«Ogni storia che nasce #PerStradaPerCaso porta con sé un risvolto che riflette quella napoletanità che amo raccontare.
‘O fatt è chist, stateme a sentì…»
Mentre gustavo un doveroso caffè in un bar di via Tribunali, nel centro di Napoli, mi è capitato di assistere a una scena tra un padre e suo figlio che ha ispirato questo racconto.
In breve: un papà scuoteva energicamente le spalle del figlio adolescente mentre lo rimproverava dicendogli:
«Te l’aggio ritt cient’ vote, a papà: primm l’uosemo e po’ ‘a raggione»,
riferendosi a una valutazione sbagliata che aveva penalizzato il ragazzo in una sua scelta.
In quelle parole ho colto un chiaro riferimento al termine uosemo, inteso come la capacità istintiva di fidarsi delle proprie sensazioni in determinate decisioni, soprattutto quando la razionalità da sola non basta.
Questo termine, curioso per chi non è napoletano ma assolutamente familiare per noi, ha risvegliato in me un ricordo lontano, risalente a quando, da ragazzino, facevo il boy scout.
Fu proprio grazie all’uosemo che riuscimmo a orientarci e a imboccare la strada giusta quando, insieme a una piccola squadra di coetanei, ci perdemmo in un bosco.
Per coerenza con il racconto, aggiungo una breve postilla: a Napoli questa sensibilità, definita appunto uosemo, richiama un fiuto primordiale, una capacità naturale — propria del popolo partenopeo — che ci guida verso ciò che è utile alla nostra sopravvivenza e, allo stesso tempo, ci mette in guardia dai pericoli.
Il rischio di perderci nel bosco fu esattamente ciò che riuscimmo a evitare quella sera, mentre calava la notte tra le montagne di Montevergine.
Erano trascorsi tre giorni di avventura e attività scoutistiche. Ci attardammo nei preparativi per la partenza, senza considerare che un errore di valutazione avrebbe generato ansia e preoccupazione nei nostri genitori, in attesa alla stazione dei pullman a Napoli (in un’epoca in cui i cellulari non esistevano).
Eravamo in quindici, tra i 12 e i 14 anni, accompagnati da due responsabili maggiorenni. Smontato il campo e preparati gli zaini, ci incamminammo all’imbrunire verso la fermata degli autobus, distante circa sei chilometri, da percorrere lungo sentieri interni e boschivi.
Con il calare della luce, il sentiero — che di giorno appariva chiaro e battuto — iniziò a confondersi nella vegetazione fitta. Ben presto ci rendemmo conto di aver smarrito la traccia principale. L’oscurità avanzava rapidamente e, con essa, un senso di smarrimento cominciò a serpeggiare tra i più piccoli.
Eravamo nel cuore del bosco e il silenzio della montagna era rotto solo dai nostri passi incerti e dal fruscio delle foglie.
A causa della scarsa visibilità imboccammo un sentiero sbagliato, che ci condusse in una zona sconosciuta.
«Andiamo avanti con la luce della luna piena» propose uno dei responsabili, «forse riusciremo a ricollegarci al nostro percorso.»
Ma non fu così.
L’ansia per i genitori in attesa e il senso di responsabilità verso i più piccoli ci spinsero a proseguire a passo sostenuto per oltre dieci chilometri, nella speranza di scorgere una luce in lontananza.
Avremmo potuto fermarci e accamparci per la notte — eravamo attrezzati — ma il pensiero delle famiglie in “isterica attesa” e degli impegni scolastici del lunedì ci indusse a continuare. L’adrenalina non mancava, e così andammo avanti ancora per qualche chilometro.
A un certo punto, giunti a un bivio, incrociammo un cane randagio, smarrito quanto noi. Annusò il terreno e poi ripartì deciso.
Fu allora che accadde: prima il suo uosemo, poi il nostro. Decidemmo istintivamente di seguirlo.
Quel cane ci condusse lungo un sentiero punteggiato da segni di presenza umana — per la precisione, escrementi di asino — e, poco più avanti, superata una curva, scorgemmo in lontananza le luci di un cimitero.
Urrà! Ce l’avevamo fatta.
Con il cuore leggero e senza più avvertire la stanchezza, raggiungemmo la piazza di Baiano, riuscendo perfino a prendere l’ultima corriera diretta a Napoli.
Quella intuizione, che oggi associo al termine uosemo, non fu un semplice impulso irrazionale, ma — come mi piace definirla — una forma di intelligenza emotiva.
Riconoscerne il valore significò, per noi, integrare l’esperienza con una sensibilità percettiva capace di distinguere un’opportunità da un potenziale pericolo.
E quindi concludo: non sottovalutiamo il nostro uosemo, perché in certi momenti può davvero fare la differenza.
P.S.
Però, guagliù… che fetente ‘e paura! 🤭
Per il progetto #Legatialfilo2026 a favore dell’Ospedale Santobono
Ciro Notaro
Autore solidale #PerStradaPerCaso
Il Mediano.it
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