I MIEI PRIMI GIORNI DI SCUOLA

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Quanti primi giorni di scuola mi si sono affollati nella mente durante il circle time con il quale, come ormai da oltre un lustro, avvio l”anno scolastico! Tutti carichi di irripetibili emozioni. Di Annamaria Franzoni

Il Circle time costituisce una metodologia utile sia nelle attività con gli adulti che con i giovani, della quale mi servo spesso nei diversi momenti del mio lavoro.
Si tratta di una tecnica finalizzata a sostenere momenti particolari del percorso di formazione di un gruppo che intende avviare un processo di condivisione partecipata dell’apprendimento, dando rilievo agli aspetti emozionali che esso comporta.

Ogni volta sono numerosissime le sollecitazioni che tale attività provoca sia in me, che conduco il circle time, sia nei giovani adolescenti, che spesso per la prima volta si sentono coinvolti in un’esperienza che attiva dinamiche relazionali complesse.
 
I giovani allievi della I g, al loro primo ingresso nel Liceo Mercalli hanno dimostrato, sebbene con un po’ di imbarazzo, una buona capacità di ascolto autentico del portato emotivo e storico di ciascuno. Infatti, nonostante l’emozione di quanti di volta in volta hanno preso la parola, ciascuno si è sforzato di uscire da sé per ascoltare l’altro, accogliere con fiducia e curiosità ciò che il compagno offriva.

Ritengo che vivere questa esperienza abbia costituito per i giovani allievi un significativo avvio del processo di insegnamento/apprendimento e abbia costituito la premessa essenziale per una relazione autentica, condizione irrinunciabile da cui partire per poter poi attivare processi di apprendimento.

Le persone che quotidianamente incontriamo, nel nostro lavoro e nella vita, sono permeati di emozioni, di esperienze storico-biografiche e di relazioni che ci formano e ci tras/formano e la riflessione personale e collettiva su questi elementi può aiutarci a conoscere e ri/conoscere noi stessi, ma anche gli altri con i quali ci troviamo quotidianamente a condividere tempi e spazi.

Sono emersi, così, una serie di spunti interessanti dalle storie sinteticamente raccontate dagli allievi: brevi cenni sulla propria biografia, hobby, passioni, il ricordo più bello della propria vita scolastica, il momento più difficile vissuto tra i banchi di scuola, la persona più cara del percorso scolastico, quella più odiata…. fino a quando, terminato il giro si è giunti a me e naturalmente anch’io mi sono messa in gioco, raccontando qualche pezzetto della mia ormai lunga vita scolastica e personale.

Così le prime due ore di lezione sono volate in fretta e il suono della campanella ci ha colti di sorpresa mentre forse eravamo già un “gruppo” pronto ad affrontare “insieme” il percorso di formazione e crescita del primo anno della scuola superiore.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

LA FILOSOFIA DEI MACCHERONI

Per una filosofia dei maccheroni. Prima parte: la rivolta dei vermicelli. Di Carmine CimminoSi ribellavano a qualcosa. Fu subito chiaro che era in atto una protesta. I maccheroni, i doppi e i fini, ziti, candele, linguine, spaghetti e vermicelli, tutti nati dal grano più prezioso, tutti fabbricati dalle ditte più antiche e più gloriose, tutti cotti al dente, in un modo e in una misura che anche i denti più sensibili e severi avrebbero giudicato perfettamente consoni alla musica dei tempi di cottura: tutti, insomma, proprio tutti, giacevano sul fondo della zuppiera. Sfatti. Prima si sfilacciavano come gomma da masticare e poi si incollavano l’uno all’altro fino a squagliarsi in disgustosi grumi bianchicci.

Qualcuno notò che lo snervamento e l’ammosciamento iniziavano al primo contatto con la salsa, come se i maccheroni tentassero di dire che non volevano essere né sommersi né macchiati e nemmeno colorati dalla rossa poltiglia. Ci furono scene di panico: anche gli ottimisti di professione considerarono imminente la catastrofe della cucina napoletana, se i maccheroni avessero deciso di rompere, dopo due secoli di fedeltà, un matrimonio che sembrava felice. Qualcuno arrivò a pensare che dietro ci fosse il nero disegno dei nordisti di conquistare l’ultimo baluardo del Sud sommergendo il rosso dei San Marzano nel verde del pesto, e cacciando via dalle pentole il ragù di Eduardo per riempirle con il tritume della bolognese. Ma, per fortuna, il timore si dissolse subito.

I maccheroni si ribellavano non ai pomodori in quanto pomodori, ma ai pomodori cinesi, che, chiusi in bottiglie e barattoli, interi e passati, liquefatti o a pezzettoni, avevano preso possesso degli scaffali in un gran numero di supermercati campani.

Pomodori cinesi. Non è stata una protesta razzista. La storia dei maccheroni è un impasto di umiltà e di generosità e di spiriti democratici. Vanno d’accordo con tutti, perfino con i pomodori padani. Ma non sopportano le controfigure, i surrogati, le copie. I pomodori cinesi sono pomodori cinesi, con i pomodori italiani hanno in comune vaghi tratti della forma, vaghi spunti di sapore, assai vaghi toni di colore. E il nome. Ma non il sole, non l’acqua, non i sali, non la terra, non il mistero della sfumatura d’acido che apre la porta al sapore dell’asprezza nobile e decisa. E se Arabi e Cinesi hanno inventato gli spaghetti, sono spaghetti arabi e cinesi. I maccheroni napoletani sono tutta un’altra pasta.

I maccheroni napoletani incarnano nella semola (chiedo scusa per il cozzo delle immagini, della carne e della semola) i valori della lingua napoletana e perfino l’essenza profana dei riti sacri. Lo sostiene un noto antropologo, che ha trovato il filo , un filo rosso, suppongo, che lega il rosso della salsa di pomodoro con il rosso del sangue di San Gennaro. E io vorrei srotolare questo filo fino ai vini rossi del Vesuvio, che non vedo perché devono restar fuori dal giro. I maccheroni, quelli lunghi (i veri e soli maccheroni), sono le travi su cui si regge l’ identità nostra, lo sono più della pasta corta e più della pizza, che si sono lasciate incantare dalle sirene del mondo globale e perciò si prestano a ogni gioco di cucina e a ogni condimento. Aspirano ad essere internazionali, e si troveranno apolidi, senza patria e senza radici.

Dunque, i maccheroni sono la categoria prima della nostra civiltà, la forma a priori che ci consente di costituire l’ordine del nostro mondo, l’inizio e il fine di ogni nostro percorso. Una filosofia dei maccheroni non solo è possibile, ma è doverosa: una filosofia sistematica che affronti tutte le questioni: la psicologia della conoscenza, l’etica, la morale e la politica (la rivoluzionaria dottrina politica dei maccheroni), e l’estetica. Mi si conceda questa innocente presunzione: nessuno ha mai scritto della filosofia estetica dei maccheroni. Io sarò il primo.

