Francesco Caracciolo, il santo protettore dei cuochi

La vita e le opere di San Francesco Caracciolo rappresentano una testimonianza reale per tutti quelli che, in questi tempi bui, ancora credono nei valori della pace, della fede e della umanità. San Francesco Caracciolo, al secolo Ascanio, è compatrono di Napoli ed è molto amato dai fedeli in Italia ed all’estero. Per la sua fede e per l’opera di totale dedizione è stato dichiarato patrono dei cuochi.   Il Santo nacque nel 1563, nel feudo paterno di Villa Santa Maria, in provincia di Chieti. Discendente dalla nobile famiglia dei principi Caracciolo, che annovera nei suoi ranghi porporati, governatori e cavalieri, Ascanio vive tranquillamente la sua gioventù. Una grave malattia contagiosa, però, costringe il giovane all’isolamento. Nella sofferenza si avvicina a Dio e decide di dedicarsi totalmente alla vita ecclesiastica. Guarito miracolosamente dalla malattia Ascanio, all’età di 22 anni, si reca a Napoli per completare i suoi studi teologici. Lascia ogni bene terreno e si dedica anima e corpo alla cura ed all’assistenza dei poveri dei malati e dei condannati a morte presso la Compagnia dei Bianchi di Giustizia all’ospizio degli incurabili. In questa instancabile attività Ascanio si contraddistingue particolarmente per la cura degli ultimi. Già in questa fase sono in tanti a parlare di guarigioni miracolose. A Napoli il giovane Caracciolo conosce il nobile genovese Agostino Adorno e Fabrizio Caracciolo, abate di Santa Maria Maggiore di Napoli e insieme decidono di dare un particolare contributo alla Chiesa. Si ritirano all’eremo dei Camaldoli di Napoli ed in quaranta giorni scrivono la regola del nuovo ordine religioso che viene chiamato: “Chierici regolari minori”. La regola che oltre ai voti di povertà, di obbedienza e di castità considera anche il divieto di assumere importanti cariche religiose viene approvata da  Papa Sisto V nel 1588. Intanto Ascanio è ordinato sacerdote e assume il nome di Francesco in onore del Poverello di Assisi. Nella sua missione, tra le chiese e gli ospedali di Napoli e Roma, San Francesco si fa notare per il grande amore verso i malati ed i condannati a morte. Vive di poche cose nella povertà più assoluta. Digiuna almeno tre giorni alla settimana e sceglie per riposare sempre gli ambienti più angusti e bui. Morto Agostino Adorno per obbedienza è costretto ad accettare la carica di preposto della Congregazione dei Chierici regolari minori, che in suo onore viene chiamata ‘Dei Caracciolini’. In questa attività intensa di preghiera e di predicazione San Francesco Caracciolo è instancabile e fonda nuovi monasteri in Italia ed all’estero. Muore il 4 giugno del 1608 ad Agnone, di ritorno da una visita alla chiesa di Loreto nelle Marche. Viene dichiarato santo da papa Pio VII nel 1807. Le  sue spoglie riposano nella chiesa  di Santa Maria di  Monteverginella a Napoli. Per il profondo amore per l’Eucarestia, definita “Pane di Gesù”, per la particolare propensione a donare grandi quantità di cibo, ricavate dalla casata familiare e per le grandi opere di carità compiute San Francesco Caracciolo è stato dichiarato patrono dei cuochi, che riconoscenti dimostrano verso il Santo una particolare venerazione. Il 4 giugno di ogni anno ad Agnone i cuochi, infatti, si riuniscono per celebrare un Santo a cui è stato dedicato anche un cammino di fede. In queste vicende di uomini e di santi stride il contrasto tra l’esempio di povertà offerto da San Francesco Caracciolo e le ricche ed opulente manifestazioni legate al cibo ed espresse da alcuni media e da improvvisati food-blogger. Per tutti valga il monito del Santo patrono dei cuochi, che è stato celebrato proprio perché principe di morigeratezza e maestro del digiuno. (fonte foto: storie di Napoli)

