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Roma allontana il Sud dall’Europa

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Definiamo burocratite il male che non aiuta la spesa delle risorse europee. Ambiente e qualità della vita i settori più penalizzati.

E’ l’ambiente il settore che soffre di più per i fondi europei non spesi. Ambiente significa qualità della vita, infrastrutture energetiche, tutela dei centri storici. I fondi europei per il Mezzogiorno. Non saranno loro  a rendere giustizia di  mali storici, ma vale la pena utilizzarli. In fretta e bene. Mettiamo che la macchina regionale, mediamente, non è all’altezza della sfida. Mettiamo che le imprese che devono impiegarli qualche volta li distraggono. Mettiamo, infine, che c’è la cattiva abitudine di chiedere proroghe e rinvii sulle scadenze. Fatto è che i denari che arrivano dall’Unione sono il termometro della nostra efficienza. Chiediamo risorse e poi le congeliamo. La notizia degli ultimi giorni sta nel fatto che i meccanismi di spesa e di impiego si bloccano anche a Roma. Dove è stato  appena rimesso in piedi il Ministero del Mezzogiorno e della Coesione territoriale.  Qualche commentatore la definisce “spesa cattiva”. Di cosa? Di burocratite. La atavica malattia di cui non l’Italia non riesce a liberarsi. I denari quando non si incagliano in gare, ricorsi e contenziosi locali, restano imprigionati in dossier romani, pareri e consulenze. All’Agenzia per la coesione territoriale a metà 2016 era stato impegnato meno del 3% delle risorse disponibili 2014-2020. Una  goccia intrisa, per l’appunto, di burocratite. E nelle casse ci sono 64 miliardi  complessivi per ambiente, infrastrutture, ricerca,  mobilità. Poco o nulla può attribuirsi al Ministro De Vincenti, appena insediato al Ministero dal premier Gentiloni. E’ il medico che deve curare la malattia. E le Regioni meridionali, sommariamente accusate di ostacolare i procedimenti, per un po’ passano ad accusare. Siamo al terzo anno della prevista  programmazione  e  la “spesa cattiva”  rischia rimanere tale ancora per molto tempo. L’Istat ci ricorda che il  Sud ha un PIL  per abitante minore del 45 % rispetto a quello del Nord. In soldoni: 17.800 euro per abitante contro  33.400. Occorre un’accelerazione, uno scatto politico ed amministrativo al centro. Non lo si vede ancora. La Capitale sia più vicina ai territori  che devono beneficiare  dei nuovi investimenti. Gli uffici che hanno assistito  Regioni e Comuni a programmare, ora devono dimostrare di sapere spendere. Nel periodo 2014-2020, 42 miliardi devono essere investiti in Calabria, Campania, Sicilia, Puglia e Basilicata. Renzi aveva ingaggiato una battaglia con Bruxelles, rivendicando con meriti l’impiego dei fondi rispetto al deficit ed alla quantità di denaro contribuita dall’Italia all’Ue. Le previsioni della Ragioneria dello Stato ci dicono che  accelerando la spesa dei 42 miliardi, il prodotto interno delle Regioni meridionali  crescerebbe  del 2,3 all’anno. Con maggiori risultati proprio nei settori legati all’ambiente, alla qualità della vita, alla salvaguardia dei territori. Non sarebbe male, a tal punto,  confutare i dati macroeconomici di alcuni Istituti di ricerca, che collocano il Sud negli ultimi posti tra le macroregioni europee. Solo che altrove la burocratite è stata curata e sconfitta.

 

 

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