Una sociologia degli spaghetti venne tentata, su suggerimento di Pasquale Barracano, da sei Maestri della cultura e della penna: Giovanni Artieri, Alberto Consiglio, Giuseppe Longo, Paolo Monelli, Mario Stefanile, e Virgilio Lilli, che fu anche un grande pittore. Artieri, Consiglio e Stefanile erano napoletani; Longo era siciliano, e Lilli cosentino di nascita, ma romano di umori e di cultura.

Il modenese Paolo Monelli era padano ed europeo: proprio così scrisse Artieri, inquieto profeta. I loro scritti confluirono nel libro Spaghetti d’oro, che venne pubblicato, fuori commercio, dal Centro ricerche sulle paste alimentari. Era il 1968. Sedici anni dopo Giovanni Artieri raccontò quell’ avventura in Napoli contraffatta, in un memorabile capitolo intitolato Introduzione a una filosofia degli spaghetti, in pagine così scintillanti di intelligenza e di gusto, così dense di spunti d’ironia e di concetti seri e profondi, che quella Introduzione avrebbe meritato un seguito. Ma i sei Maestri sono stati generosi nel regalare suggerimenti e connessioni concettuali e sentimentali a chi voglia riprendere il discorso.

Alberto Consiglio osservò che i vermicelli sono una variazione, una sintesi, una elaborazione e sofisticazione del pane: candido, semplice, filiforme, comodo a trangugiarsi anche senza denti. Il vermicello è un pane che cerca condimento. È una visione romantica. Il vermicello, candido e semplice come Werther o come Jacopo Ortis, cerca quel condimento che lo esalterà e, esaltandolo, lo porterà a dissolversi: trangugiato, assaporato, inghiottito, trasformato in nutrimento vitale del corpo, in voluttà dei sensi, in piacere della rimembranza. In questo i maccheroni si distinguono da ogni altro cibo: il mangiarli non è un imperativo della fame o della gola, ma è l’atto di un soggetto che riflette su sé stesso, è un esame di coscienza.

I maccheroni vanno mangiati a testa alta: e, prima che in bocca, la forchetta deve portarli all’altezza degli occhi di chi sta per mangiarli, perché l’uno e gli altri, congiunti dalla forchetta, si confrontino . Alla prossima.

CIBI E RITI VESUVIANI

COSA FARE DOPO ATRANI (E PRIMA DI ALTRI DISASTRI)

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Non ha senso invitare i cittadini delle aree esposte a rischi ad andare via, abbandonando case, affetti, tradizioni. Semmai, va risanato il territorio, senza guardare in faccia a nessuno. Di Amato Lamberti

È stata sufficiente una pioggia abbondante a provocare un vero e proprio disastro ad Atrani (foto). Le immagini televisive, con la fiumana che trascinava auto e moto oltre a cumuli di rottami di ogni specie, sono state eloquenti: un torrente in piena ha invaso la strada e la piazzetta di Atrani travolgendo tutto quello che incontrava e seppellendo la piazzetta sotto una montagna di fango, provocando anche la scomparsa di una ragazza che lavorava come barista in uno dei locali della piazzetta. Disastro annunciato hanno titolato i giornali. Disastro annunciato hanno detto i geologi. Disastro annunciato hanno ripetuto gli abitanti della cittadina.

Anche gli amministratori del paese hanno parlato di disastro annunciato come se non fosse un loro problema quello di intervenire sulle situazioni giudicate pericolose. L’assessore regionale se l’è cavata affermando che l’80% del territorio della costiera amalfitana, uno dei luoghi più belli del mondo che attira da secoli folle di turisti, è a rischio frane e smottamenti che possono essere anche catastrofici e consigliando, quindi, agli abitanti di andarsene e cercare luoghi più sicuri da abitare. In altre parole gli abitanti di Amalfi, Maiori, Minori, Positano, Furore, Cetara, Ravello, Scala farebbero meglio a fare le valige perché non è neppure pensabile la messa in sicurezza del territorio perché le opere di ingegneria necessarie stravolgerebbero il territorio facendogli perdere il fascino ambientale e naturalistico che ha reso famosa la costiera.

Un ragionamento un po’ strano perché è chiaro che se il territorio è pericoloso per gli abitanti, lo è anche per i turisti che dovrebbero, quindi, essere anche loro invitati a cercare luoghi più sicuri. Un discorso non nuovo perché ripropone quello fatto per l’area vesuviana. Le città vesuviane non sono sicure perché il Vesuvio potrebbe anche esplodere prima o poi, perciò è meglio andarsene in luoghi più sicuri abbandonando case, terreni, affetti, tradizioni. Un invito che non è stato preso in seria considerazione dagli abitanti delle città vesuviane così come avverrà per quello indirizzato agli abitanti dei paesi della costiera amalfitana. Con questo modo di ragionare quasi tutti gli abitanti della Campania dovrebbero spostarsi perché frane, smottamenti, eventi disastrosi si sono in questi ultimi anni registrati un po’ dovunque, a Sarno, a Bracigliano, a Gragnano, ad Afragola, a Scafati, a Castellammare, a Ischia, a Ravello, nel Sannio, in Irpinia, nel Salernitano; senza contare le voragini che si aprono a Napoli e in molte altre città.

A mio avviso, il ragionamento dovrebbe essere diverso. Prendiamo atto che il territorio è stato reso insicuro dal massacro continuo di costruzioni, case, edifici pubblici e strade, che non hanno rispettato neppure le regole più elementari che impongono di costruire in zone sismica con criteri antisismici e di non costruire in zone ad elevato rischio idrogeologico. Questo massacro negli ultimi venti anni invece di arrestarsi, essendo cresciuta una consapevolezza ambientalista, è letteralmente esploso per ragioni le più diverse e non solo perché la camorra ha investito nel calcestruzzo e nelle costruzioni. Innanzitutto è esploso per colpa di amministratori che invece di frenare le speculazioni hanno chiuso gli occhi, quando non le hanno favorite per fare consenso elettorale e, molto spesso, per fare anche soldi.

Il caso di Giugliano, che ho raccontato in un precedente intervento, è emblematico: anche chi aveva il dovere di intervenire contro l’abusivismo edilizio ha preferito fare soldi approfittando del fatto che gli amministratori erano colpevolmente distratti. Oggi non si può più fare finta di niente: bisogna rimboccarsi le maniche e riparare ai danni prodotti dalla speculazione, dall’abusivismo, dall’inerzia colpevole degli amministratori.

