I DIVERSAMENTE ABILI NELLA SCUOLA

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La situazione degli alunni diversamente abili nella Scuola attuale è drammatica, quanto e più della scuola in genere. Di Ciro Raia

A ripensarci oggi, quanti ne ho conosciuti di ragazzi così! Raimondo scappava dalla scuola appena coglieva una minima distrazione dell’insegnante; Ugo tirava calci in ogni momento e a tutti quelli che aveva a tiro; Rosa, soggetto autistico, inseguiva solo i fantasmi della sua vita interiore ma appariva sempre molto calma; Vittorio, invece, con gli anni, dava qualche segnale di schizofrenia.

Se si fossero chiamati Marianna Ucrìa (Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa, Rizzoli, 2000), Esajas (Peter Hoeg, Il senso di Smilla per la neve, Mondadori, 1994), Fausto (Vito Piazza, Atte’ ti picchia Luigi?, Baldini&Castoldi, 1992) o Monica (Maria Giovanna Farina, Nessuno nasce imparato, Il Diario, 2004) avrebbero avuto -come di fatto hanno avuto- almeno un riferimento letterario, perché il loro nome avrebbe riportato a un romanzo, a un autore, al disegno di una copertina. Invece, Raimondo, Ugo e Rosa sono stati sfortunati anche in questo: non sono entrati in un libro o in un titolo e non sono diventati famosi.

Per rientrare, poi, nella cronaca di quest’anno, devo dire che Leonardo si è calmato, non so se è per effetto dei farmaci o per altro; l’anno scorso era incontenibile; stracciava libri e quaderni, tentava di infilare le mani nelle scollature delle professoresse, anche quelle meno generose; in presidenza, in un sol colpo, mi aveva distrutto un timbro e mi aveva deformato una delle pale del ventilatore. Quest’anno incontenibile è, però, un altro alunno diversamente abile. Si chiama Enzino, ha gli occhi azzurri, un viso dall’espressione dolcissima, sta bene in carne e se ti incontra dieci volte al giorno, per dieci volte ti deve toccare, ti deve accarezzare e ti deve dire, pur nella difficoltĂ  della pronuncia, che ti vuole bene.

Dopo i primi giorni di scuola, c’eravamo accordati con i genitori, che sarebbero venuti a prenderlo un’ora prima della fine delle lezioni; non si poteva, infatti, garantire la copertura di tutte le ore con l’insegnante di sostegno e tenerlo in classe, da solo, diventava un pericolo per sé e per i suoi compagni. Enzino, però, dopo qualche giorno, si è rifiutato di uscire prima; quando arrivava la mamma, scappava per tutta l’istituto, si nascondeva, piangeva, si buttava per terra e faceva capire che voleva restare lì dov’era, con i suoi compagni, nella sua classe, nella sua scuola.

La settimana scorsa, intanto, proprio per lui sono stato chiamato dai carabinieri, che, in caserma, stavano cercando di capire le ragioni di alcuni genitori, preoccupati per l’incolumitĂ  dei propri figli. Il giorno prima, infatti, all’uscita della scuola, Enzino, volendo salutare in modo affettuoso la sua compagna di banco, le aveva portato le mani al collo per tirarla a sé e baciarla. La ragazza si era spaventata e aveva tentato di sottrarsi all’abbraccio, procurandosi, così, una quasi invisibile abrasione al collo. Io, che ero a due passi (faccio sempre il possibile, per essere in cortile sia all’entrata che all’uscita dei ragazzi da scuola), ero andato in soccorso della ragazzina piangente, l’avevo calmata, l’avevo rassicurata mentre lo stesso Enzino piangeva e tentava di dire, con le sue parole incomprensibili, che lui voleva bene alla sua compagna e il suo era stato solo un gesto d’affetto e niente di più.

Pochi minuti dopo questo episodio, erano arrivati due o tre genitori, molto agitati, e mi avevano chiesto il nulla osta per il trasferimento dei propri figli in altra scuola o, in alternativa, l’allontanamento di Enzino dalla classe. Ovviamente, avevo risposto che nessuna delle due strade era perseguibile.
Con i tempi di magra imposti alla scuola, la conferma dell’iscrizione di un diversamente abile è considerata una manna dal cielo (lo so, è vergognoso, ma non trovo espressione più realistica), perché, consentendo di avere una classe non superiore a 20 alunni, concorre a preservare l’organico (un eufemismo per dire: mantenimento di posti di lavoro!) dalle sforbiciate ministeriali.
L’avvio effettivo dell’anno scolastico con la presenza di alunni diversamente abili condiziona, invece, enormemente le attivitĂ  educativo-didattiche.

E i motivi sono molteplici: carenza di strutture (ambienti, servizi, sussidi), personale inadeguato nella maggioranza dei casi presenti (docenti specializzati e non, collaboratori scolastici), trionfo dell’egoismo (genitori di alunni che chiedono di evitare classi con disabili; genitori di alunni diversamente abili, che, esasperati, arrivano a chiedersi: perché il disagio deve essere solo nostro?); confusione delle Istituzioni nella gestione di una situazione complessa (La Costituzione [art. 38], che sancisce il principio fondamentale dell’uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini; la SanitĂ , che deve accertare le minorazioni;

la Scuola, che, con interventi di carattere pedagogico [insieme ad altre agenzie], deve assicurare l’inserimento e l’integrazione sociale; il MIUR, che, tagliando posti [nell’unica logica di un malinteso senso delle economie], non garantisce risorse; gli Uffici Territoriali, che eseguono le indicazioni ministeriali con pura logica ragionieristica; gli Enti Locali, che, per i mancati trasferimenti di fondi, abbattono la loro scure anche (o soprattutto?) sull’universo delle politiche sociali).

Gli alunni diversamente abili presenti nelle scuole statali italiane (dati riferiti al all’a.s. 2007/2008) sono oltre 174mila, di cui quasi 13mila iscritti alla scuola dell’infanzia, 65mila alla scuola primaria, 54mila alla secondaria di I grado e oltre 42mila alla secondaria di II grado. Gli insegnanti sui posti di sostegno sono mediamente oltre 70mila, dei quali 30mila supplenti: l’assegnazione – secondo le ultime disposizioni ministeriali e senza tener conto alcuno della gravitĂ  delle diagnosi funzionali- avviene col rapporto di un insegnante ogni due alunni disabili. La maggioranza dei docenti di sostegno, secondo recenti stime, proviene dal settore delle scienze motorie (25,56%) mentre la restante parte proviene dall’ambito linguistico-letterario (15,13%), dalle lingue straniere (10,58%), dal settore artistico (9,2%), dall’ambito tecnico (8,99%).

Paradossalmente, dopo anni di lotte e di conquiste, l’integrazione (forse, è meglio dire la mancata integrazione) degli alunni diversamente abili nella scuola italiana sembra essere ritornata ai nastri di partenza. Si fa ancora fatica, infatti, a far passare il concetto (non certo lessicografico, ma culturale e civile) – a tutti i livelli- che non si è in presenza di una “diversitĂ  della persona” ma di una “diversitĂ  delle prestazioni di cui essa è capace”. I disabili (crudamente definiti handicappati) non hanno mai avuto vita facile nella scuola. Per decenni interi, l’istruzione ai disabili è stata impartita solo ai sordomuti e ai ciechi.

