Hub and Spoke Melanoma Network: la tecnologia digitale per la diagnosi precoce del melanoma

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Giovedì 25 luglio, alle ore 12.00, nella Sala consiliare della I Municipalità – Piazza Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone n.1 – i Prof. Mario Delfino e Gabriella Fabbrocini presentano il progetto “Hub and Spoke Melanoma” per la diagnosi precoce e il corretto triage dei tumori della pelle. 

Interverranno il presidente della I Municipalità Francesco de Giovanni di Santa Caterina, l’assessore alle politiche sociali del Comune di Napoli Roberta Gaeta, il Prof. Massimo Scalvenzi.

Per iniziativa dei Prof. Mario Delfino e Gabriella Fabbrocini , rispettivamente direttore dell’Unità operativa clinica  e della Scuola di specializzazione in Dermatovenereologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli, parte dalla nostra città “Hub and Spoke – Melanoma Network”: progetto all’insegna della più innovativa tecnologia digitale e dell’alta specializzazione per la prevenzione e diagnosi precoce del melanoma e delle patologie oncologiche cutanee, realizzato in collaborazione con l’associazione House Hospital onlus e finanziato dalla Regione Campania

L’iniziativa sarà presentata giovedì 25 luglio alle ore 12 presso la sede della I Municipalità, prima tappa dell’ambulatorio mobile. All’evento, con i Prof. Delfino e Fabbrocini, saranno presenti il presidente della I Municipalità Francesco de Giovanni di Santa Caterina, l’assessore alle politiche sociali del Comune di Napoli Roberta Gaeta, il Prof. Massimo Scalvenzi coordinatore dell’ambulatorio dermatologico per il melanoma. 

8 gli appuntamenti previsti, in altrettante piazze di Napoli e provincia, con i dermatologi della Federico II che – accompagnati da infermieri, tecnici e coordinatori –  saranno presenti con ambulatori mobili ad altissima tecnologia digitale, appositamente attrezzati per screening cutanei, analisi, consulenza e distribuzione di materiale informativo sul controllo dei nei e sui rischi e prevenzione dei più diffusi tumori della cute. 

Attraverso un sofisticato sistema di networking digitale per la valutazione specialistica delle immagini con sistema store and forward, la Dermoscopya Platform, sarà possibile valutare a tempo record le lesioni cutanee pigmentate e indirizzare i pazienti con il miglior triage al più efficace percorso terapeutico. 

Gli ambulatori mobili di dermatologia saranno presenti nelle seguenti località:

I Municipalità del Comune di Napoli – Piazza Trieste e Trento, giovedì 25 luglio 2019, dalle 9.00 alle 12.00,

II Municipalità del Comune di Napoli – Piazza Salvo d’Acquisto, giovedì 25 luglio 2019 dalle 9.00 alle 12.00 

Comune di Ischia – via Iasolino (nei pressi del Bar Ciccio), sabato 27 luglio 2019 dalle 10.00 alle 13.00

Comune di Capri – nei pressi della Piazzetta, sabato 31 agosto 2019 dalle 10.00 alle 13.00

Comune di Poggiomarino (Na), sabato 21 settembre 2019 dalle 9.30 alle 12.30

V Municipalità del Comune di Napoli, Piazza degli Artisti, sabato 5 ottobre 2019 dalle 9.30 alle 12.30

VIII Municipalità del Comune di Napoli, Piazza Tafuri –Piscinola, sabato 5 ottobre 2019 dalle 9.30 alle 12.30

Comune di Ottaviano (Na), sabato 5 ottobre 2019 dalle 9.30 alle 12.30

Per la diagnosi e il triage dei nei e delle formazioni cutanee, pigmentate e non, che si presentano fortemente sospette o atipiche, inoltre, presso la Clinica Dermatologica della Federico II – edificio 10, piano 2 – è attivo un apposito ambulatorio cui i pazienti provenienti da tutto il territorio possono accedere:

  • con la prescrizione dello specialista dermatologo, quindi senza impegnativa del medico di famiglia, dal lunedì al venerdì (h. 9.00-13.30, tel. 081.746-2452, Ambulatorio G, Dermatologia oncologica e dermochirurgia terapeutica)
  • con impegnativa per visita di controllo dermatologica del medico di famiglia il lunedì, mercoledì e venerdì (h. 15.00-17.30, Ambulatorio J, Valutazione, mappatura e triage dei nevi melanocitici).

“Per noi – spiegano i Prof. Mario Delfino e Gabriella Fabbrocini – è fondamentale riuscire a dare risposte concrete alla domanda di salute, in particolare a quella che proviene dalle fasce più deboli e meno tutelate della popolazione, per motivi sia economici che socio-culturali”. 