Blitz di Acerra, il marito dell’ex assessore non parla in carcere

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Durante l’interrogatorio in carcere Pasquale Balascio si è avvalso della facoltà di non rispondere. Quattro restano in prigione e tre sempre ai domiciliari L’interrogatorio previsto stamane nel carcere di Secondigliano è abortito sul nascere visto che si è subito avvalso della facoltà di non rispondere Pasquale Balascio, il piccolo imprenditore dei servizi sociali, un tempo gestore di bar, arrestato all’alba di venerdi dagli agenti della squadra mobile con l’accusa di usura aggravata dal metodo mafioso. Un arresto che ha costretto sua moglie, l’assessore del Comune di Acerra Maria De Rosa, a rassegnare le dimissioni il sabato sera successivo al blitz. Intanto la notizia delle mancate dichiarazioni di Balascio è stata confermata dal suo legale, l’avvocato Domenico Paolella. “E’ sostanzialmente una prassi in questi casi – spiega il legale – poi sarà un’altra questione quando faremo ricorso al Tribunale del Riesame”. La data dell’udienza al Riesame non c’è ancora. In quella sede i legali di tutti gli indagati sperano ovviamente di far togliere le misure restrittive spiccate dalla magistratura. Ma scotta parecchio questa inchiesta, coordinata dal pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia Giuseppe Visone e messa a segno dagli agenti della polizia di Stato della Squadra Mobile di Napoli e del commissariato di Acerra. Un’inchiesta che ha dalla sua una miriade di intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti, filmati, prove documentali, numerose dichiarazioni rese nelle sedi appropriate e le testimonianze di due collaboratori di giustizia di notevole caratura, Giancarlo Avventurato e Gennaro Pacilio. Le Accuse Pasquale Balascio, 35 anni, è accusato di usura aggravata dal metodo mafioso per aver prestato 150mila euro a un tasso usuraio del 100 % a due indagati che da decenni gestiscono – secondo l’ipotesi accusatoria – quasi in regime di monopolio il servizio di pompe funebri ad Acerra, i fratelli Carmine e Giordano Pacilio, quest’ultimo arrestato nel 2010 con l’accusa di estorsione e nel 2018 con quella di detenzione illegale di armi (la polizia trovò cinque pistole cariche nascoste in una bara della sua azienda). Secondo gli inquirenti Balascio ha imposto l’usura ai Pacilio insieme al clan Andretta, in particolare agendo in connubio con Diego Andretta, fratello del boss Salvatore, anche lui finito in carcere. Anche i Pacilio però sono stati arrestati nella stessa operazione. Si trovano agli arresti domiciliari. I giudici hanno scoperto che continuavano a operare nel settore delle pompe funebri nonostante la loro azienda fosse bloccata da ben quattro anni da un’interdittiva antimafia della prefettura. La prosecuzione delle attività di servizio funebre, sempre secondo i giudici, fu consentita aggirando la legge attraverso l’intestazione fittizia dei beni a un prestanome, Antonio Riemma, pure lui finito ai domiciliari. Un’indagine che descrive una spirale che si avvita su se stessa. A sua volta infatti anche Giordano Pacilio è accusato di usura. In base all’ordinanza di custodia cautelare il fratello di Carmine impose un’usura a una persona bisognosa di prestito insieme a Diego Andretta, vale a dire con la complicità del suo “carnefice” nella circostanza del prestito usuraio di 150mila euro.         

Tar conferma scioglimento del Comune di San Giuseppe Vesuviano: “Rapporti e frequentazioni tra politici e clan”

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SAN GIUSEPPE VESUVIANO – Nessuna illegittimità nel procedimento che nel giugno dello scorso anno portò allo scioglimento del Comune di San Giuseppe Vesuviano per accertati condizionamenti da parte della criminalità organizzata. L’ha deciso il Tar del Lazio con una sentenza con la quale ha respinto un ricorso proposto dagli ex amministratori della città campana. I giudici, premettendo come, ai fini dell’accertamento del pericolo di condizionamento, “è sufficiente che emergano elementi, anche di natura indiziaria, i quali facciano apparire verosimile l’assoggettamento ovvero il pericolo di assoggettamento dell’amministrazione comunale alle ingerenze della criminalità organizzata”, hanno ritenuto che “la Commissione di indagine ha riscontrato un quadro d’insieme, tale da giustificare l’intervento statale, il tutto all’esito di un ragionamento del tutto coerente e che resiste alle censure di legittimità articolate in ricorso”. Nel caso specifico, “sono emersi elementi concreti, confermati da precisi riscontri fattuali, del tutto idonei a rappresentare la descritta situazione di disfunzione, connessa ad una soggezione a consorterie mafiose”, ovvero: ” la presenza di una rete di rapporti parentali, nonché di frequentazione e di cointeressenze, descritte in atti, tra gli amministratori locali ed esponenti delle locali consorterie; precedenti di polizia e pregiudizi penali nei confronti di taluni dipendenti, tra cui il responsabile del servizio urbanistico-edilizio e ambiente (per i titoli di reato descritti in atti); il coinvolgimento dello stesso ex sindaco nella rete delle relazioni sospette, imputabile al detto funzionario e ad un ex consigliere di maggioranza; una diffusa situazione di illegalità in vari settori amministrativi (in particolare quello degli appalti pubblici) e una situazione di inerzia amministrativa nel far fronte alle disfunzioni che connotavano la macchina amministrativa”. Alla fine, per i giudici “secondo un ragionamento logico ed immune da travisamenti, la relazione prefettizia ha palesato una macchina amministrativa fortemente deficitaria e verosimilmente influenzata dalla criminalità organizzata, connotata da una totale inerzia sul piano disciplinare e sul piano dei controlli”.

