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Moshé lo Shammàsh, storie dalle città invisibili

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“Lo chiamavano Moshé lo Shammàsh”, così si apre il capolavoro di Elie Wiesel “La notte”. Un incipit lapidario, che rimarrà infisso nella coscienza del lettore lungo tutto il racconto, anche se, dopo poche pagine, la sua presenza si allontana nella nebbia dei morti.

 

Il factotum della sinagoga di Sighet nelle terre dell’est europeo non ha nemmeno l’onore di un cognome. Accanto al suo nome solo un soprannome, lo Shammàsh, l’inserviente. È attraverso la sua breve storia che il dramma della Shoah, raccontato nel libro, prende forma e avvia la sua terribile profezia di male.

Uno dei temi più importanti della questione della Shoah riguarda la difficoltà degli Ebrei della diaspora di comprendere i segni di quello che di lì a poco sarebbe accaduto. Molti capirono, è vero, e organizzarono una lotta ostinata e disperata, come nel caso della resistenza del Ghetto nella primavera di Varsavia del ’43, ma tanti altri non riuscirono a comprendere che una tale tragica follia potesse annidarsi proprio fra quelli che erano stati fino ad allora i connazionali, gli amici di una vita, i compagni di lavoro.

Il padre di Hans, il giovane protagonista del romanzo “L’amico ritrovato” è, da questo punto di vista, una figura esemplare. Fino alla fine si rifiuta di pensare alla necessità di fuggire; non vuole sottomettersi ad una legge, ritenuta arbitraria e disumana; pensa che  il nazismo sia una specie di morbillo, una malattia passeggera; interroga un sionista e gli chiede: “I compatrioti di Goethe e di Schiller, di Kant e di Beethoven si lasceranno abbindolare da queste sciocchezze?” e quando si accorgerà che è proprio così, in silenzio si lascerà morire con la moglie, aprendo i rubinetti del gas.

Come fu possibile tanta cecità?

Moshé l’inserviente, cerca disperatamente di offrire alla sua comunità le chiavi per interpretare ciò che sta succedendo: “Ebrei, ascoltatemi. È tutto ciò che vi chiedo. Non soldi, non pietà, ma che voi mi ascoltiate”.

Perfino quando viene deportato, caricato nei carri bestiame allestiti dai gendarmi ungheresi, non riesce a smuovere la coscienza critica della sua gente. Ritornerà dopo un po’, trasfigurato dalla sofferenza, con l’unica ossessione di avvertire gli altri.

La comprensione di un pericolo imminente si fa strada dall’ascolto. Tuttavia la capacità che la nostra mente ha di ascoltare deve essere pari al coraggio di accettare una verità, a volte di subirne l’oltraggio.

Moshé sapeva ascoltare; aveva provato l’irrimediabilità della violenza senza ragione e conosceva le scritture, meglio di tanti altri a Sighet. Insegna così al piccolo Elie a porre domande al suo Dio. E il lettore immagina quale sia la più decisiva e drammatica, nel buio dell’anima: poteva mai Dio assistere impotente all’annientamento totale di chi amava?

Elie,  davanti al suo nuovo maestro, si sforza di accettare il fatto che tante domande non hanno risposte e nel fondo dell’anima, nell’ultima stanza, riposano per sempre.

Viene in mente un altro grande personaggio della letteratura del Novecento quel Gimpel l’idiota del sublime racconto di Singer, che prende un’altra strada rispetto a Moshé. Gimpel non prova a ribellarsi al sarcasmo degli altri, non chiede, per lui non esistono domande. Egli sta lì, fermo nel suo candore, si affida. “Non ci vedevo né ci sentivo. Credevo, ecco tutto!”. La fede davanti alle grandi domande. Così scrive Singer.

“Ci sono mille e una porta per penetrare nel frutteto della verità” dirà Moshe a Elie. Questa immagine di un giardino di speranza e di fiducia, che richiama il verdeggiante giardino biblico, sostiene la lettura disperata delle poche pagine che descrivono quest’amicizia.

Qual è la porta attraverso cui bisogna passare per essere trasportati nell’eternità del bene? Nell’eternità “in  cui domanda e risposta diventano Uno”?

(L’immagine: Bambini ebrei a Mukacevo, nell’attuale Ucraina, 1935– 38. © Mara Vishniac Kohn)

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