All’avanguardia gli strumenti, le terapie e l’approccio utilizzati dall’attuale Dermatologia federiciana: telediagnosi, target therapies, terapie geniche e staminali, farmacologia personalizzata, gestione integrata multidisciplinare del paziente in ambulatori altamente innovativi. Importantissimi i numeri dell’attività svolta: 35mila visite annue, di cui 15mila di screening, mille per allergologia con oltre 500 ricoveri, 3mila per psoriasi, 2mila per malattie sessuali, micologia e parassitologia con relative analisi di laboratorio, mille visite pediatriche e circa 8mila asportazioni di cui 200 per melanomi maligni  e circa 2000 per nonmelanoma skin cancer presso l’ambulatorio specializzato diretto dal Prof. Massimiliano Scalvenzi, oltre all’attività dell’ambulatorio che si occupa di contrastare gli effetti negativi sulla cute delle terapie oncologiche.

Disabilità: se ne parla mercoledì con il libro di Fortuna Dubbioso da Yeshome Immobiliare a Nola 

“Oltre tutto…lettere d’amore”: è il titolo del libro scritto da Fortuna Dubbioso, docente dell’istituto Masullo Theti di Nola insieme a Gimmy Devastato. Il testo, che vuole essere soprattutto un inno alla vita ed ai sentimenti con la descrizione di una intensa e difficile storia d’amore tra due disabili, sarà presentato mercoledì 24 luglio nel salone dell’agenzia Yeshome Immobiliare di via San Massimo. L’appuntamento è per le ore 19 e rientra nell’ambito degli eventi promossi dell’imprenditore nolano Francesco Napolitano per alimentare la passione per la cultura, soprattutto tra i giovani. L’iniziativa è stata organizzata con il Cif di Cimitile presieduto da Donatella Provvisiero, presente all’incontro, da sempre impegnata nella promozione di attività culturali di cui è massima espressione la rassegna “Percorsi al femminile” interamente dedicata al mondo rosa che, nel corso degli anni, ha attribuito importanti riconoscimenti a donne impegnate su più fronti.
“Un’occasione per ritrovarci prima della pausa estiva ma soprattutto per accendere i riflettori su una tematica delicata come la disabilità che va vissuta senza pregiudizi e barriere architettoniche – spiega Donatella Provvisiero – I miei più vivi complimenti a Fortuna Dubbioso, amica della nostra associazione per aver accettato l’invito a presentare il suo libro ed un ringraziamento a Francesco Napolitano per aver messo in campo le giuste sinergie per il consolidamento della rete associativa sul territorio”.
“Continua il nostro impegno che, soprattutto nel sociale, trova la sua principale vetrina identitaria – aggiunge Francesco Napolitano – Felici di ospitare una scrittrice del territorio che, con la sua penna, ha voluto dare  spazio ad un tema importante che merita una sempre maggiore attenzione da parte degli enti preposti ma soprattutto azioni forti che favoriscano l’integrazione nella società di chi è un passo indietro. Complimenti al Cif di Cimitile per la sensibilità dimostrata in questo percorso”.

Clinica Mediterranea, inaugurata la nuova sala “ibrida” per la cura delle aritmie

Intervento in urgenza su di un anziano di 94 anni salvato da tempesta aritmica

 

Inaugurata in questi giorni la nuova sala “ibrida” per la cura delle aritmie cardiache alla Clinica Mediterranea di Napoli. Si tratta di una sala operatoria speciale nella quale possono lavorare contemporaneamente cardiochirurghi, emodinamisti ed elettrofisiologi, per curare aritmie più complesse e ottenere risultati migliori.

La sala è stata realizzata – spiega il dottor Giuseppe De Martino, responsabile dell’Unità operativa per la cura delle aritmie e dello scompenso cardiaco – per gestire con maggiore efficacia quelle aritmie che non possono essere risolte con gli interventi tradizionali che solitamente l’aritmologo effettua nel laboratorio di elettrofisiologia.

La nostra sala ibrida è la prima ed unica del suo genere in Campania. Si tratta di una vera e propria “fusione” fra una sala operatoria di cardiochirurgia ed un laboratorio di elettrofisiologia e di emodinamica.  In questo modo, una equipe multispecialistica, formata da aritmologi, cardiochirurghi ed emodinamisti, può effettuare particolari interventi, definiti “ibridi” che consentono di raggiungere le cellule cardiache impazzite che causano le aritmie sia dall’interno attraverso le vene e le arterie, come già avveniva in passato, sia dall’esterno, attraverso dei piccoli tagli sul torace”.

