<i>” A CANTINA</i> VESUVIANA

La storia della cucina napoletana ha orientato la selezione dei vitigni e dei vini vesuviani. E così, accanto al lacrima, vi fu la riscoperta del fiano e del falanghina. Di Carmine CimminoLa cucina di Amalfi e Sorrento, trionfo di mare, conquistò definitivamente Napoli a metà dell’Ottocento: fu una vittoria schiacciante sulla cucina puteolana, a cui fu riconosciuto l’onore delle armi, soprattutto per i suoi “primi“, che coniugavano pasta e sughi di pesce. L’avanzata dei piatti della costiera amalfitana fu mirabilmente sostenuta dai cuochi di Torre Annunziata e di Torre del Greco. Da qui, dopo la seconda guerra mondiale, partì la conquista del Vesuviano, “luogo“ di cantine e di osterie: vi dominava ancora la cucina della carne e dell’orto, che resistette con onore alle “invenzioni“ dei cuochi della Casina Rossa, ma alla fine dovette cedere.

La storia della così detta cucina napoletana è la storia di questa duplice, lenta, conquista, che, tra l’altro, orientò la selezione dei vitigni e dei vini vesuviani e, pur confermando il primato del lacrima, avviò la riscoperta del fiano e del falanghina. Alla base di tutto questo c’era una profonda rivoluzione della fisiologia del gusto, che coinvolgeva tutti i sensi e, dunque, la percezione non solo dei sapori, ma anche degli odori, dei colori e delle forme. Non voglio fare polemica, perché sono uomo di pace cittadino di una “città di pace“, ma non posso non osservare che nessuno degli scrittori “culinari“ di Napoli, che sono un esercito, ha trattato questo tema. L’ anno della svolta fu il 1843.

In quell’anno furono autorizzati ad aprire “la calata a mare“, perché i loro ospiti potessero fare i bagni, i più importanti locandieri di Sorrento: Gaetano Sperindeo, proprietario della locanda “Villa Pisani“, Raffaele Attardi, del Cocumella, e il padrone dell’ Albergo delle Sirene. L’anno successivo il permesso fu dato anche per le case che tenevano in Sorrento il principe di Santaseverina, il principe di Strongoli, il conte di Terranova, gli inglesi Alexander Goode e Pituan, proprietario di Villa Losa, la signora Lindheimer, il signor Lagrange, proprietario di Villa De Angelis. Analogo permesso ebbe padre Giuseppe da Sant’ Eramo, guardiano del monastero dei Minori Osservanti di S.Francesco in Sorrento, “perché possa quella famiglia fare i bagni“.
I “turisti“, sempre più numerosi di “stagione“ in “stagione“, gustavano i piatti dei cuochi “sorrentini“ (erano quasi tutti di Ravello e di Furore) e ne cantavano le lodi per l’ Europa intera.

Nel 1840 Carlo Augusto Mayer visitò Madonna dell’ Arco il lunedì d’albis e si sedette in mezzo ai “fujenti“ nella cantina con pergolato che si trovava proprio di fronte al santuario e che circa venti anni prima Franz Vervloet aveva disegnato, a filo di ferro, e cioè senza staccare la matita dal foglio, in una splendida carta. Mayer descrisse la folla dei devoti che presi da una implacabile frenesia ballavano senza sosta la tarantella, mentre nell’enorme cucina “gli spiedi si voltavano lietamente e i pesci si crogiolavano nella padella“. Sulla terrazza, all’ombra della pergola, le ragazze del paese servirono allo straniero un piatto di maccheroni e ne ricevettero, dono strano e gradito, tranci di tonno.

In “Ninfa plebea“, l’ultimo romanzo di Domenico Rea, Miluzza, ‘Ntuono e il nonno vanno in pellegrinaggio al Santuario di Madonna dell’ Arco, attraversando in barroccio la vasta campagna coltivata “pomodori, insalate, cappucce e scarola, con gli alberi già carichi di albicocche, ciliegie, nespole, pesche e i primi fiordifichi e papaveri e ginestre buttati a manipoli“. Dopo aver venerato la miracolosa immagine della Madonna, i tre vanno a consumare il pranzo “votivo“ in una cantina prossima al santuario: pane biscottato di granone, “i recipienti pronti per bagnarlo“, “sperlunghe di provolone piccante“, salame napoletano col pepe, finocchi in pinzimonio, il carciofo mammarella, “la madre di tutti i carciofi“. I clienti bevono boccali spumeggianti non di vino vesuviano, ma di vino rosso di Gragnano e innaffiano il “tuocco“ finale con “una decina di bottiglie di Solopaca“.

La cantina è quella d’ “ ‘o zuoppo“. Nella scelta del nome l’immaginazione di Rea non si è accesa. Anche in una poesia di Ferdinando Russo c’è “ ‘a cantina d’ ‘o zuoppo “: ‘na cantina / mmiezo ‘e Pparule, arreto ‘e cretajuole, / addò se ntrattenevano, ‘a matina, / chille ca vanno a faticà ‘e rriggiole.

Nel 1853 Gregorovius scalò una prima volta il Vesuvio fino alla chiesa di San Salvatore e vi comprò un’ottima colazione e una bottiglia di lacrima dal parroco di Resina, don Michele, che aveva giurisdizione sul “lucrativo luogo“. Pochi giorni dopo Gregorovius salì sul vulcano lungo la lava del ’50, tra i “singolari villaggi“ di Boscoreale e Boscotrecase, in cui lo storico dice di non aver trovato “un bel viso“, avendo la popolazione “l’aria selvaggia, timida e povera“, e di aver chiesto invano della frutta: infine, fu costretto a saziare la fame con le carrube rubate a un cavallo. Gregorovius andò poi a Nola, per la festa di San Paolino. In una taverna vide gli avventori consumare festosamente gigantesche porzioni di pasta e di abbacchio e bere copiosamente vino, non da bicchieri di vetro, “come nell’Italia settentrionale e centrale“, ma da anfore.

L’anfora scosse la sua immaginazione: nell’assopimento, che l’afa e il vino favorivano, lo vinsero le “fantasie“ della storia di Nola, Marcello, Annibale, Augusto morente, Livia e Tiberio. E mentre saliva al Monastero di Sant’Angelo, Gregorovius vedeva ormai il mondo attraverso le memorie del mondo antico: in questa luce gli apparve , circondata dalle sue belle nipoti, una “matrona“ di circa 80 anni, “d’una bellezza classica“, alta e robusta, avvolta “in una veste lunga dalle abbondanti pieghe, in seta color cremisi con un largo orlo di broccato d’oro, la vita alta, alla maniera greca“. Una Madre mediterranea.

Di assai diverso metallo fu lo stupore con cui, proprio in quei giorni, un “capourbano“ di Torre Annunziata descrisse le pantagrueliche porzioni di pasta al ragù e di arrosto di “negro”, il nero maiale casertano, che erano state consumate nella taverna di Vincenzo Sale, a spese del Comune di Torre, da 6 preti di Potenza, accusati di sedizione, e dai 3 soldati che li accompagnavano alle carceri di Napoli. Al centro del rozzo tavolo c’erano due sole zuppiere: una colma di pasta, l’altra di arrosto. E sediziosi e carcerieri mangiavano fraternamente nello stesso piatto.

Anche sotto i Borbone, le cantine e le taverne diventavano spesso teatro di libertà e di uguaglianza. Ma per la storia della civiltà del cibo, queste due zuppiere “comuni“ , da cui prendono pasta e carne i soldati e i preti due volte sediziosi (verso Cristo e verso il re), sono molto più importanti degli alimenti che esse contengono.
(Fonte foto: Rete Internet)

CIBI E RITI VESUVIANI 

COME É TRISTE L’HAPPY HOUR!

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Nei bar, nei locali e perfino nei musei impazza l”epoca degli aperitivi e dei cocktail. Gli esperti dell”alimentazione denunciano, però, gravi rischi. Le false promesse dell”alcol e della pubblicità.

