Fino alla Prima Guerra Mondiale “Napoli è una metropoli europea moderna, una città dall’elevato livello culturale dove si realizzano esperienze di rilievo sul piano professionale, sul terreno commerciale, nel conflitto sociale tra industriali, per lo più stranieri o settentrionali, e operai organizzati sindacalmente. Fino al 1915 Napoli è ancora una capitale europea. Dopo non lo sarà più.” (Francesco Barbagallo). Sono riprodotti, accanto al titolo, un manifesto della Ditta Galliano di Ottajano, e in appendice, un quadro di Ulisse Caputo, “Donna seduta” (cm.100x 73,50).
Tra il 1880 e il 1915 nelle Guide e negli Annuari i negozi più importanti di Napoli pubblicavano inserzioni in lingua francese. La Maison des conserves Alimentaires Louis Rognoni, e cioè la Casa di conserve alimentari Luigi Rognoni, con sede al n. 54 di Largo San Ferdinando, si vantava, in lingua francese, di rifornire la dispensa di S.M. il re d’Italia, dei principi di casa Reale, di S.A. Ismail Pascià, e dell’Imperiale Marina dello Zar. La Maison elencava, in francese, le sue specialità: conserve alimentari, salami, formaggi, cacciagione, frutta secca, aringhe, crauti, capricci e primizie. La Ravel, fondata nel 1806, essendo una Casa francese, aveva diritto doppio all’uso della lingua cara ai buongustai: e dunque ricordava ai clienti che nella sua sede di via Roma, Rue de Rome, 263-64, potevano trovare vini italiani e stranieri, formaggi e burro, specialità e primizie, e huiles de Bari fines et de Sorrento, olio fine di Bari e di Sorrento.
Poco lontano la Salumeria Nazionale – forse nel nome c’era un intento polemico – si presentava come grande emporio di specialità gastronomiche finissime e offriva un ricco assortimento di vini e liquori esteri e nazionali, formaggi, salami veri di Brianza, e burro freschissimo garantito naturale, arrivo giornaliero da Milano: l’unità d’Italia pareva allora cosa fatta. Al n. 161 di via Chiaia la Nuova Latteria vendeva, invece, latte freschissimo, burro e crema che veniva da luoghi assai più vicini, e cioè dalla vaccheria che i proprietari possedevano in San Giorgio a Cremano: lì il bestiame era igienicamente alimentato. Salvatore Ascione fu uno dei più importanti produttori di liquori: il vermouth delle sue distillerie di Barra e del Molo Piccolo a Napoli conquistò la medaglia d’ oro a Filadelfia nel 1876 e a Melbourne nel 1881, e quella d’argento a Liverpool nel 1887 e a Bruxelles l’anno dopo. Negli ultimi dieci anni del secolo protagonista indiscusso della produzione di vini, di liquori e di spumanti in Campania fu Andrea Galliano, che era venuto dal Piemonte a impiantare a Ottajano la sua Grande distilleria.
Nella splendida plaquette pubblicitaria che nel 1907 si fece stampare dalla Bertarelli di Milano Galliano indicò orgogliosamente le dimensioni del bottino di medaglie e diplomi, in cima al quale sfolgorava la Grande Medaglia d’oro conquistata alla Esposizione Universale di Parigi, quella memorabile del 1900, col vino spumante che portava il nome del patròn e che veniva venduto a lire 3, 25 la bottiglia. E con lo spumante venne premiato anche il mandarino, offerto in bottiglie “di mia invenzione – scrive Galliano – a forma del frutto “: e avverte che il liquore, rinomatissimo, è ricercato dal mondo elegante, che conserva sempre il suo aroma come fosse fresco, che il marchio è depositato in tutti gli Stati che hanno aderito alla Convenzione Internazionale di Berna, e che bisogna guardarsi dalle contraffazioni di disonesti speculatori.
L’occhio scorre la lista dei vini e dei liquori di Ascione, di Galliano e dei fratelli Scala, e corrono incontro all’immaginazione figure, personaggi della letteratura, luoghi geografici diventati luoghi dell’anima: la prunelle e l’anisette, e pensi a Maigret, e ai torpidi pomeriggi della domenica, il curaçao speciale, imbottigliato in cruche, la lunga brocca cilindrica di terracotta, che i pirati dei Caraibi portavano sempre incollata alla bocca, il vino malaga, e il capri bianco e il capri rosso che incantarono la fantasia eccitata dei protagonisti dei salotti eleganti, e il lacrima, che porta in sé lo spirito doppio del Vesuvio. Leggi la lista delle essenze che Galliano e Ascione vendevano anche al minuto, negli spacci delle distillerie, in flaconi da 25 grammi: assenzio, alchermes, ananas, cedro, coriandoli, eucalyptus, fernet, menta, rhum (ben 4 essenze di rhum: bianca, rossa 1 Hingston, rossa 2 Hingston, aromatica primissima), e perfino finocchio, fragola, e essenza bianca rettificata di garofano. Leggi, e richiami in vita, per un attimo, il vago ricordo di ricette gelosamente custodite, di bottiglie intoccabili schierate nei fianchi di cristallo di buffet luccicanti: bottiglie mai uguali l’una all’altra, e vive, ognuna, del liquido colorato che contenevano.
Vigne sterminate. Aranceti superbi, il verde cupo e nero delle foglie infiammato dai riflessi dei frutti, e scapigliati plotoni di mandarini che ti stordivano, freddi, con il loro profumo implacabile. Ho visto luoghi così, quando ero ragazzo, nella nostra terra. E mi basta, per sentire ancora l’orgoglio di essere vesuviano. Ma la Napoli della Belle ‘Epoque non era solo questa: ce ne erano anche altre, quella della violenza organizzata, quella che doveva essere “sventrata”. E’ una caratteristica di Napoli, di essere “una città porosa”, come scrisse Walter Benjamin: in ogni momento una e molteplice. Alla prossima.