La sala è stata inaugurata lunedì scorso e mercoledì ha accolto in urgenza il primo paziente, un anziano di 94 anni affetto da scompenso cardiaco e da tempeste aritmiche, ossia da una grave aritmia cardiaca ventricolare che non riusciva ad essere controllata dai farmaci.  Il paziente era stato ricoverato presso una terapia intensiva di un ospedale campano e poi trasferito in urgenza alla Mediterranea poiché necessitava di un intervento da effettuare solo in sala ibrida e per tale motivo rifiutato dagli altri importanti nosocomi campani. Il paziente è stato operato dal team multidisciplinare della Mediterranea: il dottor Giuseppe De Martino, aritmologo, il dottor Carlo Briguori, emodinamista, e i dottori Luigi Marino, Marco Franciulli e Tommaso Lonobile, cardiochirurghi. Il delicato intervento è durato circa tre ore durante le quali l’equipe multidisciplinare si è alternata al tavolo operatorio. Nonostante la sua avanzatissima età e le precarie condizioni generali il paziente è stato guarito dalla sua aritmia e dopo, tre giorni, è stato possibile dimetterlo in buone condizioni.

La sala “ibrida” è il frutto della forte volontà di innovazione introdotta in Mediterranea dopo l’inizio della partnership col gruppo sanitario Neuromed, da anni eccellenza nel modo sanitario italiano.

Grazie alla nuova sala ibrida ed al lavoro di squadra che abbiamo costruito in Mediterranea – conclude De Martino – oggi la nostra struttura si candida come punto di riferimento regionale per la cura di quei casi di aritmia e scompenso cardiaco più complessi e che prima venivano trasferiti ai principali nosocomi del Nord Italia”.

 

 

Sant’Anastasia, quel rogo silenzioso senza fumi e senza fiamme…

«Questo rogo silenzioso, senza fumi e senza fiamme quando smetterà di avvelenarci? Sembra di vivere in un braciere sempre acceso». Sono parole di una cittadina di Madonna dell’Arco, Lina Mollo. Parole che come quasi ogni giorno, da mesi e mesi e ancora mesi affida a facebook. Ma la puzza è sempre lì. L’assessore Di Fraia: «Stiamo coinvolgendo forze dell’ordine e assessori all’ambiente dei paesi limitrofi».

Acre, maleodorante, temuta. Arriva ogni notte, la puzza. La sentono in tanti e la mente va a quello che potrebbe causare, la puzza. Cos’è che brucia? Respirare quell’aria – e in tanti vi sono costretti in queste notti afose – fa male? Porterà conseguenze? Nuocerà e in quale modo lo farà? E i bambini? Domande, solo domande senza risposta mentre puntuale la puzza arriva. Sa di bruciato ma il fumo non si vede, le fiamme non ci sono.

«A quest’ora le persone oneste dormono. Dovrebbero dormire. Tra poco si ritorna a lavorare. In un paese “normale” è così. Questa notte, come ogni notte, non si dorme – scrive Lina Mollo – un nemico invisibile ci tiene svegli. Prigionieri. Un nemico vigliacco contro il quale la gente non sa che fare. Come difendersi. Un fetore indescrivibile si è intrufolato, ancora una volta, nelle nostre case. Nei nostri polmoni. Nelle nostre vite. Ci attanaglia. Ci sfida. Ci innervosisce. Da anni stiamo lottando per reclamare il diritto al respiro. Il diritto al riposo. Purtroppo non abbiamo cavato un ragno dal buco. Siamo esasperati. Educatamente invochiamo aiuto ma invano. Diteci quel fetore da dove proviene. Perché ancora non lo si è sconfitto. Chi sono i responsabili. Questi intoccabili potenti – prepotenti che fanno quello che vogliono. Perché ancora non si riesce a trovarli. Possiamo permetterci il lusso di riposare la notte? Possiamo ritornare a respirare? ».

Alfonso Di Fraia

A chi chiedere? Da chi invocare risposte? Finora non ci sono state. Questo è un paese dove non si riesce a combattere efficacemente contro le storture. Figuriamoci contro un nemico invisibile. Abbiamo provato a chiedere spiegazioni, anche a chiedere promesse, al nuovo assessore all’ambiente del comune di Sant’Anastasia, già consigliere comunale della prima giunta Abete. Lui è Alfonso Di Fraia e in queste ore ha il suo da fare con l’emergenza rifiuti e con le conseguenti polemiche. Emergenza che non riguarda soltanto Sant’Anastasia e che – è facile prevederlo – peggiorerà nei prossimi mesi con il blocco temporaneo dell’impianto di Acerra.