Non c”è cosa più triste dell”happy hour. Di questo sono sicuri nutrizionisti, sociologi e studiosi del costume. La nuova moda, avviata dai Pub inglesi per catturare l”attenzione delle persone che escono dal lavoro, sta contagiando gran parte dei bar italiani. Neanche gli alberghi ed i ristoranti si sottraggono a questo nuovo “rito”. Dovunque si propongono nelle ore serali aperitivi a base di energy drink, prosecco, frutta, pizzette, polpettine, cruditè, liquori e pasticci vari. La proposta cresce, si moltiplica e acquista giorno dopo giorno nuovi contenuti. La risposta dei giovani è entusiasta. Con pochi euro si ha la possibilità di partecipare ad un rito serale collettivo, santificato dalle note del “Liga”, dove l”imperativo del divertimento è un obbligo grazie all”alcol che scorre ai fiumi.

Molti nutrizionisti mettono, però, in guardia contro i pericoli dell”happy hour che rischia di sconvolgere uno dei capisaldi della dieta mediterranea: la suddivisione dell”apporto calorico giornaliero in colazione, pranzo e cena. Nelle “ore felici” dei giovani, indotti dalla moda anglosassone, in agguato c”è l”insidia dell”alcol che assunto a stomaco vuoto è più difficile da assimilare e mette sotto sforzo il fegato. Neanche a parlare poi delle calorie contenute in cibi e bevande considerati leggeri. Le patatine, i pistacchi, i salatini, i crakers e i cocktail, hanno un contenuto calorico superiore a quello di un”intera cena. Per questi motivi gli esperti consigliano di arrivare agli aperitivi dell”happy hour a stomaco pieno, magari dopo aver fatto merenda e di non sommare l”apporto calorico a quello della cena. Insomma il disordine alimentare è a pieno regime.

L”assurdo gastronomico che diventa legge. Bisognerebbe chiedersi a vantaggio di chi? Molti giovani, sfrattati dai centri commerciali sacrificati sempre di più alle esigenze del dio consumo, non vogliono subire battute d”arresto. Considerano l”happy hour una conquista. Un nuovo spazio di socialità in cui prosecco ed energy drink, che contengono sostanze eccitanti di valore superiore a dieci tazzine di caffè, aiutano la discussione. Fanno volare alto la parola. Promettono uno sballo leggero al calare della sera. Senza neanche tanti rimorsi di coscienza. Basta eludere gli etilometri, diventati sempre più invadenti. Le aziende commerciali naturalmente approfittano della situazione. È stato calcolato che l”anno scorso in Campania sono state importate bottiglie di “bollicine”, consumate non solo a Natale ma anche nell”happy hour, per un valore superiore ai 60 milioni di euro. Un fatturato enorme se si considera in raffronto alla situazione di crisi dell”enologia locale.

Un”iniziativa intelligente, atta a cavalcare la tendenza, è stata assunta, però, dalle sovrintendenze dei Musei napoletani che hanno accresciuto notevolmente il numero di presenze, aggiungendo al costo del biglietto anche il gadget di un happy hour. Tutte le iniziative che portano gente nei musei sono lodevoli e degne di attenzione, però è certamente avvilente, nella patria di Luca Giordano, Salvator Rosa, Giacinto Gigante, dei Giustiniani maestri ceramisti, ecc., verificare che occorre un piatto di patatine e un drink per fare qualche presenza in più. Pensiamo al successo che potrebbero fare la pizza e i soutè cozze e vongole. A Roma, invece, i bar stanno usando l”happy hour per “rottamare” cibi che rischiano di andare fuori stagione, costruendo veri e propri outlet della gastronomia viandante. Insomma l”evoluzione è all”ordine del giorno e non si contano le deviazioni.

Chi gira per gli happy hour, però, ha notato che la felicità in questi locali è un optional. Prevale la logica delle comitive. Considerazioni urlate ad alta voce. Sguardi bassi. Lenti e monotoni movimenti delle dita che pescano nel fondo delle vaschette. Tanta solitudine. A pensarci bene l”happy hour è una moda alimentare non dettata da una necessità. I fidanzati, per scambiarsi sguardi d”amore, hanno inventato le cene a lume di candela. Gli uomini d”affari fanno colazioni di lavoro per cementare rapporti e scambi commerciali. Le società organizzate, basate sul nucleo della famiglia, hanno costruito la sacralità del pranzo e delle cene che diventano banchetti condivisi con amici e parenti nelle occasioni importanti della vita.

Anche il fast food evade una necessità. In qualche modo interpreta una esigenza e offre risposte non evasive. L”happy hour è invece una pura invenzione commerciale. Una performance alimentare che cerca di assicurarsi improbabili contenuti, contando solo sull”evocazione delle parole.

LA RUBRICA

L’ORGANIZZAZIONE. ECCO QUELLO CHE MANCA IN CAMPANIA

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La nostra regione è l”unico posto al mondo in cui enormi potenzialità si trovano raccolte in uno spazio nel quale l”intera civiltà del Mediterraneo è percorribile e visitabile. Manca una organizzazione industriale del turismo. Di Amato Lamberti

Siamo in un periodo di grande crisi a livello di regione Campania. Si parla solo di risanamento dei conti della Regione e degli Enti Locali. Forse bisognerebbe anche parlare di rilancio dell”economia e dell”occupazione prima che la situazione diventi di non ritorno, con le fabbriche che chiudono e i giovani costretti ad emigrare per costruirsi una possibilità di futuro. Nei giorni scorsi, con il suo stile sempre un poco provocatorio, il sociologo Domenico De Masi, sul Corriere del Mezzogiorno, ha rilanciato il tema dello sviluppo del Mezzogiorno, e della regione Campania, affermando che “un sistema è malato non quando è privo di risorse ma quando non riesce a metabolizzare le risorse che ha”.

Per quanto riguarda il Mezzogiorno, la sua opinione è che l”unica possibilità è “il circuito virtuoso fra turismo e cultura”. La sfida con la Cina e i paesi asiatici sul piano della produzione di beni materiali si può infatti considerare già persa, perchè non saremo mai, o almeno per lungo tempo, capaci di competere con paesi nei quali il costo del lavoro è troppo più basso anche dei nostri standard minimi. Non sono però perse altre sfide, sulle quali oggi godiamo di un notevole vantaggio: “la produzione di contenuti che le tecnologie possono veicolare; la produzione di estetica con cui nobilitare i prodotti e i servizi; la produzione di qualità della vita attraverso nuovi modelli di benessere.”

Per la Campania, De Masi mette a confronto Pomigliano, dove si è tentato con l”industria di promuovere lo sviluppo, e Giffoni dove con il Filmfestival si è realizzata la promozione post-industriale di un territorio. Nel primo caso siamo ormai in situazione di crisi, nel secondo, una comunità rurale ha fatto il salto nella post-modernità. Una tesi, e una provocazione, interessante su cui riflettere per la costruzione di un progetto di sviluppo della regione Campania, liberato dagli stereotipi della industrializzazione. In effetti, Napoli, la sua provincia e l”intera regione hanno enormi potenzialità ambientali, monumentali, archeologiche e culturali non ancora pienamente utilizzate e valorizzate.

Basta fare un elenco di queste potenzialità per rendersi conto della ricchezza che si potrebbe mettere a frutto: Capri, Ischia, Procida, Sorrento e la sua costiera, Amalfi e la sua costiera, Pompei, Ercolano, Oplonti, Stabia, Nola, Paestum, Cuma, Baia, l”intera area flegrea, il Vesuvio, la città di Napoli, la città di Pozzuoli, i paesi dell”area vesuviana, tanto per citare solo le eccellenze.

Se a tutto questo si aggiunge la risorsa termale, quella monumentale, quella culturale, quella artigianale, non c”è posto al mondo dove tante potenzialità siano raccolte in uno spazio nel quale l”intera storia delle civiltà del Mediterraneo è percorribile e visitabile. Basterebbe solo mettere tutto in rete, come si dice oggi, collegando e riqualificando, per creare un distretto turistico-culturale-ambientale-storico-archeologico-termale che non avrebbe rivali nel Mediterraneo e nel mondo. La Campania già accoglie milioni di visitatori e turisti ogni anno nei diversi comparti della sua offerta turistica ma poichè essi sono tra loro slegati o poco collegati non si sfruttano le enormi potenzialità che sarebbero in grado di esprimere. Basti pensare al termalismo e alle possibilità di raccordo con i giacimenti archeologici, monumentali e culturali che potrebbero estendersi per tutto l”anno e non limitarsi alla stagione estiva.

