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Sant’Anastasia, «Indagine al di sopra di ogni sospetto», il nuovo libro di Francesco De Rosa.

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Francesco De Rosa
Francesco De Rosa

Con l’autore, il libro edito da Neomedia Italia sarà presentato alle 19, 30 di giovedì 23 giugno nell’aula consiliare di Palazzo Siano, a Sant’Anastasia. Ad introdurre l’evento sarà il sindaco Lello Abete, interverranno Agostino Casillo, neo presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, Antonio De Michele, preside dell’istituto «Luca Pacioli», il professore Vincenzo Maiello, avvocato e docente di diritto penale alla «Federico II» e Luigi Nicolais, professore emerito e già Ministro della Repubblica. La serata – evento ha il patrocinio del Comune di Sant’Anastasia e delle associazioni «suoni&migranti», «Noa», «Vesuviani socialab», «Urbe Vesuviana».

De Rosa, giornalista, scrittore, è autore di numerosi libri. Dalla intervista esclusiva su e con Raffaele Cutolo a quella con Licio Gelli, passando per testi filosofici fino ad un moderno galateo. La sua penna affilata dà però il meglio di sé quando scrive del paese che gli ha dato i natali, Sant’Anastasia. È in queste occasioni che, senza scudi o infingimenti, ha raccontato la «primavera negata» del compianto sindaco Mario Romano, ha narrato un «viaggio possibile» disegnando una città quale non è poi mai diventata, ha raccontato la storia laica e religiosa delle suore domenicane di Santa Maria dell’Arco con testimonianze inedite. Oggi affronta invece, per regalarla agli anastasiani, un’inchiesta che affonda le radici nella comunità, che la spoglia di ogni velo, che le dà infine una speranza. «Un atto d’amore verso i miei concittadini» – dice. Un atto d’amore che si è fatto impegno con circa cento interviste ad altrettanti suoi conterranei. Un’indagine che vuole svelare, con le dirette testimonianze dei protagonisti, le reali barriere che hanno frenato la comunità, le motivazioni palesi o recondite che non consentono ancora a Sant’Anastasia di dirsi «polis». Di chiamarsi città. Ed è a lui, all’autore, che bisogna chiedere come nasce quest’inchiesta che dal 23 giugno sarà reperibile nelle librerie di tutta Italia, e soprattutto quale sia il fine che lo ha spinto a realizzare, in ben quattrocentoquarantotto pagine, una testimonianza che – per usare le sue parole – «farà chiarezza», evidenziando malcostume ma anche orgoglio di appartenere a questa terra vesuviana.

locandinaFrancesco, come nasce «Gli anastasiani – Indagine al di sopra di ogni sospetto»?

«Da tempo non mi occupavo della nostra comunità e ritenevo che fossero tanti, troppi, i nodi da sciogliere, le voci resistenti che arrivano da lontano e che ancora sono presenti, con l’aggravante di fatti i quali hanno ancora di più intorpidito il clima del paese. Un paese nel quale occorreva e occorre maggiore aggregazione, collaborazione, unità e dove, invece, si è andati negli ultimi anni allo scontro forte, al peggio. Uno scontro che non dipende esclusivamente dai tre anni e mezzo durante i quali a guidare la città era l’ex sindaco Carmine Esposito».

Ti riferisci ai toni accesi, agli scontri tra fazioni…toni che a ben leggere si ritrovano anche nei resoconti che della Sant’Anastasia passata ci ha lasciato, per esempio, Cosimo Scippa.

«Esattamente. Nei geni di questa comunità cittadina c’è probabilmente qualcosa che ci contrappone da sempre e ho voluto chiederlo alle persone che ho incontrato. Il libro nasce perché sentivo, forte, la necessità di contribuire come potevo ad una maggiore chiarezza su diversi aspetti. Si compone di nove quesiti, ciascuno di essi con le relative testimonianze. E rimangono tali, quesiti appunto. Non ho minimamente voluto dare le “mie” soluzioni».

Quesiti senza risposta, dunque?