Abbiamo dunque chiesto all’assessore Di Fraia cosa intenda fare, quali risposte si possono dare ai cittadini che ogni notte vivono in questa cappa soffocante. «Non è un problema che ho preso sottogamba, questo vorrei dirlo con fermezza – dice Di Fraia – intanto ho già dato una scorsa alle missive esistenti, alle denunce, alla corrispondenza che testimonia colloqui con la Forestale. Interventi mirati per individuare la provenienza di questo odore che ci sta tutti preoccupando molto ci sono stati, come ci sono state ricognizioni notturne con i volontari della Protezione Civile e con gli ispettori ambientali. Già da oggi passeremo agli atti ufficiali e giacché ho una precisa idea, sia pure ufficiosa, della zona dalla quale proviene questa cappa acre, senza fumo né fuoco, avrò cura di coinvolgere i colleghi assessori all’ambiente di Pollena Trocchia e Cercola. Alcune ipotesi ci sono e saranno naturalmente interessate le forze dell’ordine, conto di convocare una riunione al più tardi la prossima settimana».

 

Minacce alla madre per estorcere soldi per droga, 36enne finisce in manette

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I carabinieri dell’aliquota radiomobile di Torre Annunziata hanno tratto in arresto per maltrattamenti in famiglia e tentata estorsione una 36enne del “Piano Napoli” di Boscoreale già nota alle forze dell’ordine.
La donna stava minacciando e picchiando la madre convivente 69enne quando un parente, richiamato dalle loro grida strazianti, ha contattato il 112.
I militari intervenuti poco dopo hanno trovato l’appartamento in pessime condizioni: mobili danneggiati, vetri e piatti in frantumi e capi d’abbigliamento sparsi sul pavimento.
La 36enne aveva in mano un paio di forbici ed era trattenuta a stento dalla stessa persona che aveva richiesto l’intervento dei carabinieri.
Era agitata. Gridava e minacciava la madre per costringerla a darle denaro.
Bloccata e disarmata dai carabinieri, la donna è stata arrestata e le forbici sequestrate.
In caserma i militari hanno raccolto la denuncia della 69enne. Sono così emersi numerosi episodi di maltrattamenti, richieste estorsive e percosse mai denunciati.
Il motivo scatenante sempre lo stesso: pressanti richieste di denaro necessarie per procurarsi droga.
L’arrestata, dopo le formalità di rito, è stata tradotta al carcere femminile di Pozzuoli.

Autonomie, Paolo Russo (FI): “ De Luca condanna la Campania a servizi insufficienti”

Con la proposta sul regionalismo differenziato presentata al Governo, De Luca condanna la Campania ad avere servizi pessimi per sempre”: lo dichiara il deputato Paolo Russo, vicepresidente della commissione parlamentare sull’attuazione del federalismo fiscale e coordinatore FI della città metropolitana di Napoli .
“Nulla quaestio se a chiedere la spesa storica sono le solide e ricche regioni del Nord ma se a farlo é la Campania c’è qualcosa che non funziona. Accettando la spesa storica come parametro per la distribuzione delle risorse, il governatore della Campania ha deciso che per i bimbi vadano bene gli asili e le mense che ci sono già e che per migliorare i trasporti e la sanità bastino i fondi annualmente erogati. Voglio sperare – aggiunge Russo – che si tratti di un errore, che De Luca abbia sbagliato e per questo chiedo che corregga quanto prima lo svarione”.
“Se non lo farà – conclude – ci avrà dimostrato per l’ennesima volta che pensa alla gestione del potere e non alla crescita della nostra regione”

Somma Vesuviana, il bilancio di due anni di governo Di Sarno secondo Allocca: «Città senza programmazione»

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«Il sindaco e l’amministrazione comunale di Somma Vesuviana provano a far passare l’idea di una città che, due anni dopo il loro insediamento, si è svegliata e produce cultura ed economia. Non so se lo hanno fatto di notte o di pomeriggio, nella cosiddetta controra, ma di certo quello che raccontano è un sogno. Un sogno e nient’altro. Non c’è nulla di reale in questa narrazione», a dichiararlo è Celestino Allocca, componente del gruppo Somma Futura e già candidato a sindaco a Somma Vesuviana.
Allocca traccia un bilancio dei primi due anni di amministrazione Di Sarno e spiega: «La verità, che per fortuna è sotto gli occhi di tutti, è che a Somma Vesuviana nemmeno una delle tante, troppe promesse fatte in campagna elettorale è stata mantenuta. Il decoro urbano, quel minimo di manutenzione di strade ed illuminazione, è all’anno zero. Eppure (e Di Sarno lo sa bene, avendone fatto parte), in passato le amministrazioni si impegnavano molto su questo fronte, per garantire ai cittadini almeno i servizi essenziali. Le periferie sono totalmente dimenticate. Ed anche qui il sindaco sa bene di cosa parliamo: viene da quel mondo, giustamente se ne vanta ed ha avuto molti anni a disposizione, da amministratore, per occuparsene. Sul Casamale qualcosa si è mosso grazie alla mobilitazione di cittadini e associazioni. In generale, questa città non ha programmazione: né culturale, né sociale, né urbanistica. Sognare è lecito. Ma spacciare il sogno per realtà è una presa in giro ai cittadini».