Figlio dell’assessore di Acerra assunto come vigile a Sant’Anastasia, Comune sconfitto al Tar

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ACERRA – “Nella specie, la condotta del Comune di Acerra, rimasto del tutto silente rispetto all’istanza del ricorrente, contrasta con i doveri di correttezza e buona amministrazione: questo è quanto riportato nella sentenza pubblicata dal Tar oggi relativa al ricorso contro il Comune di Acerra e di Sant’Anastasia per l’errato inserimento nella graduatoria dei vigili del figlio di un assessore comunale” dichiara Andrea Piatto capogruppo di X Acerra Unita.

 

“Il Comune è costretto a pagare le spese di giudizio – conclude Piatto – ma la domanda nasce spontanea: perchè il dirigente al Personale non ha corretto la graduatoria”?.

Scoperta botola con stanza segreta in un bene confiscato alla camorra

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  ERCOLANO – Durante i lavori di riqualificazione di un immobile confiscato alla camorra, in via Caprile a Ercolano, è stata scoperta una botola con una stanza segreta creata in una intercapedine tra due piani. Lo ha reso noto il sindaco Ciro Buonajuto: “Abbiamo subito avvertito le Forze dell’Ordine e insieme a loro ho voluto effettuare personalmente un sopralluogo, con il vice sindaco con delega ai beni confiscati Luigi Luciani. Tra non molto quelle stanze dove fino a pochi anni fa si decidevano azioni criminali, accoglieranno in tutta sicurezza persone che vivono nel disagio. Affinché la #confisca dei beni alla criminalità sia da esempio per i giovani, ovvero che lo Stato alla lunga vince sempre dobbiamo continuare ad impegnarci per migliorare il nostro territorio, valorizzando la nostra bellezza, la cultura e la legalità.”

“So chi mi ha ucciso”, presentato libro sul cold case di femminicidio del ‘700

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“So chi mi ha ucciso, un cold case di femminicidio del ‘700” sarà presentato martedì 7 novembre alle 18 presso la Libreria Feltrinelli di via Santa Caterina a Chiaia (Piazza dei Martiri).   Napoli. In occasione del mese dedicato alla eliminazione della violenza contro le donne, Paola Proietti presenterà il suo libro “So chi mi ha ucciso, un cold case di femminicidio del ‘700” (Giannini editore) martedì 7 novembre alle 18 presso la Libreria Feltrinelli di via Santa Caterina a Chiaia (Piazza dei Martiri). Modera l’evento il direttore del Premio Elsa Morante, la giornalista Tiuna Notarbartolo. Ospiti: l’avvocato penalista esperto dei delitti contro la persona Gennaro Cacciapuoti, il magistrato Aldo De Chiara, l’avvocato familiarista Marina Vacca. Tutte persone di legge, pronte a ridare idealmente giustizia alla protagonista dopo circa quattro secoli.   Il libro è stato pubblicato dalla casa editrice Giannini, una delle più antiche di Napoli ed è parte della collana Sorsi, libri piccolissimi nel formato (A6) e nel prezzo (6,00 euro), che raccontano storie, curiosità che rinvigoriscono lo spirito proprio come una tazzina di caffè. Sorsi di saggi, letteratura, riflessioni e curiosità scritti in gran parte dai 3C, intellettuali, giornalisti e scrittori che fanno parte della sempre più vasta rete di comunicatori di cultura.   “So chi mi ha ucciso” è l’opera prima della Proietti ed è ispirato ad una terribile storia realmente accaduta. È la cronaca di un antico delitto irrisolto e di un probabile errore giudiziario che diviene, nelle parole in prima persona della protagonista, la sua terribile scoperta, la sua catarsi.   SETTEMBRE 2023   Formato libro: 10,5 x 14,8 cm Rilegatura: fresato Numero di pagine: 82 Prezzo € 6,00 ISBN: 978-88-6906-312-1 Collana: Sorsi – vol. 9 Categoria: letteratura  