«È chiaro che durante il cammino io abbia preso delle posizioni, ma le mie opinioni le ho manifestate sempre durante i colloqui con i “testimoni” che ho di volta in volta incontrato. Mai dopo, sempre durante, con lealtà, in un dialogo dal vivo a tu per tu. Talvolta si sono create sinergie, altre dei confronti più o meno forti, concomitanze di vedute o, al contrario, discordanze. Non ho mai voluto tirare fuori la “mia” soluzione, scegliendo però – come è naturale – di dire a chiare lettere, durante la conversazione, il mio pensiero. Insomma, non mi pongo semplicemente come colui che riporta, ma scelgo di raccontare e riannodare».

È questo che si fa in un’inchiesta, no? Si arriva alla verità dei fatti, ad accertarne il percorso, ad individuare, laddove ci siano, eventuali responsabili.

«Certo, non è una cronaca ma un’indagine. Non un articolo di giornale, ma un libro. Un percorso fatto di cento interviste reali di cui alcune non riportate integralmente ma sintetizzate per forza di cose. Nove quesiti – trame del nostro paese che hanno spesso risvolti interessanti –  e, per ognuno di essi, dei testimoni».

Li anticipiamo i quesiti?

«Ecco il primo: “Se in qualche traccia del passato sia rinvenibile il carattere degli anastasiani oppure esso, come in ogni luogo del mondo, è il risultato di un mutamento mai compiuto dentro il quale ogni stagione della storia si muove verso un proprio futuro o verso il suo dissolvimento”.

E il secondo?

«Il secondo è incentrato su Giancarlo Tramontano e ci collega ad un fatto che accadrà nel 2019».

Tramontano, «conte di Matera» e anastasiano di nascita, è un personaggio storico controverso e Matera sarà, nel 2019, capitale europea della cultura. Come mai ne hai rispolverato la figura per questa inchiesta?

«Perché lì, in quella storia, c’è una ferita aperta. C’è da chiedersi, appunto, se sia stato il primo dei mascalzoni anastasiani o l’esempio di un’abilità e di una scaltrezza politica e sociale che sarà di molti altri, anche nel nostro tempo».

Il terzo?

«Il terzo quesito scava più a fondo: “Se nascere qui non sia anche il presagio di un limite da cui partire per non rischiare di restare troppo indietro oppure un punto di forza, che si apre al mondo e dona ispirazione per quei legami che danno certe identità locali”».

E cosa ne pensa l’autore? Per te nascere a Sant’Anastasia è il presagio di un limite o un punto di forza?

«Potrebbe essere assolutamente positivo, se solo fosse una comunità solidale. Quasi tutti coloro che ho ascoltato sostengono che esiste un’incapacità di fare rete, una sostanziale inadeguatezza quando dobbiamo sostenere non noi ma qualcun altro».

Può essere un vantaggio persino, scatenare una reazione che spinge alla crescita personale pur se forse troppo improntata all’individualismo o, magari, all’egoismo.

«In molti mi hanno sottolineato le eccellenze individuali che non sempre sono benefiche per la crescita della comunità.

Perché finisce per emergere solo il più forte?

«Esatto. In proposito hanno scritto cose bellissime Benny Esposito o Antonio Federico Ricco. Da anastasiani che vivono altrove».

Il quarto quesito?

«” Se alcuni anastasiani che si dedicano alla gestione politica del paese abbiano occupato per troppi anni i partiti, la cura e la gestione del bene comune o, al contrario, essi abbiano sopperito all’assenza ingiustificata di molti giovani che si sono occupati di altro”. Qui i testimoni sono, per esempio, Giovanni Capone, Giovanni Barone, Carmine Capuano, Ruggiero Granata, Mario Romano grazie ad interviste passate, Enzo Iervolino tra gli altri. Mi è piaciuta molto l’autocritica che hanno voluto affidarmi».

Tutti? Davvero?

«Tutti. Spesso autocritica tarda. Carmine Capuano, d’altra parte, ha detto che l’eccessivo amore per la nostra comunità gli ha forse impedito di agire diversamente ma ha anche aggiunto che per tanti giovani è più comodo mettersi alla finestra, criticare quando occorre e inseguire il profitto personale legandosi di volta in volta ad uno o all’altro senza mostrare alcuna appartenenza e, dunque, non impegnandosi per il bene comune. Parlando di giovani e di politica, per aggiungere un altro tassello, la segretaria del locale Pd, Grazia Tatarella, mi ha detto cose che potranno creare problemi al suo stesso partito. Diciamo che si è posta quasi come “opposizione” dentro il Pd riassumendo costumi e modi di fare che, ha detto, non le appartengono».