Il fatturato del termalismo in Veneto è dieci volte superiore a quello della Campania, nonostante un clima meno favorevole e offerte turistiche notevolmente inferiori. Il fatturato turistico della riviera romagnola è enormemente superiore a quello della provincia di Napoli pur in assenza di attrattori turistici come quelli che Napoli è in grado di offrire con i suoi musei, i suoi monumenti, le sue aree archeologiche, le sue bellezze ambientali. Quello che a noi manca è una organizzazione industriale del turismo. Su questo terreno si dovrebbe misurare la capacità dei nostri politici di promuovere sviluppo.
(Foto: Castello di Baia. Fonte Internet)

CITTÁ AL SETACCIO

UN GATTOPARDO VESUVIANO E LA POLITICA DELL’AMALGAMA

Giuseppe IV Medici, pronipote di Luigi, “Principe” di Ottajano. Ovvero, come passare dai Borbone agli anti Borbone e restare indenni. Di Carmine Cimmino

I Medici governarono Ottajano, direttamente e indirettamente, dal 1567 al 1893, con una continuità che ha rari riscontri nella storia del Mezzogiorno. Nei primissimi anni dell” Ottocento la famiglia, oppressa dai debiti, fu sul punto di vendere il feudo, ma la sua stella tornò a risplendere grazie a Luigi, che anche storici di grande fama continuano a chiamare principe di Ottajano: e invece non lo fu, e non poteva esserlo, perchè era l”ultimo di una lunga fila di fratelli, di cui il primo, Giuseppe III Medici, fu il Principe, e fu anche il capo di una loggia massonica.

Luigi fu solo cavaliere, e cavaliere restò anche quando divenne primo ministro del Regno. Pronipote e fortunatissimo erede di Luigi, Giuseppe IV Medici sposò la figlia del Duca di Miranda, che gli portò in dote il palazzo di via Chiaia, una splendida quadreria, un gran nome e cospicue relazioni famigliari. Giuseppe fu, fino al 1860, un leale suddito dei Borbone: di una lealtà non servile, per quanto concedevano i tempi. Nel ’48 il figlio Michele, duca di Miranda, che sposando Giulia Marulli si era imparentato con i Berio e i San Cesario, fedelissimi al trono, non rinnegò la sua amicizia con Antonio Winspeare e con altri noti liberali.

Lo spingevano i nobili princìpi del sentimento, e anche quelli del più saldo “arcanum imperii” della famiglia: avere sempre i piedi in entrambe le staffe. Giuseppe fu Intendente della Provincia e nel ’59 presentò a Napoleone III e a Vittorio Emanuele II le congratulazioni formali di Francesco II per le vittorie di Solferino e San Martino. Partito Francesco da Napoli nell”imminenza dell”arrivo di Garibaldi, il Principe si ritirò in Ottajano, per le ragioni della prudenza e per curare da vicino la vendemmia dei suoi immensi e preziosi vigneti. Condusse con sè con un legale trasferimento di residenza il Duca di Martina, don Placido di Sangro, figlio di quel Riccardo di Sangro che in quei giorni combatteva in Gaeta come un leone per l’onore di Francesco II, dell”esercito napoletano e della nobiltà napoletana.

Nell”aprile del “61 alcuni sarnesi, membri della banda La Gala, arrestati dai soldati “nazionali”, indicarono Giuseppe Medici, che si fregiava anche del titolo di duca di Sarno, come capo del partito borbonico. Intanto, Giuseppe, avendo saputo che i suoi guardaboschi, custodi delle selve del Mauro a Terzigno, permettevano che vi si nascondesse impunemente “un tal Pilone, sospetto aderente al brigantaggio”, li cacciò via e pregò Raffaele Mazza, sindaco di Ottajano, di sostituirli con persone di sua fiducia. Non bastò. Il 15 luglio i soldati perquisirono il palazzo di Ottajano, arrestarono Giuseppe, lo condussero a Napoli in questura, ma subito lo rilasciarono, “dicendogli essere stato un equivoco“. Ma il 19 ottobre il giudice di Monteforte, concluso l’esame del fascicolo messo insieme da soldati e carabinieri, ordinò nuovamente l’arresto del principe, e il trasferimento ad Avellino.

Dell’oltraggio fatto al padre si lamentò Michele in una lunga lettera scritta il 3 dicembre 1861 a Antonio Ranieri, l”amico di Leopardi, liberale e fresco deputato: gli ricordò quanto fosse stata lineare la condotta del Principe dal settembre del ’60 fino al giorno dell’arresto. Giuseppe si era ritirato a Ottajano affinchè a tutti fosse “palese la regolare e non riprovevole vita”, insomma per dimostrare a tutti che egli non si impeciava nelle trame dei borbonici. E infatti, nella “domestica pace” delle giornate ottajanesi -racconta, con una punta di veleno, Michele- “venivano e vengono a vederci il sig. Giudice, il Sindaco, il Capitano della G.N., il Delegato di Polizia e quanti qui reggono la pubblica cosa”. Insomma tutti i vecchi amici borbonici passati già con i Savoia. “Sempre che si è trattato di feste nazionali e di manifestazioni di accesso alle nuove idee, mio Padre e noi di sua famiglia siamo stati e siamo i primi a concorrervi”.

Fu facile per il figlio e per gli avvocati sostenere che Giuseppe, noto in tutta la provincia per le sue ricchezze, non era un protettore di briganti, ma una vittima di tentativi di estorsione, di minacce, di calunnie, e che non potevano ricadere su di lui i maneggi di amministratori e guardiani e fittuari delle sue tenute. Alcuni dei quali erano in verità assai poco raccomandabili, come Paolo Collaro, oste della taverna del Mauro, allevatore di mastini napoletani il cui mercato era in mano alla camorra, e manutengolo di Pilone, che la moglie, l”ostessa, ammirava con manifesto ardore.

E mentre Michele scriveva a Ranieri, il Principe ancora languiva nel car¬cere, pur confortato dalle autorità di Avellino e dagli amici tutti, tutti liberali e antiborbonici, l”on. Ricciardi, e i sigg. Capozzi, Lauria e Trivisani, che erano stati alti funzionari borbonici, e ora erano altissimi funzionari del Regno d”Italia. Tutti chiesero ai giudici di liberare il principe, riconoscendo non solo “la onoratezza e la integra vita”, ma anche il merito politico della “pace di cui si è goduto a Ottajano nel periodo di transizione, a differenza dei Comuni limitrofi”. Pochi giorni dopo Giuseppe venne liberato sotto cauzione, e tornò a Ottajano, dove lo accolse il tripudio del popolo. Lo scortò fino al palazzo Raffaele Mazza, primo sindaco di Ottajano dopo l”unità d”Italia, che diceva di aver partecipato ai moti del “48 a Napoli: e i molti nemici malignavano che ai primi spari lui e Achille Procida, liberale, ma anche notaio del Principe, si fossero messi in salvo a Chiaia, proprio nel palazzo Medici Miranda.

E infatti nel 1850 la polizia lo aveva classificato come liberale, ma non troppo riscaldato. Perchè tutti i dettagli del quadro siano chiari, diciamo che al primo piano di questo palazzo alloggiava la delegazione diplomatica del Regno di Sardegna, a cui Cavour aveva affidato il compito di comprare alla causa dell”unità d”Italia i generali dell”armata napoletana. Insomma, un guazzabuglio.

