La situazione degli alunni diversamente abili nella Scuola attuale è drammatica, quanto e più della scuola in genere. Di Ciro Raia
A ripensarci oggi, quanti ne ho conosciuti di ragazzi così! Raimondo scappava dalla scuola appena coglieva una minima distrazione dell’insegnante; Ugo tirava calci in ogni momento e a tutti quelli che aveva a tiro; Rosa, soggetto autistico, inseguiva solo i fantasmi della sua vita interiore ma appariva sempre molto calma; Vittorio, invece, con gli anni, dava qualche segnale di schizofrenia.
Se si fossero chiamati Marianna Ucrìa (Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa, Rizzoli, 2000), Esajas (Peter Hoeg, Il senso di Smilla per la neve, Mondadori, 1994), Fausto (Vito Piazza, Atte’ ti picchia Luigi?, Baldini&Castoldi, 1992) o Monica (Maria Giovanna Farina, Nessuno nasce imparato, Il Diario, 2004) avrebbero avuto -come di fatto hanno avuto- almeno un riferimento letterario, perché il loro nome avrebbe riportato a un romanzo, a un autore, al disegno di una copertina. Invece, Raimondo, Ugo e Rosa sono stati sfortunati anche in questo: non sono entrati in un libro o in un titolo e non sono diventati famosi.
Per rientrare, poi, nella cronaca di quest’anno, devo dire che Leonardo si è calmato, non so se è per effetto dei farmaci o per altro; l’anno scorso era incontenibile; stracciava libri e quaderni, tentava di infilare le mani nelle scollature delle professoresse, anche quelle meno generose; in presidenza, in un sol colpo, mi aveva distrutto un timbro e mi aveva deformato una delle pale del ventilatore. Quest’anno incontenibile è, però, un altro alunno diversamente abile. Si chiama Enzino, ha gli occhi azzurri, un viso dall’espressione dolcissima, sta bene in carne e se ti incontra dieci volte al giorno, per dieci volte ti deve toccare, ti deve accarezzare e ti deve dire, pur nella difficoltĂ della pronuncia, che ti vuole bene.
Dopo i primi giorni di scuola, c’eravamo accordati con i genitori, che sarebbero venuti a prenderlo un’ora prima della fine delle lezioni; non si poteva, infatti, garantire la copertura di tutte le ore con l’insegnante di sostegno e tenerlo in classe, da solo, diventava un pericolo per sé e per i suoi compagni. Enzino, però, dopo qualche giorno, si è rifiutato di uscire prima; quando arrivava la mamma, scappava per tutta l’istituto, si nascondeva, piangeva, si buttava per terra e faceva capire che voleva restare lì dov’era, con i suoi compagni, nella sua classe, nella sua scuola.
La settimana scorsa, intanto, proprio per lui sono stato chiamato dai carabinieri, che, in caserma, stavano cercando di capire le ragioni di alcuni genitori, preoccupati per l’incolumitĂ dei propri figli. Il giorno prima, infatti, all’uscita della scuola, Enzino, volendo salutare in modo affettuoso la sua compagna di banco, le aveva portato le mani al collo per tirarla a sé e baciarla. La ragazza si era spaventata e aveva tentato di sottrarsi all’abbraccio, procurandosi, così, una quasi invisibile abrasione al collo. Io, che ero a due passi (faccio sempre il possibile, per essere in cortile sia all’entrata che all’uscita dei ragazzi da scuola), ero andato in soccorso della ragazzina piangente, l’avevo calmata, l’avevo rassicurata mentre lo stesso Enzino piangeva e tentava di dire, con le sue parole incomprensibili, che lui voleva bene alla sua compagna e il suo era stato solo un gesto d’affetto e niente di più.
Pochi minuti dopo questo episodio, erano arrivati due o tre genitori, molto agitati, e mi avevano chiesto il nulla osta per il trasferimento dei propri figli in altra scuola o, in alternativa, l’allontanamento di Enzino dalla classe. Ovviamente, avevo risposto che nessuna delle due strade era perseguibile.
Con i tempi di magra imposti alla scuola, la conferma dell’iscrizione di un diversamente abile è considerata una manna dal cielo (lo so, è vergognoso, ma non trovo espressione più realistica), perché, consentendo di avere una classe non superiore a 20 alunni, concorre a preservare l’organico (un eufemismo per dire: mantenimento di posti di lavoro!) dalle sforbiciate ministeriali.
L’avvio effettivo dell’anno scolastico con la presenza di alunni diversamente abili condiziona, invece, enormemente le attivitĂ educativo-didattiche.
E i motivi sono molteplici: carenza di strutture (ambienti, servizi, sussidi), personale inadeguato nella maggioranza dei casi presenti (docenti specializzati e non, collaboratori scolastici), trionfo dell’egoismo (genitori di alunni che chiedono di evitare classi con disabili; genitori di alunni diversamente abili, che, esasperati, arrivano a chiedersi: perché il disagio deve essere solo nostro?); confusione delle Istituzioni nella gestione di una situazione complessa (La Costituzione [art. 38], che sancisce il principio fondamentale dell’uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini; la SanitĂ , che deve accertare le minorazioni;
la Scuola, che, con interventi di carattere pedagogico [insieme ad altre agenzie], deve assicurare l’inserimento e l’integrazione sociale; il MIUR, che, tagliando posti [nell’unica logica di un malinteso senso delle economie], non garantisce risorse; gli Uffici Territoriali, che eseguono le indicazioni ministeriali con pura logica ragionieristica; gli Enti Locali, che, per i mancati trasferimenti di fondi, abbattono la loro scure anche (o soprattutto?) sull’universo delle politiche sociali).
