipazione da parte dei cittadini alla cosa pubblica è sempre più flebile e, quando c”è, spesso è legata ad interessi diretti. Un circolo vizioso che porta alla selezione di una classe politica spesso inadeguata. Inoltre, il voto dei cittadini continua ad essere imbrigliato in una rete che raccoglie consensi non per meriti ma con logiche inaccettabili: promesse mai mantenute o l”appartenere a clan familiari. Logiche antiche che mortificano la democrazia e non aiutano a liberare nuove energie nel paese.

Vogliamo svincolarci da questo modo di fare politica: dar voce agli interessi generali, rivendicare spazi e occasioni di democrazia partecipata. Rifiutiamo l”idea che la democrazia sia confinata solo in un”urna elettorale. Nella campagna elettorale avremo dunque un ruolo attivo. Impegneremo le nostre energie per dar voce ai problemi concreti della città. A tutti i candidati sindaci e consiglieri proporremo temi di interesse generale per conoscere il loro punto di vista, affinchè la campagna elettorale non sia un urlare di slogan vuoti. Cercheremo di impegnare i candidati ad un confronto che non si fermerà nemmeno quando saranno aperte le urne ma proseguirà per tutto l”arco della consiliatura.

Il primo atto di questa nostra presenza attiva alla campagna elettorale sarà l”incontro con i cittadini, le forze politiche e i candidati sul Piano Urbanistico Comunale il 5 marzo – ore 18,00 nella sala della biblioteca comunale. Con questa iniziativa daremo il via anche ad una collaborazione con il giornale on-line “ilMediano.it” che ospiterà una rubrica curata dalla nostra associazione sui temi in discussione nella città.
(Fonte foto: Wikipedia)

ANCHE QUESTE REGIONALI SONO LA SOLITA VECCHIA POLITICA

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I contendenti alla Presidenza della Giunta regionale insistono sul bisogno di cambiare pagina ma non fanno nessuna analisi della crisi sociale, culturale ed economica della Campania.
Di Amato Lamberti

Le campagne elettorali, generalmente, servono per fare il punto sui problemi del territorio, in questo caso la regione Campania, e per provare a disegnare scenari ed interventi mirati alla loro soluzione, nell’ottica di uno sviluppo economico, ma anche sociale e culturale.

Questa volta, invece, niente di tutto ciò. Tutti i contendenti sono d’accordo sulla necessità di voltare pagina rispetto ad un periodo precedente bollato come fallimentare, senza alcuna analisi approfondita di un fallimento che ha la faccia della questione rifiuti e della voragine di debiti della sanità, ma che si porta dietro una crisi delle grandi imprese,come la Fiat, che certo non può essere addebitata alla Regione, oltre alla crisi di interi settori produttivi, con fortissime ricadute in termini di disoccupazione, le cui ragioni andrebbero analizzate e non semplicemente addebitate ad un uso improprio, maldestro, quando non segnato da forti elementi di corruzione a livello politico e burocratico, dei fondi europei.

L’impressione è che si continui a fare vecchia politica dove tutti affermavano di voler cambiare tutto, ma in realtà si vuole che nulla cambi, se non coloro che detengono il bastone del comando. Purtroppo siamo in una situazione in cui questo gioco nessuno può più permetterselo. Siamo la regione con il più alto tasso di povertà delle famiglie, con la più elevata percentuale di disoccupazione, soprattutto giovanile, con la più alta mortalità delle imprese, con i servizi sociali più carenti e deficitari, basti pensare agli asili nido che mancano in una regione che ha ancora tassi di natalità più alti che in altre regioni.

C’è bisogno di far ripartire l’economia per poter affrontare i tanti problemi sociali che già mostrano di avvitarsi su se stessi, come testimoniano le cronache quotidiane del disagio e della disperazione, non ultimo quello dell’abusivismo edilizio esploso a livelli incontrollabili, anche semplicemente come dimensioni. Occorrerebbero ricette semplici e praticabili, come quelle di lavori pubblici e rilancio dell’edilizia privata, come si faceva negli anni della ripresa economica.

