La “Cantata dei pastori” e degli attori che fecero del palcoscenico un luogo di popolo.
Gennaro Merone è stato l’ultimo attore sommese a interpretare il ruolo di Sarchiapone nella Cantata dei pastori, la rappresentazione teatrale in versi composta dall’abate Andrea Perrucci alla fine del Seicento. L’impresa non è di poco conto, se si pensa che negli ultimi ottant’anni soltanto tre attori — Ciccillo Sepe, Ciccio Salierno e lo stesso Merone — hanno avuto l’onore e la responsabilità di portare a Somma Vesuviana questo personaggio tanto delicato quanto amato.
Fin dagli inizi del Settecento la Cantata veniva messa in scena in molte località della Campania e del Sud Italia durante il periodo natalizio, conquistando un pubblico vastissimo. La trama racconta il tentativo dei diavoli di impedire la nascita di Gesù a Betlemme. Nel racconto si inseriscono le disavventure di Razzullo, scrivano napoletano inviato per un censimento, e di Sarchiapone, barbiere rozzo e sgangherato. Questo personaggio è stato introdotto circa un secolo dopo la pubblicazione del libretto. Il loro linguaggio in napoletano antico, spesso improvvisato, scatenava risate incontenibili, mentre il pubblico non esitava a intervenire fisicamente pur di ostacolare i diavoli nelle loro macchinazioni sceniche.
Anche a Somma Vesuviana la Cantata è stata, per tutto il Novecento, un appuntamento irrinunciabile del Natale. Un rito collettivo, un momento di identità condivisa in cui la comunità si ritrovava per rappresentare sé stessa. Alcuni interpreti, grazie alla loro bravura, sono rimasti impressi nella memoria dei cittadini al punto da essere ricordati con il nome dei personaggi che portavano in scena. Su tutti spicca Michele Febbraro, che per oltre quarant’anni ha dato vita a un Razzullo magistrale.
Le scene prendevano forma su palcoscenici improvvisati nelle scuole del Casamale o nella chiesa di San Pietro, dove si sono esibiti, tra i tanti: Nicola Polise, Aniello D’Alessandro, Ciro Raia, Salvatore Angrisani, Franco Calvanese, Gianna Raia, Bianca D’Avino, Giovanni Perna, zio Ciro Molaro, Antonio Raia, Ferdinando Aliperta, Vincenzo Di Matteo e Pietro Secondulfo.
Erano serate semplici. Si iniziavano le prove a fine settembre, ci si riuniva dopo cena, si rideva, si provava a memoria, si divideva un panino e si affrontava insieme il freddo dell’inverno. Tra quelle tavole nacquero amicizie, legami duraturi, perfino amori.
Era un tempo in cui la comunità si muoveva compatta. Bastava l’iniziativa di una persona intraprendente perché tutti si mobilitassero, pronti a offrire ciò che potevano. Non c’erano social, e la colonna sonora era quella dei juke-box dei bar. Ma c’era un tessuto sociale capace di riconoscersi in un gesto corale.
Oggi, invece, a Somma operano decine di associazioni che spesso non dialogano tra loro. Il legame comunitario si è assottigliato, e non stupisce che l’ultima rappresentazione della Cantata dei pastori risalga ormai a circa vent’anni fa.
Sarchiapone, con la sua comicità ingenua e la sua umanità disarmante, resta così una voce lontana. Un ricordo del passato, un’eco di un mondo semplice e genuino che sembra non poter tornare più.



