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Somma Vesuviana, Biagio Esposito firma una riflessione su Santa Maria a Castello

Riceviamo e pubblichiamo da Biagio Esposito, presidente dell’Accademia Vesuviana di Tradizioni Etnostoriche, una riflessione che trovate qui, integrale e firmata.

Santa Maria a Castello: Comunicare: comprendere e partecipare

 Uggia di pioggia e cielo cupo cupo, come da noi si dice per significare il superlativo.  Non giovano agli umori dei metereopatici è un dato di fatto, ma a Santa Maria a Castello, nelle ricorrenze del tre maggio 2018, perché effetti di varianti naturali, sono stati meno deludenti delle ritualità tradizionali, da noi attese. Le avevamo magnificate agli ospiti del Museo Etnostorico delle Genti Campane, numerosi e convivialmente partecipi alla mensa cui, secondo buona usanza, sono invitati a partecipare chiunque sia, benvenuto a gustare cibi di casa, prodotti conservati nelle dispense e tipici vini vesuviani. Tra gli ospiti abbiamo avuto il piacere di accogliere Marius Kociejowski, famoso poeta e saggista, i cui resoconti di viaggi in terre d’oriente devastate dalle guerre, sono noti in tutto il mondo. Si è presentato con cappello e bastone, con la semplicità dei grandi e si è avvalso di una sensibile interprete, per approfondire le sue indagini e conoscenze, per cogliere il senso di un giorno caro alla tradizione sommese. Non potevamo deludere un intellettuale che sarà a Napoli fino a quando gli sarà sufficiente il materiale raccolto, per scrivere un libro sulle tradizioni dei nostri territori. Marius ama la verità, tant’è vero che è andato a cercarla in Siria, correndo seri rischi e raccogliendo materiale per due libri, di cui, il primo è frutto delle sue dirette esperienze, il secondo, invece, consente, antologicamente, di leggere quella terra martoriata attraverso gli occhi degli scrittori che si sono interessati alle sue crude vicende.

Figlio di un polacco superstite dai lager nazisti e di una donna inglese, è nato in Canada, ma esercita la sua professione a Londra, dove ha, tra l’altro, incontrato gli artisti, che vivono in quella città, ma sono esuli dalle loro patrie e dalle loro tradizioni. In fratellanza di ideali abbiamo fatto dono a Marius, che ha apprezzato il cibo e il vino della nuova amicizia, le ricerche prodotte nel corso di tanti anni d’impegno. Abbiamo inoltre magnificato l’evento al quale avrebbe assistito, sperando che ricevesse, come accadde a noi tanti anni fa, il brivido illuminante che instaurò il legame con la realtà sommese e le sue radici etnostoriche. Avevamo quindi promesso a un famoso poeta e scrittore, esperto di viaggi e indagini folkloriche, praticate sul campo, che sarebbe stato coinvolto in un brivido collettivo, allorché la Paranza privilegiata avrebbe rinnovato, nel Santuario, le sue speranze devozionali. Alla Divinità si rende onore con il canto e con la danza e lo stesso Davide, l’umile biblico salmista, che esulta, precedendo l’Arca santa, “è più e men che re” in quell’esemplare comportamento. Da tanti lustri abbiamo avvertito profondamente il pathos commovente del canto a solo, che, nel silenzio dei presenti, chiariva il senso della cerimonialità sacrale che si veniva ritualizzando.