Quando, nel 1962, fu varata la legge istitutiva della scuola media unica, furono previste, quasi un fiore all’occhiello, le classi differenziali, per poter accogliere quegli alunni difficili, bollati come disadattati, un termine onnicomprensivo per indicare i ragazzi con funzioni normali appena ridotte, quelli con lievi disturbi psichici, gli handicappati, i discoli, i deviati per situazioni sociali e/o familiari, i meridionali (come gli extracomunitari di oggi!) saliti al nord al seguito dei genitori operai alla Fiat o nelle altre grandi industrie. È vero, la legge 517/1977 (son passati 35 anni!) abolì le classi ghetto; è vero anche che nell’ultimo decennio sono state scritte pagine di progressi per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone disabili nonché norme per il diritto allo studio e per la valutazione degli apprendimenti (L.104/1992, L. 169/2008, DPR 122/2009).

Ma, alla luce della realtĂ  e senza voler essere spigolosi, sono state pagine di progresso, di sogni o solo di buone intenzioni? La situazione degli alunni diversamente abili, oggi, è drammatica, molto di più di quanto non sia altrettanto drammatica la stessa situazione della scuola in genere. Non si garantisce, per questi figli di un dio minore, l’integrazione; si garantisce solo il sostegno, che, quasi sempre, è sinonimo di accompagnamento, di vigilanza, di gioco, di distrazione, di esercizio di copia o di uso di pennarelli colorati. Lo so bene, adesso si scateneranno le ire di molti operatori scolastici, ma la realtĂ  è questa! L’integrazione, infatti, è un valore e, come tale, presuppone un paziente riconoscimento dell’identitĂ  dell’Altro, richiede un’ampiezza di orizzonti culturali ed un continuo affinamento delle strategie didattiche, necessita di una fornita e capiente “cassetta degli attrezzi”.

La responsabilitĂ  principale, come sempre, ricade sul preside, che, nell’esercitare la sua leadership (questa volta nella capacitĂ  di promuovere buone pratiche professionali e prassi collegiali), “deve garantire un’offerta formativa, progettata e attuata dall’istituzione scolastica e che riguarda la globalitĂ  dei soggetti e, dunque, anche degli alunni con disabilitĂ , (Linee guida sull’integrazione scolastica, 4 agosto 2009). Ma gli intoppi giornalieri, purtroppo, aumentano (ritardi nelle nomine, sentenze Tar, burocrazia elefantiaca, tagli ai bilanci); i genitori protestano e minacciano denunce; spesso, i docenti di sostegno, per penuria di fondi, sono chiamati a sostituire i colleghi delle altre materie assenti; i sussidi scarseggiano o sono proprio inesistenti.

Intanto, tutti i Raimondo, le Rosa e gli Enzino soffrono, stanno male, si integrano poco o niente, piangono e si tirano i capelli di notte mentre, di giorno, scorazzano nei corridoi delle scuole o inseguono i compagni nei bagni o tentano di infilare le mani nelle scollature delle professoresse. Passeranno così i loro giorni, passeranno i loro anni e, poi, andranno via da scuola. Per loro, purtroppo, alla fine del percorso non sarĂ  cambiato niente; le favole dal bel finale, infatti, si vedono solo al cinema e nessuno di loro veste i panni di un Raymond Babbit, (il protagonista autistico di Rain Man, 1988), di un Forrest Gump (il disabile dell’omonimo film, 1994), di un Daniel Day-Lewis (il pittore e scrittore paraplegico de Il mio piede sinistro, 1989) o di un semplice Eugenio (il down di Ti voglio bene Eugenio, 2002).
(Fonte foto: Rete Internet)

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L’IMPRENDITORIA NEI TERRITORI CON ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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In che modo le imprese rispondono al fenomeno criminale e quali sono le ripercussioni sul mondo del lavoro.

Nei precedenti articoli abbiamo esplorato gli effetti di «Sistema» della criminalitĂ  organizzata, esponendo varie alterazioni (negative) che la presenza del soggetto criminale esercita sulle condizioni di produzione e di equilibrio di un sistema locale:

• riduzione del livello di attivitĂ  economica con conseguenze di riduzione nell’attivazione delle risorse presenti rispetto al potenziale;
• alterazione del sistema dei prezzi e perdita della sua efficacia in termini di indicatore corretto delle «scarsitĂ » di beni e risorse e delle preferenze dei consumatori;
• riduzione del gettito fiscale e della potenziale dimensione del bilancio pubblico.

Si è detto inoltre che gran parte degli effetti economici del crimine organizzato «passa» per il tramite della reazione di adattamento che il sistema delle imprese (ed ancor più delle piccole imprese) produce rispetto all’azione del sistema criminale. E che questa reazione è tutt’altro che univoca, presentandosi con tipologie molto differenti che difficilmente si prestano a facili schematizzazioni. Malgrado ciò è possibile analizzarlo con le differenti modalitĂ  di risposta delle imprese al fenomeno criminale.

Che la criminalitĂ  organizzata influenzi le scelte localizzative ed il comportamento operativo delle imprese è un dato di fatto difficilmente discutibile. Molto c’è invece da scoprire sui termini e sull’estensione in cui questo tipo di influenza si esprime in concreto. Non tutte le imprese infatti reagiscono in modo uguale alla presenza delle organizzazioni criminali:

• chi chiude l’attivitĂ ;
• chi continua lavorare e produrre, eventualmente crescendo ed incrementando la propria produzione.

Resta dunque questa apparente contraddizione: sebbene la criminalitĂ  organizzata sia da molti percepita come ostacolo allo sviluppo ed agisca da freno alla mobilitĂ  dei fattori, gli imprenditori che operano in zone con una qualche presenza di organizzazioni criminali hanno imparato a convivere con esse, trovando spinte, canali, comportamenti che consentono alle loro imprese di perseguire l’obiettivo della massimizzazione del profitto pur in contesti di non piena «agibilitĂ  legale».

In relazione alle interferenze della criminalitĂ  organizzata sul funzionamento del mercato del lavoro, si può citare il modello proposto da L. Costabile e A. Giannola, che evidenzia l’esistenza di un circolo vizioso tra disoccupazione e corruzione.

L’interesse della criminalitĂ  organizzata in relazione al controllo del mercato del lavoro, fa sì che il crimine organizzato, deprimendo le opportunitĂ  di impiego “regolare” e condizionando fortemente il funzionamento del mercato del lavoro amplifica automaticamente le tendenze degenerative della societĂ  verso comportamenti di prevaricazione delle norme sociali e di corruzione diffusa.

La criminalitĂ  associata si è fatta imprenditore illecito non per avere sfruttato le debolezze del sistema economico dominante, ma al contrario avendo utilizzando il naturale modo d’essere dell’imprenditore capitalistico idealtipico.

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CERTI DOCUMENTI, ANCHE SE CONTENGONO DATI SENSIBILI, POSSONO ESSERE LETTI E FOTOCOPIATI

Sussiste un diritto di accesso ai documenti e rilascio di copia anche per la certificazione prodotta ai fini della legge 104/92.

Il caso
Una docente ha proposto ricorso al Tar della Puglia contro il parziale diniego di accesso ai documenti relativi al procedimento preordinato al trasferimento dei docenti “soprannumerari”.
La docente aveva chiesto l’accesso alla certificazione medica esibita da altra docente riguardante la figlia minore, per poter fruire dei benefici previsti dalla legge 104 /92.
La docente aveva chiesto che la copia del certificato in questione fosse rilasciato previo oscuramento del nome della minore e della relativa diagnosi , ritenendo sufficiente, ai fini della tutela delle sue ragioni in sede giudiziaria, acquisire il dato relativo allo stato di gravitĂ  della minore

Pertanto, sebbene la documentazione richiesta contenesse potenzialmente dati sensibilissimi, poiché idonei a rivelare lo stato di salute di una minore, in considerazione delle modalitĂ  con le quali l’interessata chiedeva di accedervi, non rilevava in concreto alcuna compromissione al diritto della riservatezza. L’accesso ai documenti poteva essere consentito alla ricorrente sia per prenderne visione sia per avere una copia degli stessi; invece l’amministrazione aveva concesso la sola visione della certificazione.

