Premiato dalla giuria di Venezia, “Terraferma” di Crialese ha il ritmo di una favola amara dove i luoghi e le loro relazioni con gli uomini sono i veri protagonisti, tra la spensieratezza delle vacanze e la tragedia dell”immigrazione.
Dopo aver ricevuto – tra gli applausi e poche isolate perplessità – il premio speciale della giuria a Venezia, il nuovo film di Crialese conferma la statura d’autore raggiunta dal regista di origini siciliane, pur con qualche ingenuità che non intacca il valore complessivo dell’opera.
Su un’isoletta siciliana, Giulietta e Filippo – madre e figlio – vivono grazie alle uniche due risorse del posto: il pesce e i turisti. Mentre il ragazzo sembra contento di quella vita sempre uguale e non desidera altro che continuare a pescare con il nonno sulla barca del papà morto, la donna sogna la terraferma, di vendere la barca per ripartire daccapo e garantire al figlio una vita nuova, con la promessa di un lavoro più dignitoso e di un ambiente più stimolante. Ma, nel pieno dell’estate e dell’invasione turistica, un’altra invasione – quella degli immigrati che arrivano dal mare, ben più drammatica – condizionerà i progetti futuri della famiglia.
Il film di Crialese si gioca tutto su alcune dicotomie molto evidenti, al limite del didascalico. La prima parte dell’opera serve al regista a “creare” l’ambiente. La pesca, la vita semplice, l’immancabile funerale con tutta l’isola vestita a lutto: ricorrendo a qualche archetipo di troppo, riusciamo comunque a immergerci in una dimensione ben precisa dell’immaginario. E il primo “scontro” è quello tra le due umanità opposte che sconvolgono la vita sull’isola. I turisti vengono rappresentati come una massa indistinta, capace anche di atti umani di fronte all’emergenza (gli immigrati in mare), ma tendenzialmente poco incline a farsi rovinare la festa.
Molto efficaci alcune scelte della regia: dallo sbarco di orde di individui in calzoncini e infradito alla bellissima scena in cui su una piccola nave in mezzo al mare decine di persone si dimenano danzando, grottesca citazione della massa di immigrati assiepati su un’imbarcazione di fortuna durante la prima parte del film. Crialese è bravo a non calcare la mano sul contrasto facile facile tra il turista ricco e l’immigrato disperato. Il suo racconto lascia sempre al centro delle vicende la vita degli abitanti dell’isola, per i quali entrambe le forme di invasione arrivano a sconvolgere la normalità.
L’unico polo vagamente negativo, in questo senso, sembra essere il personaggio di Beppe Fiorello, gestore di un lido e animatore, per il quale gli immigrati sono solo un pericolo per la tranquillità dei vacanzieri. Seguendo lo schema delle contrapposizioni anche il mare diventa il simbolo di mondi differenti. Fonte di lavoro, spazio di relax, luogo di morte: la natura non è neutra, ma acquista senso solo attraverso lo sguardo degli uomini. Ed esiste una legge del mare custodita dai vecchi dell’isola, secondo la quale è proibito lasciare un uomo in mare. La sua semplicità – che risponde ad un senso primordiale di solidarietà – cozza con le ben più complesse vicende della terraferma e con le leggi dello Stato, per il quale un uomo in mare non sempre può essere salvato a cuor leggero.
Di contrapposizione in contrapposizione, anche la Terraferma del titolo si colora di sfumature assai diverse. E’ il luogo della vita vera per i turisti, alla quale ritorneranno dopo le concessioni esotiche dell’estate; è la meta di una vita diversa, sognata, per Giulietta e per tutti quelli che si sentono stretti nei ritmi dell’isola, scanditi dal mare e dalle stagioni; è un luogo lontano e sconosciuto per i vecchi dell’isola, per il nonno di Filippo, tutti custodi fieri di un modello di vita che nella sua semplicità continua a sopravvivere, tramandando costumi in lotta – e ormai sempre più in pericolo – contro la presunta “modernità”.
Infine – ed è questa l’immagine più complessa – la terraferma è la speranza per chi scappa da altre terre martoriate, è la meta lontanissima di viaggi incerti e pericolosi, la cui improvvisa apparizione può portare alla salvezza immediata, trasformandosi però in nuove forme di detenzione e di clandestinità. Pur con qualche approssimazione di troppo nel tratteggiare i personaggi, Crialese riesce a creare un film dove il vero protagonista è lo spazio vissuto, letto attraverso le interazioni tra gli uomini e i luoghi. L’isola, questo scoglio assente dalle carte geografiche, assume così un valore simbolico. Tra il mare e la terra, ha un valore di medium tra vite, aspirazioni e leggi differenti.
Piccola ma solida, è il luogo geografico e metafisico dell’eterna instabilità dell’esistenza, turbata da eventi e drammi che ne ridisegnano continuamente il senso, ma dalle quali non è mai esclusa – e in questo modo il film di Crialese si apre alla speranza – la possibilità di un gesto umano.
(Fonte foto: Rete Internet)
Regia di Emanuele Crialese, con Donatella Finocchiaro, Filippo Pucillo, Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello, Martina Codecasa.
Durata: 90 minuti
Uscita nelle sale: 7 settembre 2011
Voto 6,5/10






