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Somma Vesuviana, Giuseppe Auriemma l’umile artista che pose la pittura al centro della sua vita

G. Auriemma, Piazza Vittorio Emanuele III con il Bar De Vita

La produzione pittorica di Giuseppe Auriemma alias Peppe ‘e vitillo fu caratterizzata dalla ricerca accurata dei colori, sia per quanto riguarda la loro composizione e preparazione che per l’effetto che potevano suscitare nell’osservatore.

Giuseppe Auriemma alias Peppe ‘e vitillo

Auriemma Giuseppe, chiamato da tutti Peppe ‘e vitillo, nacque a Somma Vesuviana in via Trivio l’otto novembre 1925 da Vito, di condizione beccaio, e da Albina Russo. Famiglia numerosa la sua, ben otto fratelli. Figlio d’arte sia nella beccheria che nell’arte pittorica. Il padre Vito (1887 – 1944), conosciuto con il nome Vitillo, fu un pittore molto noto e apprezzato durante la sua vita e ancora oggi viene ricordato per il suo ammirato talento. Nel 1943, Giuseppe all’età di 18 anni, fu preso dai tedeschi durante una retata, ma riuscì a scappare dal camion e una signora, chiamata Seseppa, nonna dei D’Avino alias bersaglieri, lo salvò, nascondendolo sotto la sua grossa gonna. Malato di tisi, fu ospitato per diversi anni in un sanatorio del Nord Italia, dove gli fu imposto tanto riposo, aria fresca e cure mediche. Tornò a Somma Vesuviana e, non avendo una casa fissa, si recò a vivere dalla sorella Anna Maria, andata in sposa nel 1948 a Marco (Marcuccio) Tufano.

Vito Auriemma, padre di Giuseppe

Mario e Adele, fratello e sorella, gestivano la macelleria e non vollero alcun fratello in casa. Anna Maria e Marco vivevano, invece, inizialmente in una sola stanza nel portone accanto al vecchio Cinema Arlecchino e sopra c’era un soppalco nel quale si sistemò il fratello Peppe, dove dipingeva e dormiva. Un altro fratello, Gennaro, dormiva in un abitacolo di lamiere, che il cognato Marco aveva costruito. Ho ricordi molto vivi – ricorda Teresa Tufano, nipote di Peppino Auriemma – perché durante la nevicata del 1956, io avevo 7 anni. Mio padre trattò sempre il cognato come un fratello. Durante quell’ incredibile nevicata, furono chiusi tutti i cantieri e mio padre fece un grosso debito dal nostro salumiere che stava a via Roma, per non far mancare un pasto alla sua famiglia, a zio Peppe e a zio Gennaro. Quando si sposò zia Adele, zio Peppe andò a vivere con zio Mario e lo aiutava nella gestione della macelleria.

G. Auriemma, Castello d’ Alagno

Fu allora che Giuseppe fittò un basso nel cortile interno del palazzo del Principe in piazza Vittorio Emanuele III, che divenne la sua bottega di lavoro, dove si affermò con le sue opere pittoriche. Oltre ad essere pittore, era anche un fine scultore ed un bravo ebanista. Alla morte del fratello Mario, la macelleria fu chiusa. Peppe costruì, allora, un soppalco in bottega, posizionando in quel luogo la sua camera da letto. Dietro mise un cucinino, anche se la sua sosta abituale dal 1960 era a Rione Trieste nella nuova abitazione della sorella Anna Maria, con cui andò a vivere anche l’altro fratello Gennaro. Proprio il 20 settembre del 1960 partecipò al I Premio Nazionale di Pittura Estemporanea Città di Somma Vesuviana con la sua opera dal titolo Dal Palazzo Cirella. All’ epoca, per la prima volta, Somma Vesuviana, in coincidenza con la tradizionale festa di San Gennaro aprì i battenti ad una prima Collettiva, che accolse pittori come il Ferruccio Torraca, Raffaele Bavenni e Giovanni Garramone. Somma schierò, oltre ad Auriemma, Pasquale Castaldo, Aniello D’Ambrosio e Emilio Iorio. La sua produzione artistica fu molto varia. Regalava monili, collane, anelli, bracciali. Era anche un abile incorniciatore: realizzava cornici per antiche stampe sacre e specchi, con maestria e precisione.

G. auriemma, Chiesa di San Giorgio Martire vista da Piazza Vittorio Emanuele III con guglia di San Domenico

Tanti quadri furono venduti, altri regalati. Dopo la morte della sorella Anna Maria nel 1999, Peppe si lasciò molto andare fino a morire. I suoi resti mortali riposano attualmente nel loculo di famiglia. La produzione pittorica di Giuseppe Auriemma fu caratterizzata dalla ricerca accurata dei colori, sia per quanto riguarda la loro composizione e preparazione che per l’effetto che potevano suscitare nell’osservatore. Gli artisti, all’epoca, si dedicavano alla creazione dei propri colori, mescolando sostanze naturali secondo ricette gelosamente custodite. Questa ricerca non era solo pratica, ma anche teorica, con l’intento di comprendere le leggi della percezione visiva e l’effetto dei colori sulla composizione e sul messaggio dell’opera.  Dipingeva soggetti inanimati come frutta, fiori o oggetti domestici, ma soprattutto ciò che si presentava ai suoi occhi, che usava come filtro dell’anima. Spesso prevalevano tinte scure, che rappresentavano una natura ostile, quasi matrigna. Quando, invece, dominava l’amore nelle sue mille sfaccettature, le tinte diventavano più vive e gioiose. La sua città, con i suoi maggiori monumenti, era il tema di tanti dipinti.  Peppe ebbe pure tante fidanzate, fu molto amato, ma non si sposò mai. L’inquietudine del suo animo lo portò sempre a chiudere tutte le relazioni amorose, quasi a non voler compromettere la sua solitudine.

via Trivio, successivamente via Gramsci, con                  beccheria Auriemma a sx di chi guarda

La tragedia della famiglia Auriemma, soprattutto dopo l’omicidio di cui si era macchiato il fratello quindicenne Antonio, e successivamente la morte della mamma Albina, che tutti chiamavano Elvira, e l’avvento della matrigna Vincenza, pesarono sempre come un macigno nella sua mente e nel suo bel suo cuore. E poi, quella malattia, la tisi, mai debellata, unita alle sue infinite paure, contribuirono notevolmente a caratterizzare lo stile delle sue opere. Molto importanti anche le produzioni scultoree, di cui rimane qualcosa ancora nelle case dei sommesi. Peppino Auriemma, comunque, non resse al dolore della morte del cognato Marco e della sorella, che lo avevano sempre accolto e che rappresentavano la sua vera famiglia. Il suo cuore cessò di vivere all’Ospedale di Nola il 20 giugno del 2000. Il suo ricordo è ancora così vivido che sembra essere rappresentato, o “impresso”, in tutte le sue opere d’arte, in particolare nei dipinti.

 

 

 

 

 

 

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