Il Tribunale Amministrativo regionale per la Puglia , Bari, Sez. II, con la sentenza del 22-10- 2010 n. 3789, accoglie il ricorso e ordina all’ Amministrazione resistente l’esibizione della documentazione richiesta, consentendone l’estrazione di copia previo oscuramento del nominativo della minore e della relativa diagnosi.
La sentenza in questione chiarisce un punto molto controverso nella realtĂ  amministrativa superando le originarie previsioni dell’art. 24 della legge 241/90 circa l’accesso limitato alla sola visione della certificazione quando si tratta di dati sensibili.

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TROVARE I SOLDI DEL PANE. LA PENA DEL VIVERE E QUELLA DEL MORIRE DEGLI EROI TRAGICI

La pena quotidiana del vivere, per molti, è la fatica di trovare, ogni giorno, i soldi del pane: questa sofferenza feroce, che è effetto di molte e chiare cause, porta due uomini a morire in fondo a un pozzo. Di Carmine CimminoIl 150° anno dell’Italia unita si chiude con pallide commemorazioni del 4 novembre, e di una guerra che fu, con i suoi orrori, il solo momento in cui gli Italiani si siano sentiti una nazione. Anche in questa contraddizione c’è una logica: l’amaro presente occupa tutti gli spazi della mente e del cuore. Carlo Emilio Gadda ha scritto pagine profonde sulla guerra del 15-’18, in cui egli combatté con l’orgoglio di combattere per l’Italia: le sue parole hanno il peso e il suono della veritĂ , la veritĂ  del coraggio e quella della paura, sono forgiate col metallo delle passioni nette e chiare che la guerra ha il merito di svelare.

“Ho visto i finti martiri piagnucolare il finto destino…Certo che la stanchezza, la fatica, l’ebetudine, la macerante attesa, e poi le atroci esperienze, l’odore di interi reggimenti accatastati ad aspettare il destino, e quei volti destinati allo spasimo, di quegli uomini che sbranavano del manzo malvagio nell’ultimo sole della loro vita, e inutilmente deglutivano l’ultimo pane, certo tutto questo non era fanfara d’orgoglio.”.

E quando lui, ufficiale del 5° reggimento alpini, vede un caporalmaggiore accovacciato nel buio del terrore, con gli occhi colorati dell’arancio dell’itterizia, che, rosario tra le mani, “e baffoni disfatti“, biascica interminabili avemarie, lo schernisce e gli “augura“ che lo colpisca in pieno “una cannonata diabolica“. Ma poi confessa: “mi accovacciai anch’io più di una volta.“
“Conobbi i forti e i bravi: conobbi quelli che della loro umanitĂ  si disumanarono per voler essere soldati d’Italia.”. Gadda disegna la figura straordinaria di un giovane aiutante maggiore, che vuole andare oltre i limiti dell’umano, e si aiuta tracannando bicchieri di liquore Strega, perché “vuole asciugarsi le ossa in onore di Benevento.”

Poi, quando dalle creste dell’Altopiano di Asiago incominciano a piovere le cannonate austriache, “pompose matrone dalla dignitĂ  sistematica“, il ragazzo si lancia all’aperto, con la velocitĂ  del bersagliere “irrefrenabile“, e si diverte a schivare i colpi, a saltare tra i proiettili che l’inseguono “come cagne furenti“. Nel 1849, nelle ultime ore della Repubblica Romana, Garibaldi e Bixio, seduti sul punto più alto e più esposto della scalea di TrinitĂ  dei Monti, in camicia rossa, il sigaro in bocca, si sfidarono nella gara a chi resistesse più a lungo, immobile bersaglio, alle fucilate degli zuavi francesi che avanzavano verso Piazza di Spagna. Vinse Bixio.

“Ricordo un altro, quasi un fanciullo, – racconta Gadda-, che sedette sul sedile scheggiato della roccia, un attimo, una preghiera, prima di imboccare il camminamento del suo destino, a quota 309 “del monte Faiti. Nella mano stringeva una pistola pronta, “nuova come un regalo che gli avessero fatto per i vent’anni. Sedutosi, appoggiò il capo sul palmo sinistro, la mano armata la lasciò sul ginocchio, pareva un poeta tra le rovine.”, Tra i “fumi nitrici“, tra le “atroci esplosioni“ che “atterrivano le anime“, egli provava “l’angoscia di un bimbo” abbandonato, un’angoscia muta davanti alla solitudine. “Una desolata certezza era nel suo volto pallido, italianissimo: una compostezza italiana in tutto il suo atteggiamento, pieno di semplicitĂ  e di dignitoso decoro. Non posso dire come né dove, dopo alcuni minuti, rividi il suo volto.”.

Nella vecchia sede del Liceo Diaz di Ottaviano, in piazza Rosario, c’era un’aula intitolata a Vittorio Giordano, di Terzigno, che era stato alunno dell’Istituto, ed era studente di Medicina e Chirurgia all’UniversitĂ  di Napoli, quando nel 1917 – egli aveva allora 19 anni- fu chiamato alle armi, e chiese, e ottenne, di essere assegnato al 23° reparto dei Bersaglieri d’ Assalto. Nel giugno del 1918 Vittorio Giordano meritò la medaglia di bronzo al valor militare combattendo da eroe a Bocca di Collalta. Morì il 30 ottobre, a pochi giorni dalla fine della guerra, sul ponte di San DonĂ  di Piave: aveva il comando di un plotone di arditi, una mitragliatrice nemica, piazzata a metĂ  del ponte, bloccava l’avanzata dei nostri, e allora il giovane si lanciò sulla mitragliatrice e sui mitraglieri austriaci. “Incontrava morte gloriosa sul campo“ recita la motivazione della medaglia d’argento che gli fu assegnata.

“Ho visto – scrive Gadda – la volontĂ  sommersa dal caso, come una barca dalla risacca“. Ma l’epos degli eroi di guerra prevede che la loro volontĂ , sommersa, resista, risalga alla superficie, tenti di sovrastare il caso, di dargli un senso e una ragione. Gli eroi dell’epos non aspettano il colpo accovacciati nel terrore in cui il caso li ha portati: si lanciano sulla bocca della mitragliatrice, si divertono a scansare le cannonate, e il più giovane cerca di capire il senso delle cose, prima di addentrarsi nel camminamento fatale, incontro alla morte che l’aspetta al varco opposto. Ai giovani è consentito giocare con il fato. Ai padri è sottratta tale voluttĂ .

La pena quotidiana del vivere, che per alcuni è una pena filosofica ed è, per altri, la fatica di trovare, ogni giorno, i soldi del pane: questa sofferenza feroce, che è effetto di molte e chiare cause, porta due uomini a morire in fondo a un pozzo, dove cercavano di “guadagnarsi la giornata“: che non è un’ espressione qualsiasi: è, da sola, un vangelo intero, se ho capito il senso dei vangeli. Sono morti insieme: non c’è amicizia più terribile di quella che si stringe tra due uomini che ogni giorno vanno a misurare, insieme, quanto sia assurdo, eppure vero, vero sul loro capo, vero sugli occhi, vero sulle mani il peso della pena di vivere. È un’amicizia necessaria: serve a dare l’illusione che si possa resistere a quel peso. Antonio Annunziata e Alfonso Peluso non erano eroi epici: volevano vivere: non solo per sé, ma soprattutto per chi alla fine della giornata guadagnata li aspettava a casa.