Spaccio di droga nel Vesuviano, retata dei carabinieri: 4 arresti e una denuncia

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SAN GIORGIO A CREMANO, ERCOLANO E PORTICI: traffico di droga nel vesuviano, blitz dei Carabinieri. 4 arresti e una denuncia Il contrasto alla droga corre lungo le pendici del Vesuvio, i carabinieri della compagnia di Torre del Greco in prima linea. La sera di controlli inizia nel comune di San Giorgio a Cremano. I militari della sezione operativa e quelli della stazione di torre del greco capoluogo hanno arrestato Giovanni Oriente e Ciro De Cesare, entrambi già noti alle forze dell’ordine. Erano in corso Umberto I, in auto. Stavano cedendo due dosi di cocaina ad un 28enne del posto, in cambio di 50 euro. I due sono finiti in manette e risponderanno di spaccio di stupefacente. Sono ora ai domiciliari, il cliente segnalato alla Prefettura. Dovrà rispondere di detenzione di droga a fini di spaccio Anna Pacilio, 55enne di Ercolano già nota alle forze dell’ordine. Durante una perquisizione nella sua abitazione ercolanese, i carabinieri della locale tenenza hanno recuperato in un giardino pubblico un piccolo pacchetto contenente 64 grammi circa di hashish. La 55enne l’aveva lanciato pochi istanti prima, quando si era resa conto che l’obbiettivo dei controlli fosse proprio il suo appartamento. Il tentativo di eludere le manette non è servito e, durante la perquisizione della  sua abitazione, i militari hanno trovato anche 670 euro in contante ritenuto provento illecito. La donna è ai domiciliari, in attesa di raccontare al giudice la sua versione dei fatti. Sullo stesso pianerottolo, in un’altra casa, i carabinieri hanno rinvenuto oltre 6 chili di sigarette di contrabbando. Denunciato un 30enne già noto per reati della stessa tipologia. Droga anche a Portici. In via Martiri di Via Fani i militari della stazione locale hanno arrestato Francesco Losacco, 22enne di san giorgio e già sottoposto al foglio di via obbligatorio dal comune di Portici. Addosso 8 stecchette di hashish di complessivi 19 grammi. In casa, luogo dove è stata estesa la perquisizione, rinvenuti altri 10 grammi della stessa sostanza. Il 22enne è ai domiciliari e anche lui attende giudizio.

Nola in lutto, morto il comico di Made in Sud: lavorò con Garrone

È lutto nel mondo dello spettacolo: è morto Andrea Iovino, comico napoletano diventato famoso grazie a “Made in Sud”. È stata una scomparsa improvvisa quella di Andrea Iovino, comico napoletano di 38 anni, che era arrivato alla ribalta grazie al programma televisivo “Made in Sud”. Originario di Nola, Iovino aveva calcato diversi palcoscenici importanti, come quello di “Tu si que Vales”, per poi arrivare anche in diversi teatri italiani e al cinema con la parte di Pinocchio nel film di Garrone. Umorismo sottile e mimica inconfondibile sono sempre state le carte vincenti di Iovino che purtroppo è venuto a mancare improvvisamente nelle scorse ore. La notizia è stata divulgata dalla famiglia dell’attore che non ha specificato le cause della morte. Le esequie si terranno oggi pomeriggio nel cimitero di Nola, città in cui era cresciuto.

Arresti e dimissioni assessore: il caso Acerra arriva in Parlamento

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In una lettera attribuita a lei l’assessore Maria De Rosa corre ai ripari. Ma l’opposizione vuole dare il via a una battaglia politica dagli esiti imprevedibili    «Devo chiudere questa esperienza per ragioni strettamente personali e familiari». E’ una delle frasi che emergono dalla lettera di dimissioni attribuita all’ormai ex assessore comunale di Acerra Maria De Rosa. Dimissioni rassegnate quasi due giorni dopo i sette arresti messi a segno all’alba di venerdi dalla Dda e dalla Squadra Mobile che hanno portato in carcere  il marito del politico locale, il piccolo imprenditore Pasquale Balascio, coinvolto nella retata che ha scoperchiato una serie di intrecci tra la camorra, le pompe funebri, l’usura, le estorsioni e i colletti bianchi. Le dimissioni dell’assessore con deleghe all’urbanistica, al condono, all’abusivismo, all’associazionismo e allo sport, sono state annunciate dal Comune nella tarda serata di sabato e motivate attraverso una lettera attribuita a De Rosa e diffusa ieri dall’agenzia Ansa.