Hai ascoltato giovani e vecchie leve della politica locale. Chi ti ha convinto di più?

«Sono stato io stesso a pormi verso di loro con dinamiche diverse, ascoltando un mondo che attraverso le loro parole si rivelava. Ho tentato di riannodare memorie, di capire perché questo paese non ha prodotto una classe politica. E le motivazioni sono forse legate anche al quinto quesito».

Qual è?

«”Se la vita delle associazioni, dei partiti, delle parrocchie e dei gruppi cui sono legati gli anastasiani sia mai stata un luogo di aggregazione, di spinta alla costruzione della comunità o, al contrario, avamposto di cerchie chiuse ed elitarie, di monopoli, di contraddizioni vissute in nome dell’impegno civile, dell’amore per il proprio paese”. È il caso del Movimento dei Focolari e di molti altri. Tra i testimoni ci sono don Ciccio D’Ascoli, don Virgilio Marone, Vincenzo De Simone, Luigi De Simone, Grazia Tatarella, Salvatore Colombrino, Alfonso Di Fraia, Antonella Marciano, Luigi Corcione, Cettina Giliberti, Armando Di Perna. In questo caso don Ciccio D’Ascoli, o meglio la sua testimonianza, deflagra come una bomba atomica e sottolinea che Sant’Anastasia non è una comunità. Lui dice cose forti. Mi piace molto anche la testimonianza di don Virgilio che racconta, va indietro nel tempo e dice come sono nati i Focolarini a Sant’Anastasia, di quando è arrivato qui nel 1967, cosa ha trovato».

Racconta, immagino, anche di quando è andato via.

«Sì, di come fu osteggiato, menzionato anche su manifesti politici e, non troppo lontano nel tempo, dai palchi. Racconta come nacque la candidatura di Mario Romano, fa autocritica. Qui i Focolarini sono percepiti come cerchia chiusa ed elitaria e ora stanno ritentando, si riorganizzano. Ho detto a don Virgilio che la sua autocritica mi fa sperare, pensare che tutti coloro che oggi si riconoscono nel Movimento possano partecipare anche alle cose che altri fanno».

Nelle cento conversazioni con i vari testimoni, hai intravisto una speranza per Sant’Anastasia?

«Speranza, ma anche nostalgia. Il più drastico nel fare autocritica è stato forse Giovanni Barone. Netta, magari di maniera, ma c’è. Ho chiesto poi a Vincenzo De Simone se in qualche momento avesse visto, percepito, una comunità unita. Mi ha risposto che ciò è capitato in un’unica occasione: la tragedia della Flobert. Ho tentato di capire, con lui, ma anche con Vincenzo Maiello e Gino Nicolais, da cosa dipenda questa disunità, questa disgregazione. E una delle spiegazioni mi ha convinto di più: De Simone, commerciante, mi ha raccontato un episodio capitato al suo papà, quando fu picchiato dai supporter di Ciccio Beneduce. Mi ha anche detto però, e trovo sia vero, che i commercianti non leggono mai un libro, che nelle loro case non ricercano il bene dell’altro ma solo il proprio, perché sono in concorrenza. In questo paese, non molto tempo or sono, ogni famiglia aveva un commerciante e faceva il tifo per lui osteggiando la crescita altrui. Il bene individuale non collimava con quello della collettività, anzi. Questa matrice individualistica veniva rimarcata dall’affare, dalla competizione costante e, appunto, non leggevano un libro mentre, di contro, gli operai avevano tutti un giornale sotto il braccio».

 Perciò, mentre una parte della comunità si sentiva tale, anche attraverso la ricerca della conoscenza, gli altri rimarcavano la diffidenza?

«Sì. Ed è così che non abbiamo fatto squadra, non potevamo».

È una delle tante possibili spiegazioni.

«Mi convinceva».

Tu parli, e a dire il vero non solo in quest’occasione e non unicamente per questo libro in uscita di qui a pochissimo, di «cerchie chiuse», di élite. Un nervo scoperto a Sant’Anastasia che non hai mai mancato di sottolineare nei tuoi scritti, giornalistici e autoriali.

