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Napoli è bella, ma il problema è la qualità della vita che si vive dentro questa bellezza.

Lo ha scritto Francesco Marone, commentando la terribile vicenda di Arturo, il diciassettenne accoltellato in via Foria da ragazzi incappucciati. La colpa di questa ferocia per alcuni è della TV, per altri è della scuola e delle istituzioni. Ma forse la sorgente di tutti i problemi sta nella mancanza di lavoro, nell’imperversare dell’illegalità e nell’ingiustizia sociale che alimenta l’insensibilità culturale, la sfiducia assoluta nei valori e l’odio sociale.

 

La vicenda di Arturo, il diciassettenne accoltellato a via Foria, per il gusto della bravata, da quattro ragazzi incappucciati, si carica di valori simbolici, come spesso accade a Napoli: ma diciamo subito che non c’è valore simbolico che possa attenuare la brutalità assurda dell’aggressione. La vittima frequenta il quarto anno del Liceo “Cuoco – Campanella” di piazza Miracoli ed è, dice uno dei suoi professori, “un allievo scrupoloso ed eccellente”. I compagni non lo hanno lasciato solo nemmeno per un momento, nel reparto rianimazione del San Giovanni Bosco. La madre, che insegna all’università Partenope, ha chiesto ai napoletani di mobilitarsi in massa: “Voglio – ha scritto sul suo profilo “fb”- che Arturo diventi il figlio dei tutti”. Gli aggressori, inquadrati dalla telecamera di un centro scommesse, sono piccoli, incappucciati, chiusi in giubbotti lunghi e scuri: membri perfetti di quei branchi di ragazzi che “giocano” a fare i boss o a proporsi all’attenzione dei boss veri usando la vita degli altri. Insomma una fotografia esemplare delle due Napoli. E tutt’intorno la giostra dell’“è colpa di…”.

Il sindaco di Napoli, De Magistris, non ha dubbi: la colpa è di “Gomorra” televisiva: lo dimostrerebbe “il significativo abbassamento dell’età” di coloro che commettono reati: i ragazzi sono esposti più degli altri al fascino perverso dell’emulazione dei modelli negativi (CdM, 20 dicembre). Padre Alex Zanotelli se la prende con la scuola, che non sa più proporre modelli, che non è più capace di sostituirsi alle famiglie nel fornire ai ragazzi il sistema delle regole. Ma alle critiche di padre Alex ha già risposto sul nostro giornale Luigi Pone, il quale ha fatto notare che il numero dei ragazzi napoletani provenienti da famiglie collocate, in ogni senso, ai margini del sistema è così elevato che particolari strutture scolastiche dovrebbero essere interamente configurate sui loro bisogni e sui loro problemi: con i palliativi e con i cerotti non si guariscono le ferite cancrenose. Lo dice anche Cesare Moreno, decano dei “maestri di strada”:” E’ il sistema che non funziona. La Regione da quanto tempo non fa corsi di formazione professionale, che offrirebbero un’alternativa a 4-6000 ragazzi che cercano risposte diverse da quelle che offre la scuola che non ce la fa a gestirli? La colpa è di tutti e l’unica risposta è dirci che non siamo di fronte a una falla; quando l’acquedotto perde il 60% delle risorse è meglio farlo da capo, a partire dalle istituzioni che in tutto questo degrado non fanno la loro parte e qualcuna persino ci sguazza.” (CdM, 23 dicembre). Lo scrittore Diego De Silva esprime giudizi assai duri: a Napoli non c’è sensibilità culturale, la gravità del problema si scopre solo quando scorre il sangue, e attira l’attenzione solo per poco, la scuola non può fare nulla “così come è oggi, assottigliata di risorse economiche e umane”. “Per quei ragazzi – dice lo scrittore – non provo pietà”.

Forse la verità sta nella somma di tutte le indicazioni fornite dagli analisti. A Napoli la crisi etica e morale che ha aggredito la società italiana produce danni più devastanti che altrove. Il problema di Napoli, scrive Francesco Marone (CdM,24 dicembre), non è la bellezza, è la qualità della vita che si vive dentro questa bellezza. Dobbiamo liberarci da quei retori dementi i quali continuano a dire che a Napoli, sì, ci sono tanti problemi, “però come si vive bene, c’è il sole, si mangia bene con poco, si va al mare”. Ma Napoli, continua Marone, “è agli ultimi posti in tutti gli indici di vivibilità, non c’è lavoro, non ci sono servizi, non ci sono diritti e c’è una criminalità feroce..”Le marce contro la camorra degli adulti e quella dei ragazzi sono utili, consentono a coloro che hanno il coraggio di chiedere il ripristino della legalità di conoscersi e di confrontarsi, ma devono produrre conseguenze concrete e di lunga durata. Il camorrista non deve essere né un eroe, né un mito: ma, per ottenere questo risultato, bisogna spazzare via, soprattutto dalla mente e dal cuore degli “emarginati”,  il sospetto che a Napoli ci siano molti “galantuomini” che nel tutelare i loro interessi, anche calpestando gli interessi legittimi degli altr,i sono peggio dei camorristi patentati: ma è difficile che incappino nelle reti degli organi della Giustizia.

Napoli ha bisogno di lavoro e di giustizia sociale, reale e percepita: i ragazzi che hanno ferito Arturo sono pieni dell’odio che chi vive ai margini del sistema sente nei confronti di tutti: è un odio che a loro è stato trasmesso dalle famiglie e che essi hanno trasformato in un’arma. Quei ragazzi sanno solo odiare, e sanno solo sporcare. La Scuola dovrebbe avere i mezzi per metterli davanti allo specchio della loro devastata giovinezza, indurli a riflettere, e spiegare ad essi che ci sono altri modi di vita – il modo di Arturo, per esempio- oltre quello del cappuccio e del coltello. Ma se poi capita che  le belle parole e i luminosi esempi della Scuola siano smentiti, ogni giorno, dal “teatro” che si tiene per le strade della città?

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