Nel cunicolo della pena del vivere certe parole, “moglie“, “figli“, hanno un suono terribile, da tromba del Giorno del Giudizio: dicono che i giorni sono quasi sempre brandelli di un disegno che ci illudiamo di ricomporre, ma che non è mai esistito. Il caso, sospettava Anatole France, è forse lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare. Antonio Annunziata e Alfonso Peluso sono eroi tragici, e perciò non avranno manifesti con gli stemmi dello Stato, non avranno bandiere, né sbattere di tacchi. È giusto che sia così. La morte dell’eroe tragico appartiene solo ai suoi: solo essi sanno leggerla e capirla.

Gli eroi tragici non vogliono le lacrime solenni, ad occhi asciutti, dell’enfasi diluita in chiacchiere. Chiedono solo un segreto e breve pensiero sulla viltĂ  della vita e sulla vigliaccheria del caso.
(Foto: E. Delacroix, “Cavallo assalito da una tigre”, acquerello, 1825)

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PER UNA RILETTURA DELLA GRAVE CRISI IN CUI SIAMO IMMERSI

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Per una nota sulla riforma del sistema monetario e finanziario, la Santa Sede è stata messa sullo stesso piano degli indignados. Il dato certo è che nuove ideologie stanno distorcendo le istituzioni democratiche. Di Don Aniello Tortora

Ultimamente ha suscitato molto stupore e meraviglia nella pubblica opinione una Nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sul tema del giorno: ”Riforma del sistema monetario e finanziario internazionale nella prospettiva di un’AutoritĂ  pubblica a competenza universale”. La Santa Sede, per i contenuti della Nota, è stata addirittura messa sullo stesso piano degli indignados.

Questa Nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sulla Riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’AutoritĂ  pubblica competenza universale intende proporre una riflessione sulle possibili vie da percorrere, per giungere a politiche ed istituzioni finanziarie e monetarie efficaci e rappresentative a livello mondiale e orientate ad uno sviluppo autenticamente umano di tutte le persone e i popoli.

È noto che la Chiesa, allorché interviene a parlare sulla questione sociale, si muove sul piano della sua competenza etica e religiosa. Pertanto, se essa affronta l’attuale crisi del sistema monetario e finanziario non intende addentrarsi in questioni prettamente tecniche, pur non ignorandole.
In particolare, nelle riflessioni del Pontificio Consiglio viene offerta una rilettura della grave crisi economica e finanziaria in cui ancora siamo immersi, segnalando, tra le altre cause, non solo quelle etiche, ma più specificamente quelle ideologiche. Le vecchie ideologie sono tramontate. Ma ne sono sorte di nuove, non meno pericolose per lo sviluppo integrale della famiglia umana.

Esse hanno inciso negativamente sul sistema monetario e finanziario internazionale e globalizzato, provocando diseguaglianze sul piano dello sviluppo economico sostenibile, nonché gravi problemi di giustizia sociale, mettendo a dura prova soprattutto i popoli più deboli. Si tratta di ideologie neoliberiste, neoutilitariste e tecnocratiche che, mentre appiattiscono il bene comune su dimensioni economiche, finanziarie e tecniche assolutizzate, mettono a repentaglio il futuro delle stesse istituzioni democratiche.

Come superare tali visioni e prassi distorte? Muovendo da un nuovo pensiero, da un nuovo umanesimo globale, secondo cui il primato dell’essere sull’avere comanda un’etica più «amica della persona», ossia un’etica della fraternitĂ  e della solidarietĂ , nonché la subordinazione dell’economia e della finanza alla politica, responsabile del bene comune. Solo così si possono vincere le idolatrie di mercati aventi come unica regola obiettivi e prospettive meramente tecnici e performativi, ignorando quell’etica che li dovrebbe permeare intimamente. Infatti, i mercati, essendo creati dall’uomo, recano inscritto un codice etico naturale, che non può essere ignorato, pena la loro disumanizzazione.

Per quanto concerne l’aspetto progettuale, ossia l’indicazione di vie di soluzione, la Nota del Pontificio Consiglio, suggerisce che la globalizzazione sia governata mediante la costituzione di un’autoritĂ  pubblica a competenza universale. Le riflessioni del Pontificio Consiglio intendono dare suggerimenti per la riforma delle attuali istituzioni internazionali, perché siano più autorevoli e democratiche. Queste devono essere espressione di un accordo libero e condiviso tra i popoli; più rappresentative; più partecipate; più legittimate; più coinvolgenti tutte le societĂ  politiche e civili. Devono essere super partes, al servizio del bene di tutti, in grado di offrire una guida efficace e, al tempo stesso, di permettere a ciascun Paese di esprimere e di perseguire il proprio bene comune, secondo il principio di sussidiarietĂ , nel contesto del bene comune mondiale.

L’AutoritĂ  mondiale non dovrĂ  schiacciare o sfruttare i Governi nazionali o regionali. Essa dovrĂ  intendere la sua facoltĂ  di orientare e di decidere, nonché di sanzionare sulla base del diritto, come un mettersi al servizio dei vari Paesi membri, affinché crescano e posseggano mercati efficienti ed efficaci, ossia mercati non iperprotetti da politiche nazionali paternalistiche, non indeboliti da deficit sistematici delle finanze pubbliche e dei Prodotti nazionali, che di fatto impediscono ai mercati stessi di operare in un contesto mondiale come istituzioni aperte e concorrenziali.

È da sottolineare che le riflessioni presentate dal Pontificio Consiglio non demonizzano affatto i mercati monetari e finanziari, bensì li considerano un «bene pubblico»: bene fondamentale quindi, ma non bene o fine ultimo. Proprio per questo, essi devono essere funzionali alla realizzazione del bene comune universale della famiglia umana.
In secondo luogo, propone un netto salto di qualitĂ  rispetto alle istituzioni esistenti. Occorre innovare rispetto ad esse, all’ONU, alle fallimentari istituzioni di tipo G8, G20, od altro ancora. Occorre, in particolare, il passaggio deciso da un sistema di governance – ossia di coordinamento orizzontale tra Stati senza un’AutoritĂ  super partes – ad un sistema che, oltre al coordinamento orizzontale, disponga di un’AutoritĂ  super partes, con potestĂ  di decidere con metodo democratico e di sanzionare in conformitĂ  al diritto.

Secondo le riflessioni del Pontificio Consiglio, gli Stati che compongono il G20 non possono considerarsi rappresentativi di tutti i popoli. Allo stato attuale delle cose, il G20 manca di una legittimazione e di un mandato politico da parte della comunitĂ  internazionale. A ciò si deve aggiungere che, non mutando la situazione, rischia di delegittimare o di sostituirsi di fatto alle istituzioni internazionali – come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale – che, sebbene necessitino di profonde riforme, appaiono in grado di rappresentare in maniera istituzionale tutti i Paesi e non un loro numero ristretto.