Due anni dopo che era stato arrestato come capo del partito borbonico e come protettore di briganti, Giuseppe IV Medici, pronipote di Luigi, leale servitore di Francesco II fino all”ultima ora della dinastia, venne eletto consigliere comunale di Napoli nella lista governativa capeggiata da D” Afflitto, e venne sollecitato dai funzionari di corte di Vittorio Emanuele II ad accettare l”incarico di Sovrintendente del Palazzo Reale di Napoli. Del resto, lo zio Luigi era stato il teorico più raffinato della politica dell”amalgama, un amalgama ristretto, ovviamente, da cui nasce quella maniacale passione dei potenti d”Italia per caste, balconi e logge.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA MAGRA

UN AVVOCATO TRA I VIGNETI DEL VESUVIO

Si deve all”avvocato Vincenzo Semmola, di Pomigliano, una preziosa indagine sui vigneti del Vesuvio per mettere ordine nella confusione dei nomi delle uve. Di Carmine CimminoPoichè era venuto il momento di “immegliare i vini vesuviani”, nel 1847 l”avvocato Vincenzo Semmola, pomiglianese, fratello del grande clinico Mariano, esplorò i vigneti del Vesuvio e esaminò i metodi di coltivazione della vite e le tecniche di produzione del vino. Le memorie del suo viaggio confluirono in una lunga e articolata relazione, che egli lesse ai membri del Reale Istituto di Incoraggiamento nella tornata del 3 febbraio 1848.

Per rendere più agevole la sua indagine il Semmola divise il territorio del Vesuvio in tre zone circolari. La prima saliva dal mare per 500 piedi fino a toccare “il camposanto di Resina accosto alla parrocchia di Pugliano, il poggio dei Camaldoli, il casino del Principe di Ottajano, il comune di Somma. La vegetazione vi era rigogliosa, i vini di qualità mediocre e gradatamente di giù in su: si conoscono col nome di mezza lacrima”. Venivano indicati col nome di lagrima fina quelli della fascia di mezzo, più aprica e solatia, che saliva per altri 500 piedi e comprendeva tutto il Poggio dei Camaldoli di Torre: erano vini generosi, nati da “uve più zuccherine”.

“Nella maggiore altezza”, invece, fino al Poggio del Salvatore, “i terreni facendosi sempre più aridi sono poco fruttiferi, le uve gradatamente salendo deteriorano in dolcezza, perchè non giungono a perfetta maturazione a cagione dei venti freddi e delle nebbie”: insomma, ne venivano fuori vini troppo aspri.

Semmola cercò di mettere ordine nella confusione dei nomi, poichè molti contadini non andavano oltre la distinzione delle uve in bianche e nere: erano “universali” solo i nomi delle uve aglianica, catalanesca, olivella, moscadella. L”uva rosa a Napoli era conosciuta come “uva signora o pane”, la sanginella a Somma la chiamavano jelatella, “e viene di spregevole qualità, mentre sulla costa sud e ovest viene pregevolissima”, la castagnara era nota anche come santamaria, l”uva voccuccio come catalanesca nera. Alcune specie prendevano il nome -supponeva il Semmola- da colui che le aveva coltivate per primo: la tarantino, la ferrante, la priore, la donottavio, la capotuosto, la pernice. Don Vincenzo classificò e descrisse con grande cura 112 varietà di uve, illuminando le schede scientifiche delle più note con qualche tocco di vivo colore.

La bacca della piedipalumbo, o palombina è “piuttosto picciola, quanto una palla di fucile di mezza oncia, di color nero, molto sugosa e dolce: dà ottimo vino e amabile”. Il tralcio della coda di cavallo, “vitigno gagliardo e lussureggiante di tralci, è color legno cinericcio e il germoglio novello verde chiaro gradatamente biancheggia con liste color legno”. Il vino della nera ulivella “è gentile a un tempo e spiritoso”, mentre quello della nera lugliese, oltre ad essere spiritoso, è anche “austero a cagione della buccia”. Della catalanesca scrive l”avvocato: “è ottima da tavola. Il vino scarso ma generoso, aromatico e grato: si suole unire alle altre uve bianche e dà nerbo a questo vino. Si coltiva generalmente più per vendere il frutto in piazza che per far vino, superando in dolcezza e sapore quella di qualunque altro luogo”.

Non meritano molte lodi le nere guarnaccia e coda di volpe, mentre dell”uva greca dice il Semmola che è un vitigno gentile, dalla bacca “piccola, rotonda, biondeggiante, dura la buccia, tenace, aspra e poco sugosa. Unita alle altre uve bianche si ha il famoso vino greco: scarseggia in frutto. È molto raro nei terreni alle falde del Vesuvio; più abbondante in quelli alle basi e falde del Somma. Buono, e non di più, è il vino della falanghina, vitigno sufficientemente vigoroso”.
Semmola, dopo aver osservato che le tecniche di vinificazione erano dovunque antiquate e difettose, riconobbe che solo Giuseppe IV Medici, principe di Ottajano, proprietario di sterminati vigneti tra Ottajano e Terzigno, stava ammodernando la sua azienda con l”aiuto di enologi bordolesi che avevano portato sotto il Vesuvio le nuove tecniche e le nuove macchine ideate in Francia da Madame Gervais.

Anche nella torchiatura delle vinacce il Principe di Ottajano aveva introdotto una novità: quella del torchio idraulico, che richiedeva pochissima forza e produceva “un grande effetto”. I coltivatori vesuviani usavano di solito il torchio a vite doppia o unica, o la gabbia circolare di legno ben ferrata. Dalle vinacce alcuni viticultori, e tra questi don Giuseppe de” Medici, distillavano alcool, mentre i coloni usavano riporle in un tino, versarvi sopra dell”acqua, e ottenere l”acquata,”un vinello leggerissimo o acquarello da servire per gli operai del podere”.

L”errore più grave dei coltivatori vesuviani era -secondo Semmola- quello di vendere il vino entro febbraio: dunque, non lo si sottoponeva a travasamento, mentre “i vini lacrima di queste contrade sarebbero vini da beversi nel secondo e terzo anno, perchè allora trovansi aver raggiunto la loro compiuta maturità e se ne ravvisa la squisitezza, potendosi ancora conservare in boccioni di vetro per molti anni, o con oglio sopra e ben turati ed impegolati; e col tempo sempre più si perfezionano, formandosi l”etere enantico che costituisce la nobiltà del vino. Andrebbero dunque sottoposti ad almeno tre travasamenti, a gennaio, ad aprile, a novembre: con queste diligenze possono conservarsi per anni, senza essere chiarificati con colla di pesce o bianco d”uovo o altro”.

Nell” agosto del 1854 Antonio Ranieri, l”ultimo amico di Leopardi, chiese a Giuseppe de” Medici qualche bottiglia di lacrima di Terzigno, che sua sorella gradiva in modo particolare. Il Principe così gli rispose: “Carissimo amico, dopo tre anni di assoluta perdita di ricolto, tutto il deposito che io teneva di vino vecchio e convenientemente lavorato, è venuto a mancarmi, per modo che sono già diversi mesi che tengo chiuso lo spaccio, rimanendomi solo poca quantità, che ho riserbata per uso della mia famiglia. Di questo per ora ve ne invio 12 bottiglie, augurandomi che possa incontrare il gusto di vostra sorella e che, terminato, mandiate a prenderne altro, potendo assicurarvi essere schietto, vecchissimo e depurato a perfezione. L”esservi ricordato di me mi offre il mezzo a rendervi un piccolissimo servigio, pregandovi credermi
Tutto vostro
Ottajano”
(Fonte foto: lucianopignataro.it)

I RITI DEL VINO VESUVIANO

LA BORGHESIA MERIDIONALE E I “GIOCHETTI” SULLE TERRE DEMANIALI

Sia prima che dopo il 1860, l”idea di rinnovare le istituzioni e la società è stata sempre annacquata da mille furberie. Ecco cosa è accaduto nell”unico feudo del Vesuviano, quello dei Medici di Ottajano. Di Carmine Cimmino

La borghesia meridionale, che un chiaro disegno politico condannava a crescere poco, era composta da proprietari terrieri. I quali furono prima borbonici e subito dopo piemontesi a patto che non si aprisse la questione dei titoli di proprietà, e la distribuzione delle terre demaniali ai contadini continuasse ad essere ciò che da sempre era stata, solo un argomento per le chiacchiere di quei salotti in cui si riunivano i liberali estremisti, i riscaldati, come li chiamavano i commissari di polizia, sia prima del 1860, sia dopo.