Un lavoro di ricucitura e risanamento del territorio che non deve guardare in faccia a nessuno nella ricerca delle responsabilità, ma deve essere capace di salvaguardare i bisogni dei cittadini, dalla casa, alle strade, ai servizi essenziali. Ma anche ai diritti, dall’aria, all’acqua, alla terra non inquinate, fino alla sicurezza di poter vivere in un luogo senza essere terrorizzati se la pioggia cade un po’ più abbondante del solito.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI AMATO LAMBERTI

IL DIRITTO ALLA RABBIA

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La cronaca politica stuzzica e provoca la rubrica “La storia magra”. A 150 anni dall”ingresso di Garibaldi a Napoli, il centro sociale Laboratorio Insurgencia ha cancellato dalle vie i nomi dei Savoia e di Garibaldi. Di Carmine Cimmino

E dunque, a 150 anni esatti dall’ingresso di Garibaldi in Napoli, il laboratorio Insurgencia ha cancellato dalle vie, in nome dell’orgoglio napoletano, i nomi dei Savoia e di Garibaldi e li ha sostituti con i nomi dei briganti, e degli eroi del Sud, con i nomi limpidissimi di Peppino Impastato e di Pio La Torre. E per sottolineare la continuità dell’antimeridionalismo dei governi del Nord, gli autori della protesta hanno messo in mano alla statua di Garibaldi un vessillo della Lega (foto). L’immagine dell’eroe dei due mondi che regge la sventolante bandiera di Bossi, Borghezio e Calderoli è un documento epico della genialità con cui i napoletani, quando sono ispirati, sanno condurre la polemica: quali che siano le armi: le parole, i gesti, le immagini, le frecce dell’ironia, le spade del sarcasmo.

Significherà pure qualcosa il fatto che per almeno due secoli gli spadaccini di Napoli sono stati considerati, in Italia e in Europa, i maestri assoluti , nella teoria e nella prassi, della nobile arte della scherma, i campioni temibili del duello all’arma bianca.

I Savoia non mi sono stati mai simpatici. Poiché non so ballare, diciamo che non ho il fisico, invidio tutti (no, non proprio tutti) i ballerini piroettanti e perciò ho invidiato l’agilità di danseur del più giovane virgulto della fu casa reale: senza scandalizzarmi: chi nasce italiano nasce già vaccinato contro la meraviglia: figuriamoci chi nasce italiano e napoletano. I Savoia non mi sono simpatici perché sono nato pochi anni dopo la fine della guerra, e le prime storie che ho sentito raccontare erano storie recenti di tedeschi che, ritirandosi da Salerno verso Napoli, attraversavano i paesi vesuviani, appiccavano il fuoco alle case, massacravano, saccheggiavano.

Ricordo, è un ricordo vivo come tutti i ricordi di esperienze che orientano per sempre il modo di vedere il mondo, ricordo la dolcissima e saggia “maestra“ delle elementari metterci in fila, ogni giorno, e spalmare un po’ di formaggio fuso sulla fetta di pane che le nostre avide mani tendevano verso di lei.

Il formaggio lo attingeva da un giallo bidoncino su cui era scritto: dono dei bambini americani ai bambini italiani. E sentivo mio padre, uomo di poche parole, che aveva combattuto nei Balcani, e a cui il freddo delle montagne del Montenegro e l’impossibilità di procurarsi medicine avevano distrutto un polmone, lo sentivo parlare con rabbia di Vittorio Emanale III che durante la prima guerra mondiale non aveva impedito a Cadorna di mandare centinaia di migliaia di giovani italiani, in gran parte giovani del Sud, a farsi macellare dalle mitragliatrici austriache; che aveva abbandonato l’Italia a Mussolini; che aveva abbandonato Roma ai nazisti.

Suo nonno, Vittorio Emanuele II non si sarebbe comportato così. Il primo re d’Italia fu un uomo coraggioso: ma i suoi occhi e la sua mente, la sua parlata e i suoi gusti non andavano oltre Genova, tanto che si sentì estraneo a Firenze e a Roma, le sue capitali. E dunque, se dalle strade di Napoli scompare il nome dei Savoia, è cosa che non mi turba. Ma Garibaldi no. Garibaldi l’hanno rovinato la sua ingenuità politica e la malignità marpionesca di alcuni suoi fidi. Garibaldi disprezzava il danaro: già solo per questo merita di essere rispettato. Garibaldi ci consegnò ai Savoia, ma ci liberò da una dinastia, i cui ultimi re, dopo aver sperperato consapevolmente l’eredità luminosa di Carlo III, avviarono le genti del Sud verso quel pantano in cui ora ci troviamo. Solo Francesco II merita rispetto: perché sugli spalti di Gaeta assediata si comportò da re.

Mi fa piacere che Insurgencia abbia dato a Piazza Plebiscito il nome di Magna Grecia e alla Galleria Umberto il nome di Galleria del Mediterraneo. La Magna Grecia e il Mediterraneo sono le radici autentiche della civiltà del Sud, e Empedocle, Gorgia, gli allievi di Pitagora, Parmenide, Zenone, e i costruttori dei templi, e poi Telesio, Campanella, Giordano Bruno e G.B.Vico potrebbero ricordare, a noi meridionali prima di tutto, che il Sud ha dato all’Italia la sua cultura filosofica. Potrebbero: se li ascoltassimo. Ma quante lezioni, nei licei del Sud, si dedicano a Empedocle, a Parmenide, a Zenone, a Vico? Quanti alunni napoletani conoscono seriamente Ercolano, Pompei, e i tesori archeologici dei musei di Napoli e di Capua? La nostra identità culturale l’abbiamo smantellata noi, prima che ci pensassero gli altri.

Per rimettere in piedi la nostra dignità, non basta cancellare e scrivere nomi. La sostanza della rosa non sta nel nome della rosa. Dobbiamo venir fuori dall’ammorbante palude dell’ignoranza e della viltà, in cui siamo sprofondati. Ignoranza e viltà: non sapere cosa essere, non voler essere qualcosa. Per risorgere, dobbiamo prendere atto della realtà: le ragioni dell’economia, le trasformazioni vertiginose della civiltà industriale e gli effetti di disastrosi programmi di sviluppo hanno portato il Sud sull’orlo del precipizio: non abbiamo più fabbriche, non abbiamo agricoltura, non abbiamo strutture, non abbiamo più Università, e perfino il turismo stenta ad adeguarsi ai nuovi modelli e alle nuove tendenze.

Umberto Galimberti ha scritto di recente che la rabbia non è solo un vizio nefasto e capitale: esiste anche la
rabbia giusta, di cui parlò Aristotele e che i grandi medici antichi e perfino uno dei più grandi Padri della Chiesa, Giovanni Crisostomo, indicarono come medicina preziosa contro gli eccessi della bile nera, e dunque contro la melanconia depressiva e le infezioni del sangue. La rabbia giusta è mossa, al momento giusto, da una causa giusta: perché sia veramente giusta e perché sia una medicina veramente efficace, la dobbiamo esercitare prima di tutto contro noi stessi.

Questa crisi la stanno pagando i povericristi: i precari del Sud, gli operai del Sud, i giovani del Sud, gli alunni delle scuole del Sud, i pensionati del Sud. Questa crisi è un grande affare solo per le cricche. La gente è costretta a pagare le medicine: si vuole dimostrare che la gente è la sola responsabile della catastrofe della Sanità campana? La vogliamo fare un’analisi della Sanità, della scuola, del sistema degli appalti, delle caste degli incarichi? vogliamo farla, questa analisi, con la rabbia giusta?