Preliminare a ciò è soprattutto il recupero del primato della politica sull’economia e sulla finanza. «Occorre – si legge nella Nota – recuperare il primato dello spirituale e dell’etica e, con essi, il primato della politica – responsabile del bene comune – sull’economia e sulla finanza. Occorre ricondurre i mercati e le istituzioni finanziarie ad essere effettivamente a servizio della persona, capaci, cioè, di rispondere alle esigenze del bene comune e della fratellanza universale».
A me pare proprio che questa Nota dia tanta luce al buio dell’attuale momento critico che stiamo vivendo. Mi auguro solo che chi di dovere si lasci “accecare” da tanta luce, per ridare speranza a tanta gente che soffre.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA SALVAGUARDIA DEL MINORE: IN PARTICOLARE, L’AFFIDO INTRAFAMILIARE

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Ci sono casi (rari) in cui è lo stesso genitore naturale del minore a chiedere l”intervento degli assistenti sociali, per far fronte alle difficoltĂ  di sostentamento. Il caso di oggi. Di Simona Carandente

Numerosi e variegati sono gli istituti, sia del diritto sostanziale che processuale, volti alla salvaguardia dei diritti del minore, specie se questi si trova a vivere momenti di difficoltĂ  all’interno del nucleo familiare di origine, o al di fuori qualora ne sia privo.

Scopo principale di tali istituti è quello di sostenere il minore nel proprio, delicato, percorso di crescita psicofisico, cercando di non allontanarlo dalla propria famiglia naturale, favorendo anzi il graduale reinserimento al proprio interno, contenendo al contempo i danni derivanti dalla momentanea perdita delle figure genitoriali di riferimento. In alcuni, rari casi, è il genitore naturale del minore che può chiedere l’intervento dell’autoritĂ  giudiziaria, o per meglio dire degli assistenti sociali, specie laddove si trovi a doversi misurare con condizioni di vita non facili, se non addirittura di particolare allarme sociale, incapace di gestire da solo ed in prima persona.

Nel caso di specie, la sig.ra A. si è rivolta al legale in quanto raggiunta, pochi giorni prima, da un provvedimento di decadenza dalla potestĂ  genitoriale in relazione ai due propri figli minori, uno dei quali con gravi problemi di autismo, che ella stessa aveva collocato in Casa Famiglia qualche mese addietro, trovandosi nell’impossibilitĂ  materiale di poterli accudire e provvedere al loro sostentamento. Nonostante l’impugnazione ritualmente proposta, il Tribunale rigettava il ricorso della sig.ra A., dichiarando la stessa decaduta dall’esercizio della potestĂ  genitoriale assieme al padre naturale dei minori, conducendo i minori stessi verso un provvedimento di adozione da parte di una famiglia esterna al nucleo familiare.

Tuttavia, su consiglio del legale la sig.ra A, consapevole della propria inidoneitĂ  rispetto al ruolo di madre, specie in relazione ai gravi problemi di salute di uno dei minori, prospettava la possibilitĂ  che la propria sorella C., sposata e madre di due bambini, onesta lavoratrice ed avulsa da ogni contiguitĂ  con ambienti criminali, prendesse in affido i propri figli.
Attraverso l’istituto dell’affido intrafamiliare i parenti dei minori, entro il quarto grado, possono dichiararsi disponibili ad accogliere gli stessi nel proprio nucleo, senza che questo comporti l’uscita di questi dalla famiglia di origine, con il sostegno e l’accordo del Servizio Sociale competente per territorio, chiamato a pronunciarsi sull’idoneitĂ  della famiglia affidataria e a stilare un progetto socio- educativo del tutto individualizzato.

La procedura intrapresa dalla sig.ra C, potenziale affidataria, è allo stato ancora in corso, essendo all’attenzione del Giudice tutte la valutazioni sull’idoneitĂ , affettiva ed economica, ad accogliere i due minori in casa; l’augurio è quello che il Tribunale, in ossequio ad un principio di salvaguardia dei valori familiari, affidi i minori agli zii materni, evitando la complessa via dell’adozione etero familiare, con ulteriore trauma per il giĂ  delicato equilibrio psicofisico dei due piccoli. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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LUCA GIORDANO, IL PRODIGIO DEL BAROCCO PARTENOPEO

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Tra il Seicento e il Settecento troneggia a Napoli la “maniera dorata” di Luca Giordano, l”artista che falsificando i grandi maestri del tempo divenne un “virtuoso del pennello”.

Napoli, negli ultimi anni, ha sempre più legato il suo nome al fenomeno dei prodotti contraffatti. Per le strade della cittĂ  è possibile trovare ogni genere di merce “falsificata”. C’è persino chi ha elogiato l’abilitĂ  di certi napoletani nell’imitare alla perfezione i prodotti più svariati.

In effetti, nel capoluogo campano, “l’arte della contraffazione” pare vantare, per così dire, una tradizione antichissima. In anni in cui il concetto di “diritto d’autore” non era stato ancora concepito, infatti, un artista partenopeo diveniva celebre per la sua capacitĂ  di imitare le opere dei grandi maestri del tempo, sia italiani che stranieri: Luca Giordano, il “falsario” che dominò il Barocco napoletano. Conosciuto anche come Luca “Fapresto” o “Fai Presto”, soprannome che sembra gli abbia dato il padre, un modesto pittore, incitandolo a completare velocemente alcuni dipinti, il Giordano è, come lo definisce Argan, uno dei primi “virtuosi del pennello”.

Uno dei primi artisti, cioè, a meravigliare gli osservatori delle sue opere non tanto per la scelta o per il realismo dei soggetti ritratti, ma per la straordinaria abilitĂ  tecnica sfoderata nei suoi dipinti. Nato a Napoli nell’ottobre del 1634, Luca Giordano è, agli inizi, allievo del Ribera. Giovanissimo viene mandato dal padre a Roma, a studiare i grandi maestri del Rinascimento e del Barocco. Conosce e frequenta Pietro da Cortona e si avvicina ad una pittura ben lontana da quella “caravaggesca” del Ribera. Fu in Lombardia e, si dice, anche in Veneto, dove poté ammirare le opere di Paolo Veronese. A quest’ultimo si ispirerĂ  buona parte della sua produzione artistica successiva. Prima di partire per Firenze e per la Spagna è, per lungo tempo, a Napoli, dove lavora tantissimo.

Gode di fama internazionale. È capace di realizzare dipinti di ogni genere. Sa imitare le opere di Caravaggio, Rembrandt, Rubens, e persino quelle di Raffaello. Diviene famoso anche, ma non solo, per questo. Bernardo de Dominici racconta che, stanco di sentire i consigli di un negoziante fiammingo, tal Gasparo Romer, che lo trattava da principiante, Luca volle prendersi gioco di lui. Chiese al padre di vendere alcune sue opere al Romer, dipinte sullo stile di Bassano, di Tiziano e di Tintoretto, spacciandole per dipinti originali di questi ultimi. Quando fu dal ricco negoziante, per consegnargli un “Sansone e Dalila” che aveva richiesto, il Giordano gli fece notare che le tele che il Romer aveva acquistato e ben pagato dal padre, credendole eccellenti lavori di grandi maestri, erano opera sua, come si poteva vedere dalla firma occultata sul retro di ognuna di essa.

Al negoziante fiammingo non rimase che riconoscere il talento del giovane pittore. Da allora, anzi, ne divenne protettore. La grandezza di Luca Giordano non sta solo nella capacitĂ  di spaziare dalle tinte “scure” di Caravaggio a quelle “chiare” di Veronese, ma nella straordinaria padronanza della tecnica pittorica e nella velocitĂ  d’esecuzione. L’appellativo di Luca “Fapresto” testimonia proprio questa sua abilitĂ . In pochi giorni, o addirittura in poche ore, era in grado di portare a termine opere incredibilmente complesse. Sua è quella “maniera dorata”, quel colorismo vivace, frutto di un attento gioco di luci brillanti, vivide, che lo discosta molto dalla “maniera annerita con tinte cacciate nel nero fumo” che fu, invece, come scrive il de Dominici, di Mattia Preti.