«Ne ho parlato a lungo con Luigi De Simone. Lui ha sì avuto un momento di autocritica sia pur lieve, si è rammaricato di non aver creato per esempio, vent’anni fa o giù di lì, una scuola di partito. Ha fatto tante altre cose ma il Presepe Vivente, alla fine, è suo, non della comunità. Se altri volessero essere coinvolti troverebbero un muro, a meno di non indossare una sola casacca, la sua. Devo dire che ha accettato di buon grado la provocazione e mi ha chiesto gli suggerissi un metodo per fare squadra. Non si può però tornare indietro, a quando era opportuna, magari da assessore del sindaco Scippa, una commissione che includesse varie anime, giovani, menti valide. La politica non è solo affare del sindaco o dell’assessore ma anche più tardi nel tempo – era il 2010 – ha messo su un evento che celebrava il Bicentenario con sole poche persone e basta. Poteva essere, quella in particolare, un’opportunità per cambiare registro e coinvolgere attori culturali, è stata invece un’occasione persa. Si poteva volare, uscire dai confini, invece è rimasto tutto qui, senza seguito».

I più giovani, invece, cosa pensano? Qual è il loro atteggiamento di fronte a tutto ciò?

«Nella politica dei più giovani mi ci sono addentrato. Ne ho parlato con Cettina Giliberti, in quel momento ancora assessore. Lei mi ha detto di essersi candidata su richiesta di e per Carmine Esposito. Le ho fatto notare che l’ex sindaco Esposito ha sostenuto più volte che l’attuale giunta è una squadra di incompetenti e lei ha ribadito di voler fare la sua esperienza e di voler dimostrare il suo impegno con i risultati. La conversazione con la Giliberti mi ha dato, direi, il «la» per addentrarmi più a fondo in quel che oggi è la politica anastasiana e nella maniera in cui la intendono i giovani. Grazia Tatarella, segretaria Pd, ha buttato sale sulle ferite aperte, raccontando – come ti dicevo – fatti e circostanze che faranno molto rumore. Ha, si può dire così, vuotato il sacco».

Eravamo a quota cinque. Il sesto quesito?

«Il più tosto, eccolo: “Se l’arresto di Carmine Esposito, primo sindaco colto in flagranza di reato ed arrestato, nella storia degli anastasiani, sia stato un sabotaggio alla sua gestione amministrativa, che aveva ed ha consensi, o al contrario il giusto provvedimento della magistratura per fermare un grave atto di illegalità e corruzione in corso”».

Credo che nessuno ti abbia risposto davvero scegliendo l’una o l’altra ipotesi. O no?

«Ovviamente no, perché è un quesito provocatorio nel quale sono stato molto attento a non coinvolgere chi non conosceva i fatti. Non volevo il sentito dire, non volevo gli innocentisti o i colpevolisti. Di fatto, comincia tutto con un’intervista allo stesso Carmine Esposito. Una conversazione durata due ore e mezza e nella quale lui non ha evitato alcuna domanda, entrando addirittura dentro il processo. Gli ho detto che intorno a questa storia c’è bisogno di fare chiarezza, che era necessario ascoltassi tutte le voci affinché i cittadini avessero un quadro completo. Quindi un altro testimone che compare nel libro è Nicola Alfano, l’imprenditore che ha sporto denuncia e che ha portato all’arresto del 2013. Vi sono dettagli, cose nuove rispetto all’ordinanza, dalla viva voce di entrambi. Ed ho ovviamente ascoltato anche il difensore di Esposito, Vincenzo Maiello».

Prima o dopo l’ultima udienza di aprile che ha visto la testimonianza in aula dello stesso Alfano?

«Dopo. Maiello ha sostenuto che la sentenza, forse arriverà nella primavera del prossimo anno, potrà dire cose molto diverse rispetto a quelle che oggi conosciamo. Con il contributo di questo libro, gli anastasiani avranno un quadro completo di quanto è accaduto e, preciso, il quesito si chiude con un’esortazione a tutti: la sentenza non dobbiamo certo scriverla noi adesso, bisogna invece confidare nella magistratura non alimentando divisioni, non parlando ancora e di nuovo dividendosi in fazioni: mi riferisco a chi ha già giudicato o di contro a chi pensa che Esposito si debba riproporre comunque perché ritiene abbia fatto bene da sindaco».