Basterebbe pensare alle condizioni di inquinamento criminale del nostro territorio, con milioni di tonnellate di rifiuti tossici seppelliti un po” dovunque; alla condizione al limite della percorribilità delle strade statali, regionali, provinciali e soprattutto comunali; alla fame non soddisfatta di abitazioni, causa prima del dilagare dell’abusivismo; alle condizioni di degrado e di fatiscenza dei centri storici di Napoli e di tutte le città della regione, per rendersi conto che sarebbe possibile avviare interventi capaci di attivare imprese, occupazione, recupero ambientale, migliore vivibilità, lotta allo strapotere dei gruppi criminali.

Interi territori delle province di Napoli e Caserta senza una operazione di bonifica radicale dai veleni seppelliti appena sottoterra non hanno futuro nè imprenditoriale, nè turistico, nè civile: è inutile farsi illusioni. Ma chi volete che venga ad investire su un territorio dove anche la viabilità è carente e dove il degrado e le inciviltà la fanno da padrone? E poi se si vuole realmente rilanciare il turismo come non pensare a valorizzare il patrimonio archeologico e monumentale che giace abbandonato, incolto, fatiscente anche in aree di bellezza e ricchezza incomparabile come quelle dei campi flegrei, del territorio vesuviano, dell’agro nolano? Basterebbe il recupero dei centri storici dei Comuni della regione, anche di quelli interni, nel vesuviano, nell’alto casertano, nel beneventano, nel Cilento, in alta Irpinia, per consentire uno sviluppo senza precedenti al turismo della nostra Regione.

Si parta dalla valorizzazione della ricchezza che la storia ha consegnato al nostro territorio, anche per migliorare la qualità della vita dei suoi abitanti insieme a quella del paesaggio e del territorio massacrato dall’incuria quando non dalla devastazione. Un grande progetto di riqualificazione e valorizzazione, ma articolato su migliaia di piccoli interventi concreti, fattibili, realizzabili in tempi rapidi e capaci di risollevare l’economia di tutte le realtà del territorio regionale, creando occupazione ed imprese, valorizzando le risorse umane e professionali anche dei nostri giovani, immettendo fiducia in un tessuto sociale per troppi anni condannato alla sfiducia e alla ricerca di scorciatoie pur di trovare soluzione a problemi di vita assillanti e angosciosi.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÁ AL SETACCIO

L’OMOLOGAZIONE RASSICURA, LA DIVERSITÁ SPAVENTA

Grazie al film “L”ottavo giorno”, gli studenti del Mercalli si sono immersi nel complesso mondo della diversità, scoprendo dolcezza e semplicità.
Di Annamaria Franzoni

Attraverso una trama drammatica, ma sempre sul filo della dolcezza e della semplicità dei sentimenti il regista Jaco Van Dormel ha condotto il gruppo degli allievi del Liceo Mercalli in un”altra esperienza nel mondo complesso della diversità talvolta negletta, talvolta foriera di processi di crescita e di liberazione, come nello splendido film “L”ottavo giorno” del 1996 (nella foto, un frame).

Le vite di Harry, impegnato e stressato uomo d”affari di grande successo e di Georges, down fuggito dall”istituto che lo accoglie da quando ha perso la mamma, si intrecciano per un fortuito caso e mentre Harry fa sempre “ciò che si deve come si deve”, come la società gli impone, Georges fa “quello che vuole, come vuole”. Pertanto in questa trama fantasiosa e spesso irreale è l’emarginato, che aiuta l’integrato a cambiare e a liberarsi.

Alla fine della proiezione l”emozionalità è stata altissima perchè il film ha toccato il vissuto di alcuni che, a fatica, tra sospiri e lacrime ci hanno offerto la loro splendida esperienza vissuta con persone down, della quale come Harry si sono arricchiti. Ognuno ha raccontato una storia: quella di A. di 22 anni e quella di C. di 14 anni sono state particolarmente commuoventi e hanno consentito di offrire un”esperienza di amore grande a tutto il gruppo riunito in cerchio, all”interno del quale anche chi non li conosceva li ha adottati come amici da cui apprendere l”amore, quello vero, puro e incondizionato.

