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Somma Vesuviana, per Castello d’Alagno Di Sarno come Allocca: da Ciro Raia appello alla mobilitazione per il maniero

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Il sindaco Di Sarno, come aveva in mente il suo predecessore Ferdinando Allocca di cui è stato vice, ha in mente di far gestire Castello d’Alagno da privati e con una delibera di giunta ha messo il maniero, per così dire, “su piazza” e, con i suoi assessori, ha varato una delibera di giunta per ricercare operatori economici (o enti pubblici terzi) in grado di mantenerlo e farlo fruttare. Cosa che evidentemente non riesce con le sole forze del Comune. «Per contenere i costi – si legge in delibera – e rendere l’immobile fruibile per attività ed eventi connessi alla formazione universitaria e parauniversitaria» .

Del resto quest’idea frulla in testa da anni all’attuale sindaco che, in una intervista rilasciata al mediano.it nel 2015 (leggi qui) raccontava di aver mostrato al plenipotenziario della «Pegaso» proprio il Castello e aggiungeva che la struttura di via Circumvallazione nata come casa di riposo (e anch’essa adesso su piazza per effetto della stessa delibera di giunta del 14 giugno scorso) poteva diventare un ostello per giovani studenti. In ogni caso la delibera approvata in giunta avvia le procedure per la raccolta di manifestazioni di interesse da soggetti in grado di formulare un piano strategico ed un’offerta economica per il Castello che fu di Lucrezia d’Alagno e in seguito della famiglia De Curtis, per l’immobile ex Simmons e per la Casa di Cura. Chissà che proprio la Pegaso prenda parte all’avviso pubblico e  riesca a realizzare quanto il sindaco aveva in mente da anni. Del resto il 6 giugno scorso in consiglio comunale è passato il regolamento sui beni immobili del Comune di Somma Vesuviana.

Ebbene ieri il professore Ciro Raia – cultore di storia e scrittore, colui che nella stessa intervista del 2015 l’attuale sindaco identificava come l’unica persona (tolto lui stesso, naturalmente) con la quale Somma Vesuviana «sarebbe stata in buone mani, perché penserebbe al bene comune», lo stesso Raia che Di Sarno, in più dichiarazioni rilasciate in campagna elettorale, avrebbe anelato ad avere con sé in giunta quale assessore alla Cultura – ha fatto un appello alla mobilitazione proprio per un…bene comune. Il Castello d’Alagno, appunto.

«Ho appreso che la Giunta Comunale di Somma Vesuviana, con delibera n.106 del 14 giugno 2019, ha avviato le procedure per la raccolta di manifestazione d’interesse per la gestione di tre immobili comunali, tra cui il Castello d’Alagno» – scrive il professore Raia sul suo blog (http://www.ciroraia.it)  poi condiviso sui social (e ricondiviso da alcuni ex assessori, ex consiglieri, da soli due consiglieri comunali in carica cioè Vincenzo Piscitelli e Salvatore Rianna, nonché dal cittadino onorario di Somma Vesuviana e archeologo Antonio De Simone).

«L’antico maniero – prosegue Ciro Raia –  è uno dei maggiori simboli di Somma Vesuviana ed è, perciò, un bene comune, che va difeso, tutelato ed inserito in un piano culturale indicativo della storia ultramillenaria della città vesuviana e della sua gente. È opportuno, pertanto, mobilitarsi e fare appello alla sensibilità ed alla concretezza del Sindaco e dell’Amministrazione Comunale (maggioranza e minoranza), perché un pezzo unico di storia di una comunità possa continuare a rappresentarne al meglio (museo, biblioteca, etc) lo spessore culturale, il valore della Memoria, la dignità di un luogo. È vero, il dlg n.42 del 22 gennaio 2004 – riguardante la tutela dei Beni culturali- prevede che “gli enti pubblici possono concedere l’uso dei beni culturali che hanno in consegna, per finalità compatibili con la loro destinazione culturale, a singoli richiedenti”; ma è anche vero che, una volta affidato il bene a qualche privato, spesso o quasi sempre, se ne perdono, irrimediabilmente, le radici, le vicende storiche che l’hanno contrassegnato, le pagine della vita di tutti i personaggi che l’hanno abitato. Invito, perciò, tutti quanti sono sensibili ed interessati a difendere il Castello d’Alagno-bene comune, da un’eventuale quanto possibile alienazione di appartenenza comunitaria, a creare una rete, a uscire allo scoperto, ad essere attenti, a metterci la faccia, a parlare fra noi, a interloquire con l’Amministrazione Comunale, a proporre altre ipotesi di soluzione, a garantire che la Storia dei Padri di una Comunità non sia estinta per colpa del silenzio complice dei figli. Sentiamoci, allora, teniamoci in contatto, mettiamo in essere qualche idea, non lasciamo passare questi giorni di calura estiva, dicendo che è meglio riparlarne col fresco. A settembre potrebbe essere già troppo tardi».

Già, troppo tardi. Perché è vero che ci sono, ovunque, molti beni culturali e storici utilizzati per fare cassa ma il sentimento che ieri ha spinto Raia all’accorato appello è condiviso da molti: il Castello d’Alagno è un simbolo di Somma Vesuviana e va sì valorizzato. Ma all’insegna della cultura vesuviana, ospitando una biblioteca per esempio. O un museo multimediale, magari con i reperti archeologici della Villa Augustea.  E del resto, come ricordato molte righe fa, Somma Vesuviana insorse già una volta, quando il sindaco della città era Ferdinando Allocca e l’assessore alla cultura si chiamava Emanuele Coppola. La sinistra per Somma, le associazioni culturali, ambientali e sociali del territorio, Legambiente, l’allora forum dei giovani, storici e cittadini comuni fecero fronte comune formando il comitato «Restituiamo Castello d’Alagno alla città». L’intenzione era quella di vigilare sull’utilizzo che l’allora amministrazione (era il 2012) intendeva fare del Castello ristrutturato con fondi europei. Il timore, che poi si rivelò avere qualche fondamento, è che Allocca intendesse destinarlo a cerimonie di lusso e feste private. Ed una festa fu pure autorizzata (quella per il pensionamento di un dirigente scolastico) tra l’indignazione generale che portò in consiglio ad una mozione di sfiducia nei confronti dell’assessore controfirmata pure da qualche esponente dell’allora maggioranza. La sfiducia finì in nulla, ma il comitato preparò e presentò un esposto mentre circolava una bozza di regolamento nella quale si ritrovava praticamente tutto tranne i fini culturali: aste, tombolate, catering e quant’altro. In quegli anni la mobilitazione, non solo sui social, ci fu. Oggi non si parla di tombole e pranzi di nozze, almeno non ancora. Ma l’idea che un privato, si tratti pure di università – telematica o meno che sia – gestisca il Castello che Alfonso d’Aragona donò alla bella Lucrezia non garba proprio ad una consistente parte della città.

 

 

 

 

 

 

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