Siamo al settimo quesito…

«” Se la migliore economia degli anastasiani abbia originato imprenditori locali capaci di raggiungere, con correttezza e coraggio, traguardi mai raggiunti prima o, al contrario, non sia stata capace di vincere la legge di un mercato economico che si è fatto spietato e complesso”.

Alcuni capaci di vincere quella legge ci sono. Pochi, ma ci sono.

«Sì, ma parlo anche di quelli che ci siamo persi per strada o sono scomparsi in giovane età. Parlo della sofferenza di Giuseppe Spadaro che non ha potuto realizzare nella sua terra, qui, quel che aveva in mente. Se lo avesse fatto, forse tante storie non sarebbero accadute. Parlo della grande colpa addebitabile alla politica locale che ha fatto certe scelte solo con gran ritardo. Di Salvatore Muroli che ha potuto realizzare il centro commerciale, idea nata oltre quindici anni prima, solo in tempi relativamente recenti. Mancava una coesione, una politica di sodalizio tra le persone, che avrebbe consentito tutto ciò. Ho ascoltato, in merito, imprenditori come Raffaele Perrella, Michele Piccolo, Salvatore Leonessa. Accomunati da difficoltà che tutti noi scontiamo enormemente e che dovrebbe essere, per i politici, lezione forte: sono loro a non essere stati capaci, per lunghi decenni, di fare forza, comunità, squadra».

Restano solo due quesiti.

«L’ottavo e penultimo si occupa di noi e tenta di capire se i cronisti locali siano o meno riusciti a raccontare, con imparzialità, rigore e correttezza, le inquiete e varie vicende di questi anni. Con la precisazione che chi si occupa di giornalismo non deve certo fare il moralizzatore, quello è un altro mestiere e, se le cose e i ruoli si confondono, diventa pericoloso. Qui ho avuto modo di sentire pochi testimoni e non tutti coloro che si occupano di informazione locale. Tra i tre ci sei tu, la collega Gabriella Bellini e Mimmo Iossa. Con lui, che non è un giornalista ma si occupa comunque di informazione, ho avuto modo di confrontarmi e discutere, contestandogli una certa deriva fatta di vignette, di satira a volte cattiva. Penso che la delicatezza di un mestiere vada tutelata. Ho menzionato, naturalmente, molti altri che fanno lo stesso mestiere, giornalisti o meno che siano».

L’ultimo quesito, il nono.

«” Se vi è la concreta possibilità che gli anastasiani possano fondare, senza fazioni, rancori o sfrenati individualismi, una comunità più vera e solidale, utile a costruire il luogo di partenza ai loro figli ed ai più giovani, un luogo capace di formare e ispirare al bello e al buono o, al contrario, essi debbano contemplare che da qui occorre solo andar via, come accade in gran parte del Sud Italia, per diventare persone migliori”. Tra i testimoni ci sono Genesio Allocca, padre Alessio Romano, Ciro Corcione, Raffaele Tufano, Rosaria Fornaro, Luigi Esposito, Antonio De Michele, Maria Capone, padre Giacomo Verrengia, il sindaco Lello Abete, Giorgio Russo, Vincenzo Maiello, qui ascoltato nella sola veste di anastasiano e testimone di un legame forte con la provincia migliore che ha detto di aver trasmesso a suo figlio, Luigi Nicolais. In molti hanno trasmesso, nelle pagine che gli anastasiani si apprestano a sfogliare, cose interessanti: Ciro Corcione, per citarne uno, è un cantante e un musicista. Sa bene, e lo dice, che se vorrà crescere nel suo mestiere dovrà trovare il coraggio di andar via. Rosaria Fornaro è testimone di come, da un atto di morte possa nascere qualcosa di diverso incentrato sul bene comune, Giorgio Russo racconta la sua storia, quella di un poliziotto di Capodivilla che da lì parte e vanta una bella carriera. Prendendo spunto da tutti loro mi avvio poi per un percorso che comprende, nel libro, alcune curiosità e non mi tengo dal fare una “ramazzata” sulla condizione della scuola a Sant’Anastasia».