Se poi è stato deciso che il Sud muoia, ci si conceda almeno il diritto di morire in pace. Nel silenzio. Lo diciamo con la voce della rabbia giusta: risparmiateci le prediche. Se nemmeno questo è possibile, almeno non mandate davanti ai microfoni, a farci la predica, i capi e i sottocapi delle cricche dei clan e delle caste: ancora odorosi di balsami, ancora bronzei del sole dei Caraibi, non ancora sazi, nonostante le copiose e continue abbuffate. Dopo una vita dedicata a far la guerra contro il qualunquismo, temo di essere diventato un qualunquista. Ma poi vedo che la sostanza della realtà coincide con le apparenze. Sono le cose di Napoli ad essere impastate di qualunquismo. È questo il vero dramma.

LA RUBRICA LA STORIA MAGRA

ADOLESCENTI AL NASTRO DI PARTENZA

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Nel mentre si aprono le scuole e tanti adolescenti riprendono il camino, ci sono temi scottanti che ci impongono di riflettere. Bisogna saper leggere e riconoscere le richieste d”aiuto che i giovani ci inviano. Di Annamaria Franzoni

Il senso di solitudine, la sensazione di essere soli in mezzo alla folla, il desiderio di essere famosi, nell’attuale società dell’apparire, la difficoltà di sentir scorrere dentro di sé la linfa vitale, il non riuscire ad essere e la conseguente, prepotente, voglia di scomparire sono gli scottanti temi di riflessione ai quali ci spingono le parole che Sarah ha scritto sul proprio profilo di Facebook prima della sua misteriosa scomparsa.

La giovane quindicenne del piccolo centro di Avetrana, in provincia di Taranto, di cui purtroppo non si hanno notizie dallo scorso 26 agosto, ha infatti dichiarato di voler sparire nel nulla e di aver, a tal fine, programmato ogni cosa.

Nel corso di questa settimana tanti coetanei di Sarah stanno facendo il loro ingresso in aula per un altro “primo giorno di scuola” nelle grandi città, in provincia e nei paesini del nostro Paese, altri l’hanno già affrontato nei giorni scorsi, ma tutti, proprio tutti, con grande emozione: molti magari hanno fatto o faranno precedere questo ingresso con un pensiero di gioia, dolore, timore, ansia, rammarico, entusiasmo in chat, rendendo la rete depositaria di torrenti in piena che il facile “invio” non frena.

Anche Sarah avrà scritto d’impulso le parole su cui gli investigatori stanno riflettendo con grande attenzione, premendo magari molto in fretta sul tasto dell’invio e dando sfogo alla propria emozionalità e proprio in quelle frasi, ora, si ricerca la chiave per ritrovarla con il massimo impegno investigativo e operativo.
Il grido d’allarme lanciato da Sarah ci richiama, allora, ad un impegno immediato: ritengo, infatti, che nelle sue parole siano individuabili chiare “istruzioni per l’uso” su come leggere tra le righe dei comportamenti, delle parole dette e non dette, delle gestualità, palesi richieste d’aiuto che denotano il disagio e malessere di tanti giovani soli nella folla.

L’appello va quindi a tutti noi, al mondo degli adulti, genitori, docenti, educatori, allenatori e a quanti entrano in contatto con il complesso mondo adolescenziale, troppo spesso superficialmente descritto come “stagion lieta”, di creare “spazi di parola”, all’interno dei quali il giovane abbia la possibilità di esprimersi nella certezza di essere preso in considerazione, sia protagonista, possa tradurre la sua emozionalità in pensieri concreti, palesandoli agli altri e al contempo a se stesso, imparando così ad essere ascoltatore attivo di sé in una produttiva condizione di condivisione e cooperazione concreta in una realtà solo apparentemente puerocentrica.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

FARSATRAGEDIA D”ESTATE

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Torna la rubrica “Lingua in laboratorio”, del prof. Giovanni Ariola. Sotto la lente dei nostri protagonisti, il mediocre teatrino della politica.

Il modo migliore per scuotersi di dosso i sapori, i colori e anche i dolori dell’estate è buttarsi a capofitto nel lavoro, vincendo il senso di stanchezza e di frustrazione che invade sempre chi riflette e valuta il proprio operato e scopre che, a fronte di un impegno notevole, corrispondono risultati modesti.

Il prof. Carlo e il prof. Eligio sono al lavoro nell’Istituto già da una settimana, da quando il buon Luigi, il custode dell’Istituto, è rientrato dalle sue ferie sacrosante, ha riaperto i battenti e arieggiato le varie sale dell’edificio, permettendo alla squadra di pulizia di svolgere il suo compito. Luigi, “il querulo custode” come lo ha soprannominato il fantasioso prof. Geremia per il suo continuo lamentarsi di tutto e di tutti, aggiungendo alla icastica definizione, per vezzo di rima, “poco vede e poco ode”, va lagnandosi al presente con chiunque gli presti paziente orecchio, del fatto da lui verificato personalmente e sperimentato sulla sua pelle, che anche le acque di Chianciano non hanno più gli effetti benefici di un tempo, “dimostrazione che siamo vicini alla fine del mondo”.

I due docenti hanno stilato un elenco di libri di nuova pubblicazione di cui proporre l’acquisto al Consiglio di Amministrazione, sicuri che anche quest’anno sarà ‘tagliato’ per l’ormai endemica penuria dei fondi.
Hanno inoltre elaborato una bozza del programma di attività per il prossimo autunno, ridotto al minimo e in verità molto striminzito per gli stessi motivi di cui sopra.
Ora, seduti al tavolo della sala lettura della biblioteca ancora deserta, sfogliano i vari quotidiani.

– A volte – confida il prof. Eligio al collega e amico Carlo – ti prende lo sconforto e ti vien voglia di non aprirli più questi giornali. Sai bene che ogni giorno sono solito, come d’altronde tu, leggere il mio giornale e dare una scorsa ad altri quotidiani, prima di iniziare il lavoro quotidiano. Ti confesso che ho provato e provo tuttora un fastidio che sta diventando insopportabile per certi tormentoni, che continuano a deliziarci da questa estate, già di per sé burrascosa e catatonica, per i vari alterchi verbali, per il logorroico battibeccarsi tra persone e gruppi e fazioni e correnti di partiti avversi e perfino dello stesso partito: finiani contro berlusconiani, veltroniani contro dalemiani, dipietrini contro tutti, fiommiani (mi si passi questo brutto neologismo = affiliati e sostenitori della FIOM) contro Marchionne, i sostenitori di Vito Mancuso contro i suoi denigratori, ammiratori della cultura alta contro quelli della cultura bassa e perfino i soliti moralisti scandalizzati contro la cantautrice Gianna Nannini “per la sua gravidanza tardiva e anomala”.

