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Perché?

Il suicidio del giovane sommese ha sconvolto le coscienze, tutte alla ricerca di una spiegazione che, forse (e per fortuna) non c’è.

“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio,

di quante ne sogni la tua filosofia!”

 

Non lo conoscevo. Né ad oggi ho letto di lui dopo il tragico gesto. Ho avuto un rifiuto totale a cercare di capire il perché e ad informarmi sui possibili motivi che lo hanno spinto, così giovane, a decidere di farla finita.

Semplicemente, mi ero imposto, forse per vigliaccheria, di provare ad “ignorare il fatto”.

Poi, il giorno del funerale mi sono ritrovato in piazza, ed un silenzio strano, triste e carico di angoscia e disperazione mi ha travolto, mi ha urlato che non potevo far finta di nulla solo per allontanare da me quell’orribile gesto, che mi angosciava al solo pensiero. Prima di capire che fosse proprio il suo funerale, già percepivo un’aria densa di dolore che m’inquietava. Ho visto tanti ragazzi, giovanissimi,  che piangevano ed avevano paura… e allora ho capito. E ho pianto con loro.

Diciannove anni. Una vita ancora “non vita”; un frutto  non ancora maturo, perfetto nella  forma, ma senza  il colore  dorato che ne determina il sapore.

In un attimo mi è sembrato completamente  inutile tutto quello che fino a quel momento della giornata avevo fatto:  provavo “vergogna” a parlare con gli altri; a pensare ai miei risibili (al confronto) problemi. Quel giorno mi sono fermato completamente.

Cosa può spingere un fiore non ancora sbocciato a decidere di appassire? Il vento? La pioggia? La mano dell’uomo?

E pensavo ai suoi amici, quelli di sempre, alle domande che si sono posti, all’inevitabile, per quanto fugace e breve possa essere stato, processo di identificazione con l’amico scomparso; al ben più radicato dolore per il fatto di esserlo, per sempre, senza appello. Senza potergli chiedere il perché.

Ed ho pensato che forse era meglio non darsela una spiegazione. Era meglio per loro non capire, ma solo perdonare quel gesto estremo senza riserve, senza ulteriori condivisioni.

Ho pensato ai genitori, al loro dolore assoluto, alla loro angoscia di non aver capito; al loro errore in questo giudizio: non potevano capire! Non mi viene in mente che Gibran, tante volte usato proprio dai figli per dire ai genitori di non essere possessivi: “Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri, Perché essi hanno i propri pensieri”  e, ancora, “I vostri figli non sono i vostri figli… sono figli della vita” e, purtroppo, della morte.

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