Ovvero?

«Dico con chiarezza che le primedonne questo paese non le vuole, non le ha mai volute».

Ma ci sono, anzi trovano sempre sostegno, non credi?

«Lo trovano sì. E la politica ci si infila, sponsorizzando l’una o l’altra. Non è bello che chi ha in mano le sorti della pedagogia parli male di altre che hanno lo stesso ruolo. Non è corretto. Se non facciamo della scuola anastasiana una forza motrice per le nuove generazioni il risultato sarà uno: della pedagogia ne faremo solo carta straccia».

Hai intervistato il sindaco Lello Abete, che aprirà anche l’evento per la presentazione del libro. Cosa gli hai chiesto in merito alla frattura creatasi nella coalizione che lo sostenne nel 2014?

«Abbiamo parlato dei motivi per cui questa ferita non si rimargina ma devo dire che la sua disponibilità a ricomporla sembra totale. L’inchiesta si chiude poi con le parole dei professori Maiello e Nicolais e uno scritto di quest’ultimo il quale si rende disponibile per la storia futura di Sant’Anastasia».

In questo lungo viaggio d’indagine, c’è qualcosa che ti abbia sorpreso?

«No, sostanzialmente no. Siamo tutti, in vario modo, consapevoli di quel che ci ostacola. Ho riscontrato un bell’attaccamento ai luoghi, un’ulteriore consapevolezza che se non riusciremo a scrollarci di dosso l’inclinazione a parlar male degli altri saremo sempre al punto di oggi: fermi».

Non credo sia una precipua caratteristica che appartiene unicamente agli anastasiani. Però, sì, inquina.

«Ho spesso chiesto, anche a coloro che in varie occasioni si sono candidati per contrastare altri, magari in competizioni non comunali, se abbiano commesso errori. Sì, qualcuno lo ha detto: lo scopo non era arrivare da qualche parte, ma bloccarsi reciprocamente per far sì che altri non crescessero».

Accadrà ancora.

«Sì, accadrà ancora».

Tu, Francesco, perché non sei andato via da Sant’Anastasia?

«Ho semplicemente messo in conto di voler fare un mestiere che mi piaceva, ma sapevo che per riuscire occorre un’appartenenza di qualsiasi tipo. Non è vero che è sufficiente essere bravi, non è vero che prima o poi arrivi dove vuoi con le tue sole forze. Ed io ho scelto, per formazione mentale, di non legarmi politicamente a nessuno, di non avere sponde, di privilegiare legami disinteressati. E non me ne pento».

Del resto hai avuto molte soddisfazioni.

«Assolutamente sì».

Ti sarai anche frenato.

«Tante e tante volte. Ed ho sofferto, come sarà capitato a te, quando ci ritrovammo per esempio insieme alla Corderia Napoletana che stava chiudendo i battenti. Osservo cose di una comunità nella quale ho scelto di formarmi una famiglia e far crescere i miei figli, un paese al quale diamo anche un apporto di impegno civile ed ogni volta ci ripromettiamo di non darlo più. Nel 2010 ho anche corso il rischio di esservi coinvolto politicamente».

Parli di quando era possibile diventassi tu uno dei candidati sindaci?

«Sì e non l’ho fatto. Quando un gruppo di persone volle individuare me per questo ruolo, a mia insaputa, dissi loro che Sant’Anastasia non ha bisogno di individui ma di un impegno che inverta il sistema, che ci renda comunità. Prendi le liste civiche di oggi: fanno tutte riferimento ad un capo. Non volevo questo».

Indagine al di sopra di ogni sospetto, così hai chiamato questo libro su e con gli anastasiani. Cosa pensi possa cambiare?

«Intanto servirà a portare via un po’ di nuvole su alcuni temi, farà chiarezza. Ho apprezzato davvero molto la sfida accettata da Carmine Esposito. Chi sostiene la propria innocenza non può sottrarsi al confronto e non va dimenticato che l’amministrazione attualmente al governo del paese è figlia diretta dello stesso Esposito».

Figlia ripudiata, direi.