– Il fatto che si abbiano idee e opinioni differenti – lo interrompe il prof. Carlo – e che le si sostengano in dibattiti pubblici e privati è, a mio avviso, decisamente positivo. Non è vero quello che credevano e dicevano i nostri vecchi che “Cu’ tanta galle a cantà nun fa ( o schiare) maje juorno” (‘con tanti galli a cantare eppure non sorge l’alba’). Il pluralismo delle idee e delle posizioni politiche, religiose , morali etc. è il sale della democrazia e il fondamento della libertà. È anche il motore del rinnovamento. È solo dal confronto dialettico delle diversità che può scaturire la possibilità, anche e soprattutto con una più ampia conoscenza della realtà, di un progetto di cambiamento in meglio della nostra società e della nostra vita…

– Quando il confronto – osserva il prof. Eligio – non diventa scontro feroce in difesa non del bene comune, ma degli interessi di parte o persino personali….come sta avvenendo oggi e lo dimostra il killeraggio mediatico in uso ormai frequente su alcuni quotidiani….
– Sì, – concorda il prof. Carlo – e si è dovuto inventare un neologismo in ‘itanglese’ (in “Grande Dizionario Italiano” di Aldo Gabrielli) (Al termine inglese killer è stato aggiunto il suffisso agentivo italiano –aggio sul modello di linciaggio, sciacallaggio e simili) per sottolineare un cambiamento di costume…

– A dire il vero, – soggiunge il prof. Eligio – di campagne mediatiche contro uomini politici ne abbiamo avute anche in passato. Ricorderai sicuramente la serie di accuse rivolte dall’Espresso, a partire dal 1975, all’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone che portarono al suo impeachment (‘stato d’accusa’, ‘imputazione’) e alle successive dimissioni, accuse la cui fondatezza non fu mai provata.

– La differenza, rispetto a ieri, – precisa il collega – è che oggi, come hai sottolineato tu, la campagna accusatoria e diffamatoria viene costruita in modo puramente strumentale da giornalisti che operano non per amore della verità o per servire una causa ideale o ideologica bensì per difendere e proteggere gli interessi privati di una persona che è anche il loro datore di lavoro o, nel migliore dei casi, di un gruppo oligarchico (leggi: cricca, camarilla, casta) di cui lo stesso datore di lavoro è il capo (leggi: padrone). Si tratta di un vero e proprio piano per eliminare qualsiasi avversario che osi dissentire dalla volontà e dagli ordini del capo e decida di sfuggire ad un sistema di potere e di gestione della cosa pubblica decisamente privatistico e autoritario.

– Altra cosa che ho notato è la spudoratezza, l’arroganza e la sfrontatezza con le quali si conducono questi attacchi feroci, questo operare alla luce del giorno sotto gli occhi di tutti, facendo passare certe operazioni lapidatorie per politicamente e moralmente corrette….

– Mi fanno ricordare una delle “Tragedie in due battute” del simpaticissimo Achille Campanile, un autore ingiustamente considerato minore e quindi poco letto se non quasi del tutto dimenticato, di cui mi sto occupando e sul quale sto scrivendo un breve saggio. Lo scrittore romano ci presenta una compagnia di attori che sta rappresentando un “dramma passionale a forti tinte”. Alla fine dell’ultimo atto, il primo attore interrompe improvvisamente la recitazione:

“Primo attore – Fermi! Fermi!
Prima attrice – Che avviene, in nome del cielo?
Primo attore – Siamo arrivati alla fine del terzo atto, e abbiamo dimenticato di alzare il sipario!”

Al contrario certi personaggi politici di nostra conoscenza stanno recitando una vera farsatragedia disonorevole senza preoccuparsi minimamente di….chiudere il sipario. Sono infatti troppo sicuri che alla fine dello spettacolo, gli spettatori, nonostante tutto, li applaudiranno.

LA RUBRICA "LINGUA IN LABORATORIO"

IL NAPOLETANO, UNA LINGUA CHE “MANGIA” LE COSE

Sui piaceri del banchetto vi sono pagine significative che pescano nei secoli precedenti. E, sorpresa, non trattano solo di maccheroni e cotenna, ma anche di epiteti ingiuriosi al maschile e al femminile. Di Carmine CimminoCreata da un popolo perennemente affamato, la lingua napoletana “vede“ il mondo attraverso il cibo, dal cui lessico attinge immagini, metafore, modi di dire imbevuti di sentimenti buoni e di tenerezza spesso zuccherosa, si’ ‘nu babà, e anche, e forse soprattutto, epiteti ingiuriosi. Giambattista Basile ha codificato questa lingua vorace, che pare aggredire il mondo per trasformarlo in un interminabile banchetto democratico, in cui le pietanze più raffinate vanno in tavola in compagnia delle erbe che sfamano i poveri. In Nuovo Convivio, pubblicato venti anni fa, Massimo Montanari ha raccolto, da scrittori europei di quattro secoli, pagine significative sui piaceri del banchetto.

Tra gli altri, trovano posto nell’antologia il tedesco Mattia Giegher, che nel 1639 scrisse un Trattato delle piegature sull’arte di preparare tovaglie e salviette; il medico Costanzo Felici e l’aquilano Salvatore Massonio, che furono paladini, l’uno intorno al 1570, l’altro mezzo secolo dopo, delle virtù dell’insalata; Lorenzo Magalotti, che, nella seconda metà del Seicento, ricamò in versi l’elogio del candiero, cioè del sorbetto, “bevanda modernamente inventata”. Trova posto anche l’anonimo autore di un poemetto sui maccheroni stampato a Verona nel 1785, in cui Pulcinella, maschera non più napoletana, ma italica, inventa la famosa pasta maccheronica lavorandola a mano, mentre oggi, dice l’anonimo, la spreme il torchio, e in più di dodici forme diverse, e Puglia e Liguria si contendono il vanto di essere la patria di tanta squisitezza.

Come si vede, questi “padani“ sono secoli che brigano per portarci via tutto: e, se non ci svegliamo, ci porteranno via anche il nome. Forse è vero che spaghetti e maccheroni sono stati inventati in Sicilia, o in Puglia, o in Liguria: ma i napoletani ne hanno fatto il simbolo della loro identità, e aspettiamo da una vita che qualcuno ci spieghi perché e come si è formata questa totale corrispondenza tra la pasta e il carattere partenopeo. I cronisti della cucina napoletana sono un esercito, ma mi pare che nessuno abbia aggiunto qualcosa di originale alle storie raccontate dal marchese Cavalcanti, da Di Giacomo, da Croce, da Stefanile. Dopo gli storici, dopo tanti cronisti, e dopo tanti raccoglitori di ricette, serve un filosofo , uno che ci sveli i valori culturali (la psicologia del gusto, la meccanica sociale ) su cui poggia la storia della cucina napoletana.