Le riflessioni più belle si possono così riassumere: il mondo per loro è un splendida fiaba, il nostro mondo è imperfetto per la loro purezza! L”irrealtà del mondo che li caratterizza li porta a dover essere isolati e nel loro isolamento non provano odio, anche quando sono emarginati e rifiutati.
Dalla loro purezza, dalla loro semplicità quanto potremmo imparare! Forse per questo Dio riservò un giorno a parte per la loro creazione?

Gli aspetti onirici del film sono risultati suggestivi, anche se inizialmente sono apparsi “strani”, ma poi nel corso della discussione sempre più “comprensibili” ai ragazzi, che hanno apprezzato moltissimo sia il testo cinematografico che le scelte del regista: la metafora della creazione del mondo, rivista in apertura del film da Georges e nel finale da Harry; il topo che canta l”opera, così come la scelta del ricorrente motivo popolare di Luois Mariano, il suo idolo messicano che si esibisce sul cofano dell”auto o altrove a mezz”aria, che inneggia alla figura materna , la sola che aveva dato a Georges amore incondizionato.

Molto abbiamo anche riflettuto sul manager, tanto attuale, che insegna agli aspiranti dirigenti della banca come convincere il cliente, facendogli apparire di essere uguale a lui, sorridendo sempre e soprattutto imitandolo persino nei tic, oltre che negli atteggiamenti e nel linguaggio.
L”altro si sente rassicurato nell”omologazione, teme il diverso!
Dal nostro circle time è, in conclusione, emerso che “se l”anormalità ci contagia, la normalità si avvantaggia” perchè la arricchisce e la migliora con un apporto di genuinità , semplicità e ci aiuta ad uscire da mondi falsamente ovattati e lontani dai reali bisogni dell”essere umano, sempre più presenti nell”attuale società.
(Fonte foto: Rete Internet)

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

RISPOSTE AI LETTORI

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Come periodicamente succede, la nostra rubrica sospende i dialoghi tra i protagonisti che la animano, per rispondere a curiosità e quesiti che ci rivolgono i lettori.
Di Giovanni Ariola


Amalia R. di Mugnano scrive: “Ho sentito in una trasmissione televisiva a quiz che esistono nomi detti sovrabbondanti, in quanto hanno due plurali e si faceva l”esempio di braccio. Potrebbe indicarmene degli altri? Esistono nomi sovrabbondanti anche nel dialetto napoletano?”

Risposta: “Si definiscono sovrabbondanti nel plurale quei nomi che hanno appunto due plurali. Altri linguisti (Tullio De Mauro) chiamano s. anche “i sostantivi di genere sia maschile che femminile”. Questi ultimi sono definiti comunemente nomi di genere comune (es. il/la nipote, lo/la erede, il/la custode, il/la parente, il/la consorte:). Ecco un elenco, ovviamente non completo, di nomi sovrabbondanti nel plurale: anello (gli anelli, le anella), budello, calcagno, cervello, ciglio, corno, cuoio, dito, fondamento, fuso, ginocchio grido, labbro, lenzuolo, membro, muro, osso, urlo.

Si sarà notato che i nomi sono maschili al singolare e maschili e femminili al plurale.

“La desinenza del plurale femminile in –a è un residuo della desinenza del plurale neutro in latino; e infatti la maggior parte di questi nomi che nell”italiano hanno due forme di plurali, erano in latino di genere neutro (es. braccio brachium, pl. brachia):..Per lo più l”uso del plurale femminile in -a vale per il senso proprio, e l”uso del plurale maschile in -i vale per il senso figurato: “i bracci della sedia” e “le braccia del corpo”; “le budella d”un animale” e strade come budelli“;: “i cigli della strada” e “quella bambina ha delle ciglia meravigliose”:

Per alcuni nomi la desinenza del femminile è rimasta solo nell”uso di particolari modi di dire (“stare alle calcagna“; “tirare le cuoia“) o nell”uso letterario (anella, per “capelli inanellati”)” (S. Battaglia/V. Perticone, La Grammatica Italiana, Loescher Editore, Torino, 1971, pp. 130-131).