Con i decreti sulla eversione feudale Gioacchino Murat si propose di demolire il potere della nobiltà meridionale, di creare una sostanziosa classe di piccoli proprietari terrieri, e dunque di potenziare l”economia del regno: il che avrebbe innescato il rinnovamento delle istituzioni, delle strutture sociali e avrebbe ampliato progressivamente il ceto dirigente. Questo in teoria. Quello che successe sul campo è scritto negli atti della Commissione Winspeare, a cui i Francesi avevano affidato il compito di regolare le operazioni. E son cose, si diceva una volta, da Santo Uffizio. Posso tentare di spiegarne la fantastica gravità raccontando, per sommi capi, quello che accadde intorno all” unico feudo del Vesuviano, quello dei Medici di Ottajano: centinaia di moggia di terra, tra Ottajano e Terzigno, in parte boschi, in parte vigneti.

I Medici, deboli politicamente per la dichiarata ostilità del potere francese, e gravati dai debiti, non riuscirono ad evitare che preziosi vigneti, dichiarati “feudali” dalla Commissione, venissero confiscati e divisi in quote per essere assegnati, con pubblico sorteggio, a 96 censuari di cui era certa la condizione di povertà. Per carità di patria, non raccontiamo come fu fatto il pubblico sorteggio, perchè dovremmo parlare dei progetti di autonomia di San Giuseppe che allora era “quartiere” di Ottajano, e usciremmo fuori tema. Diciamo, invece, che nel 1809 il Ministro dell” Interno, avendo avuto notizia che nel sorteggio di Ottajano c”era stata una qualche stranezza, inviò sul posto, a controllare, il cavalier De Thomasis. Il quale, dopo aver ascoltato le parti, certificò che non era successo niente, “anche se le carte non sono bene in ordine, lo che sarà riparato“.

Così scrisse, testualmente. E quando chiese di controllare qualche lotto, i volponi locali lo condussero nei luoghi più desolati del Piano di Borde, coperti di “spine felci erbe selvagge lapillo ed enormi mole di pietra.”, e gli fecero credere che per invignare quelle lande desolate sotto il Vesuvio fossero necessari, per ogni moggio, 200 ducati e 6 anni di fatica senza frutto. Da dove avrebbero preso i soldi i poveri censuari? Commosso, il De Thomasis autorizzò i 96 infelici a contrarre società con le persone più agiate, ma solo sui frutti. Il 27 febbraio Winspeare espresse al Ministro dell”Interno il sospetto che i 96 coloni possedessero i fondi a titolo di lungo affitto, dopo il quale dovevano passare in proprietà di coloro che hanno somministrato il danaro.

Andati via i Francesi, i Borbone ritornarono in sella, e con loro i Medici di Ottajano. Nel 1817 Luigi de” Medici fece nominare il nipote Michele Intendente della Provincia, e Michele ordinò un”inchiesta sul sorteggio e sul De Thomasis, per dimostrare che era stato tutto un grande imbroglio e che i 96 censuari erano solo dei prestanome delle persone agiate. Le quali, intanto, erano tornate borboniche di pura fede. Luigi de” Medici ordinò al nipote di fermarsi, anche perchè egli stava aggiustando definitivamente le carte per le centinaia di moggia di terra che la famiglia ancora possedeva: e per decine di moggia a querceto si trattava di un possesso illegittimo, esercitato in danno del vero proprietario, il Comune di Ottajano. Ma don Luigi mise a posto tutte le carte.

Nel 1840 quasi l”80% dei 96 lotti era passato di mano: e stavano nelle mani proprio delle persone agiate, di cui aveva fatto cenno nel 1817 Michele de” Medici. Nelle stesse mani c”erano anche pascoli, castagneti e cerreti del demanio comunale, avuti in enfiteusi: ma le persone agiate dimenticarono, per anni, di pagare al Comune il canone stabilito dai contratti. Il Ministero delle Finanze rovesciò sui sindaci di Ottajano fino all”ultimo giorno di vita del Regno un”alluvione di richiami, solleciti, preghiere, censure, intimazioni, perchè gli enfiteuti pagassero gli arretrati – nel 1854 assommavano a migliaia di ducati -, ma non ci fu nulla da fare: dal 1845 in poi non ci fu nessuna certezza nemmeno sull”elenco dei beni comunali dati in concessione. Nelle mani delle stesse persone agiate c”erano le congreghe, altro caposaldo del potere dei galantuomini.

Le congreghe possedevano terre, e possedevano, grazie ai lasciti e ai fitti, liquidità di moneta, ed erano autorizzate a prestar danaro: ai confratelli, che chiedevano un prestito, era riconosciuto il privilegio di averlo con un interesse oscillante tra il 4 e il 5%: un privilegio eccezionale, in un mondo in cui non c”erano banche e gli interessi usurai di norma superavano il 15%. Dunque, le persone agiate non mollavano il priorato delle congreghe, e si capisce perchè: e si capisce perchè in ogni famiglia di galantuomini non mancavano nè il notaio nè il sacerdote.
Nel 1863 il Consiglio Comunale di Ottajano venne sciolto, e il Prefetto inviò come commissario un liberale autentico, Cesare De Martinis, il quale trovò nell”archivio e nei bilanci tali e tanti imbrogli che sospese dal ruolo e dal soldo il segretario comunale Alessandro Ammendola.

Perfino le liste elettorali erano fasulle: dei 676 elettori iscritti nella lista elettorale amministrativa il Commissario fu costretto a depennarne 179, o perchè avevano subito condanne o perchè non sapevano nè leggere nè scrivere. Il nuovo consiglio comunale uscito dalle elezioni reintegrò con onore il segretario comunale, e poichè da Napoli avevano cominciato di nuovo a rompere l”anima con questa storia dell”elenco delle proprietà del Comune, affidarono l”incarico di sistemare questo benedetto archivio comunale a Michele de” Medici. Come si vede, non abbiamo inventato nemmeno il conflitto di interessi.

Dopo un anno di duro lavoro, il Medici prima illustrò al Consiglio l”ordine in cui aveva disposto carte e registri e poi diede la bella notizia che tutti aspettavano: per quanto avesse cercato, ricercato, indagato, esplorato, gli elenchi degli enfiteuti e l”atto di divisione del demanio tra Comune e feudatario – e cioè con la famiglia di don Michele- non erano stati trovati. Nessuno avrebbe più saputo quali e quante fossero state, e ancora fossero, le terre del demanio comunale. Forse ci fu un istintivo applauso. Certo ci fu un profondo lungo commosso sospiro di sollievo. Di tutti.
Chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato. Amen.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA MAGRA

I FANTASTICI RITI DEL VINO VESUVIANO

Le terre vesuviane trasudano di storia e storie, queste ultime nate per cantare le lodi dei vini locali, come il lagrima e il greco, “secco, dallo splendido colore dell”oro, potente al punto che già l”odore trasmette forza all”anima e al corpo…

Il primo ragionato esame dei vini vesuviani si trova nella lettera che il bottigliere di Paolo III, Sante Lancerio, inviò nel 1549 al cardinale Guido Ascanio Sforza. I mercanti e i marinai – dice Lancerio – chiamano latini tutti i vini, eccetto greco, moscatello, mangiaguerra, corso e razzese. Per Paolo III e per il suo bottigliere il Greco di Somma non ha rivali. Può essere fumoso e possente, ma, trattato con cura, diventa dorato e profumato. Il papa ne beveva ad ogni pasto, anche quando viaggiava – tale vino non patisce il travaglio – , e con quello di 6 o di 8 anni, “che era più perfetto“, ogni mattina si bagnava gli occhi e le parti virili. Il ragionamento analogico del papa pare chiaro, e, nella chiarezza, sospetto.

Il greco di Posillipo era poco robusto, pativa il calore dell’estate e i lunghi viaggi, e spesso risultava agrestino e grasso. Il greco d’Ischia, portato a perfezione, era dolce, mordente, di colore incerato: ma talvolta risultava lapposo, allappante, insomma con quel sapore aspro e vischioso che talvolta ha la frutta acerba; ed aveva un colore opaco, che qualcuno rischiarava conciando il vino con le tacchie, e cioè con i gusci, della nocciola di Avella. Paolo III non volle mai bere il greco di Torre, che è schiavo dell”annata: nell’annata cattiva si annerisce, ma anche nella buona è vino per servi e fornaciari: i fornaciari, arrostiti dalle vampe delle fornaci, bevevano di tutto.