Basile è presente nell’antologia di Montanari con la fiaba Le sette cotennuzze (Le sette cotenne di lardo): la cotenna di lardo è un cibo da “pezzenti“, che nel tempo, e nel mutare del gusto, diventa correttivo saporoso di alcune minestre. Ma più significativa della fiaba delle cotenne è la Lettera IV, il cui autore, secondo Mario Petrini, che ha curato l’edizione Laterza, non può essere che Basile. La lettera è, prima di tutto, un succulento repertorio di epiteti ingiuriosi al maschile e al femminile, alcuni dei quali rimandano esplicitamente alla cultura del mangiare. Gli uomini di poco valore sono pappalasagne, zucavroda, scampolo d’allesse, maccarone senza sale, maccarone sautame- ‘n canna (saltami in gola), scolavallane.

I primi due epiteti colpiscono la stupido attraverso la volgarità del gesto assoluto: egli pensa solo a ingoiare lasagne e a succhiare il brodo, meccanicamente, senza chiedersi da dove venga il cibo che sta divorando. È uno stupido sfaticato e parassita, uno che non affronta la realtà. In succhiabrodo c’è anche l’ingiuria oscena. L’allessa è la castagna bollita senza buccia: un cibo di poco conto, e dunque scampolo d’allesse è uno che non vale niente: l’epiteto potrebbe avere una connotazione oscena, perché allessa è anche l’organo sessuale femminile. In questo contesto, scampolo d’allessa è veramente un’ ingiuria oltraggiosa, di cui la traduzione in minchione rende solo, e vagamente, l’idea di fondo. Maccarone senza sale è uno che ci inganna con l’apparenza: a vederlo, sembra che valga qualcosa, ma alla prova dei fatti risulta un buono a nulla.

Maccarone – saltami in gola è uno che è facile prendere in giro: s’ammocca tutto, se gli dici che gli asini volano, ti crede. Scolavallane vale per gli uomini e per le donne. I vàllane sono le castagne sbucciate e bollite: vanno mangiate nel loro brodo, che non solo è squisito, ma è anche un tonico contro la fiacchezza. Dunque chi scola i vàllane è uno stupido, perché getta via il meglio.
Nella lettera anche le donne pigliano ‘o ccuttòne: vengono bastonate con una sequenza di 36 epiteti offensivi: e tra questi, votta schiattata, scummavruoccole, zandraglia.

Votta schiattata (botte crepata e sfasciata) è la donna deformata dal grasso, che si è ammassato sui fianchi e sul sedere, sull’intensità dello sguardo e sulla lucidità della mente. Scummavruoccole, “schiuma broccoli“, è la serva sciocca a cui viene affidato il lavoro più semplice, appunto quello di liberare dalla schiuma di cottura i broccoli. La “schiuma“ ispira epiteti ingiuriosi usati ancora oggi. Qualche anno, fa, su una spiaggia calabrese sentii una distinta signora napoletana affibbiare a una sua cognata, assente, l’epiteto di scumma ‘ e chiazzetta.

Usò l’espressione con l’aria di chi non si rende conto di quello che dice: lo dice perché l’ha sentito dire. La Chiazzetta era lo slargo che chiudeva via Sedile di Porto dalla parte interna, là dove ora si trova l’edificio della Posta Centrale: in quello slargo sostavano, da mattina a sera, molte prostitute “stradaiole“: così la polizia borbonica classificava le prostitute vecchie o poco attraenti, che scendevano in strada di primo mattino, alla ricerca di qualche cliente, tra i “cafoni“, soprattutto carrettieri e vatigali, facchini e “padulani“, che venivano dalla campagna. Era un mondo di miseria e di disperazione, che alcuni scrittori “minori“ dell’Ottocento hanno rappresentato con crudo realismo. Scumma ‘e chiazzetta è la donna che incarna, al livello più osceno, la degradazione fisica e morale, la schiuma, il fior fiore della prostituzione.

E veniamo a zandraglia (sandraglia). Francesco D’ Ascoli riteneva che il termine venisse dallo spagnolo andrajos, che indica i cenci: dunque, donna cenciosa. Ma è più probabile che l’epiteto, di violenta volgarità, derivi dal francese les èntrailles, le interiora degli animali macellati, che venivano vendute per qualche spicciolo a chi solo qualche spicciolo poteva spendere per riempirsi, in qualche modo, la pancia. L’analogia è chiara. L’ingiuria fu coniata dai soldati francesi di Carlo VIII, che, conquistata Napoli col gesso più che con la spada, videro, sbalorditi, che tale era la fame dei plebei che essi divoravano perfino le interiora degli animali.

A Napoli, ogni guerra ha la sua fame e il suo alimento estremo: nel 1495 les éntrailles, nel 1943 la polvere dei piselli. Nella Lettera IV è descritto anche un interessante menù da taverna: ma non c’è più spazio. Alla prossima.

CIBI E RITI VESUVIANI

AL SUD SI PUÃ’ VIVERE E ANCHE LAVORARE

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A Napoli prevale ancora un modo di fare notizia basato sull”en-
fatizzazione degli aspetti più deteriori della realtà cittadina. È un circuito vizioso che va rotto modernizzando. Di Amato Lamberti

Le caratteristiche assunte dalla modernizzazione a Napoli sono il tema di un dibattito acceso dal quotidiano "Il Corriere del Mezzogiorno" attraverso un editoriale del direttore Marco De Marco che provocatoriamente si chiedeva se siamo condannati ad accontentarci di Napoli com’è, o non dobbiamo piuttosto pretendere un cambiamento che inverta una tendenza che sembra ormai essersi ossificata.

Tra i tanti interventi, tutti molto interessanti, su cui riflettere, mi ha molto colpito quello di Gianni Punzo, l’imprenditore sicuramente di maggiore successo della nostra regione, che, come imprenditore, fa un pubblico mea culpa affermando che lui, come gli altri, è stato troppo a guardare l’incapacità e l’inefficienza della politica mentre sarebbe stato necessario "partecipare con più forza al dibattito pubblico in tutta la sua ampiezza, perché non ci riguardano solo fiscalità e infrastrutture, ma la qualità complessiva della vita civile e democratica, a partire dalla scuola che ne assicura il futuro e dal recupero del contesto socio-urbanistico".

In pratica, gli imprenditori, considerata anche la loro capacità di orientamento delle decisioni politiche, devono occuparsi non solo di ciò che ha direttamente ricadute sulle attività aziendali, ma anche, se non soprattutto, delle condizioni di agibilità complessiva, civile e sociale del territorio, vale a dire di ciò che rende il territorio attrattivo dal punto di vista degli investimenti privati, in termini di impresa ma anche di turismo. Nella lettera al direttore del "Corriere del Mezzogiorno", Gianni Punzo raccontava di aver passato le vacanze a Cortina e di aver dovuto continuamente, per tutto il tempo della permanenza, spiegare agli amici imprenditori del Nord che al Sud non solo si può vivere ma si può anche fare impresa e che il vero problema non è la ferocia della criminalità ma l’inefficienza della politica e della pubblica amministrazione.