Luca Giordano è un artista consapevole del proprio talento e nei suoi dipinti fa sfoggio delle sue capacitĂ . Quasi un’autocelebrazione potrebbe apparire l’affresco, alla Galleria di Palazzo Medici Riccardi di Firenze, con “Minerva che porge una chiave e un martello a Ingegno e Artificio” (foto), due virtù che certo non gli mancarono. Le tinte, chiare e luminose, sono quelle del Veronese. È da lui che Luca “Fai Presto” impara a fare musica attraverso i colori. Del Giordano Argan dirĂ : “È un fenomeno, ha del prodigioso; è lo straordinario tecnico della comunicazione visiva”…“la sua pittura mette in moto il meccanismo dell’immaginazione”. Come “falsario” imparò a padroneggiare il mestiere pittorico, come maestro insegnò a sbalordire il mondo.
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IL PROBLEMA DELLA DEMOCRAZIA INTERNA DEI PARTITI

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Siamo immersi in un modello elitistico e plebiscitario di democrazia e gli stessi partiti si ispirano a questa logica. Bisogna puntare ad un”altra via, per rifondare in primis la vita interna dei partiti. Di Amato Lamberti

Per i partiti quale alternativa? Prospettare modelli alternativi di partito rispetto a quello che appare oggi affermarsi come un modello largamente egemone, può sembrare anche velleitario, specie per chi ritiene che sia ormai irreversibile l’affermazione di una visione “elitistica” di democrazia e che vede in un partito, secondo la classica definizione di Schumpeter, null’altro che un team di politici tesi alla conquista di cariche pubbliche attraverso la competizione elettorale.

D’altra parte, sono in molti ormai a ritenere assodata l’affermazione di Down, secondo la quale “i partiti formulano proposte politiche per vincere le elezioni, non cercano di vincere le elezioni per realizzare proposte politiche.” Se questo è lo scenario più plausibile, allora le forme di “democrazia immediata” che si sono diffuse in molti partiti nel nostro Paese, sono quelle più funzionali e coerenti ad un tale stato di cose: ossia, forme di democrazia, tendenzialmente plebiscitarie, che assumono come un fatto la dimensione atomizzata e individualistica della societĂ  contemporanea, che assumono la cittadinanza come una somma di individui dissociati, che non hanno bisogno di corpi e strutture intermedie e che tendono ad instaurare un rapporto diretto tra la leadership e la “base”.

Una base, a sua volta, non organizzata e non strutturata, caratterizzata da una bassa propensione partecipativa e tutt’al più da coinvolgere solo in alcuni momenti elettorali, quali, ad esempio, le “primarie”. Si può, invece, ritenere che, pure in un contesto di “societĂ  liquida”, sia possibile una linea di ricerca alternativa che attinga ad una rinnovata concezione della democrazia rappresentativa, integrandola e arricchendola con le acquisizioni teoriche e pratiche che provengono dal filone del pensiero politico democratico più interessante: quello della democrazia deliberativa.

La democrazia deliberativa si pone come un modello normativo e offre, proprio per questa sua natura, un quadro teorico di riferimento per l’analisi dei concreti processi democratici di decision-making e, nello stesso tempo, per la progettazione e la sperimentazione di pratiche partecipative innovative rispetto ad una tradizionale concezione della partecipazione democratica. Come scrive Jon Elster, “democrazia deliberativa è un processo decisionale condotto per mezzo di una discussione tra cittadini liberi ed eguali, alla cui base vi è l’assunzione secondo cui la democrazia si fonda sulla trasformazione più che sulla mera aggregazione delle preferenze”.

Il luogo in cui le preferenze si trasformano è la discussione pubblica, ovvero, come dice ancora Elster, “un processo di “collettive decision-making” che è democratico in quanto prevede la partecipazione di tutti coloro che sono coinvolti in una decisione o dei loro rappresentanti; e che è deliberativo in quanto si svolge attraverso argomenti offerti da, e a, partecipanti che siano orientati da valori di razionalitĂ  e imparzialitĂ ”. Gli aspetti cruciali del modello normativo sono, perciò:
l’idea che le preferenze (i valori, gli interessi, le opinioni) dei cittadini non possano e non debbano solo essere contate o aggregate attraverso procedure di voto, ma possano e debbano formarsi e trasformarsi nel corso di una discussione pubblica che si svolga su basi di imparzialitĂ , paritĂ  e eguaglianza;

l’idea che una decisione collettiva possa essere assunta sulla base di argomenti razionali, sulla base della forza del miglior argomento e sulla base di informazioni e conoscenze condivise (e non necessariamente sulla base di un negoziato tra interessi contrapposti e/o di un conflitto che veda una tesi prevalere sull’altra); l’idea che una decisione collettiva debba essere assunta sulla base della partecipazione di tutti coloro che sono, in varia misura, coinvolti nella decisione stessa, ovvero sulla base di un principio di massima inclusivitĂ . Ciò che conta è che tutti coloro che abbiano qualcosa da dire su una decisione che, in varia misura, li tocca direttamente, abbiano la possibilitĂ  di farlo e che possano riconoscere il fatto che, comunque, della loro opinione si sia discusso e che, in qualche misura, essa sia stata presa in considerazione.

Il problema vero di cui si continua a discutere riguarda la possibilitĂ  di assumere il modello della democrazia deliberativa come paradigma normativo anche per la democrazia interna dei partiti. In pratica, la questione è se, a fronte di un modello elitistico di democrazia e a modelli di partito che si ispirano a questa logica, sia possibile e realistica una alternativa, teorica e pratica, che punti a rifondare nella vita interna dei partiti un modello di democrazia rappresentativa e ad integrarlo e arricchirlo con le acquisizioni che provengono dalla democrazia deliberativa.

Una alternativa possibile ad un modello elitistico di partito, secondo molti autori, si fonda tutto su un presupposto: ricostruire la dimensione associativa dei partiti, non come mero presupposto organizzativo, ma come elemento costitutivo di un organismo collettivo in cui la discussione pubblica, il confronto delle idee e delle opinioni, i processi di apprendimento collettivo, svolgano un ruolo essenziale anche nella costruzione di rinnovati legami sociali.

In altri termini, essere un partito con una larga membership, in cui si discute e si decide attraverso procedure democratiche che prevedano un coinvolgimento quanto più largo possibile di iscritti e sostenitori, non è soltanto un richiamo ad una tradizionale risorsa organizzativa dei partiti di massa, ma la valorizzazione di un antidoto, oggi, importante, all’affermarsi di una dimensione elitistica e plebiscitaria della democrazia.
(Fonte foto: Rete Internet)

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ELOGIO DELL’ASINO

Matteo Renzi, il rottamatore, ha risposto piccato a Bersani di non essere un asino. Si vede che non conosce Giordano Bruno, secondo il quale chi vuol fare qualcosa di importante deve prima diventare asino. Di Carmine Cimmino

Lo so. Avrei dovuto parlare ancora degli sbadigli del sig. Bossi, e dire che c’entrano con l’invidia e raccontare delle pratiche che facevano, e da qualche parte ancora fanno, le fattucchiere per “sfascinare“ i bambini “affascinati“ dal malocchio. Vi erano esposti soprattutto i bambini ancora in fasce, bersagliati dai baci, dalle carezze e dai cianci delle donne del vicinato, e da quelle del parentado, le più perniciose.

