Non riesco a liberarmi dalla persuasione che sia utile per tutti, in questi momenti di vuoto e di confusione, conoscere nella sua concretezza la storia del territorio: e forse non è un caso che lo studio della storia, di quella “alta” e di quella “bassa”, venga trascurato nelle scuole. La relazione di Bordiga ci dice cosa produceva Ottajano e quale fosse la condizione di vita dei contadini. E quando vado a comprare l’olio e penso che un secolo fa Ottajano esportava olio…Correda l’articolo l’immagine del quadro “La vanga e il latte” di Teofilo Patini.
Nel 1890 l’azienda agricola Bosco del Gaudio – il nome preciso era ed è “Bosco Gaudo”- del sig. Siciliani, marchese di Gigliano e conte di Rende, che si estendeva in località Villa Albertini, tra Ottajano, Nola e Saviano, fu visitata dai laureandi della Reale Scuola superiore d’agricoltura di Portici: lì avrebbero sostenuto l’ultima delle prove pratiche degli esami di laurea, alla presenza dei commissari Italo Giglioli, marchese Atenolfi, Oreste Bordiga, Francesco Milone. Pioveva, ma i futuri dottori in agraria e i loro docenti ebbero la possibilità di esaminare ‘I’ arditezza e la razionalità’ degli impianti, che magistralmente diretti da ‘un egregio giovane svizzero’, il sig. Landolph, erano all’avanguardia nell’allevamento del bestiame e nella ‘manipolazione del latte’. Nella stalla, ” svelta e elegante in tutti i particolari “, c’erano 40 ” mucche mungane, la maggior parte dei diversi cantoni della Svizzera, con prevalenza di quelle Schwitz, qualcuna olandese e poche altre locali “. Con l’ottimo latte delle “mungane” si producevano burro delicatissimo e molti tipi di formaggi grassi, semigrassi e magri. Ma il vero miracolo dell’azienda era la produzione foraggiera, ‘succolenta e abbondante’, fornita da 12 ettari di terra coltivata a erba medica, da alcuni ettari di barbabietola Mammouth, da erbai di granturco e di saggina e da ‘superbe coltivazioni’ di cavolo-foraggio e di zucca: a dimostrazione definitiva del fatto che la scienza e il metodo potevano produrre foraggio, e consentire, quindi, l’allevamento del bestiame, anche sul tufo e sulla ‘cenere vulcanica, ‘senza l’ombra di irrigazione’. Tra l’altro, gli animali erano allevati anche con tritello e con schiacciata di cocco. Ben curati erano il porcile, che ospitava ‘bellissimi maiali di razza York, di razza casertana, o d’incrocio delle due razze, e il pollaio, popolato da polli locali, e della Cocincina e della razza Crévecoeur “. Non mancava il vigneto: opera di Ruggero Arcuri, era ordinato alla ” casalese”, su filari regolarissimi,” con pali posti ogni certo numero di viti “: a parte c’era il pometo, di peri e di meli. In un vasto angolo della fattoria erano coltivati pomodori, patate, piselli, fagioli, cavoli, cocomeri e poponi: campioni di frutti e ortaggi, divisi per splendidi trofei, “incantarono i sensi dei visitatori e fornirono ai laureandi un copioso materiale per l’esame “. Nella stalla e nel caseificio lavoravano molti giovanotti dei dintorni, come apprendisti: imparato il mestiere, si diceva che avrebbero trovato facilmente lavoro negli altri fondi e percepito un ‘distinto’ salario. Nella sua relazione Italo Giglioli scrisse che questa azienda agricola era il modello a cui si ispiravano cinque aziende costituite nel “vasto e ferace territorio di Ottajano” da Giovanni Menichini, Achille Mazza, Michele Bifulco, Enrico Coppola e Francesco Ammirati. L’azienda dell’Ammirati si trovava “in località Piano, ai confini con Striano” e comprendeva sei stalle per una cinquantina tra buoi e mucche da latte. Ovviamente, queste aziende rappresentavano modelli alimentari riservati alla classe dei notabili e dei proprietari. La “tavola” dei contadini e degli “operai” era totalmente diversa, con caratteri omogenei per tutto il Vesuviano interno, come ci dice Oreste Bordiga che, come commissario e relatore della commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni dei contadini nella provincia di Napoli, nel 1908 visitò anche Ottajano e Terzigno. Nella sua relazione egli scrisse che le donne si astengono quasi completamente dal vino, che non appare mai sulla tavola del bracciante e del ‘salariato ad anno’. I piccoli coloni, affittuari e mezzadri, bevono l’acquata, ma appena diventano, ” non diremo più agiati, ma meno poveri “, passano immediatamente a consumare ogni giorno vino, ” data l’abbondanza della produzione locale e il poco prezzo della medesima, per cui, ad esempio, nell’isola di Ischia si sono venduti vini bianchi a 10-12 lire l’ettolitro, mentre l’ asprinio e il vino rosso della zona d’arbusto nel 1907 e 1908 scesero anche a meno di tal prezzo.”. I contadini, nei giorni di lavoro, mangiano di mattina pane e frutta, a mezzogiorno pane e un piatto caldo, ” per lo più di legumi all’ olio “, e talvolta un pezzo di baccalà, e, sul tardi, ancora pane e latticini, e frutta. I maccheroni compaiono in tavola la domenica, nel pranzo di mezzogiorno: li seguono, raramente, braciole di maiale, e più frequentemente, melanzane, pomodori, insalate, formaggi: e, tra questi, ricotta e pecorino di Turchia. Una famiglia media di contadini, che Bordiga considera composta di 6 membri (i genitori, due adolescenti di età compresa tra i 12 e i 16 anni, due ragazzetti più piccoli), consuma, di cibo, lire 2, 70 al giorno, e, dunque, lire 985,50 all’anno. Alla cifra bisogna aggiungere lire 40 per l’abitazione, lire 50 per gli indumenti degli adulti, “, mentre i bambini si vestono ” cogli spogli degli altri “, e lire 24, 50 per l’illuminazione ” e spese diverse ” : in tutto lire 1100, a cui fanno fronte ” i seguenti guadagni minimi: 250 giornate del padre alla media di lire 2 (lire 500); 150 della madre, alla media di lire 1, 10 (lire 165); 240 dell’adolescente maschio a lire 1,30 e 160 dell’adolescente femmina a lire 0,90 (in tutto, lire 456) “. E come si sa, il problema dei salari non riguarda solo il passato….