Chiunque si sia trovato a passare un periodo di tempo, anche breve, nel nord dell’Italia o in un paese dell’Europa continentale o mediterranea, ha potuto fare la stessa esperienza. La domanda più frequente è sempre quella relativa alla possibilità di vivere e lavorare al Sud. Un territorio che appare agli stranieri come controllato e percorso da orde fameliche di assassini ed estorsori che lo rendono invivibile e impercorribile. Chi, come noi, vive su questo territorio sa che non è così. Sa che si può andare con successo a scuola, che si possono intraprendere carriere importanti, che negli ospedali ci sono luminari che nulla hanno da invidiare ai loro colleghi milanesi o veneti, che c’è una vita artistica e culturale viva, effervescente, ricca di creatività, che ci sono imprese capaci di stare sul mercato nazionale e internazionale.

Ma Napoli fa notizia solo per le gesta di una criminalità provinciale che viene ingigantita ad holding capace di muoversi dentro la globalizzazione mondiale. Non è così. L’esempio migliore è Scampia che viene definita come la piazza di spaccio di droga più grande d’Europa. Non è vero niente. A Milano si consuma cento volte la cocaina che viene consumata a Napoli, la portano colombiani e calabresi. Scampia non c’entra niente con Milano, con Torino, con Verona, dove passa la droga per la Germania e l’Austria. Per non parlare delle vere e grandi piazze europee, come Londra, Amsterdam, Amburgo. Ma la nostra stampa, come certa politica, è ammalata di "scarfoglismo",un neologismo da me coniato molti anni fa per indicare un modo di fare notizia fondato sulla spettacolarizzazione e sull’enfatizzazione degli aspetti più deteriori della realtà napoletana.

Un modello nato alla fine dell’Ottocento a Napoli (chi non ricorda "Il ventre di Napoli" della Serao?) per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sulle condizioni miserevoli della città e sulla necessità di forti interventi di riqualificazione. Poi è diventato moda, più che modo di parlare di Napoli, utilizzato dai media di tutto il mondo. Per rompere questo circuito vizioso che porta a parlare solo del negativo che pure c’è a Napoli, occorrerebbe uno sforzo collettivo, a partire di coloro che producono lavoro, innovazione e sviluppo, in campo produttivo come in campo culturale, per modificare il modo di fare informazione, come il modo di fare politica.

Non basta denunciare, come giustamente fa Macry che "la politica ha saputo tenere a bada una intera popolazione distribuendo elemosine ai ceti disagiati e privilegi alle élites", ma bisogna impegnarsi per realizzare quella modernizzazione della vita sociale ed economica che Napoli aspetta da troppo tempo e che significa anche tenere in ordine strade e marciapiedi, ridisegnare il waterfront, dare una destinazione a Bagnoli, mettere mano alla riqualificazione del centro antico di Napoli come di tutte le città della Campania, oltre a promuovere una moderna e civile qualità della vita dei cittadini e del sistema delle relazioni sociali.
(Fonte foto: oissela.it)

CITTÀ AL SETACCIO

ECCO PERCHÉ IL NORD HA POTUTO SACCHEGGIARE NAPOLI

I giornali napoletani raccontano la cronaca di una società che finge di muoversi, ma dicono le stesse cose di cento anni fa. Chi e quando è stato responsabile della svendita del Sud. Di Carmine Cimmino

Sul Corriere del Mezzogiorno del 5 settembre Paolo Macry ha esaminato le cause dell’ immobilismo a cui è condannata Napoli e della sua “modernità difettosa“, e Vincenzo Siniscalchi, ex consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura, ha detto che a Napoli troppi giudici hanno parenti stretti che fanno gli avvocati e che i magistrati che indagavano sul grande affare dei rifiuti vennero “lasciati soli“ . Due giorni prima, il Corriere del Mezzogiorno aveva pubblicato la lettera con cui i dipendenti dei Consorzi di bacino per la raccolta differenziata dei rifiuti di Napoli e Caserta, che non percepiscono lo stipendio da mesi, hanno chiesto aiuto alla camorra.

Mi pare che il titolo dell’articolo, Consorzi, i dipendenti chiedono aiuto alla camorra- Lettera ai clan per ottenere gli stipendi arretrati, non renda giustizia a un appello in cui si mescolano paradosso, disperazione, ironia, sarcasmo, e senso pieno della verità storica. Questa lettera, ispirata e scritta da lavoratori che operano quotidianamente negli spazi più neri della società napoletana e casertana, e sono protagonisti e spettatori, quotidianamente, di vicende e di storie assurde, e vedono, quotidianamente, quale vortice di danaro sporco si sprigioni dagli appalti della monnezza, dagli interventi di urgenza, dalla distribuzione “eccezionale“ di posti di lavoro, e dall’aumento fulmineo e vertiginoso degli stipendi di alcuni: questa lettera magistrale riassume, in mezza pagina , ciò che Paola Monzini spiega in un libro, Gruppi criminali a Napoli e a Marsiglia- La delinquenza organizzata nella storia di due città (1820- 1990).

Nel saggio, che è stato pubblicato nel 1999, e che contiene, a parer mio, l’analisi più profonda e più completa delle imprese della camorra napoletana negli anni 1970-1990, la Monzini dimostra che in alcune vicende cruciali: la politica della spesa pubblica, la ricostruzione successiva al terremoto dell’’80, i giganteschi investimenti per le strutture del Nolano e della Campania Felice – sì, veramente felice -, la camorra non è l’anti-Stato: è l’altra faccia dello Stato, che con i suoi apparati “l’accredita”. Con buona pace di chi si illude che la camorra napoletana possa essere combattuta e vinta chiamando alle armi la società civile. Ma alla camorra dedicheremo una serie di articoli, in cui diremo cose amare, nella speranza che qualcuno ci smentisca e ci dimostri che non abbiamo capito nulla.

I giornali napoletani raccontano la cronaca di un mondo che finge di muoversi, e invece sta fermo, di una società che avrebbe riempito di gioia Parmenide offrendogli la dimostrazione più probante della sua tesi che il movimento è un’illusione, si vede, ma non c’è: l’esatto contrario della nebbia nella Milano di Totò e Peppino con il colbacco: c’era, la nebbia, ma non si vedeva. I giornali napoletani di oggi dicono le stesse cose che dicevano, trenta, quaranta, e cento anni fa: cambia qualche contorno, cambiano gli arredi di tavola, ma le portate sono sempre le stesse, e alla stessa scuola appartengono tutti i cuochi.

Il Nord poté saccheggiare Napoli e ridurre il Sud a vivaio di manodopera a basso costo, di emigranti, di carne da macello per i cannoni e per le mitragliatrici, perché tra il 1861 e il 1874 la borghesia meridionale aveva firmato la resa incondizionata agli interessi delle èlites settentrionali in cambio dell’assicurazione che i governi dell’Italia unita avrebbero traghettato i “borbonici“ nel nuovo sistema attraverso la politica pacifica dell’ “amalgama“, avrebbero impedito il rinnovamento sociale, non avrebbero messo mano alla divisione delle terre, avrebbero legittimato la rapina del demanio pubblico. Questa è la verità, il resto è solo chiacchiera estiva.