“Quant’è bello”, “È pieno di salute“, “Vide che uocchi“: era questo l’innesco dell’incantamento. La donna “falsa“ nell’indicare gli occhi del bambino spalancava i suoi, e si metteva a sbadigliare, una sfilza di sbadigli: “ ‘o alo“, così i napoletani chiamano lo sbadiglio. Gli spiriti maligni uscivano dagli occhi socchiusi (l’invidioso non vede chiaro, i suoi occhi sono sempre umidi e socchiusi) e si infiltravano nel corpo d’’o piccerillo. Il quale poco dopo incominciava a chiagnere, a se sbattere, a sbadigliare.

La mamma convocava subito la “commara“, esperta di queste cose: e se la commara, seduta di fronte al bambino, sbadigliava, anche lei, allora il malocchio era serio, allora bisognava mettere mano ai rimedi dell’urgenza: sputare tre volte a terra, e ripetere la terna tutt’intorno alla culla, conficcare un chiodo nella parete, intonare nenie e disegnare con l’indice tre croci sulla fronte dell’affatturato, mettergli al collo una catenina con il curniciello, cospargere di sale grosso e di gocce di aceto il pavimento della stanza. I miei zii, quando facevano uscire dalla stalla, per la prima volta, un cavallo appena comprato, gli legavano alla cavezza un sacchettino di pezza, pieno di sabbia, di sale e di foglie di palma sminuzzate.

Avrei dovuto parlare di tutto questo, ma la cronaca incalza, non dĂ  tregua, fa ruotare le cose e le persone come trottole, e ora te le mostra in piena luce, ora nell’ombra, ora a mezzo tono. Lo sbadiglio di Bossi oggi mi appare come una mistura di invidia e di noia. Il capo della Lega, il perno del cerchio magico, l’erede di Viridomaro, il Garibaldi capovolto, l’uomo che avrebbe voluto sfasciare l’Italia, giunto al tramonto, si guarda intorno dall’alto dello scranno, e vede, nella nebbia, un agitarsi di ducetti tenenti e sergenti che da destra a sinistra si stanno organizzando per le prossime elezioni, per mettere le mani su ciò che resta dell’Italia berluscobossiana cicchittesca gasparriana e un poco anche bersaniana.

Sono dei giovanotti, e da qui la punta d’invidia: che diventa una trafittura dolorosa quando il sig. Bossi si guarda intorno, e misura i giovani di casa. Ma poi lo stanco gallocelta si consola, per un momento, non appena gli giungono all’orecchio, in un confuso vocio, i programmi i discorsi i proclami i bandi e gli editti dei caporalucci di ventura che si preparano a scendere in lizza. Con liste bloccate. Democraticamente. Ma che c…dicono ? Ma queste cose le ho giĂ  dette io, nel 1990. Ma che succede? Ma so’ tutti figli miei? E sbadiglia di noia.

Il dott. Renzi, che si chiama Matteo, e perciò come l’apostolo di cui porta il nome si sente “vocato“ – la sua vocazione è quella del salvatore dell’ Italia – da poco ha chiuso il raduno dei suoi seguaci, che si è tenuto a Firenze, sotto un titolo che è da solo un programma: Bing Bang. Modestia a parte. Anche l’on. Bersani vuole salvare l’Italia. Si sta preparando da tempo, ha imparato a memoria la parte, e ora ha paura di dimenticarla, e perciò da mattina a sera ripete il ritornello: Berlusconi se ne deve andare. Il “rottamatore“ dott. Renzi fa il simpatico sul ritornello del suo segretario nazionale, che non sopporta l’impertinenza del fiorentino.

Da qui scambi di battute e di colpi, che ricordano gli epici duelli di Borg e di McEnroe. L’on. Bersani ha sentenziato che un giovane può andare avanti anche senza scalciare. Il dott. Renzi ha ribattuto a volo: io non scalcio, io non sono un asino. La risposta non mi è piaciuta. Prima di tutto, perché ha dato per scontata un’interpretazione che scontata non era. Non solo gli asini scalciano. Scalciano anche i cavalli. E anche le zebre. Perché il “rottamatore“ ha pensato subito e solo agli asini? Sa giĂ  che l’on. Bersani lo giudica un asino? E perché si è offeso? Non mi aspettavo, da un fiorentino, che l’immagine dell’asino gli suggerisse solo significati negativi. Non mi aspettavo nemmeno che parlasse dell’asino in genere, senza distinguere l’asino dal somaro, e il somaro e l’asino da quello che a Firenze chiamano il ciuco.

Pare che sia lo stesso animale, e invece sono tre animali distinti. Se il dott. Renzi avesse letto Giordano Bruno, saprebbe che chiunque voglia fare qualcosa di importante, e dunque anche il premier, deve prima diventare asino. Perché la conoscenza è come una rete ferroviaria circolare, in cui sono aperte le stazioni dell’asinitĂ  e del sapere, e il treno non può fermarsi in una, se prima non si ferma nell’altra. Sono asino, e perciò non voglio più esserlo, voglio imparare: imparo, imparo, più imparo e più mi accorgo di essere asino. Così diceva Giordano Bruno, e qualche maligno potrebbe sospettare che l’abbiano messo sul rogo proprio per questo suo elogio dell’asinitĂ . E che ne facciamo dell’ asino di Apuleio? E di Pinocchio – asino?

Pinocchio non si sarebbe avviato a diventare bambino, se prima non fosse passato attraverso l’esperienza dell’asinitĂ : l’asinitĂ  vera, con tanto di orecchie lunghe “come spazzole di padule“. E l’asino che sta alla greppia del Presepe? E la tenacia dell’asino, la sua ostinazione, la sua potenza sessuale? Che dire di Bottom, il fantastico personaggio scespiriano di un Sogno di una notte di mezza estate, che viene trasformato in asino, ma non lo sa, e continua a proporsi per ogni ruolo e compito, faccio tutto io, mi vedo tutto io, ed è, infine, un simpatico ciuccio, ma anche un sovvertitore sociale? Dunque, chi aspira a un briciolo di conoscenza parte dall’asinitĂ : per andare avanti. Se resta fermo alla stazione di partenza, resta asino. Su questo non c’è dubbio.

In “Minuzzolo“, un libro per bambini, Collodi parla di un somaro che si chiama Baffino… Ma è meglio lasciar stare: tra Pd e un somaro di nome Baffino c’è il rischio che si intrecci uno spiacevole equivoco. Temo che il sindaco di Firenze non abbia letto tutto Collodi. Se l’avesse letto, non avrebbe tenuto la sua “convention“ alla stazione Leopoldea. Alla prossima.
(Foto: Quadro di J.H. Fussli, “Bottom tra le fate”)

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NEL <i>DIARIO DI UN PRESIDE</i> SI PARLA DEI BIDELLI

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Il collaboratore scolastico, sinonimo di bidello, è un lavoratore che dovrebbe contribuire a realizzare un”opera o un”attivitĂ  educativa. Ma non è sempre così. Di Ciro Raia

Quando si entra in una scuola, le prime facce che si incontrano sono quelle dei collaboratori scolastici. Dalle nostre parti si è ancora solititi chiamarli bidelli e, spesso, per questo motivo, si accende qualche disputa “linguistica”. L’appellativo bidello, infatti, non è gradito a questa categoria di lavoratori, che ormai sono universalmente noti come collaboratori scolastici. È, purtroppo, convinzione diffusa che il termine bidello contenga il sapore di offesa, in quanto sembra rappresenti una condizione occupazionale umile e sciatta.