Un tale monsignor Capobianco spesso donava al Pontefice qualche botte di greco di Nola, che però egli non gradiva, trovandolo vario nel colore e matroso, grasso, opilativo e verdesco: proprio come il latino bianco di Torre. È una condanna, senza appello: il greco di Nola era contaminato dalla matre, cioè dalla feccia, lasciava in bocca un sapore denso di zolfo, e allo zolfo facevano pensare i suoi riflessi verdazzurro, e, infine, oppilava, ostruiva, tutti i canali anatomici. Insomma, questo Capobianco attentava alla vita del papa, che soffriva di reumatismi. Perciò nelle sere d’estate beveva un delicatissimo vino adatto a donne, a signori e a podagrosi: il Massaquano bianco e rosso, prodotto a Vico e a Sorrento.

Egli rosicava i flussi dell’artrosi con l’asprino bianco e nero di Aversa, il vino prediletto dalle cortigiane e dagli osti napoletani. I quali lodavano anche il mangiaguerra, prodotto tra Angri e Castellammare, in luoghi notoriamente di vendemmia tarda: Paolo III lo teneva in poco conto, non perchè si temeva (o si sperava) che riscaldasse gli umori della lussuria, ma perchè era opilativo e provocava catarro e flemma grossa. Vino pieno, adatto ai vecchi, era considerato l’aglianico rosso di Somma, specie quello odorifero, pastoso e di poco colore. Ai piedi della montagna di Somma un vitigno affine all’aglianico produceva il rosso Fistignano, dolce e gagliardo: quello della masseria di monsignor Domenico Terracina era una rarità, di cui i vicerè spagnoli lasciavano al Pontefice solo una piccola parte.

Di un greco rosso parla, nei primi anni del sec.XVII, anche il vescovo Lancellotti, quando durante la visita pastorale a Somma ricorda ai confratelli del SS. Corpo di Cristo che il greco rosso prodotto nei vigneti della confraternita devono venderlo all”asta, e non portarselo a casa.
In tutti i “casali e luoghi del Somma” – dice Lancerio – si produceva il lagrima, che del resto poteva esser “fatto in tutte le parti del mondo, ove si fa vino”. E il bottigliere del papa dà la spiegazione più seria del nome lagrima: “Si chiama lagrima perchè alla vendemmia colgono l’uva rossa e la mettono nel palmento, ovvero zina, ovvero, alla romana, vasca. E quando è piena, cavano, innanzi che l’uva sia ben pigiata, il vino che può uscire, e lo imbottano. E questo chiamano lagrima, perchè nel vendemmiare, quando l’uva è ben matura, sempre geme”.

Il vero lagrima – ammonisce il bottigliere – è odorifero, mordente, polputo, non del tutto bianco: un vino nobilissimo, ma tutto fuoco e vapori. Diego Moles, che alla metà del sec. XVII fu Presidente della Regia Camera di Napoli, poteva esercitare convenientemente l’altissimo ufficio solo di mattina, poichè, avendo l’abitudine di bere a pranzo lagrima in grande quantità, fino a sera restava in balia dei fumi che gli offuscavano la mente. Anche Andrea Bacci, nel “De naturali vinorum historia”, pubblicata a Roma nel 1597, giudicò senza rivali, tra i vini campani, quelli vesuviani, e tra questi il greco di Somma, secco, dallo splendido colore dell’oro, potente a tal punto che già l”odore trasmetteva forza all”anima e al corpo. Il Bacci non condivideva il giudizio di Paolo III e di Lancerio sul mangiaguerra, ritenendolo un vino robusto e, mescolato con il Greco, capace di combattere il catarro; e faceva venire il nome “lagrima” dal fatto che gli acini non venivano pigiati, ma si lasciava che stillassero naturalmente lacrime di mosto.

Nel 1631 il Vesuvio, che Bernardo Martirano aveva immaginato come un dio che corteggia “la bella Ottajana”, incenerì il territorio con i suoi torrenti di fuoco e tale fu la desolazione che – poetò Giacomo Fenice – Ottajano e Resina / non hanno se volisse pe’ semmenta/ na pecora, no puorco, na jommenta. G.B. Bergazzano attribuì la colpa di tutto al grieco di Somma e al lacrima, che avevano allentato i costumi, dissolto il pudore delle donne e costretto Giove a sprofondare nel fuoco la montagna e le sue vigne.

Scherzava il poeta – barbiere, ma erano seri i teologi della Curia vescovile di Nola quando nel 1640, e poi nel 1668 e poi nel 1672, si riunirono per stabilire cosa bisognasse fare contro i “muroli et le campe”, i terribili insetti che devastavano le vigne tra Lauro e il Vesuvio peggio di un biblico flagello e, divorandone i pampini e i germogli, le riducevano in desolati ammassi di sterpi. Si decise ogni volta che il vescovo di Nola, vestito pontificalmente, dopo aver detto messa davanti alla Chiesa di San Michele in Ottajano, maledicesse gli insetti voraci , figli di Beelzebub signore delle mosche, e intimasse loro di tornare nell’Inferno attraverso le paludi della Longola, lungo il fiume Sarno, o l’Atrio del Cavallo.

Nel 1668, poichè le vigne più devastate erano quelle dei Medici a Terzigno, il vicario del vescovo di Nola lanciò l’anatema contro i muroli anche dalla chiesa di Sant’Antonio, “sita nella massaria di Tommaso Iovino allo Campitello”. La storia del vino vesuviano è fatta anche di questi fantastici riti.
(Fonte foto: Rete Internet)

CIBI E RITI VESUVIANI

A NAPOLI IL FUTURO SINDACO DEVE RIQUALIFICARE PER ATTRARRE

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Per evitare di correre solo dietro le emergenze, chi si candida a sindaco deve puntare sulla riqualificazione di alcune zone della città e farne attrattori di cultura e turismo.
Di Amato Lamberti

Napoli non è Mumbai, come dice Macry (Corriere del Mezzogiorno di domenica scorsa, ndr), anche perchè ha meno di un milione di abitanti e non presenta estese baraccopoli in cui vivono, ridotti allo stato di pura e semplice sopravvivenza, centinaia di migliaia di persone. Le uniche favelas sono quelle di ridotte dimensioni, sparse in piccoli agglomerati su tutto il territorio, in cui vive una popolazione di rom abbandonati a sè stessi e alle loro abitudini e tradizioni. I grandi, come Scampia, e piccoli, come Taverna del Ferro, agglomerati di edilizia economica e popolare, assomigliano alle banlieu francesi, prive come sono di servizi sociali, di luoghi d”aggregazione per i giovani, di strutture positive di socialità.

Non è neppure Barcellona, sempre per riprendere l”esempio di Macry, perchè non riesce a coniugare le esigenze di una moderna socialità fatta di tempo libero, intrattenimento, loisir, consumo e divertimento, con lo straordinario accumulo di palazzi, monumenti, musei, siti archeologici, occasioni culturali, concentrato e affastellato nello spazio ridotto di un centro antico che è l”anima della città, oltre che il suo maggiore richiamo turistico. Le ramblas di Napoli potrebbero essere Piazza mercato, la zona degli Orefici, via Duomo, via Tribunali, San Biagio dei Librai, S.Gregorio Armeno, via Costantinopoli, piazza Bellini, piazza Dante, oltre naturalmente a via Toledo (foto) e via Chiaia.

Ma a nessun amministratore viene in mente di elaborare un progetto che renda vivibile e produttiva, di economia e nuova socialità, l”anima di Napoli, vale a dire il suo Centro Antico. Il Forum Internazionale delle Culture poteva essere l”occasione per mettere in campo un progetto di riqualificazione mirata del “corpo di Napoli”, quello dove lo straniero, artista o viaggiatore che fosse, ha sempre ritrovato nei secoli l”essenza e l”anima della città. Il problema per Napoli non è assomigliare a qualunque altra città, fossero pure Barcellona, Lisbona, Parigi, Vienna, Praga. Napoli ha una sua identità talmente forte da sfidare il tempo, le trasformazioni urbane, i cambiamenti della popolazione, l”incuria degli amministratori, l”ottusità degli speculatori. Napoli è una città magica in tutti i sensi, altro che Praga, ed è questa magia a continuare ad attrarre intellettuali, visitatori, artisti e turisti.