La terribile peste del 1656 nella città di Somma Vesuviana

Nel 1656 il Regno di Napoli fu colpito da una violentissima pestilenza “ …che fece inorridire i contemporanei, trasmise spaventose tradizioni…”, come riferisce il medico e storico Salvatore de Renzi (1800 – 1872).  Nella sola città di Napoli, nel giro di sei mesi, perirono circa i tre quarti della popolazione. A Somma i morti attestati furono 178.

Sorretta dall’ignoranza, la fantasia popolare volò sulle ali della superstizione: il popolo, infatti, vide nella peste la vendetta di Dio ed in essa riconobbe il segno premonitore della fine del mondo. Devozione e fanatismo si susseguirono con ritmo incessante per attenuare l’ira divina. I cortei salmodianti dei fedeli furono il principale veicolo di diffusione del morbo. Michele Florio, scrittore dell’epoca, attesta che tra i paesi maggiormente colpiti dalla peste vi era la città di Somma presso il Vesuvio, anche se il primo storico di Somma, l’abate Domenico Maione, non riferisce alcuna notizia del luttuoso evento nella sua opera Breve descrizione della Regia città di Somma, scritta nel 1703. Probabilmente l’abate non ne parlò perché considerò la peste un fenomeno ordinario e di poco rilievo, come riferisce il compianto studioso Giorgio Cocozza. Anche il sacerdote Gianstefano Remondini (1699 – 1777), nel terzo tomo del 1757 dell’immensa opera Della nolana ecclesiastica storia, annota che la peste afflisse Nola e la sua intera Diocesi. A tal riguardo nell’archivio storico dell’Insigne Collegiata di Somma sono conservati documenti che fanno esplicito riferimento alla diffusione del morbo pestilenziale nell’antica Università di Somma.

Camillo Tutini (1594 – 1667) nel suo Discorso anatomico del regno di Napoli, scritto nel 1664, attestò che, a maggio del 1656, il male si dilatò per l’intera città di Napoli e più di sessantamila persone si trasferirono dalla capitale in altri diversi luoghi per salvarsi dal morbo dilagante. A Somma, oltretutto, circa una sessantina di nobili, patrizi e cavalieri possedevano masserie, palazzi, case e giardini. Fu questo il motivo principale – continua Cocozza –  a propagare in città l’infausta malattia. A ciò si aggiunse che numerosi cittadini sommesi erano emigrati nella capitale per motivi di lavoro.