Anche nel dialetto napoletano esistono i nomi sovrabbondanti: p.e.”o lenzulo (o lunzulo, variante usata per lo più nella provincia napoletana, = il lenzuolo) ha due plurali: “e lenzule e “e llenzole. Il primo si usa nella enumerazione: es. duie o tre lenzule. Il secondo per indicare la coppia di lenzuola del letto. “Stammatina aggi” “a cagnà “e llenzole d” “o lietto” (= Stamattina debbo cambiare le lenzuola del letto).

I contadini di una volta, diciamo fino ai primi due decenni del secondo Novecento, usavano ancora “e lenzule “e sacco, formati da tre o quattro sacchi di iuta cuciti insieme, per diversi scopi. Distesi nei cortili, scomparse ormai le aie, vi si ammassavano sopra “e fasule (i fagioli) ancora nei loro baccelli, quando erano ben secchi, per poterli scugnare ( o scugnà = trebbiare, sbaccellare) agevolmente col vevillo ( o vavillo = arnese, formato di due bastoni di legno legati insieme da una correggia di cuoio, per battere il grano e simili, per trebbiarlo) ed evitare di farli venire in contatto col terreno. Servivano anche a coprire i mucchi di granodinio (o granorinio o granurinio = granone, granturco, mais), messo ad essiccare sopra gli astrece ( o astece = lastrici solari, solai di copertura delle case) per ripararli sia dalla rugiada notturna sia dalla pioggia.

Anche ai ragazzi era consentito (stavo per dire imposto) di salire sui tetti o del pianoterra o anche del primo piano della casa, mediante scale di legno non sempre in condizioni ottimali, a spandere il granturco fino al bordo estremo dell”astreco senza alcun parapetto (Che vertigini ora a ricordare e a ripensare!) o ad ammassarlo in un mucchio conico (si faceva a gara a chi lo faceva più regolare e più alto).

E llenzole del letto si cambiavano di tanto in tanto, non troppo spesso, per la gran fatica nel lavarle. Quando si decideva, le donne di casa facevano “a culata (il bucato) e si cominciava a pregare dal giorno prima che l”indomani fosse bel tempo.(C”era chi era sfortunata e pronunciò la frase emblematica: Facesse na culata e ascesse “o sole!).

Sempre nell”ambiente contadino il bucato si faceva all”aperto nel cortile al centro o in un angolo del quale sorgeva la immancabile triade delle maeste (massaie): il pozzo, il forno e il lavatoio.

Recipiente usato per l”operazione era “o cupellone, un grosso mastello, nel quale si sistemavano i panni preventivamente lavati nel lavatoio ( e che serviva anche da vasca da bagno in estate per i ragazzini che venivano sceriati / =strofinati ben bene dalla testa ai piedi e liberati dalla sporcizia accumulata sulla pelle e sui piedi scalzi in una giornata di fatica e di pazzia/=gioco). Come detersivo per il bucato si usava la cenere. Si collocava alla sommità dei panni da lavare “o cenneraturo (o cennerale), un panno particolare dalla trama più fitta che facesse tuttavia passare la sostanza detergente della cenere, quando vi veniva versato sopra “o cenneraccio (miscuglio di acqua bollente e cenere).

Quindi, dopo un certo tempo, tolto il panno con la cenere, il risciacquo nel lavatoio, di nuovo riempito d”acqua, cavata dal pozzo attiguo, secchio dopo secchio, e alla fine “e llenzole, ridiventate immacolate ( o quasi) si stendevano sulle corde sempre nel cortile (A questo punto si levava al cielo un”altra preghiera apotropaica stavolta non solo per la pioggia ma anche per il vento che poteva sollevare polvere e sporcare i panni stesi, vanificando così tanta fatica).

