All’alba del 17 febbraio 2026 un incendio devastante ha divorato lo storico Teatro Sannazaro nel cuore del quartiere Chiaia. Si indaga per incendio colposo, mentre si contano danni per 60-70 milioni.
«Qui il mare non bagna Napoli. Ero sicura che nessuno lo avesse visto, e lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco (…)». Lo scriveva Anna Maria Ortese (Roma, 13 giugno 1914 – Rapallo, 9 marzo 1998) in “Il mare non bagna Napoli” e, in particolare, nel racconto “Oro a Forcella”. Una frase amara e straniante, che rasentava l’impossibile nel descrivere la città di mare più grande d’Italia e tra le più grandi e famose del Mediterraneo. C’era, in quel che Ortese diceva, tutta la contraddizione di un luogo sospeso tra splendore e abbandono, tra bellezza e ferite aperte.
Una riflessione che oggi torna alla mente, mentre assistiamo impotenti all’odore acre del fumo nero, sprigionato dalle lingue di fuoco che divampano divorando la storica sala di Chiaia, tempio della tradizione scenica partenopea: il Teatro Sannazaro. All’alba di ieri, nel giorno dei festeggiamenti di Carnevale, Napoli si è svegliata con la consapevolezza che non stesse andando distrutto solo un edificio, ma un pezzo di memoria culturale. A bruciare non solo “tavole di legno” ma l’identità stessa, tra copioni consumati dalle prove, quinte intrise di sudore… mentre le risate di platea sparivano risucchiate dalle fiamme insieme a dialetti, cadenze, memorie.
Secondo le prime ricostruzioni, il fuoco sarebbe partito da un edificio adiacente, estendendosi poi alla struttura lignea del teatro. «Rimane ben poco», hanno dichiarato i vigili del fuoco intervenuti sul posto. Gli interni sono completamente distrutti, la cupola sulla platea è crollata, danneggiando palchi, stucchi e apparati decorativi ottocenteschi. Il bilancio, per quanto non segnato da vittime, resta pesantissimo: diverse persone intossicate dal fumo, alcune ricoverate in ospedale. Almeno 22 abitazioni evacuate nelle immediate vicinanze, con circa 60 residenti costretti a lasciare le proprie case e danni ingenti anche agli edifici circostanti.
Il sindaco della città, Gaetano Manfredi, ha parlato di «colpo durissimo per la cultura» e ha confessato «veramente provo un grande dolore». Poi ha annunciando la volontà di ricostruire la struttura: «ho sentito il Ministro Giuli. Il governo aiuterà insieme anche al presidente Fico. Ci sarà la massima collaborazione istituzionale per sanare questa ferita così profonda».
“Ci vorrebbe un libro…” per raccontare cosa rappresentava davvero quel teatro. Per spiegare alle nuove generazioni chi era Luisa Conte, cosa significava la tradizione scenica napoletana, perché una sala ottocentesca poteva essere ancora necessaria nel presente digitale. In attesa di leggerlo, oggi ritorniamo alle parole di Anna Maria Ortese, che si fanno carne viva e dolorante… bruciante sotto il peso del fuoco.
«Qui il mare non bagna Napoli» non è negazione geografica, ma morale. Ricostruisce l’immagine stessa di Napoli, in cui la bellezza naturale non riesce a raggiungere ogni luogo, ogni vita, ogni destino. Una città dove esistono zone d’ombra che il mare, simbolo di respiro, apertura e speranza, non lambisce. Oggi quella stessa sensazione attraversa Chiaia con il mare a pochi passi, eppure non capace di arrivare in tempo a spegnere il fuoco. Un Mare che… Non ha bagnato il Sannazaro. Davanti alle macerie, a bagnare sono le lacrime, tra cui quelle di Lara Sansone, nipote di Luisa Conte e direttrice artistica della sala. Il volto più umano di questa tragedia culturale. Attrice nota anche al grande pubblico televisivo per la soap “Un posto al sole”, Sansone aveva raccolto l’eredità familiare custodendo, insieme al marito Sasà Vanorio, il Sannazaro come una bomboniera teatrale: un luogo di tradizione viva, non museale, dove il repertorio napoletano continuava a respirare.
Era il 1994 quando, alla morte della grande Luisa Conte, Lara ha rilevato il teatro. Da allora la sua direzione ha intrecciato produzioni di tradizione accanto a linguaggi contemporanei, revival dei grandi classici del repertorio napoletano, iniziative identitarie come la riscoperta del Café Chantant, forma di varietà musicale e cabarettistico, profondamente radicata nella memoria cittadina.
È da questo lungo lavoro, paziente e appassionato, che nasce la speranza. Perché quella di Lara Sansone è stata una vera impresa culturale, portata avanti come donna e imprenditrice teatrale — un unicum nel panorama napoletano —. Ed è proprio nella forza di questa guida, nella sua ostinata fedeltà alla scena e alla città, che si può immaginare la rinascita, con un Sannazaro ricostruito nei muri e nell’anima. Come la fenice, che la scena possa riaprirsi e gridare “Post fata resurgo”, locuzione latina che tradotta letteralmente significa “dopo la morte mi rialzo”.
La lezione della letteratura di Anna Maria Ortese ne “Il mare non bagna Napoli” raccontava una città ferita, smarrita, attraversata da ombre profonde, eppure mai del tutto priva di grazia. Perché, anche dentro lo spaesamento e il dolore, Napoli conservava — e conserva — una riserva segreta di umanità e bellezza, una possibilità di riscatto che resiste al tempo e alle macerie. È in quella stessa visione che oggi si può continuare a credere: che il mare, anche quando sembra lontano, trovi sempre il modo di tornare a bagnare la città, e i suoi teatri.