Salvatore Cantone, massimo storico di Pomigliano d’Arco, nella sua opera Cenni storici di Pomigliano d’Arco, Napoli 1984, testimonia che Andrea Strambone, nobile napoletano, nella terribile pestilenza del 1656, rifugiatosi a Somma, vi perdette la moglie e la prole. Alla diffusione del contagio contribuirono notevolmente anche i numerosi rapporti commerciali tra Somma e Napoli: in quel periodo, infatti, i contadini portavano a vendere nella vicina capitale i saporiti frutti della nostra terra. Ad aprire la luttuosa lista dei morti  dovette essere – afferma Cocozza – tale Laura Giordano, deceduta l’11 giugno del 1656. Il mese seguente, con l’aumentare del caldo, il contagio infierì crudelmente ed il numero dei morti in città crebbe notevolmente. Quell’ anno  perirono 178 persone: 90 maschi e 88 donne. Tra le 178 vittime non furono, però, attestati i cosiddetti morticelli, cioè quei bambini deceduti prima del battesimo, perché non registrati dai parroci. Nel mese di luglio l’epidemia in città assunse toni drammatici con la morte di dieci persone. Il mese seguente morirono ben quarantasei persone, mentre a settembre il numero dei morti calò ad otto. Il contagio portò nella tomba anche più membri della stessa famiglia: il 12 luglio, infatti, morirono Antonio Ciccone e la figlia Zenobia;  il 13 seguente morì Giulia Troianiello e tre giorni dopo il marito Onofrio de Stefano; il 30 luglio morì Lucrezia di Madero ed il figlio Gennaro. La peste, inoltre, provocò il decesso di circa 2500 persone sui 5000 abitanti della vicina terra di Ottajano che, all’epoca, comprendeva anche i villaggi di Terzigno, San Giuseppe e San Gennarello. In generale le perdite umane nella nostra zona si aggirarono mediamente intorno al 30-40% della popolazione. I cadaveri di Somma furono sotterrati sotto i cimiteri delle chiese. Questa pratica incivile ed antigienica durò fino a quando Ferdinando I di Borbone, recepito l’editto napoleonico di Saint Cloud del 1804, con la legge del 17 marzo del 1817, ordinò la costruzione dei cimiteri fuori dalle città. Somma ebbe il suo attuale cimitero molto tardi: solo nel dicembre del 1839. I 178 appestati furono seppelliti ottanta nella Chiesa parrocchiale di San Giorgio Martire in piazza, trenta nella Chiesa di Tutti i Santi ai Piccioli (inesistente), ventotto nella chiesa allo Spirito Santo (inesistente), ventidue nella Chiesa parrocchiale di San Lorenzo (inesistente), tre nella Chiesa di San Domenico, uno nella Chiesa di S. Maria del Pozzo, uno nella Chiesa di S. Maria del Carmine, uno nella Collegiata e due fuori della sua porta e infine quattro in aperta campagna. I conventi annessi alle chiese di Tutti i Santi (Omnia Sanctorum) e dello Spirito Santo (anticamente situato di fronte alla attuale Cappella Troianiello, adiacente all’omonimo lagno), appartenuti agli Eremitani di Sant’Agostino, furono soppressi nel 1653 con bolla di Papa Innocenzo X e i loro luoghi per l’occasione furono adibiti a cimiteri per gli appestati. Molti contagiati prima di passare a miglior vita, resero ai pochi preti disponibili le loro ultime volontà con numerose disposizioni testamentarie. Impotenti sull’uscio delle case erano i barili pieni di aceto. Molte terre non furono più coltivate e la tragica situazione costrinse i governanti ad apportare modifiche anche al regime fiscale. All’epoca a Somma viveva un piccolo esercito di religiosi: vi erano circa sessanta preti secolari e numerosissimi monaci e monache che popolavano i numerosi conventi. La maggior parte degli abitanti erano associati ad una o più confraternite laicali per assicurarsi una buona morte. Non mancarono in paese processioni, adorazioni e sante messe per l’occasione. La speranza della grazia liberatrice ravvivò il culto per i Santi. San Gennaro, che nel 1631 aveva placato l’ira del Vesuvio dalla soglia della Collegiata, con il suo solito cenno della mano non rimase certamente insensibile alle sollecitazioni del suo popolo

Il primo uomo a sbarcare sulla Luna fu Luciano di Samosata, il Luciano De Crescenzo della letteratura greca

A metà del sec. II d.C. Luciano di Samosata racconta il suo fantastico viaggio sulla Luna e descrive un mondo “incredibile”: ma nelle sue “notizie” si annida la pungente ironia contro gli scrittori Greci considerati “seri” e contro il sapere dei Terrestri, che talvolta non è meno fantasioso di ciò che lo scrittore ci dice sulla natura degli abitanti della Luna. L’ ironia del Luciano greco e quella del Luciano napoletano hanno spesso lo stesso timbro. Gli abitanti della Luna possono usare anche occhi presi in prestito: e i ricchi hanno molti occhi di riserva.

 

Come coloro che “fanno vita sportiva” sanno alternare gli allenamenti e i momenti di riposo e di distensione, così anche quelli che si dedicano “alla prolungata lettura di opere serie” devono prestare attenzione, di tanto in tanto, anche a opere leggere e divertenti. Perciò “io racconterò menzogne di vario tipo”, ma usando le tecniche narrative “di chi non mente”: del resto, ogni mia “menzogna” “allude, non senza forza comica, a qualcuno di quegli antichi poeti, storici e filosofi, che hanno raccontato miracoli e favole in quantità”. Così inizia la “Storia vera” che Luciano scrisse intorno alla metà del sec. II d.C.: e già l’incipit basta a giustificare l’azzardo del paragone con De Crescenzo, e con il suo “ritmo narrativo” di cui ho parlato in un precedente articolo. Ma se non basta, cerco sostegno nel paragrafo in cui Luciano ci dice che un giorno decise di navigare “dalle colonne d’Ercole verso l’oceano di occidente”, come un giorno avrebbe fatto Cristoforo Colombo: la causa del viaggio erano, confessa Luciano, “l’irrequietezza della  mia mente, il desiderio di nuove esperienze e la volontà “di sapere dove finisse l’Oceano e quali uomini vivessero sulle sue rive ignote. Luciano e i suoi cinquanta compagni di viaggio,” coetanei che avevano le mie stesse idee”, sono protagonisti di fantastiche avventure, prima che un terribile turbine sollevi la loro nave in aria, e dopo un viaggio aereo di “sette giorni e sette notti”, la faccia “atterrare” su un’isola sospesa nell’ aria, “irradiata da una grande luce”: è la Luna. Luciano e i suoi amici capitano nel bel mezzo di una guerra tra gli abitanti della Luna, guidati dal re Endimione, e gli abitanti del Sole, guidati dal re Fetonte e partecipano, al seguito di Endimione, alla battaglia finale, nella quale gli abitanti della Luna vengono sconfitti. Alla fine, vincitori e vinti firmano un trattato di pace.