E non era finita. Le donne, se con il tempo andava bene, appena le lenzuola cominciavano ad asciugarsi, procedevano alla stiratura a mano. Si afferravano i due lembi inferiori del lenzuolo con la mano sinistra e con la destra si passava più volte sulla stoffa fino a stirarla. Olio di gomiti insomma. Ora “e llenzole, odorose di pulito, si potevano piegare e riporre.

Luigi G. di Napoli scrive: “Vorrei un”informazione su Sanremo. Non si spaventi e non faccia quella faccia disturbata. Non intendo parlare del chiacchieratissimo (da parte di persone che fanno questo per mestiere o che non hanno niente di meglio da fare e devono risolvere in qualche modo il problema della noia quotidiana) festival canoro, tanto meno di certi personaggi di più o meno alto lignaggio e con nelle vene il cosiddetto e oggi risibile sangue blu. Più modestamente, avendo deciso di passare un finesettimana sulla riviera ligure, frugando tra le varie offerte di alloggio, mi è capitato di leggere su internet una doppia forma del nome della ridente cittadina: Sanremo e San Remo. Mi può dire qual è la forma esatta?”

Risposta: Sì, è vero esistono tuttora le due forme e possiamo dire che convivono pacificamente, anche se ufficialmente a livello istituzionale è stata adottata la parola unica, ossia Sanremo. La cosa curiosa è che San Remo, come santo, pare non esista, non solo ma che sia venuto fuori addirittura dalla pronuncia dialettale di :San Romolo, santo vescovo di Genova, intorno al V secolo dopo Cristo, e oggi suo patrono.” Ma lasciamo la parola al dotto linguista Aldo Gabrielli che, conoscendo bene tale questione per il fatto che abitava di tanto in tanto in un paese vicino, Arma di Taggia, ridente località balneare, ne ha dato una lucida quanto sintetica spiegazione:

“Questo gioiello della Riviera ligure, nel lontano medio evo, era un borgo fortificato contro le continue incursioni saracene, e si chiamava infatti Castrum Sancti Romuli, fortezza di San Romolo. In dialetto il nome Romolo si alterava tanto da essere più vicino a Remo che a Romolo: San Romu, con la normale caduta della sillaba finale, e l”alterazione tipicamente ligure della vocale o:da leggersi pressappoco e; ma non era logico , traducendo in italiano, sostituire addirittura Remo con Romolo. Di qui la necessità di creare quasi un nome nuovo:.E questo nuovo nome non può essere che Sanremo, in una parola sola, che rispetta l”antica pronuncia locale di Romolo ma non crea un santo che non c”è.” (Aldo Gabrielli, “Il museo degli errori/ L”italiano come si parla oggi”, Mondadori, Milano, 1977, pp. 85- 86).

LINGUA IN LABORATORIO

L’INFERNO SONO GLI ALTRI

Corruzione e sbandamento valoriale hanno fatto perdere le ragioni dello stare insieme. La convivenza civile è al limite, ma forse, scavando, un po’ di speranza sopravvive.
Di Michele Montella

Le riflessioni che stiamo conducendo sulla città dell’opposizione mi fanno tornare in mente una celebre citazione del filosofo Jean Paul Sartre, il quale nel testo “Huis Clos” (la chiave chiusa) sostiene che l’inferno sono gli altri.

Cosa vorrà dire questa frase e cosa c’entra con il tema che stiamo trattando? In una società come la nostra in cui la corruzione e lo sbandamento valoriale stanno soffocando le ragioni stesse dello stare insieme, diventa sempre più complesso riuscire a comprendere quali siano le strade per opporsi ad una degenerazione così profonda.
Non si tratta più solo di una dimensione politica (pro o contro la marea pestilenziale berlusconiana), ma di una dimensione socio-politica, che abbraccia cioè gli alfabeti espressivi stessi della nostra convivenza civile.

Il dramma teatrale, di cui ho citato la frase, rappresenta tre persone che si ritrovano al’inferno, nonostante siano assenti torture o pene fisiche. Le persone sono condannate a vivere insieme in una stanza chiusa: semplicemente, assurdamente, senza spiragli di speranza.
Nella stanza non ci sono specchi, nè luoghi da cui ci si possa nascondere agli altri, non è dato dormire o uscire, ma solo considerare ciò che sta succedendo a chi è sopravissuto.
Il dramma è il racconto dei conflitti di questi tre personaggi e di come ciascuno distrugga i progetti degli altri.