                            I Timori

Nella missiva è contenuta la convinzione che « queste vicende personali non possano avere alcuna ricaduta sul lavoro che va compiuto per la città di Acerra e per gli acerrani ». Toni pacati per sostenere « l’assoluta fiducia nella giustizia » nell’ambito di una decisione, questa delle dimissioni, che sembra puntata anche a scongiurare attenzioni particolari della magistratura verso la politica locale, soprattutto verso la maggioranza guidata da appena un anno e quattro mesi dal sindaco centrista Tito D’Errico, fedelissimo dell’attuale presidente del consiglio comunale ed ex sindaco dal 2012 al 2022, Raffaele Lettieri. Maria De Rosa, alla sua prima esperienza politica, l’anno scorso, era stata eletta consigliere comunale di maggioranza a 32 anni con 628 voti nella lista civica Siamo Acerra, risultando seconda tra i candidati della sua compagine. Poi si è dimessa da consigliere comunale quando il sindaco D’Errico l’ha nominata assessore.

                  Le frecciate di Piatto

Ma c’è battaglia politica. Proprio su quest’aspetto della storia – la nomina di De Rosa ad assessore – il consigliere comunale di opposizione Andrea Piatto lancia frecce al curaro. «De Rosa – accusa Piatto – era l’unico assessore senza esperienza che fu nominata prelevandola dal consiglio comunale: il sindaco sapeva che se fosse successo qualcosa lei non avrebbe potuto rifiutare le dimissioni ». In pratica ora, secondo Piatto, il primo cittadino avrebbe una presenza imbarazzante in meno in consiglio comunale grazie al fatto di aver subito cooptato in giunta la De Rosa. Piatto poi chiede un consiglio comunale su tutta la faccenda.

                La Mossa di Auriemma

Ma il deputato del Movimento Cinque Stelle, Carmela Auriemma, ex consigliere comunale ad Acerra, vuole vederci chiaro. «Ho parlato di questa vicenda con la capogruppo in commissione antimafia, la collega Stefania Ascari. Nelle prossime ore depositeremo un’interrogazione parlamentare sui fatti di Acerra », preannuncia la parlamentare Cinque Stelle.

