La storia della cucina napoletana ha orientato la selezione dei vitigni e dei vini vesuviani. E così, accanto al lacrima, vi fu la riscoperta del fiano e del falanghina. Di Carmine CimminoLa cucina di Amalfi e Sorrento, trionfo di mare, conquistò definitivamente Napoli a metà dell’Ottocento: fu una vittoria schiacciante sulla cucina puteolana, a cui fu riconosciuto l’onore delle armi, soprattutto per i suoi “primi“, che coniugavano pasta e sughi di pesce. L’avanzata dei piatti della costiera amalfitana fu mirabilmente sostenuta dai cuochi di Torre Annunziata e di Torre del Greco. Da qui, dopo la seconda guerra mondiale, partì la conquista del Vesuviano, “luogo“ di cantine e di osterie: vi dominava ancora la cucina della carne e dell’orto, che resistette con onore alle “invenzioni“ dei cuochi della Casina Rossa, ma alla fine dovette cedere.
La storia della così detta cucina napoletana è la storia di questa duplice, lenta, conquista, che, tra l’altro, orientò la selezione dei vitigni e dei vini vesuviani e, pur confermando il primato del lacrima, avviò la riscoperta del fiano e del falanghina. Alla base di tutto questo c’era una profonda rivoluzione della fisiologia del gusto, che coinvolgeva tutti i sensi e, dunque, la percezione non solo dei sapori, ma anche degli odori, dei colori e delle forme. Non voglio fare polemica, perché sono uomo di pace cittadino di una “città di pace“, ma non posso non osservare che nessuno degli scrittori “culinari“ di Napoli, che sono un esercito, ha trattato questo tema. L’ anno della svolta fu il 1843.
In quell’anno furono autorizzati ad aprire “la calata a mare“, perché i loro ospiti potessero fare i bagni, i più importanti locandieri di Sorrento: Gaetano Sperindeo, proprietario della locanda “Villa Pisani“, Raffaele Attardi, del Cocumella, e il padrone dell’ Albergo delle Sirene. L’anno successivo il permesso fu dato anche per le case che tenevano in Sorrento il principe di Santaseverina, il principe di Strongoli, il conte di Terranova, gli inglesi Alexander Goode e Pituan, proprietario di Villa Losa, la signora Lindheimer, il signor Lagrange, proprietario di Villa De Angelis. Analogo permesso ebbe padre Giuseppe da Sant’ Eramo, guardiano del monastero dei Minori Osservanti di S.Francesco in Sorrento, “perché possa quella famiglia fare i bagni“.
I “turisti“, sempre più numerosi di “stagione“ in “stagione“, gustavano i piatti dei cuochi “sorrentini“ (erano quasi tutti di Ravello e di Furore) e ne cantavano le lodi per l’ Europa intera.
Nel 1840 Carlo Augusto Mayer visitò Madonna dell’ Arco il lunedì d’albis e si sedette in mezzo ai “fujenti“ nella cantina con pergolato che si trovava proprio di fronte al santuario e che circa venti anni prima Franz Vervloet aveva disegnato, a filo di ferro, e cioè senza staccare la matita dal foglio, in una splendida carta. Mayer descrisse la folla dei devoti che presi da una implacabile frenesia ballavano senza sosta la tarantella, mentre nell’enorme cucina “gli spiedi si voltavano lietamente e i pesci si crogiolavano nella padella“. Sulla terrazza, all’ombra della pergola, le ragazze del paese servirono allo straniero un piatto di maccheroni e ne ricevettero, dono strano e gradito, tranci di tonno.
In “Ninfa plebea“, l’ultimo romanzo di Domenico Rea, Miluzza, ‘Ntuono e il nonno vanno in pellegrinaggio al Santuario di Madonna dell’ Arco, attraversando in barroccio la vasta campagna coltivata “pomodori, insalate, cappucce e scarola, con gli alberi già carichi di albicocche, ciliegie, nespole, pesche e i primi fiordifichi e papaveri e ginestre buttati a manipoli“. Dopo aver venerato la miracolosa immagine della Madonna, i tre vanno a consumare il pranzo “votivo“ in una cantina prossima al santuario: pane biscottato di granone, “i recipienti pronti per bagnarlo“, “sperlunghe di provolone piccante“, salame napoletano col pepe, finocchi in pinzimonio, il carciofo mammarella, “la madre di tutti i carciofi“. I clienti bevono boccali spumeggianti non di vino vesuviano, ma di vino rosso di Gragnano e innaffiano il “tuocco“ finale con “una decina di bottiglie di Solopaca“.
La cantina è quella d’ “ ‘o zuoppo“. Nella scelta del nome l’immaginazione di Rea non si è accesa. Anche in una poesia di Ferdinando Russo c’è “ ‘a cantina d’ ‘o zuoppo “: ‘na cantina / mmiezo ‘e Pparule, arreto ‘e cretajuole, / addò se ntrattenevano, ‘a matina, / chille ca vanno a faticà ‘e rriggiole.
Nel 1853 Gregorovius scalò una prima volta il Vesuvio fino alla chiesa di San Salvatore e vi comprò un’ottima colazione e una bottiglia di lacrima dal parroco di Resina, don Michele, che aveva giurisdizione sul “lucrativo luogo“. Pochi giorni dopo Gregorovius salì sul vulcano lungo la lava del ’50, tra i “singolari villaggi“ di Boscoreale e Boscotrecase, in cui lo storico dice di non aver trovato “un bel viso“, avendo la popolazione “l’aria selvaggia, timida e povera“, e di aver chiesto invano della frutta: infine, fu costretto a saziare la fame con le carrube rubate a un cavallo. Gregorovius andò poi a Nola, per la festa di San Paolino. In una taverna vide gli avventori consumare festosamente gigantesche porzioni di pasta e di abbacchio e bere copiosamente vino, non da bicchieri di vetro, “come nell’Italia settentrionale e centrale“, ma da anfore.
L’anfora scosse la sua immaginazione: nell’assopimento, che l’afa e il vino favorivano, lo vinsero le “fantasie“ della storia di Nola, Marcello, Annibale, Augusto morente, Livia e Tiberio. E mentre saliva al Monastero di Sant’Angelo, Gregorovius vedeva ormai il mondo attraverso le memorie del mondo antico: in questa luce gli apparve , circondata dalle sue belle nipoti, una “matrona“ di circa 80 anni, “d’una bellezza classica“, alta e robusta, avvolta “in una veste lunga dalle abbondanti pieghe, in seta color cremisi con un largo orlo di broccato d’oro, la vita alta, alla maniera greca“. Una Madre mediterranea.
Di assai diverso metallo fu lo stupore con cui, proprio in quei giorni, un “capourbano“ di Torre Annunziata descrisse le pantagrueliche porzioni di pasta al ragù e di arrosto di “negro”, il nero maiale casertano, che erano state consumate nella taverna di Vincenzo Sale, a spese del Comune di Torre, da 6 preti di Potenza, accusati di sedizione, e dai 3 soldati che li accompagnavano alle carceri di Napoli. Al centro del rozzo tavolo c’erano due sole zuppiere: una colma di pasta, l’altra di arrosto. E sediziosi e carcerieri mangiavano fraternamente nello stesso piatto.
Anche sotto i Borbone, le cantine e le taverne diventavano spesso teatro di libertà e di uguaglianza. Ma per la storia della civiltà del cibo, queste due zuppiere “comuni“ , da cui prendono pasta e carne i soldati e i preti due volte sediziosi (verso Cristo e verso il re), sono molto più importanti degli alimenti che esse contengono.
(Fonte foto: Rete Internet)

