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Nuove resistenze

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Nella confusione generale che regna nel nostro paese avanza una nuova resistenza che passa dalla fase civile a quella sociale per sfociare infine nella resistenza politica.

Con le elezioni politiche di un anno fa l’esigenza diffusa di cambiamento che c’era nel paese non è andata delusa. I partiti tradizionali erano sempre più lontani dalle istanze delle persone; centrodestra e centrosinistra si alternavano senza grosse differenze; ed ecco che sono arrivati “loro” e hanno scompigliato lo scenario politico. La storia gli riconoscerà il merito di aver interpretato questo diffuso sentimento popolare. Ma alla prova del governo, i movimenti diventano partiti. Il contesto si è movimentato, all’insegna della confusione, dell’improvvisazione, del populismo. Anche l’opposizione prende fiato. E così è stata riportata giù dalla soffitta, dove l’avevamo riposta con Marx e tante altre cose, la “resistenza”: non la pagina epica, gloriosa e irripetibile della nostra storia, ma uno strumento insieme di lotta e di crescita politica.

Le fasi della resistenza si ripetono. La prima forma di resistenza è quella civile, di grandi personalità, di uomini delle istituzioni, di intellettuali, che poi si allarga a piccoli gruppi, come le associazioni di cittadinanza attiva. È la storia di questi mesi sul tema dell’immigrazione. La resistenza si sviluppa sempre sui diritti delle persone: la libertà, la vita, la cittadinanza, la salute, l’istruzione. La prima forma resistenza va contro corrente: la maggioranza del popolo non condivide e non ci sta. La gente nel nostro paese ha pregiudizi diffusi sugli immigrati e approva la sciagurata politica governativa. Più che dei sindaci, del presidente Mattarella e di papa Francesco, subisce il fascino di personaggi che lanciano sui social foto che li ritraggono davanti a cibi e bevande o mentre indossano senza titolo divise di vario genere.

Ma, come avviene spesso nella storia di un paese, la resistenza civile, contro ogni apparenza, avanza e si diffonde. I suoi temi si incrociano, prima o poi, con temi che coinvolgono direttamente le persone e i loro bisogni, il disagio economico, la disoccupazione, il lavoro che usura. La resistenza sociale, popolare. È lo scenario che ci apprestiamo a vivere con l’applicazione del reddito di cittadinanza e della quota cento per le pensioni, i cavalli di battaglia dei vincitori. Finita la campagna degli annunci e delle domande, la gente scoprirà che in grandissima parte rimarrà fuori dai benefici o che gli stessi benefici sono del tutto inadeguati rispetto ai bisogni. La protesta allora diverrà incontenibile, altro che gilet gialli, e ci saranno deviazioni e violenze. Con assalti non ai forni o supermercati, non alle caserme o ai municipi, ma ai centri per l’impiego con distruzione dei costosi arredi ancora nel cellophane e la paura del personale neoassunto.

Dall’unione della resistenza civile con la resistenza sociale nascerà la resistenza politica, compiuta ed evoluta; gruppi minoritari si avvieranno a divenire maggioranza; e anche i modi e le forme di resistere diventeranno più complessi. Il terreno della battaglia campale sarà l’autonomia rafforzata di alcune Regioni, lo sciagurato provvedimento che vorrebbe rompere definitivamente l’unità nazionale. Allora dilagherà la resistenza perché coincideranno l’interesse individuale e quello collettivo. Cittadini delle altre regioni pronti a non andare più a lavorare nelle fabbriche, negli uffici pubblici, nei centri di ricerca, negli ospedali, nelle università, nelle scuole delle regioni ricche. A non mandare più pazienti nei loro ospedali. Quelli già presenti stabilmente o temporaneamente in queste regioni, saranno pronti a lasciarle, compresi immigrati comunitari ed extracomunitari. Anche tanti cittadini lombardi, veneti, emiliani e romagnoli prenderanno le distanze dai loro governanti. L’organizzazione popolare della protesta diffusa e le minacce annunciate, insieme con la paura degli effetti, bloccheranno l’attuazione dello smembramento del paese.

Capiranno forse tutti che la solidarietà è più quella che si riceve di quella che si dà. E allora si creeranno le condizioni per la ricostruzione morale e materiale del nostro paese. Con più equità e giustizia sociale, verso tutti, nessuno escluso.