Ma vediamo cosa racconta della Luna l’immaginazione di Luciano. Prima di tutto, in questo “luogo” che i Terrestri collegano alla donna e alla sua fisiologia, non ci sono donne. Ci sono solo maschi, che, fino a 25 anni, nei matrimoni “funzionano” da donne, e successivamente da maschi. “Ingravidano non nel ventre, ma nei polpacci”, e, infatti, il nome greco del polpaccio significa letteralmente “ventre della gamba”: il che si spiega con la forma gonfia della massa muscolare. Dopo qualche tempo, aprono il polpaccio con un taglio e ne estraggono il neonato, che però nasce morto: “danno loro la vita esponendoli al vento con la bocca aperta”. L’uomo, quando invecchia, non muore, ma si dissolve nell’aria, come fumo: e questa è un’immagine geniale.  Mangiano tutti la stessa pietanza, sempre quella: arrostiscono sui carboni delle rane – ce ne sono molte e volano come gli uccelli – , e “mentre le rane si rosolano, essi, seduti in cerchio come intorno a una tavola”, si saziano “sorbendo” il fumo. E questa è una “stilettata” – e non è la sola – a Erodoto, il quale narra che gli abitanti delle isole del fiume Arasse si ubriacano con il fumo che vien su da certi frutti gettati tra le fiamme.

“La loro bevanda è aria che, compressa in una coppa, si trasforma in un liquido simile alla rugiada”. Sulla Luna solo gli uomini che siano totalmente calvi sono considerati belli, mentre chi ha i capelli suscita una reazione di orrore. Ma sono tutti barbuti, e la barba arriva fino alle ginocchia: “sopra le natiche spunta a ciascuno un cavolo lungo come una coda”: questo cavolo è sempre verde, e non si spezza mai. E’ probabile che con il particolare di questa coda indistruttibile Luciano faccia ironia sul mito dei centauri, o su qualche geografo “alessandrino” che attribuiva ai nomadi dell’Asia l’uso di cinture da cui pendevano vistose code di cavallo.  Del resto, anche qualche scrittore medioevale descrive Tartari e Mongoli come “nuovi centauri”, uomini per metà e per metà cavalli.

I Seleniti usano il ventre come una borsa, e poiché è coperto all’interno da un folto pelo, quando fa freddo “ci mettono al riparo i neonati”. Come se avesse raccontato fino ad ora cose normali, Luciano esita a svelare “come hanno gli occhi, perché nessuno pensi, tanto incredibile è la cosa, che io dica menzogne.”. “ I loro occhi sono asportabili, e chi vuole se li toglie e li conserva, finché non ha bisogno di vedere; allora se li mette, e così vede. “. Se uno perde i suoi occhi, può prenderli in prestito da altri.  I ricchi hanno molti occhi da parte, hanno occhi di riserva. ”.C’è , nella reggia, un pozzo, non molto profondo: chi scende fino in fondo  può ascoltare tutto ciò che si dice da noi, sulla Terra. Il pozzo è coperto da uno specchio enorme, nel quale si vedono tutte le nostre città, come se le sorvolassimo: “ io vi vidi tutti i miei parenti e la mia città natale”.

E ‘ superfluo sottolineare la finissima satira “epicurea”  nascosta nelle “notizie” sul pozzo, sullo specchio, e soprattutto su quei Seleniti che vedono il mondo con gli occhi presi in prestito, e sui ricchi che hanno molti occhi di riserva.

 

 

 

 

 

 

 

Trasporti… d’ira

Molti pensano che è così abituato da generazioni, il napoletano, ai ritardi dei mezzi pubblici che probabilmente la rassegnazione ce l’ha nel dna. Al massimo protesta con cartelli ironici e divertenti: “Save the Circumvesuviana”, “Adotta un pendolare”. A tal punto è rassegnato, pensano. E non si rendono conto che l’esasperazione della gente ha raggiunto un livello di non ritorno.