Ottaviano, vicende storiche e testamentarie del sacerdote Don Carlo Bifulco

foto 1 – ArmeL’antica trasmissione patrimoniale per via testamentaria evidenzia il più delle volte numerose situazioni che, se analizzate attentamente, possono farci acquisire non solo vicende legate a rapporti familiari, ma anche indicazioni sociali, economiche e religiose di un determinato contesto storico. E’ il caso dell’atto testamentario del sacerdote Don Carlo Bifulco (ca.1645 – 1695), rogato dal notaio Pietro Iugliano nel 1695.
Palazzo Bifulco nella località detta Vaglio
Certamente una delle più antiche e nobili famiglie di Ottaviano fu senza dubbio quella dei Bifulco, le cui prime memorie risalgono addirittura al XV secolo, come afferma Michele Bifulco, Cavaliere di Grazia e Devozione in Obbedienza del Sovrano Militare Ordine di Malta. Il capostipite fu tale Pascarello Bifulco, che si insediò in Ottajano nel 1419. Più tardi, con istrumento del 15 novembre del 1441, comprò da Agnese Doria, moglie di Jacopo de Troia, il feudo de La Starza, ubicato lungo la strada per Sarno. L’istrumento fu rogato dal notaio Stefano Magaldo della città di Nola, col beneplacito ed assenso  di  d. Raimondo Orsini, Principe di Salerno e Conte di Nola. Nel 1493, un Giacomo Bifulco di Ottaviano è indicato come possessore di beni feudali – forse di modesta entità – proprio a Ottaviano, dove era stata anche appaltatore della bagliva [L. Tufano, Una famiglia, una signoria, una città, 2023, 144]. Da antichi manoscritti si attesta che il 1° maggio del 1516, il Conte di Nola dichiarò nobili i Bifulco, suoi suffeudatari [L. Saviano, Storia di Ottaviano, vol. IV]. Da allora, il casato visse more nobilium, con personaggi di spicco e imparentandosi con famiglie nobili napoletane. Il loro giuspatronato su  tante cappelle ecclesiastiche – continua Michele Bifulco – durò fino all’ inizio del XIX secolo. Tra queste ricordiamo: Santa Maria degli Angeli nella chiesa di San Michele Arcangelo [notaio D. Vitagliano, 1501]; Santa Maria della Sanità nella chiesa di Piediterra [notaio M. A. Izzolo, 30 settembre 1597]; Santa Maria della Pietà extra moenia, infine, oggi denominata Santa Maria la Scala, il cui primo rettore fu don Giovanni Battista Bifulco. La famiglia disponeva anche del beneficiato nella Chiesa di S. Caterina in località Casale Vecchio, e in quella dell’Annunziata nel centro urbano di Ottaviano. Un discorso a parte merita la Chiesetta di Montevergine: questo sacro edificio, sito nella parte più alta di Ottaviano, fu costruito verso la fine del XIX secolo quando, per puro caso, in un deposito della famiglia Bifulco del Vaglio fu trovato un quadro raffigurante la Madonna detta la Bruna. Era l’8 settembre del 1883. Grazie al contributo dei fedeli, della stessa famiglia e di Giuseppe V de’ Medici, la chiesetta non solo fu edificata, ma popolarmente consacrata alla Madonna di Montervergine [Acanfora N., Saggio sugli usi, i costumi e la storia dei comuni della…, 2019, pag. 322]. Altri Bifulco avevano la loro residenza a Terzigno, antico villaggio di Ottaviano, dove possedevano una stupenda villa, costruita tra il 1760 e il 1781, ed una vasta azienda agricola per la produzione del vino [Civiltà del ‘700 a Napoli, 1734 – 1799].
Una delle due cappelle Bifulco in                S. M. Arcangelo
L’ articolo in questione ci trascina in quelle che furono le ultime volontà di don Carlo Bifulco di Geronimo e Isabella Vallone, un sacerdote appartenente a quest’illustre famiglia, che dimorava sotto la Piazza dell’Annunziata, l’attuale via Piediterra, dove ancora oggi sul portone di casa si conserva lo scudo con lo stemma del casato. L’ atto è stato reperito dal dott. Attilio Giordano, ricercatore e studioso sangiuseppese, nel fondo Archivi dei Notai del XVII secolo dell’Archivio di Stato di Napoli. Don Carlo nel 1673 lo troviamo anche come cappellano a Santa Maria della Scala delli Bifulci. Altri membri di quest’ illustre famiglia, comunque, avevano la propria sede nel palazzo sito nella località detta sopra al Vaglio, propriamente sotto al castello mediceo. Anche qui sul portone si staglia lo stesso stemma araldico. A questa famiglia appartiene il Cav. Michele Bifulco, che ci ha fornito tanto materiale per la stesura di questo articolo.
Chiesetta di S. M. della Sanità                a Piediterra
La chiesa di Santa Maria della Sanità nel glorioso quartiere Piediterra, con atto del notaio Michele Pisanti di Ottaviano nel 1833, fu donata da d. Gioacchino Bifulco, in nome proprio e quale tutore dei nipoti minori Domenico e Gregorio, alla laica confraternita della SS. Concezione e Monte dei Morti. Nella Chiesa di San Michele Arcangelo, inoltre,  si conserva ancora il fronte della cassa del monumento sepolcrale, che riporta lo stemma gentilizio con l’iscrizione dell’appartenenza alla famiglia: Haec Bifulcor sedes iam corpora servat sed subeant animae regna beata precor, cioè questa tomba dei Bifulco custodisce i loro corpi, ma supplico che le loro anime siano nei regni beati. Gli ultimi maschi del casato vestono tuttora l’abito del Sovrano Militare Ordine di Malta con il grado di Cavalieri di Grazia e Devozione. Arme (vedi foto 1) – fasciato di quattro pezzi, due di rosso e due di azzurro, il primo e il terzo sono caricati da tre uccelli, il secondo è caricato da un giglio d’oro accostato da due uccelli, il quarto è caricato da una rosa di rosso bottonata.