Il significato dell’azione scenica sta tutto nella denuncia di una situazione: gli esseri umani vivono ciascuno per il proprio individuale interesse e poco importa se le conseguenze delle proprie scelte danneggiano inesorabilmente gli altri. Nelle nostre città visibili ciascuno diventa, inconsapevolmente, assassino e assassinato; il sistema umano che si costruisce in questa maniera è caratterizzato da uno squilibrio costante, che ci fa perdere l’idea stessa della nostra identità umana e delle nostre specifiche attitudini.
Dove sarà mai Dio in questa tragica giostra hitchcockiana?

Ogni possibile istinto di bene viene annullato nel baratro della superficialità, del già detto, della impudicizia dei propri pensieri. Basta guardare una delle tanto seguite trasmissioni televisive per accorgersene e la peggiore delle punizioni, che già stiamo scontando, emerge chiara quando alla domanda sul senso di una realtà così rappresentata mi sento rispondere: “Ma cosa c’è di male?”.

Ecco il paradosso nullificante: non ci accorgiamo più del fango che ci sommerge, come se fosse invisibile o trasparente.
È uno spaccato troppo pessimista? Si può logicamente supporre che ci siano spiragli di evoluzione? E la fede? Il senso di Dio? La speranza?
Analizzeremo un po’ alla volta queste domande nei prossimi articoli.
(Fonte foto: L’Espresso- Protagonisti dell’ultimo scandalo italiano: L’inchiesta Fastweb)

LE CITTÁ INVISIBILI

LA MAGICA FORMULA POLITICA: “TENGO FAMIGLIA”

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I politici ci tengono assai alla famiglia (la loro!). E non si sprecano quando devono sistemare mogli, figli, amanti (loro!).

Caro Direttore,
mi sta capitando, negli ultimi giorni, di pensare sempre più spesso alle parole di un noto politico delle nostre parti, che, per giustificare alcuni suoi comportamenti e alcune sue scelte, ricordò a tutti che “teneva famiglia”. Sembra, infatti, che l”occhio di riguardo per le persone di famiglia –anche delle famiglie “di fatto”- sia la maggiore preoccupazione di molti fra i rappresentanti del popolo nelle istituzioni, fra i baroni universitari e fra i detentori di qualsiasi piccolo potere.

Le amanti, in genere, sono quelle che più di tutti hanno benefici da questo insolito modo del “far politica” o del gestire un qualcosa di pubblico. Il più delle volte si finge di non sapere, ma, in fondo, tutti sanno che, purtroppo, molte donne in carriera riescono ad approdare a scranni importanti (dai consigli comunali al parlamento, dalle aule universitarie ai più svariati comitati di gestione) solo dopo aver dormito tra lenzuola fortemente “politicizzate”.

“L”Altezza piaceva: per l”energia non disgiunta da affabilità, per la distinzione dei modi che tuttavia sapeva mettere a proprio agio l”interlocutore. Per l”aria maliziosa che alludeva e prometteva. Ma sempre con levità. Sapeva far ridere le donne: ecco il segreto. Le sue battute pronte: dava l”impressione di donarsi tutto:Le donne avvertivano in lui il Maschio: Anche D”Annunzio e Mussolini erano ammirati per le loro capacità amatorie, che erano oggetto di chiacchiere e ammiccamenti. Le donne d”Italia avrebbero fatte carte false per il privilegio di una notte con loro. “, (Ernesto Ferrero, L”anno dell”indiano, Einaudi, 2001).