Chiunque abbia una conoscenza appena appena seria della storia del brigantaggio post-unitario in Lucania, in Puglia, nel Sannio, nell’Irpinia, in Terra di Lavoro, e nelle terre tra Eboli e Lagonegro, sa che il fenomeno ebbe tre radici: la tendenza storica del brigantaggio meridionale a diventare più aggressivo nei momenti di crisi istituzionale; la rivolta di massa contro la coscrizione obbligatoria; la guerra contro i proprietari terrieri, che erano stati “borbonici“ e poi divennero tutti “piemontesi“. I liberali del Sud sostennero a spada tratta la repressione manu militari del brigantaggio, che si affannarono a descrivere, sui giornali e nel Parlamento, come espressione della reazione anti-unitaria, ispirata e sostenuta dai Borbone e dal Papa.

Sul finire del ’62 furono proprio i liberali meridionali a chiedere il pugno di ferro contro le opposizioni. E quando il Governo decise di chiudere tutti i giornali antigovernativi che si pubblicavano a Napoli, di schedare gli oppositori e di sottoporli a severi controlli di polizia, Silvio Spaventa, che era segretario generale agli Interni, non solo non protestò, ma sostenne apertamente il provvedimento, anche in nome della borghesia liberale, moderatamente liberale, che egli e i suoi consorti rappresentavano.

L’atto con cui il liberalismo meridionale si rese pubblicamente e direttamente responsabile della svendita del Sud fu il sostegno dato alla legge sull’ordine pubblico nelle province meridionali, che prese il nome dal relatore, Giuseppe Pica, abruzzese, e che venne promulgata dal Re il 15 agosto del ’63, cinquanta giorni dopo che Massari, leggendo alla Camera la relazione della commissione sul brigantaggio aveva timidamente, e con molti giri di parole, indicato nella povertà dei contadini una delle cause del fenomeno. La risposta del Governo fu solo militare: le bande armate – tre persone già costituivano una banda – sarebbero state giudicate dai tribunali di guerra; i briganti presi con le armi in pugno sarebbero stati fucilati; il governo si attribuiva il potere incontrollato di inviare a domicilio coatto “oziosi, vagabondi, persone sospette, secondo la designazione del codice penale, manutengoli e camorristi”.

La legge risultò indigesta perfino a un moderato come Francesco De Sanctis: "noi non siamo un governo libero, perché da condizioni anormali siamo tirati sul pendio delle leggi eccezionali, perché nell’esecuzione delle leggi trascorriamo volentieri all’arbitrio..". Quasi tutti i liberali meridionali votarono a favore della legge Pica. Alle amministrazioni locali, tornate saldamente in mano ai “galantuomini“ ex borbonici: avvocati, medici, sensali e soprattutto proprietari terrieri, fu affidato il compito di indicare i meritevoli di domicilio coatto. Le proposte venivano “scrutinate“ dalle Giunte provinciali: quasi sempre con scarsa diligenza, e spesso con una fretta che serviva a coprire intenzioni e interessi assai sporchi, come vedremo.

La legge Pica e le Giunte provinciali provocarono, nell’ordine sociale e nel sistema della legalità, inauditi sconquassi, ma, soprattutto, fiaccarono lo spirito dell’opposizione, la fiducia nelle istituzioni, la speranza del cambiamento: spirito, fiducia e speranza che già avevano, di per sé, radici assai deboli.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

RAGAZZI PROTAGONISTI FUORI E DENTRO LA SCUOLA

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Grazie all”Associazione Moby Dick, si va diffondendo la cultura cinemato-
grafica fra gli studenti. Tra gli obiettivi, amare il cinema e riflettere su temi stimolanti. Di Annamaria Franzoni

Da circa un ventennio seguo le attività che l’Associazione Moby Dick svolge, diffondendo la cultura cinematografica tra gli studenti della scuola media di I e II grado.
Si tratta di una sorta di Cineclub che, di anno in anno, propone, attraverso docenti sensibili alle attività espressive del Cinema, ad un consistente numero di adolescenti di Napoli e provincia, una rosa di quattro film, attentamente selezionati e finalizzati alla discussione e alla riflessione su un tema ogni volta differente, ma pur sempre stimolante.

Il primo obiettivo che il progetto Moby Dick si è proposto, fin dall’inizio della propria storia, è quello che “l’amore per il Cinema si possa imparare al Cinema”, luogo deputato al godimento dell’opera cinematografica, nonché la possibilità di riflessione e confronto su tematiche significative, in una cornice aggregante e che consenta ai giovani spettatori di conoscere meglio se stessi, scoprire nuovi interessi, assumere consapevolezza delle proprie capacità e provare grandi emozioni.
L’attività tuttavia non si esaurisce nella visione dei film di volta in volta proposti, bensì può proseguire in aula, con circle time di riflessione e commento, schede critiche, questionari ed itinerari di riflessione che il comitato organizzativo dell’Associazione, composto da Rita Esposito, Lucia Caratti ed Emiliano Armenio , propone ai docenti come supporto didattico.

In riferimento allo scorso anno, ad integrare la proposta intitolata “Il mondo che vorrei” sono state organizzate anteprime, incontri con registi e personaggi di interesse culturale e sociale, attori e produttori: mi piace, in tal proposito, ricordare l’incontro, svoltosi nel mese di marzo presso il Cinema Modernissimo, con il regista del film Fortapasc, Dino Risi, con il Dott. Paolo Siani, fratello di Giancarlo e Presidente della Fondazione Pol.i.s., Enrico Tedeschi, Segretario della Fondazione e Geppino Fiorenza, referente regionale di Libera per la Campania.

In quella circostanza le vibrazioni positive che si avvertivano nella sala del Cinema Modernissimo hanno raggiunto livelli altissimi mentre si affrontava il delicato tema della Legalità e della Cittadinanza Attiva alla presenza di una variegata platea di adolescenti provenienti da realtà socio-ambientali e culturali diverse.
La rassegna di quest’anno si i titola “Fa’ la cosa giusta” (come il famoso film di Spike Lee) e propone quattro film , “Invictus”, “Prince of Persia” “Il Concerto”,. “Welcome”, il cui personaggio principale, giunto ad un bivio della sua vita, dovrà compiere una scelta esistenziale tra bene e male, tra egoismo ed altruismo, tra amore e odio, coraggio e viltà.

La mia programmazione e quella di tanti altri miei colleghi, anche quest’anno, si arricchirà del contributo della proposta dell’Associazione Moby Dick offrendo ai ragazzi di essere non soltanto fruitori, ma protagonisti dentro e fuori la scuola, di quel processo di arricchimento che, come alcuni la definiscono, la “settima arte” ben riesce a dare.
(Nella foto, l’Albero delle emozioni, nato dopo la visione di un film)