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“Scorfano alla crisommola”; l’”oro” del Vesuvio, dai molti nomi e dalle molte virtù, rende bello (e bella) anche “’ no scuorfano”…..

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La “crisommola”, il “pomo dell’oro” vesuviano,  veniva usata, nei primi anni del ‘900, anche nelle creme che,usate dalle signore e dai dandy, rendeva liscia la pelle delle mani e del volto, e “spianava “ le rughe.  Le altre virtù del frutto dalle molte varietà, dai molti nomi, e dalla storia lunga e affascinante. Il saggio del prof. Silvestro Sannino. Le eccellenti albicocche sommesi di Mario Angrisano.

 

Ingredienti:2 scorfani da 300 grammi circa ; 4 albicocche ;2 bicchieri di “coda di volpe del Vesuvio”; pepe rosa; olio; alcune foglie di rosmarino e di alloro, mezzo spicchio d’aglio; sale. Pulire i pesci, dividerli in tranci, “spennellarli” delicatamente con un “velo” di olio in cui siano stati messe al bagno le foglie di rosmarino e di alloro e la parte di aglio; aspettare che il “velo” si asciughi e poi cuocere i tranci al vapore.  Cospargere il fondo di una pirofila con il “coda di volpe” e collocarvi gli spicchi di albicocche, accendere la fiamma per poi spegnerla, quando il vino svaporerà interamente.  Lasciare che gli spicchi si raffreddino, e sistemarli in un piatto tra i tranci di scorfano, che verranno ancora “spennellati” con un “velo” di olio “corretto” al sale e al pepe rosa.  Dopo pochi minuti, si bagneranno alcuni punti dei “tranci” con gocce sostanziose di “coda di volpe”. “Il coda di volpe” accompagnerà il piatto a tavola.

A metà dell’Ottocento incominciò la marcia trionfale dell’albicocca vesuviana: i napoletani di ogni livello sociale ne avevano riconosciuto il primato, e per il sapore particolarissimo, e per il profumo: contribuirono al successo dell’albicocca vesuviana i signori di città, padroni delle masserie che circondavano il vulcano.  Nella seconda metà dell’Ottocento, quando Artusi incominciò a unificare l’Italia nel segno dell’arte della cucina, le “confetture” e la “gelatina” di albicocca occuparono un posto di rilievo nel menù quotidiano dei borghesi, anche a Napoli: e, anche in questo campo, le “crisommole” del Vesuvio confermarono di non avere rivali. Al successo del frutto vesuviano contribuì anche la scienza medica: era opinione diffusa, tra i sanitari comunali e tra i professori universitari, che l’albicocca apportasse benefici a chi soffriva di debolezza di vista, di infezioni al sangue, e di stitichezza: in una rivista medica bolognese – l’articolo è del settembre 1880 – l’uso dell’albicocca come lassativo veniva consigliato soprattutto alle “signore”, forse per la delicatezza della sua azione specifica. Insomma, si dava ragione a Salvatore De Renzi, uno dei più grandi medici napoletani dell’ Ottocento, il quale aveva sentenziato che anche un consumo elevato di albicocche non produceva gli effetti disdicevoli, “sconcerti viscerali e congestioni sanguigne e seriose dell’addome”, di cui erano colpevoli, negli eccessi, tutti gli altri frutti e gli ortaggi. Nei primi anni del ‘900, a Napoli,  la Farmacia Inglese  del “Cervo” e le farmacie di Pietro De Santi e di Biagio Soldi incominciarono a vendere “crema all’albicocca” che rendeva morbida la pelle del volto e delle mani, e veniva usata sia dalle signore che dai dandy:  questa crema era in grado di “spianare” anche le rughe  “’e ‘no scuorfano”: ci riferiamo al pesce, ovviamente.

Alla fine dell’Ottocento Oreste Bordiga e  Salvatore Carotenuto confermarono ciò che per anni avevano scritto gli esperti dell’Istituto Agrario di Portici, che le albicocche vesuviane si vendevano nei mercati di Napoli “a vil prezzo”, e perciò occupavano – lo avevano occupato fino dai tempi di Masaniello – un posto importante nell’alimentazione dell’”infima classe”, e che nella stagione propizia ogni giorno arrivavano in città, dagli orti vesuviani, decine di contadini che “si piazzavano” agli angoli delle strade con le loro “spaselle” piene di “crisommole” e invitavano all’acquisto i passanti con il caratteristico richiamo. “so’ cu’ ‘ a cannella dinto”: dentro hanno la cannella, sono dolcissime. Negli orti vesuviani l’albicocco veniva consociato ad altri alberi da frutta, e anche alla vite, perché molti viticultori credevano che la contiguità favorisse la trasmissione dei profumi dal frutto ai grappoli d’uva. La coltivazione divenne più intensa e più sistematica a partire dagli anni’50 dell’Ottocento, quando la viticultura vesuviana venne prostrata dalla peronospora, dalla fillossera e dall’oidio: tra Somma e Sant’ Anastasia i proprietari terrieri  piantarono, al posto dei vigneti, estesi albicoccheti di “crisommole amennolelle, spaccarielle, alessandrine, gelsomine, lugliesi e peres”: il meticoloso elenco è di Ruggero Arcuri, che visitò i luoghi nel 1880. A quella data i documenti indicano come “grossisti” di albicocche Luigi Sodano e Antonio Sersale di Sant’ Anastasia: pare evidente che i numerosi produttori sommesi preferivano essere venditori in proprio.

Grande è il numero delle varietà delle albicocche: nei primi anni del ‘900 Luigi Savastano e Salvatore Carotenuto, esperti dell’Istituto Agrario di Portici, lo spiegano con l’inclinazione a sperimentare degli agricoltori vesuviani, con gli effetti delle devastanti eruzioni e con le due “epidemie di marciume” che nel 1850-53 e nel 1865- 1870 avevano distrutto le piantagioni di albicocchi producendo, attraverso la germinazione dei semi, nuove varietà. Lungo è l’elenco delle varietà, messo a punto da Silvestro Sannino: all’inizio del secolo XX, meraviglia, abbate, prete, monaco, voccuccia, cerasiella, gargiulo, spadaccina ed altre; poi, a partire dal primo dopoguerra, la cardinale, la vollese, la ceccona, l’acqua di serino, la portici, la vitillo. E infine la mitica pellecchiella, che, scrive il Sannino, è “originaria di Portici, dove la sig.ra Fortuna Miniero la ricorda almeno dal 1930…polpa soda, consistente, color arancione, zuccherina, molto profumata, aromatica, mediamente succosa, saporosa…Tende ad essere la cultivar più diffusa dell’area vesuviana; notevole, per l’aspetto tecnico e la qualità, la produzione dell’alto colle sommese, ove Mario Angrisano e altri hanno saputo esprimere livelli di assoluta eccellenza, grazie anche alla difesa contro la grandine con reti”.

(FONTE FOTO: RETE INTERNET)