«Sì, figlia ripudiata. Ma Esposito dice, nel libro, una cosa molto vera: cioè che il suo è uno dei rarissimi casi in cui una comunità cittadina vota un’amministrazione figlia di un arresto, dice che tutto ciò testimonia il legame con la comunità e il buon operato di 40 mesi di governo. Io credo, d’altronde, che questo lavoro servirà a dire chiaro e tondo molte cose».

Non solo sull’ex sindaco Esposito, ritengo.

«No, anzi. Quante volte abbiamo sentito sussurrare che don Virgilio Marone era a capo di un movimento politico, quante volte abbiamo udito taluni dire che Luigi De Simone era sempre in auge e si coltivava le sue cose? Io sono andato da loro a chiedergliene conto. Se a fin di bene, se per troppo amore, per quale motivo. Hanno risposto, e servirà a diradare le nubi».

Fin di bene, amore. Anche ambizione, perché no?

«Se l’ambizione è continua e costante diventa un danno. Ad un certo punto l’amore per il paese dovrebbe dire “basta” all’ambizione, consigliare di fermarsi, di svolgere altri ruoli, di aiutare un gruppo, una comunità, senza per forza metterci sopra un marchio».

Il fine del tuo lavoro lo hai spiegato bene. Avrà anche dei meriti, questo libro?

«Forse si, per merito di chi ho incontrato più che mio, avrà quello di raccontare il nostro orgoglio, quelle storie che nascono in condizioni difficili. Dalla prima all’ultima pagina c’è sempre, come filo conduttore, un invito: se non la smettiamo di odiarci, di ostacolarci, nessuno di noi potrà far bene».

Nei nove quesiti che hai illustrato fin qui non ho sentito riferimenti alla legalità, alla camorra. I «testimoni» che hai ascoltato sono coscienti che avvisaglie recenti, pur culminate con venti arresti tra qui e Somma Vesuviana, non sono segnali rasserenanti per la comunità?

«Tocchiamo questi temi, anche se di striscio. E nelle testimonianze di Giorgio Russo, Raffaele Ranieri, Rosaria Fornaro, questa coscienza c’è».

Come ritieni che gli anastasiani accoglieranno quest’inchiesta?

«Spero vivamente che l’attenzione non si focalizzi tutta sul sesto quesito, quello che riguarda Esposito e le vicende più recenti».

Sei ottimista.

«Lo sono, e mi auguro che il frutto del mio lavoro non divenga arma nelle mani di taluni anastasiani per combatterne altri. Se così dovesse andare, sarebbe esattamente il contrario di quel che voleva essere. Sono convinto, invece, che le persone intelligenti e non faziose, e sono tante, troveranno l’anima che vi hanno profuso tutti coloro che ho ascoltato, ciascuno vi ha messo un po’ di sé. Davvero tutti, anche chi non mi aspettavo lo facesse. È un libro leale».

Sai benissimo che ci sarà qualcuno che si chiederà perché lo hai scritto, che ipotizzerà scenari per cui lo scopo sarebbe attaccare uno o avvantaggiare l’altro.

«Tu cosa risponderesti?».

Se fossi al tuo posto, direi: «Sono un giornalista». Tanto basta. E che il rischio più grande, in questo caso, è non scrivere.

«Esattamente, e da giornalista sono stato limpido, lineare, chiaro. Direi che spero come il mio lavoro possa in qualche modo far cessare anche gli enormi contrasti oggi in piedi. Ci ho pensato molto, lo confesso. Ma occorreva un’inchiesta per dar spazio a quel che, sui giornali, chi fa cronaca quotidiana non può raccontare esaustivamente e fino in fondo».

C’è qualcuno che ti abbia detto «no»? Qualcuno che non ha voluto essere «testimone»?

«No, non c’è. Anzi, mi scuso con tutti coloro che mi hanno dato la loro disponibilità ma che non sono riuscito ad ascoltare per consentire l’uscita del libro prima dell’estate. Mi ripropongo di coinvolgerli in un’occasione diversa, magari per vicende belle legate a Sant’Anastasia».

Dopo il 23 giugno, occasione nella quale oltre alla presentazione del libro ci sarà il coinvolgimento, nella serata evento, di molti talenti, dove si potrà trovare il libro edito tra l’altro dalla tua Neomedia Italia?

«In tutte le librerie italiane, dalla Feltrinelli alla Mondadori e ovviamente nelle locali librerie».

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