Anche le mogli, a dire il vero, negli ultimi tempi hanno conquistato posti di rilievo nella politica e nelle attività dipendenti dalla politica. Se il marito è un influente uomo di partito (o di potere), per la consorte è più facile aspirare al laticlavio o, più modestamente, alla presidenza di un ente, di una “Pro loco”, di un”associazione di beneficenza, di un condominio o di un premio bandito dalla locale bocciofila. Ne sono un esempio le innumerevoli illustri quanto sconosciute (ma solo perchè non hanno alcun legame col territorio) consorti, che grazie al loro ruolo di compagne “ufficiali” di uomini di potere si sono trovate a tagliare nastri alle inaugurazioni, a essere madrine alle pose delle prime pietre o starter nelle gare podistiche.

I figli, inutile dirlo, “so” piezze “e” core”. Per i rampolli qualunque sacrificio è opportuno a garantire un roseo futuro. Così, come in alcune professioni, anche nella gestione del potere i figli sono “obbligati” a seguire le strade già battute dai genitori. Sì, perchè il potere conquistato con la politica è uguale a quello conquistato dai cosiddetti poteri forti. C”è un potere-patrimonio da conservare nell”antistato ed uno da conservare nello Stato. Magari anche rimodulando valori e ideologie, passando per trasformisti, funamboli, trapezisti, illusionisti, bari, biscazzieri, nani patologici.

Un altro familiare sempre presente nell”organizzazione strategica degli uomini di potere è il cognato. Famosi cognati, spesso autentici “signor nessuno”, sono diventati sindaci di grandi o piccole città, deputati al parlamento, consiglieri regionali, provinciali o comunali. Quando, poi, non si sono ritrovati tra gli eletti del popolo, molti cognati sono stati “costretti” a seguire gli affari di famiglia, assumendo responsabilità dirette in cooperative di lavoro o in società di affari. Tanto, un cognato chi lo smuove? Un cognato è non solo utile ma anche insospettabile nella gestione di eventuali fondi per il terremoto come nella tranquilla conduzione amministrativa di una cittadina e anche (ma non per ultimo) nel controllo politico di un territorio.

“Biagio Serra-Pintus la parola politica non la sa nemmeno pronunciare, eppure è accreditato di una carica prestigiosa:Quel cognato per lui è come una clausola scritta in piccolissimo in fondo al contratto di matrimonio: Quando riceve segnalazioni che riguardano il cognato alza gli occhi al cielo e sposta la pratica nell”ultimo cassetto della sua scrivania. Qualche volta, di fronte a situazioni imbarazzanti, a casa parla con la moglie e le chiede di fare due chiacchiere con quel disgraziato di suo fratello Gavino, che se c”ha tutte le sue cose a posto lo deve solo al rispetto che i camerati hanno per lui.”, (Marcello Fois, Stirpe, Einaudi, 2009).

I nipoti? Beh, i nipoti non sono immuni dal vizietto di avere assegnati ruoli di responsabilità negli affari di famiglia, perchè “solo il nipote capisce lo zio”, (Paolo Conte, Lo zio). I nipoti sono discreti, intelligenti e creativi. Mettono le mani, dove gli altri non possono metterle, con grande disinvoltura, perchè sono “di famiglia”; sanno anche far sparire carte compromettenti e, per di più, sanno svolgere con grande capacità le funzioni ricoperte dagli ispettori dell”antica Persia: sono gli occhi e le orecchie dell”imperatore (una sorta di spioni!).
In fondo, caro Direttore, zii (ma anche zie) e nipoti sono un binomio collaudato. Nell”iniziazioni sessuali come nella comprensione-conservazione-crescita degli affari di famiglia.

Anche oggi, nelle comunicazioni in codice, mica si parla di gradi di parentela diversa o, magari, di improbabili vicini di casa? No. Si parla solo di zii. Anche Angelo Balducci, il presidente del consiglio nazionale dei lavori pubblici, telefonando all”avvocato Lupinacci (apprezzato amico di Palazzo Chigi), non riesce a dire niente di nuovo se non: “domani mattina presto devo vedere lo zio:un attimo dopo, verso le nove e mezzo così:se ti potevo offrire un caffè anche in piazza”.
Mi rendo conto che in questa carrellata di affetti e prototipi familiari mancano solo i nonni. Ma essi sono presenti solo nelle favole e, oggi, non è più tempo di favole!
(Fonte foto: Rete Internet)