Ma non si può continuare ad intervenire senza un disegno complessivo in testa. A furia di “ripulire” si rischia di “cancellare” la magia dei luoghi e della città. Si prenda esempio, non per copiare, ma per elaborare idee e proposte, da quello che si è fatto nelle città che hanno voluto innanzitutto difendere la loro anima. A Lisbona il quartiere di Alfama, una sorta di Quartieri spagnoli, è stato restaurato eliminando solo le superfetazioni dell”ultimo secolo e gli si è ridato vita con i locali in cui si può vivere l”emozione del “fado”. A Praga, il quartiere “Stare Mesto” è stato difeso dall”assalto della speculazione edilizia vincolandolo totalmente ma favorendo l”insediamento di ristoranti, pub, laboratori artigiani, antiquari, botteghe e studi d”artista. Perchè a Napoli le uniche idee che si mettono in campo debbono privilegiare la speculazione e la distruzione dell”anima della città?

La riqualificazione di alcune zone della città antica, come piazza Mercato, i Quartieri spagnoli, la Sanità, è un problema che va affrontato prima o poi se si vuole realmente far diventare attrattiva la città a livello di cultura e di turismo. Non potrebbe, questa riqualificazione, diventare il programma di chi vuole candidarsi alla guida della città? O Napoli è condannata ad una navigazione a vista che sa correre solo dietro le emergenze?
(Fonte foto: Wikipedia)

CITTÁ AL SETACCIO

PERCHÉ NON SI POSSONO RIMPIANGERE I BORBONE

Di seguito la seconda parte della risposta ai lettori che pongono quesiti e sollevano questioni sulla disamina storica dei fatti accaduti nelle nostre zone a ridosso dell”unità d”Italia.
Di Carmine Cimmino

Dicevano i Greci che nella storia degli individui e in quella dei popoli c”è “il momento”, la circostanza in cui individui e popoli devono svelarsi, e non possono più mentire nè a sè stessi nè agli altri. Il momento di Francesco II si manifesta il 30 maggio 1860, quando, avendo avuto notizia dell”ingresso di Garibaldi in Palermo, egli convoca il Consiglio di Stato, per esaminare e per decidere. E decide di rivolgersi alla Francia, e di aprire un canale diplomatico con Vittorio Emanuele II.

Sono tentativi disperati, che servono a Francesco II solo per misurare con esattezza l”isolamento a cui il padre aveva condannato il Regno e la dinastia decidendo, dopo il “48, che Napoli non avrebbe avuto una politica estera. In quel consiglio di Stato del 30 maggio incomincia a prendere forma un progetto, che si realizza il 25 giugno, con un Atto Sovrano: Francesco II adotta il regime costituzionale e concede l”amnistia per tutti i reati politici. Attenti alle date. Francesco II dà al suo popolo la costituzione mentre Garibaldi sta ancora in Sicilia a riflettere sul groviglio di problemi politici e diplomatici in cui si è infilato prendendo Palermo. La Calabria è ancora saldamente nelle mani dell”esercito borbonico: vi si trovano 16000 soldati, di cui almeno 8000 sono truppa scelta. Li comanda il generale Vial, che ha affidato il controllo di Reggio al generale Gallotti e la difesa dello stretto a una solida squadra navale e alle truppe dei generali Briganti e Melendez.

Eppure, Francesco II concede la costituzione. Alla radice della concessione c”è il riconoscimento degli errori del nonno, Francesco I, e del padre e c”è il ricorso all” espediente di cui la dinastia si era già servita per venir fuori dalle tempeste del “21 e del “48. Ritornato il sereno, Ferdinando I e Ferdinando II si erano rimangiati costituzione e giuramento: e parve ad alcuni che Francesco II fosse stato condannato dal destino a pagare quei tradimenti. Anche gli storici più benevoli con gli ultimi Borbone riconoscono che quella concessione, fatta fuori tempo massimo, scardinò il sistema: quando Garibaldi sbarcò in Calabria, il Regno si stava già sfasciando.

Il nuovo governo presieduto da Antonio Spinelli allontana i funzionari più compromessi e sottopone la polizia a uno spurgo così radicale che l”8 agosto – Garibaldi sta ancora in Sicilia – il prefetto di polizia avverte il ministro dell”interno Liborio Romano che l”ordine pubblico non può essere garantito nemmeno nella capitale (Archivio di Stato di Napoli, Ministero di polizia, fasci 1144-48). Il 5 luglio il governo aveva approvato la legge per la creazione della Guardia Nazionale di Napoli, ma aveva aspettato due settimane prima di estendere il provvedimento a tutti i comuni del Regno: sapeva, forse, che sarebbe rimasto lettera morta. La Guardia nazionale avrebbe dovuto armarsi con i fucili delle disciolte guardie urbane, odiate dalla gente non meno della polizia: ma perfino a pochi chilometri da Napoli, a Portici, a San Giorgio a Cremano, a Somma, i “fedelissimi” urbani avevano nascosto sciabole, schioppi e munizioni e ne ritardavano la consegna.

Il 23 luglio il governo autorizzò gli Intendenti a rinnovare la metà dei decurionati (i consigli comunali) e a nominare nuovi sindaci al posto di quelli troppo manifestamente antiliberali. Sarebbe interessante il racconto di quello che avvenne nei comuni vesuviani quando l”Intendente di Napoli cercò di applicare il decreto. Solo a Sant”Anastasia e a Torre Annunziata si trovò un liberale moderato che avesse i requisiti e accettasse la nomina. Francesco II venne abbandonato anche dal clero. Il 26 giugno, il giorno dopo la pubblicazione dell” Atto Sovrano con cui egli concedeva la costituzione, il cardinale Riario Sforza, arcivescovo di Napoli, gli scrisse personalmente per ricordargli che la libertà di stampa e l”istituzione della guardia nazionale e dei circoli popolari costituivano una grave minaccia per l”ordine sociale ed erano atti contrari agli interessi e alla dottrina della Chiesa. Proprio così scrisse il Cardinale.

Molti vescovi, consapevoli dell”ostilità che la gente provava nei loro confronti, dopo il 25 giugno abbandonarono le loro sedi. L”ostilità nasceva dall”urgenza della miseria e dalla fame di terre. In Basilicata, in Puglia, nell”alta Calabria, ma anche nel Cilento e nella stessa Provincia di Napoli curie vescovili e ordini religiosi avevano allungato le mani rapaci sui demani comunali, spartendoseli, dovunque, con le “cricche” dei “galantuomini” locali, in quel rimescolio di atti falsificati e di documenti occultati e distrutti che è la nera matrice delle pagine più vergognose della storia del Sud, e che ha contaminato alle radici le relazioni sociali delle comunità imprimendo sull”immagine della proprietà fondiaria il sospetto del dolo e del latrocinio.

Francesco II cercò di rassicurare i rapaci usurpatori promettendo che “i demani usurpati” non sarebbero stati toccati, ma dopo il 25 giugno accadde ciò che era accaduto dopo la costituzione del “21 e dopo quella del “48. I contadini invasero le terre dei vescovi e dei monasteri e pretesero che i Comuni, riacquistatane la proprietà, le distribuissero in quote tra coloro che avevano il diritto e il bisogno di coltivarle. Il 2 agosto 1860 i contadini di Bronte, illudendosi che Garibaldi portasse qualcosa di veramente nuovo, cercarono di ottenere con la forza ciò che il potere borbonico negava da quaranta anni: la divisione delle terre demaniali, e in particolare di quelle che nel 1798 i Borbone avevano regalato, insieme con il titolo di duca, all”ammiraglio Nelson.

I fatti sono noti: l”episodio esemplare dettò a Verga un capolavoro assoluto, la novella Libertà. I ribelli incendiarono l”archivio comunale, massacrarono i “galantuomini” che erano il perno del potere borbonico, e cioè il notaio e l”avvocato, e non risparmiarono i loro figli. Sollecitati dal console inglese, arrivarono i garibaldini: Bixio arrestò i colpevoli, veri e presunti, dell”eccidio, fucilò, minacciò, riportò l”ordine a Bronte. Fece quello che non avrebbe fatto nemmeno Salvatore Maniscalco, che nel “51 Ferdinando II aveva messo a capo della polizia dell”isola.