Firma e signum tabellionis del notaio Pietro Iugliano
Sottoscrizione e signum tabellionis                                  del notaio Pietro Iugliano
Il 18 settembre del 1695, il notaio Pietro Iugliano (Giugliano) della Terra di Ottajano, dietro preghiera a lui rivolta da parte del reverendo Don Carlo Bifulco, si presentò a casa del presbitero, trovandolo sdraiato a letto, infermo nel corpo, ma sano di mente ed intelletto. Sentendo ormai l’ora della fine vicina e, onde evitare che nascessero discussioni tra i suoi eredi, il sacerdote decise di disporre le sue ultime volontà testamentarie, onde evitare che morisse senza averlo fatto. Don Carlo dispose che il suo testamento finale venisse chiuso e sigillato e che fosse stato aperto, letto e pubblicato soltanto dopo la sua morte. Alla chiusura dell’atto erano presenti, in qualità di testimoni, il reverendo Don Angelo Raniero, il clerico Giuseppe Pellegrino, Gioacchino Galluccio, Marino del Giudice, Antonio Giugliano, Onofrio Sag(g)ese ed il giudice a contratto Giovanni Felice Finelli. Il tutto contornato con la dichiarazione del notaio: Ego Notarius Petrus Juglianus eiusdem Terrae in clausura praesenti testamenti rogatus ab infrascripto Reverendo Don Carolo Bifulco testatore, pro Notario praedicto interfui, et in fidem hic me subscripsi. Due giorni dopo, don Carlo fu confessato dal reverendo curato don Matteo Boccia ed il giorno successivo ricevette il sacro viatico.
Sottoscrizione di Don Carlo Bifulco
Il 25 settembre del 1695, all’età di 50 anni in circa, rese l’anima a Dio in casa sua, ed il suo corpo venne seppellito nella cappella di famiglia all’interno della chiesa di San Michele Arcangelo. Il 29 settembre successivo, il notaio Iugliano – dietro richiesta di Favorita e Prudentia, sorelle del defunto – si recò in casa loro e, alla presenza degli stessi testimoni precedenti, procedette all’ispezione dei sigilli, all’integrità del testamento e alla successiva apertura e lettura. Don Carlo, si legge, dopo aver raccomandato l’anima sua al Signore, nominò heredi universali e particolari proprio le sue due carissime sorelle, pro equali parte, et portione, sopra tutti e singoli miei beni mobili e stabili, presenti e futuri, oro, argento lavorato e non lavorato, crediti, esigenze, nomi di debitori, ragioni, attioni, heredità, successioni, et ogn’altro che a me predetto testatore spetta e può spettare, nunc et in futurum donecque, sito, e posto, et in qualsivoglia cosa consistente, eccetto però dell’infra(scri)tti legati. Dispose, a riguardo, che attraverso le annuali entrate – provenienti da un capitale di cento ducati che don Carlo doveva conseguire da altri Bifulco – si dovevano celebrare tante messe nell’altare di Santa Maria degli Angeli di jus patronato delli Bifulci, eretto dentro la Chiesa di San Michele Arcangelo, da un sacerdote scelto dalle sorelle. In caso di restituzione di detti cento ducati, si dovevano depositare in publico banco per convertirsi, et impiegarsi in altra compra di annue entrade, e di quelle anco se ne debbiano celebrare dette messe come sopra, e così il capitale predetto debbia sempre stare con la conditione suddetta.
Altro stemma dei Bifulco per gentile concessione Avv. Nicola Pesacane
Lasciò scritto che, subito dopo la sua morte, si dovevano celebrare cinquanta messe per l’anima sua, con darli dette mie heredi la solita carità de grana diece per ciascheduna. Nel caso in cui le sue sorelle fossero morte senza fare testamento, il castagneto, sito nelle pertinenze di Ottajano, e precisamente nel luogo detto a cossa di Torre, doveva succedere alla Venerabile Cappella di Santa Maria degli Angeli, […] e dell’entrate da detto castagneto pecipiende se ne debbiano celebrare messe anche alla raggione, che a dette mie heredi parerà, e piacerà, e non alrimente, atteso così è mia volontà. Dispose, in seguito, che nel caso in cui i governatori della Venerabile Congregazione di S. M. Visita Poveri, o altre persone, volessero a loro spese edificare una chiesa contigua con la sua masseria sita nelle pertinenze di detta Terra, giusta via publica detta di Palma, seu li Prischi, et proprie dalla parte di sopra, seu ponente, delle fabriche nove di detta massaria, potevano farlo liberamente. Don Carlo, addirittura, avrebbe subito donato una casa diruta che stava da sopra dette fabriche nove, dove poter edificare tale chiesetta, restando però in parte e diritto della sua famiglia, e stabilendo che nella scelta del cappellano dovevano sempre essere preferiti i sacerdoti e i preti della sua famiglia.
