Con “Bologna Brigante”, il regista originario di Somma Vesuviana Giuseppe Martone Junior firma un’opera intensa e personale, oggi disponibile su Prime Video, che attraversa geografie e coscienze per raccontare una storia di radici, resistenza e appartenenza.
Scritto e diretto dallo stesso Martone, “Bologna Brigante” nasce dalla visione produttiva di Tiro Production, realtà indipendente fondata dal regista insieme a Michele Maccaferri, in arte Malecherifarei – autore anche delle musiche originali – e a Niccolò Cinti, montatore del film. Il progetto ha potuto contare sul sostegno della Emilia Romagna Film Commission e sul supporto della Calabria Film Commission.
In questa intervista, Martone Junior racconta la genesi del film e il lavoro collettivo dietro la macchina da presa. Un percorso che parte da Somma Vesuviana e arriva al grande pubblico, dimostrando come anche le produzioni indipendenti possano trovare spazio e voce sulle piattaforme internazionali.
Come nasce l’idea di raccontare la storia di Pietro Marino?
L’idea nasce leggendo la storia del brigante Musolino che mi ha intrigato
tantissimo: vittima e carnefice allo stesso tempo. Ho immaginato di creare la figura
di un suo ipotetico nipote che vivesse ai giorni nostri e ho iniziato a pensare a cosa
succederebbe se quella mentalità — l’orgoglio, la vendetta, il sentirsi fuori posto
— venisse catapultata nella contemporaneità. Pietro è nato così: non come un eroe criminale, ma come una persona che arriva in un mondo di cui non conosce i codici e prova a interpretarlo con gli strumenti che ha.
Perché ha scelto proprio Bologna come luogo centrale della vicenda?
Mi sono trasferito a Bologna da Somma Vesuviana subito dopo il diploma ed
esclusi quattro anni passati all’estero tra Santo Domingo e Londra ho sempre
vissuto qui. Bologna è la città perfetta per innestare la storia e la personalità di Pietro, perché è una città molto aperta, giovane, piena di relazioni spontanee.
È un posto in cui le persone si incontrano facilmente, parlano, condividono spazi:
all’apparenza ti accoglie subito. Volevo un ambiente vivo, umano, mai ostile ma nemmeno semplice. Pietro arriva in una città che non lo respinge: lo mette alla prova senza dichiararlo. E nel tentativo di starci dentro, lui si rivela.
Quanto è importante il contrasto tra Calabria e Bologna nella costruzione del film?
È fondamentale, ma non è un contrasto Nord-Sud nel senso classico.
È il contrasto tra chi conosce le regole e chi deve impararle osservando.
La Calabria nel film è origine e identità, Bologna è interpretazione: Pietro non
cambia terra, cambia grammatica sociale. Ed è proprio nel tentativo di tradurre sé
stesso che nasce il conflitto.
Pietro è un personaggio che cambia davvero o scopre semplicemente una
parte di sé? Nel capitolo uno vediamo solo l’impatto dell’arrivo in città di Pietro, non posso fare spoiler per il secondo capitolo.
C’è un episodio del film che per lei è il cuore emotivo della storia?
La scena di quando Annalicia lascia casa. Ogni volta che una persona cambia casa lascia qualcosa, ma si porta via anche una
parte di sé. Le case non sono solo spazi: sono memoria quotidiana, abitudini,
identità. Oggi poi quel momento pesa ancora di più. In un periodo in cui l’emergenza
abitativa è concreta e diffusa, salutare una casa non è solo un passaggio pratico:
diventa una frattura emotiva.
Quanto c’è di autobiografico nella rappresentazione della “vita bolognese”?
Ho avuto la possibilità di vivere Bologna prima come città di passaggio da
studente fuorisede e poi da persona che ha scelto di viverci. Ne ho potuto
scrutare e apprezzare quasi tutti gli ambienti da quello più underground a quello
più borghese e raffinato. Nel film apparte qualcosina non ci sono episodi
autobiografici, solo atmosfere: il modo in cui si condividono le case, le giornate
che iniziano in un posto e finiscono in un altro, le amicizie che nascono
velocemente che diventano famiglia, le notti insonni, le trasgressioni.
Quando ha capito di voler fare il regista?
La prima volta che sono rimasto senza parole dopo aver visto un film è stato a
tredici anni, quando insieme a due amici guardai Il camorrista di Giuseppe
Tornatore: la storia di una persona di cui sentivo spesso parlare, che aveva
costruito la sua leggenda a pochi passi da casa mia.
Grazie a quel film non era più qualcosa di raccontato: diventava reale, concreto,
vicino, spettacolare.
Il cinema — o meglio lo sguardo di un regista — può fare questo: non solo
rendere visibile una storia, ma darle anche un valore quasi educativo, mostrarti
cosa c’è dietro, fartene percepire le conseguenze e farti crescere come spettatore
prima ancora che intrattenerti.
La scelta di voler fare questo nella vita è arrivata dopo un lungo percorso artistico,
attraversando musica, fotografia e video. Durante il lockdown ho realizzato un
cortometraggio sul tema della violenza sulle donne( “#oddiorestoacasa” disponibile su YouTube), molto apprezzato sia dal pubblico che dalla critica e selezionato in diversi festival. Vedere qualcosa che avevo concepito io arrivare agli altri, essere interpretato, discusso, sentito mi ha fatto capire che il cinema non era più solo espressione, ma comunicazione — un dialogo reale con chi guarda.
Quali sono i suoi principali riferimenti cinematografici?
Mi piace il cinema autentico, quello capace sia di farti sognare sia di metterti a
disagio.
Da una parte Fellini, che trasforma la realtà in qualcosa di più grande e quasi
sospeso; dall’altra Scorsese, che invece ti tiene incollato ai personaggi fino a
sentirne il peso.
Poi ci sono registi molto diversi tra loro ma riconoscibili subito: l’energia narrativa
di Tarantino, la costruzione visiva di Wes Anderson, lo sguardo raffinato e sociale di
Östlund, l’emotività di Almodóvar e la dimensione fiabesca di Tim Burton.
Sono modi diversi di raccontare, ma hanno in comune una cosa: un punto di vista
riconoscibile. È quello che cerco anch’io — non un genere preciso, ma uno
sguardo.
Come lavora con gli attori per costruire personaggi così legati alle radici
culturali?
Al cast ho chiesto prima di tutto di spogliarsi della loro dizione e parlare nudi come
“mamma li aveva fatti”. Ho lavorato tanto con le improvvisazioni cercando di
mettere in scena situazioni quotidiane per arrivare a scegliere chi fosse più naturale
e più vicino ai personaggi del mio film. Il mio lavoro è portare gli attori lì, dove
smettono di interpretare e iniziano semplicemente a stare nella scena.
Dopo Bologna Brigante, che direzione immagina per il suo futuro artistico?
Dopo l’uscita al cinema e ora su Prime video io e i miei soci abbiamo ricevuto
qualche offerta per realizzare il secondo capitolo di Bologna Brigante che stiamo
valutando, ma in questo momento sono impegnato nella scrittura di un film
ambientato proprio nella zona vesuviana: una storia d’amore nata tra campagne,
un magazzino ortofrutticolo e l’immancabile Bologna.