Ora, mi pare strano che i nostalgici dei Borbone si approprino l”eccidio di Bronte. Bixio arrestò e fucilò dei “ribelli” che non avevano preso le armi contro i Piemontesi, ma contro gli uomini di penna e di toga, contro i “galantuomini” che incarnavano, ai loro occhi, una dinastia in cui i loro occhi non vedevano che il potere del sopruso e del privilegio.

Questo è il nodo del problema. La borghesia agraria si schierò con i Piemontesi a patto che “cambiassero tutto, affinchè nulla cambiasse”. Nei prossimi articoli descriveremo i giorni nefasti del biennio 1860 – 61 in cui i liberali napoletani contribuirono a costruire lo sgangherato edificio in cui siamo costretti ad abitare, e presenteremo un Gattopardo vesuviano, Giuseppe IV Medici, principe di Ottajano.
(Fonte foto: Repubblica.it)

LA PRIMA PARTE DELLA RISPOSTA

LO SAPEVATE CHE LA CLAQUE É NATA A NAPOLI…

Nei Riti che di solito raccontiamo, oggi trova spazio anche una curiosità storica, che vede Napoli e i napoletani spalle dei primi attori. Parliamo del debutto a Napoli di Nerone cantante, dei tipi di applauso: rombi, tegole e mattoni…

Il pubblico di Napoli svolse un ruolo decisivo nello sviluppo della cultura dell”applauso: basti pensare che inventò la claque. Duemila anni fa, grazie a Nerone e alla sua passione per il canto. In un primo tempo l”imperatore si accontentò di ascoltare Terpno che ogni sera, a chiusura del banchetto, prendeva la cetra e si esibiva fino a notte fonda. Poi decise di emularlo. Prima di tutto, irrobustì la voce, che era tenue, e aveva un timbro “fosco” che sarebbe andato bene, duemila anni dopo, per le canzoni dell”esistenzialismo e della mala, ma che non si adattava alla musica e ai testi dell”epoca. Per dar forza a questa sua voce particolare, Nerone accettò di farsi torturare: si sdraiava a terra, sul dorso, e si faceva piazzare sul petto una lastra di piombo, e così sforzava, a lungo, il respiro; si purgava con clisteri, non mangiava frutta, e spesso si accontentava di un piatto di porri all”olio.

Grazie a Nerone, i porri diventarono un ortaggio alla moda: i più ricercati venivano dall” Egitto, da Ostia e da Ariccia. I medici li consigliavano come lassativo e come rinfrescante, e non escludevano che fossero afrodisiaci, poichè il porro “odia il suolo irrigato, e ama il concime e la terra grassa”.
Tanti sacrifici, sopportati in nome dell”arte, non furono vani: l”imperatore incominciò a esibirsi per gli intimi, e a ogni esibizione crescevano il controllo delle tecniche e la qualità del canto, e soprattutto crescevano gli applausi. Quando fu pienamente sicuro di sè, Nerone decise di esibirsi in pubblico: la musica che resta nascosta non viene apprezzata da nessuno. Ma dove debuttare?

Se egli fosse stato veramente quel Nerone che ci hanno dipinto a nero di seppia, avrebbe debuttato direttamente in Grecia, la terra sacra del canto e della musica; sarebbero stati applausi a scena aperta, anche se non avesse aperto la bocca; si sarebbero sbracciati, i Greci, a chiedergli il bis, e a pregarlo di prolungare la tournèe, anche se non avesse indovinato una nota.

Ma l”imperatore mostrò rispetto di sè e della sua vocazione. Scartò Roma, considerando i Romani troppo incompetenti di musica, e scelse Napoli, città di spiriti e di umori ancora tutti greci, e dunque esperta di canto e di cantanti, e teatro continuo di spettacoli d”ogni genere.
Il debutto di Nerone fu un trionfo, prima, durante e dopo. E non solo per lo scroscio ininterrotto degli applausi. Finito lo spettacolo, gli spettatori uscirono dal teatro, ancora acclamando con l”ultimo soffio di voce, e battendo ancora le mani; e l”ultimo gruppo s”era appena allontanato, quando una scossa di terremoto buttò giù l”edificio. Svetonio dice invece che la scossa ci fu a spettacolo in corso, e che Nerone non si mosse finchè non portò a termine il pezzo che aveva iniziato.

Un dato è certo: il terremoto non fece nè morti nè feriti. Si può supporre che i Napoletani, nella valutazione del fatto, si siano divisi in due partiti: di qua i pessimisti, immediatamente persuasi che Nerone portasse jella, dall”altra, gli altri, convinti del contrario: sì il terremoto c”è stato, ma siamo tutti salvi e sani: nemmeno un graffio. E dunque questo imperatore porta bene, altro che jella. Vinse questa seconda dottrina, poichè Nerone continuò a esibirsi a Napoli. Avendo apprezzato gli elogi musicali che gli cantavano alcuni Alessandrini appena arrivati in città con le navi del grano, l”imperatore fece venire dall”Egitto i loro concittadini più bravi in simili pratiche, li aggregò a cinquemila robusti giovanotti che erano il fiore della plebe di Napoli, divise la massa in squadre, e ordinò che imparassero i tipi fondamentali dell”applauso: a partire dai “bombi”, i ronzii, che ne costituivano il suono di base, e restavano compatti nel crescendo.

In questo corpo si innestavano, a comando, le impennate vertiginose, le vibrazioni estreme. Che si chiamavano “tegole”, perchè le mani si tenevano incavate, e ne veniva fuori un fragore sordo, la cupa minaccia di una tempesta imminente; e si chiamavano “mattoni”, perchè le palme delle mani cozzavano violentemente, producendo uno strepito secco, chiaro, uno sparo, come di due mattoni che si urtano, o di mano che batte con forza l”argilla nella forma. I clacchisti si distinguevano per le folte chiome e per l” eleganza dell”abbigliamento; i loro capi guadagnavano decine di migliaia di sesterzi. Il potere è sempre stato generoso con clacchisti semplici e direttori di claque.

A Napoli Nerone apprese che le Gallie si erano ribellate sotto la guida di Vindice, e che era incominciato l”ultimo atto della sua vita e del suo impero. E lui, questo epilogo, lo visse e lo recitò in uno stato in cui la realtà e la scena, il ruolo dell”imperatore e le maschere dell”attore musicista e cantante costituivano oramai un tutt”uno. Delle accuse e degli oltraggi che i ribelli gli rivolgevano nei loro editti, lo facevano incavolare soprattutto le espressioni di disprezzo riservate alla sua arte.

Negli ultimi giorni, quando anche i Romani lo mollarono, e già si udiva il passo cadenzato delle legioni dei “liberatori”, qualcuno scrisse sulle colonne della città che con il suo canto Nerone aveva svegliato anche i galli (e si giocava sul duplice significato del termine “gallus”, che in latino indica il popolo e anche il re del pollaio): insomma, è venuto il momento di dirti la verità: tu non canti: tu strilli. Come si vede, l”arte italica di cacciar fuori il coraggio quando non si corrono più rischi ha radici antiche. L”imperatore cantante cercò di sottrarsi al destino di morte: ma quando tentò di convincere gli ufficiali della sua guardia del corpo a fuggire con lui in Asia, uno di essi lo sbeffeggiò recitandogli un verso di Virgilio: “Fino a questo punto è penoso morire?” (e penso a certi professoroni francesi che hanno osato sostenere che i Romani non avevano senso dell”umorismo).

Quando infine si accorse che arrivavano i cavalieri incaricati di prenderlo vivo, Nerone declamò con voce tremante un bel verso di Omero: “mi giunge all”orecchio il galoppo dei cavalli veloci”, e con l”aiuto del liberto Epafrodito si cacciò un pugnale in gola. Poco prima, aveva detto: “Quale artista muore con me”. Che mi pare un”espressione monumentale.
Chiamare gli applausi tegole e mattoni non era stata una grande idea: con quei nomi uno scroscio di applausi uccide.
(Fonte foto: gsr-roma.com)

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