Eppure, bedellus, nel latino medioevale, indicava il custode dell’universitĂ ; bedel, nel francese antico, designava, invece, la persona di servizio con incarichi di carattere pubblico; bidal, infine, nel tedesco antico, voleva dire sacrestano (termine ufficializzato, nel 1599, dai Gesuiti nella Ratio studiorum). Bidello, dunque, contiene l’idea di una condizione di impiego rispettabile, ricca di dignitĂ , non certo riconducibile all’immagine di un modesto e denigrato lavoratore. Il collaboratore (cum laborare), sinonimo di bidello, è uno che, lavorando insieme, contribuisce -nella propria misura e con propri compiti- alla realizzazione di un’opera, di un’attivitĂ , che, nella fattispecie, è quella educativa. Il collaboratore scolastico, in altri termini, è un lavoratore inserito a pieno titolo nel progetto di formazione declinato dall’istituzione in cui agisce.

E, invece, non sempre è così. I collaboratori scolastici rivendicano, in alcuni casi, il diritto a essere considerati addirittura “collaboratori orizzontali”, chiedendo di prestare servizio su un solo piano, perché angustiati dal pericolo (?) costituito dallo scendere e salire le scale!
Prima che il governo in carica provvedesse a falcidiare la sanitĂ  e la scuola (2009), i collaboratori scolastici in servizio in Italia assommavano a circa 167.000, una media di 2,2 unitĂ  per ogni classe!

Con queste premesse, un preside che intende far funzionare la scuola decentemente deve stare continuamente a modellare strategie di persuasione (è questa la mediazione?) a vantaggio dei bidelli, le cui storiche e quotidiane lamentele sono: gli spazi/ambienti da pulire sono molti, lo stipendio non è adeguato, gli alunni lasciano le aule in disordine, i bagni si presentano in una condizione schifosa, la palestra (per le scuole che ce l’hanno) richiede fatica con la sua pavimentazione antiscivolo, i vetri delle finestre sono pericolosi da lavare, le scale sono scivolose, gli spazi esterni non competono, la sorveglianza è difficile da esercitare, le circolari richiedono impegno e tempo per farle passare.

Qualche suggerimento per far passare le sei ore di presenza al giorno? Niente di eccezionale, bastano una comoda sedia (meglio se poltrona), una scrivania, un interfono, una stufa d’inverno e un ventilatore d’estate.
È vero, o cummanĂ  è meglio do’ fottere, ma, in queste situazioni ricorrenti in ogni scuola, è inimmaginabile pensare a un preside come a un capataz, un capobastone, un sorvegliante di operai, quasi un secondino.

Alcuni anni fa, quando ho ricoperto l’incarico di assessore alla P.I. del mio comune di nascita e residenza, ricordo che, durante un sopralluogo in un cantiere di una scuola in costruzione, mi trovai di fronte a un recinto con cavalli, con tanto di trogolo in pietra usato come mangiatoia, eretto (lui sosteneva temporaneamente) da un disinvolto dirimpettaio con un insolito senso della proprietĂ  pubblica e del bene comune (I problemi di un neo amministratore ai piedi dello sterminator Vesevo, in Ecole, Rivista di idee per l’educazione, n. 16, ottobre 1993 ).

Da preside, invece, ho avuto la sorpresa (ma cosa può sorprendermi più ormai?) di imbattermi in un bidello-collaboratore-custode, che, in angolo della palestra scoperta, aveva ricavato uno spazio, protetto da una robusta rete metallica, destinato, in parte, a dare alloggio a una quindicina di galline e, in parte, a una piccola serra –tenuta, devo dire, con vera perizia- con lussureggiante coltivazione di melanzane, peperoncini e pomodorini col pizzo.
Vi avverto, prima di vedermi costretto a prendere provvedimenti, che nel giro di poche ore deve scomparire tutto.
Preside, nun facite accussì. Quand’è ‘o mumento, ve faccio ‘na bella busta ‘e robba paisana. E, si tenite ‘na criatura a casa, v’appeparo pure l’ove fresche!

Ancora, qualche giorno fa, mi è capitato di riprendere, garbatamente (sottolineo garbatamente), un collaboratore scolastico, che ho sorpreso a lavare (si fa per dire: erano secchiate d’acqua fatte confluire verso una pendenza) bagni e corridoi assegnatogli, un’ora prima che avessero termine le lezioni. Gli ho fatto rilevare che era, tra l’altro, pericoloso per l’incolumitĂ  delle persone –alunni, docenti, utenti in genere- che avrebbero potuto scivolare. Mi ha risposto che aveva giĂ  dato disposizione che non circolasse nessuno e che, all’ultima ora di lezione, fosse fatto divieto di accesso ai bagni!
Perché?
-Perché, a fine lezione, non posso perdere tempo. Altrimenti a che ora me ne vado a casa?
Che è successo? Che mi è salito il sangue alla testa? E che mi è salito a fare?

Mi son dovuto armare di santa pazienza, imponendomi di non alzare la voce, di misurare le parole, cercando di spiegargli –mi sarĂ  mai riuscito?- che bisognava aspettare la fine delle lezioni, che non era possibile vietare l’accesso ai bagni, che bisognava pensare a ridurre al minimo le occasioni di pericolo. Allora, il bidello-collaboratore scolastico-collaboratore orizzontale, come a voler troncare ogni discussione inutile e senza voler offendere nessuno, ha sussurrato (poco convinto):
Vabbe’, preside, lo faccio per voi!

E come fare a fargli capire che non si faceva per me; che era una cosa che gli spettava fare (o, meglio, non fare)? Certo, un Dirigente Scolastico, di peso e qualitĂ  ma senza voglia negoziale (dote che riduce i contrasti, fa rodere il fegato e richiede anche una buona dose di cazzimma), avrebbe applicato subito il codice disciplinare dei dipendenti pubblici (D.lgs n. 150/2009, altrimenti noto come decreto Brunetta) ma, il giorno dopo, avrebbe sicuramente rischiato di non aprire la scuola, avendo, forse, contro anche i sindacati di categoria.

Tanto, a volte, non sono le cose serie ma quelle insignificanti e superficiali, che creano difficoltĂ .
E proprio per uno di questi avvenimenti insignificanti e superficiali, l’8 luglio scorso, alle ore 13, in una giornata dal caldo asfissiante, ho dovuto presentarmi al 10° piano del Palazzo di Giustizia di Napoli, davanti a un giudice del lavoro, perché un sigla sindacale della scuola mi aveva denunciato per comportamento antisindacale! Ci son dovuto andare, perché non potevo giustificarmi per precedenti impegni presi a Bruxelles né denunciare la volontĂ  persecutoria della magistratura nei miei confronti. Era, infatti, la prima volta in vita mia –una vita di sessant’anni e passa- che mettevo piede (o meglio, che mi facevano mettere piede) in un tribunale come indiziato (ma non c’ero stato nemmeno mai come accusatore).

La gravissima accusa consisteva nel non aver convocato le O.O.S.S. per dare informazioni sui numeri riguardanti l’organico di diritto per l’anno scolastico 2011/2012. Non ho dovuto faticare molto a dimostrare che avevo fatto tutto e che c’era stata, invece, una disattenzione (una leggerezza o il gusto di gridare subito dagli all’untore!) della predetta sigla sindacale, per cui il ricorso è stato prontamente ritirato con la relativa compensazione delle spese processuali a carico di chi mi aveva chiamato in giudizio.

Sono rimasto molto soddisfatto dell’insperato epilogo, maggiormente perché, dopo la personale presentazione della memoria difensiva (è poco elegante parlare di controdeduzioni!), per conquistarmi l’assoluzione, non ho dovuto fare ricorso né a parentele con capi di Stato stranieri né a frequentazioni di ambienti vaticani!
(Fonte foto: Rete Internet)

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