Blitz di Acerra, il marito dell’ex assessore non parla in carcere

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Durante l’interrogatorio in carcere Pasquale Balascio si è avvalso della facoltà di non rispondere. Quattro restano in prigione e tre sempre ai domiciliari

L’interrogatorio previsto stamane nel carcere di Secondigliano è abortito sul nascere visto che si è subito avvalso della facoltà di non rispondere Pasquale Balascio, il piccolo imprenditore dei servizi sociali, un tempo gestore di bar, arrestato all’alba di venerdi dagli agenti della squadra mobile con l’accusa di usura aggravata dal metodo mafioso. Un arresto che ha costretto sua moglie, l’assessore del Comune di Acerra Maria De Rosa, a rassegnare le dimissioni il sabato sera successivo al blitz. Intanto la notizia delle mancate dichiarazioni di Balascio è stata confermata dal suo legale, l’avvocato Domenico Paolella.

“E’ sostanzialmente una prassi in questi casi – spiega il legale – poi sarà un’altra questione quando faremo ricorso al Tribunale del Riesame”. La data dell’udienza al Riesame non c’è ancora. In quella sede i legali di tutti gli indagati sperano ovviamente di far togliere le misure restrittive spiccate dalla magistratura. Ma scotta parecchio questa inchiesta, coordinata dal pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia Giuseppe Visone e messa a segno dagli agenti della polizia di Stato della Squadra Mobile di Napoli e del commissariato di Acerra. Un’inchiesta che ha dalla sua una miriade di intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti, filmati, prove documentali, numerose dichiarazioni rese nelle sedi appropriate e le testimonianze di due collaboratori di giustizia di notevole caratura, Giancarlo Avventurato e Gennaro Pacilio.

Le Accuse

Pasquale Balascio, 35 anni, è accusato di usura aggravata dal metodo mafioso per aver prestato 150mila euro a un tasso usuraio del 100 % a due indagati che da decenni gestiscono – secondo l’ipotesi accusatoria – quasi in regime di monopolio il servizio di pompe funebri ad Acerra, i fratelli Carmine e Giordano Pacilio, quest’ultimo arrestato nel 2010 con l’accusa di estorsione e nel 2018 con quella di detenzione illegale di armi (la polizia trovò cinque pistole cariche nascoste in una bara della sua azienda). Secondo gli inquirenti Balascio ha imposto l’usura ai Pacilio insieme al clan Andretta, in particolare agendo in connubio con Diego Andretta, fratello del boss Salvatore, anche lui finito in carcere. Anche i Pacilio però sono stati arrestati nella stessa operazione. Si trovano agli arresti domiciliari.

I giudici hanno scoperto che continuavano a operare nel settore delle pompe funebri nonostante la loro azienda fosse bloccata da ben quattro anni da un’interdittiva antimafia della prefettura. La prosecuzione delle attività di servizio funebre, sempre secondo i giudici, fu consentita aggirando la legge attraverso l’intestazione fittizia dei beni a un prestanome, Antonio Riemma, pure lui finito ai domiciliari.

Un’indagine che descrive una spirale che si avvita su se stessa. A sua volta infatti anche Giordano Pacilio è accusato di usura. In base all’ordinanza di custodia cautelare il fratello di Carmine impose un’usura a una persona bisognosa di prestito insieme a Diego Andretta, vale a dire con la complicità del suo “carnefice” nella circostanza del prestito usuraio di 150mila euro.