Non se ne rende conto il presidente dell’Eav che sta per rimetterci il posto, nonostante lo scudo protettivo di cui gode. L’abbiamo sentito dire, non molti mesi fa, alla Camera di Commercio, che il bilancio con i numeri in successione era “una c…..ta”, rispetto a un bilancio sociale che ha come riscontro la soddisfazione degli utenti. Attorniato dai suoi fedelissimi, in un venerdì nero per i trasporti a Napoli e dintorni.

Gli utenti, pendolari, turisti, viaggiatori occasionali, capiscono bene le difficoltà, i debiti, la mancanza di risorse, il turn-over limitato, la burocrazia e quant’altro E però quello che non sopportano è che l’emergenza possa diventare la normalità dietro la quale nascondere inefficienze, abusi, furbate.

Se gli utenti avessero voce in capitolo! I turisti, per esempio, che si spostano in città attraverso le stazioni metro più belle del mondo, o sui treni che toccano incantevoli località dall’area flegrea alla penisola sorrentina. Gli basterebbe avere se non treni e autobus in orario e puliti, almeno che qualcuno bloccasse i borseggiatori (il personale e i pendolari li conoscono tutti); gli basterebbe che le indicazioni delle fermate sui display dei treni e degli autobus fossero quelle giuste e non tutte sbagliate o di un’altra linea.

I pendolari, che vanno a lavorare o a scuola e poi tornano a casa, vorrebbero avere se non più treni e autobus, in orario e puliti, e con l’aria condizionata, almeno un po’ di sicurezza. Non essere costretti a scendere in stazioni “impresenziate”. E lasciare autobus e vagoni nelle mani di baby gang o violenti, che li vandalizzano e, qualche volta, incendiano.

Tutti vorrebbero una comunicazione tempestiva e precisa. Per gli utenti è la cosa più importante. In momenti di difficoltà dovrebbero aumentare le informazioni: da noi succede il contrario. In momenti tranquilli i comunicati abbondano; come la situazione si ingarbuglia le informazioni si diradano fino a che si spengono pannelli luminosi e altoparlanti. A volte annunciatori improvvisati farfugliano notizie senza senso o ridicole. I giornali sono rimasti colpiti dall’annuncio del ritardo “non quantificabile”. Ma gli utenti hanno sentito anche di peggio.

L’altro giorno nella stazione Toledo, affollatissima di turisti e cittadini in attesa da un bel po’, una ineffabile voce ha detto più volte che il treno per Garibaldi viaggiava “con diversi minuti di ritardo sull’orario previsto”. E ogni volta la gente, in più lingue, si chiedeva: “E qual è l’orario previsto?”.  La settimana scorsa alle 12.59 nella stazione Napoli Garibaldi l’altoparlante ha diffuso la notizia, ai viaggiatori che lo stavano aspettando, che il treno per San Giorgio delle 12.43 era soppresso. Alle 12.59! E che dire dell’Anm che a ogni piè sospinto scrive “irregolarità sulla linea”, quasi una frase magica che racchiude tutto, dalle calamità naturali a ogni tipo di disservizio.

Ancora, gli utenti dei servizi pubblici tengono molto a un equilibrato e professionale rapporto tra gli addetti e i viaggiatori. A fronte di molti impiegati civili, educati e competenti, ce ne sono diversi che mancano dei requisiti essenziali per potersi interfacciare con il pubblico. E spesso le Aziende li mettono nei posti meno adatti come alla vigilanza dei tornelli, considerando tali ruoli marginali. Senza rendersi conto invece che essi dovrebbero svolgere una funzione importante in un primo orientamento dei viaggiatori.

Un’ultima osservazione dalla parte degli utenti, che riguarda addetti e comunicazione insieme. Un contratto di lavoro non deve lasciare niente al caso. Tanto meno che un servizio pubblico possa essere lasciato alla discrezionalità o buona volontà di un dipendente a fare lo straordinario. Devono esserci delle alternative ai cosiddetti “ricatti” di piccoli gruppi di lavoratori. Lo sciopero, poi, è un diritto che deve essere garantito. Sempre.

Sarebbe opportuno che, soprattutto nei trasporti, le aziende comunicassero dopo ogni sciopero il numero degli addetti che hanno aderito, divisi per profilo. Così sparirebbe definitivamente il dubbio che pochi lavoratori possano bloccare un servizio pubblico per migliaia di cittadini. Lo si dovrebbe fare per la trasparenza, per il rispetto che si deve da lavoratori a lavoratori, da cittadini a cittadini. Utopia!

C’è da giurare che, per tutta questa serie di banali motivi, e non per altro, i trasporti d’ira dei napoletani presto saranno incontrollabili.