Gli alunni diversamente abili presenti nelle scuole statali italiane (dati riferiti al all’a.s. 2007/2008) sono oltre 174mila, di cui quasi 13mila iscritti alla scuola dell’infanzia, 65mila alla scuola primaria, 54mila alla secondaria di I grado e oltre 42mila alla secondaria di II grado. Gli insegnanti sui posti di sostegno sono mediamente oltre 70mila, dei quali 30mila supplenti: l’assegnazione – secondo le ultime disposizioni ministeriali e senza tener conto alcuno della gravitĂ delle diagnosi funzionali- avviene col rapporto di un insegnante ogni due alunni disabili. La maggioranza dei docenti di sostegno, secondo recenti stime, proviene dal settore delle scienze motorie (25,56%) mentre la restante parte proviene dall’ambito linguistico-letterario (15,13%), dalle lingue straniere (10,58%), dal settore artistico (9,2%), dall’ambito tecnico (8,99%).
Paradossalmente, dopo anni di lotte e di conquiste, l’integrazione (forse, è meglio dire la mancata integrazione) degli alunni diversamente abili nella scuola italiana sembra essere ritornata ai nastri di partenza. Si fa ancora fatica, infatti, a far passare il concetto (non certo lessicografico, ma culturale e civile) – a tutti i livelli- che non si è in presenza di una “diversitĂ della persona” ma di una “diversitĂ delle prestazioni di cui essa è capace”. I disabili (crudamente definiti handicappati) non hanno mai avuto vita facile nella scuola. Per decenni interi, l’istruzione ai disabili è stata impartita solo ai sordomuti e ai ciechi.
Quando, nel 1962, fu varata la legge istitutiva della scuola media unica, furono previste, quasi un fiore all’occhiello, le classi differenziali, per poter accogliere quegli alunni difficili, bollati come disadattati, un termine onnicomprensivo per indicare i ragazzi con funzioni normali appena ridotte, quelli con lievi disturbi psichici, gli handicappati, i discoli, i deviati per situazioni sociali e/o familiari, i meridionali (come gli extracomunitari di oggi!) saliti al nord al seguito dei genitori operai alla Fiat o nelle altre grandi industrie. È vero, la legge 517/1977 (son passati 35 anni!) abolì le classi ghetto; è vero anche che nell’ultimo decennio sono state scritte pagine di progressi per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone disabili nonché norme per il diritto allo studio e per la valutazione degli apprendimenti (L.104/1992, L. 169/2008, DPR 122/2009).
Ma, alla luce della realtĂ e senza voler essere spigolosi, sono state pagine di progresso, di sogni o solo di buone intenzioni? La situazione degli alunni diversamente abili, oggi, è drammatica, molto di più di quanto non sia altrettanto drammatica la stessa situazione della scuola in genere. Non si garantisce, per questi figli di un dio minore, l’integrazione; si garantisce solo il sostegno, che, quasi sempre, è sinonimo di accompagnamento, di vigilanza, di gioco, di distrazione, di esercizio di copia o di uso di pennarelli colorati. Lo so bene, adesso si scateneranno le ire di molti operatori scolastici, ma la realtĂ è questa! L’integrazione, infatti, è un valore e, come tale, presuppone un paziente riconoscimento dell’identitĂ dell’Altro, richiede un’ampiezza di orizzonti culturali ed un continuo affinamento delle strategie didattiche, necessita di una fornita e capiente “cassetta degli attrezzi”.
La responsabilitĂ principale, come sempre, ricade sul preside, che, nell’esercitare la sua leadership (questa volta nella capacitĂ di promuovere buone pratiche professionali e prassi collegiali), “deve garantire un’offerta formativa, progettata e attuata dall’istituzione scolastica e che riguarda la globalitĂ dei soggetti e, dunque, anche degli alunni con disabilitĂ ”, (Linee guida sull’integrazione scolastica, 4 agosto 2009). Ma gli intoppi giornalieri, purtroppo, aumentano (ritardi nelle nomine, sentenze Tar, burocrazia elefantiaca, tagli ai bilanci); i genitori protestano e minacciano denunce; spesso, i docenti di sostegno, per penuria di fondi, sono chiamati a sostituire i colleghi delle altre materie assenti; i sussidi scarseggiano o sono proprio inesistenti.
Intanto, tutti i Raimondo, le Rosa e gli Enzino soffrono, stanno male, si integrano poco o niente, piangono e si tirano i capelli di notte mentre, di giorno, scorazzano nei corridoi delle scuole o inseguono i compagni nei bagni o tentano di infilare le mani nelle scollature delle professoresse. Passeranno così i loro giorni, passeranno i loro anni e, poi, andranno via da scuola. Per loro, purtroppo, alla fine del percorso non sarĂ cambiato niente; le favole dal bel finale, infatti, si vedono solo al cinema e nessuno di loro veste i panni di un Raymond Babbit, (il protagonista autistico di Rain Man, 1988), di un Forrest Gump (il disabile dell’omonimo film, 1994), di un Daniel Day-Lewis (il pittore e scrittore paraplegico de Il mio piede sinistro, 1989) o di un semplice Eugenio (il down di Ti voglio bene Eugenio, 2002).
(Fonte foto: Rete Internet)