Altare privato familiare  al Vaglio
Oltretutto, visto che la  Parrocchiale Chiesa di San Giovanni di Ottaviano possedeva uno castagneto, sito nelle pertinenze di detta Terra, nel luogo detto sopra la Fontana, sopra il quale Don Carlo aveva mosso lite contro il signor Giacinto Jovino, fu deciso che se quest’ultimo avesse ottenuto presso il Sacro Regio Consiglio la sentenza a favore, la metà delle robbe recuperate vada in beneficio del medesimo Signor Giacinto, e l’ altra metà debba essere vincolata a favore di quella cappella da erigersi;  nel caso in cui il Jovino non avesse voluto proseguire detta lite, la potevano seguitare le sue eredi e la metà delle robbe recuperate dovevano andare anco in loro beneficio, e l’altra metà con le condizioni suddette, legate alla chiesetta da erigersi; infine, nel caso in cui le sorelle non volevano seguitare detta lite, la poteva seguire la Venerabile Confraternita di S. M. Visita Poveri, nel modo e forma come sopra Don Carlo aveva disposto. Lasciò, poi, alla signora Angela Jovino fu Agostino cinque ducati all’anno da pagarnosi da dette mie heredi durante la vita di detta Signora, per amore, e per il grande affetto che ne aveva conosciuto. Nel caso della morte delle due sorelle senza testamento e senza figli, Don Carlo fece attestare che la sua casa, col giardino ed altre comodità andassero al Venerabile Oratorio di S. M. de Visita Poveri, però havendo qualche necessità, che ne possino disponere a loro arbitrio, e volontà. In ultimo il testatore conferma esecutori del testamento le dette sue sorelle, alle quali concesse la potestà e facoltà di potere eseguire, e mandare in effetto il presente suo testamento, e quanto in esso si contiene, giusta sua serie, contenuto e tenore. L’atto notarile, comunque, continuò ancora con un lungo repertorio in cui il testatore asseriva di dover conseguire determinate somme in ducati da Pietro Angelo Boccia, dagli eredi di Francesco Caputo e di Leone Caputo, da Giovanniello Bifulco e Fabio Bifulco, Domenico Parise. Dichiarò, infine, di esser debitore a Lorenzo d’Ambruosi, alias Scamardo,  di carlini diecisette, e grana 7 ½ in circa, per resto di prezzo di robbe da me prese nella sua bottega, quali voglio li siino subito sodisfatti. Quando tutto sembrò finito, il notaio fu di nuovo interpellato il 17 novembre dello stesso anno dalle sorelle del defunto sacerdote. Questa volta, la presenza del notaio Iugliano era legata allo scopo di procedere ad un inventario preciso e fedele di tutte le cose che non erano state inserite nel precedente testamento – tra cui quadri di santi, tovaglie, lenzuola, mobili, sedie e cosi via.  In particolare i quadri, il cui elenco è meritevole di essere riportato: Un quadro di palmi 2, e 4 (il palmo napoletano corrisponde a 0,26 cm) con l’effigie di Nostro Signore con la croce in collo; un altro quadro di palmi 3, e 4 con l’effigie della Santissima Concettione; un altro di palmi 3, e 4 con l’effigie della Beata Vergine delle Gratie; un altro con l’effigie di San Giovanni de Capistrano di palmi 2, e 3; un altro di palmi 2, e 3 con l’effigie di San Nicola; un altro simile di Sant’Antonio con il bambino in braccio;  un altro simile con l’effigie di San Giovanni; un altro simile con Nostro Signore che dorme; un altro con San Francesco Saverio con cornice negra con fresilli (piccoli fregi) indorati di palmi 1, e 2; un altro simile con l’effigie di San Lorenzo; un altro simile con l’effigie di Santa Dorodea; quattro quadrilli piccoli con cornice negra.
Parete con cimeli dei Bifulco al Vaglio
Da premettere che prima della morte prematura di Don Carlo, avvenuta all’età di circa 50 anni, le due donne avevano già stipulato un testamento con il notaio Matteo Parisi, sempre di Ottaviano, donando al fratello tutti li loro beni ad titulum patrimonii; questa donazione da parte di terzi andava a costituire un valido complesso di beni appartenenti all’ordinando ed erano alla base della sua ordinazione sacerdotale e del suo mantenimento vita natural durante, come spiega l’ing. Giuseppe Tesauro, storico e profondo conoscitore dei testi notarili e delle sue formule. Con la morte di don Carlo veniva meno quel principio di sostentamento e le sorelle, in un certo qual modo, si sentirono defraudate dei loro averi e mossero una vera e propria protesta e contestazione morale nei confronti del fratello morto, che si concluse addirittura con una supplica al Vescovo di Nola, Mons. Daniele Scoppa O.F.M., affinché le assolvesse e le abilitasse dal giuramento prestato in occasione della donazione dei loro beni al loro defunto fratello. Desta curiosità il motivo della supplica, ma ciò non deve meravigliarci, perché i beni patrimoniali  erano entrati, ormai, nella piena e assoluta proprietà della Chiesa, ma ciò non frenò il vicario a concedere questa autorizzazione quoniam juramentum non debet esse vinculum iniquitatis, sed praesidium veritatis.
Albero genealogico – ramo Pascariello