Non corrispondeva infatti ad una calorosa partecipata festività, bensì ad una pratica devozionale fortemente sentita. Abbiamo apprezzato, tanti anni fa, l’ispirato, storico cantatore Zì Gennaro ‘o Gnundo, meglio dire d’ ‘o Gnundo, perché identificabile con il punto consacrato in cui il Monte Somma si congiunge con il Vesuvio, dove oggi esiste, appunto, la Cappella della Paranza d’ ‘o Gnundo. Abbiamo atteso il rinnovarsi del brivido d’intensa commozione ogni qual volta anche Zì ‘Ntonio De Luca, dopo l’uscita dal mondo di Zì Gennaro, presentava la Paranza a Mamma Schiavona, con gratitudine per la preghiera esaudita e con la speranza di un arrivederci per il nuovo anno, augurato ai confratelli, a tutti i fedeli e al mondo in pace. Dentro quel canto si custodiva la memoria dei transiti e delle confluenze di tante civiltà esperte della Grande Madre Mediterranea, delle “Opere e i giorni” di Esiodo, di Roma Caput Mundi, di esili, di attività mercantili, del tempo del miracolo dei miracoli, in cui Dio si fa figlio dell’Uomo e del culto della Vergine fondato da San Bernardo di Chiaravalle. Nel canto c’è tutta la meravigliosa bellezza dell’umile Maria, “mammarella nosta”, mentre persistono i richiami alla “vecchiarella”, Iside vedova del Sole, e alla “figliola”, la sempre Vergine madre di Gesù. Questo itinerario storico della civiltà, evoluta fino al miracolo dell’Incarnazione, non credo abbia altrove questi poetici riscontri. Un così grande tesoro di liricità e d’umanità, in una sintesi, che dà senso alla storia come progetto divino, motivato e realizzato secondo i tempi scelti per la Redenzione, andrebbe opportunamente inteso e gioverebbe alla salute civile. Salus vuol dire salvezza e l’umanità la invocherebbe invano senza Maria. Chi è impegnato allo studio delle tradizioni e interpreta quelle etnostoriche, che rappresentano l’essere nel divenire, l’aria che si respira di una civiltà che si evolve in metamorfosi, non rinuncia alla cultura della spiritualità, perché è l’essenza della vita dove ha più vita, cara agli illustri, forti e sensibili studiosi delle scienze che stanno aprendo agli uomini umani le vie intergalattiche. Il nostro tempo dell’incertezza attraversa il medioevo della scienza; le tecnologie, che ci appaiono sorprendenti, sono ancora al balbettio: è opportuno, quindi, finchè è possibile, salvare le multiple e tentacolari radici delle Tradizioni, che sono il sale della Terra, del pianeta da cui ancora riusciamo a trarre alimento, per intendere, giustificare e motivare l’ansia d’eternità alla quale i piccoli mortali non hanno mai rinunciato.

L’Universo è versum Unum, comunque si voglia intenderlo. Il male estremo è nella volontà di cancellare le tracce del passato, nell’ostinazione di chi sceglie, anche in buona fede, l’oblio e l’anonimato, creando salti nelle metamorfosi evolutive. Marius Kociejowski ha raccolto notizie, da uomo a uomo, ma non ha avuto l’attesa reazione di fronte a quanto accadeva in chiesa. Intanto la pioggia ha giocato all’intermittenza e non si è lasciata intimorire dalle sonorità dei fuochi d’artificio. La Paranza attesa ha svolto la sua funzione, senza però effetti illuminanti: la vita continua e tutto si accetta con sopportazione. Panta tolmaton dicevano i Greci, alludendo alla necessità di sopportare senza scampo finchè c’è vita, anche quando la qualificazione: d’ ‘o Gnundo, oppure ‘o Gnundo, diventa ingrato logo identificativo “ognundo”. Le tracce residue d’un rito antico, non più percepibili, perché mescolate con la ritualità ecclesiale corrente, diventano inconsistenti. Un mancato santuario, è divenuto sacellum, tempietto custode della pietas, ancora molto estesa e praticata, non solo nelle città del circondario, ma anche fin dove è giunta la voce di una persistente, rara, biunivoca, antica tradizione civico-religiosa. La fama attira; il ballo trova interpreti forestieri, gli strumenti accolgono altri attrattivi ammiccamenti e, come sempre accade, quello che c’era in casa si perde per assuefazione non acculturata. Forse andrà ad adunarsi, con altre perdite di senno, sulla luna e per ritrovarla saranno necessari un nuovo cavallo alato e un volenteroso Astolfo deciso a montarlo. Il nostro luogo sacro avrà affollamenti di frastuoni festaioli e verrà un tempo in cui s’imporrà uno sciagurato corale interrogativo: ma perché ci riuniamo qui? Per fare economia, salutarci, fingere, verificare nello specchio dei volti dei vecchi che ci saranno di fronte, la nostra età avanzata e dolente per gli acciacchi congiunti ai più disparati rimpianti. Resteranno semprevive e orgogliose per fama e meritate stelle, altre attrazioni di nobili tradizioni culinarie. Le Paranze, sparanzate, vi terranno rari raduni e colmeranno la nostalgia tra-ballando tra più o meno avvertiti frastuoni e voci non più valenti a crudo, ma stracotte e, per dimenticare, avvinazzate.

f.to  Biagio Esposito

Accademia Vesuviana di Tradizioni Etnostoriche

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