Lo scandalo scoppiò nel dicembre del 62 a.C. Ma Cesare, il futuro conquistatore delle Gallie e fondatore dell’Impero, dimostrò nella vicenda le sue qualità di stratega: l’autocontrollo, la capacità di prevedere le mosse degli avversari e le trappole dei falsi amici, l’uso sapiente delle manovre imprevedibili e delle frasi ad effetto: “E’ giusto che la moglie di Cesare non sia sfiorata nemmeno dal sospetto”. Correda l’articolo l’immagine del quadro “Il bagno pompeiano” che Domenico Morelli dipinse nel 1861 (olio su tela, cm. 134 x 102).
E’il dicembre del 62 a.C. e a Roma viene il momento di celebrare i “Damia”, in onore della “Dea Bona”: la festa notturna si terrà in casa di Giulio Cesare, che è pretore e pontefice massimo, e a presiederla sarà la seconda moglie di Cesare, Pompeia, nipote di Silla. Possono partecipare al rito solo le donne, ma si scatena un subbuglio per la presenza di un uomo, travestito da suonatrice d’arpa, che è atteso in una stanza da Aura, la serva della padrona di casa: il profanatore, che non riesce a trovare la stanza in un edificio vasto come quello destinato a residenza del pontefice massimo, chiede un’indicazione a una delle matrone o a una delle ancelle: ma nel chiedere non riesce a dare un timbro femminile alla sua voce, che anzi risuona in tutta la sua mascolinità. E sono urla e svenimenti: Aurelia, la madre di Cesare, ordina di interrompere il rito e fa velare gli oggetti sacri, mentre il sacrilego viene aggredito dalle matrone e dalle serve, e costretto, in un concerto di ingiurie, a uscire dalla casa “violata”. Il giorno dopo tutta Roma sa che l’empio invasore è Publio Clodio, fratello di quella Clodia che Catullo battezzò Lesbia, e che Cicerone, forse perché la donna non si era aperta agli spasimi della sua passione, dipinge come corrotta fino all’incesto. E tutta Roma dice che Publio Clodio ha combinato questo guaio, che non è il primo e non sarà l’ultimo, perché ha perso la testa per la moglie di Cesare. Ma Pompeia era consenziente? A Roma si crearono subito due partiti: da una parte quelli certi dell’onestà della donna, dall’altra quelli che non avevano dubbio alcuno sul ruolo di protagonista che ella aveva nella tresca. Ed è interessante notare che Plutarco nella “Vita di Cesare” parla male di Pompeia, ricordando, tra l’altro, che Publio Clodio era ancora “imberbe”, mentre nella “Vita di Cicerone” cita solo i Romani che avevano assolto la signora da ogni colpa. Cesare cerca di seppellire la vicenda sotto la coltre del silenzio, ma i suoi avversari politici hanno l’obiettivo opposto, quello di far chiasso: e ci riescono, sotto la guida del console Messalla e di Catone, che fu sempre ostile a Cesare, fino all’ultimo giorno della sua vita che egli spense di sua mano,a Utica, nel 46 a. C. Dunque, il senato dichiara che il sacrilegio c’è stato, affida un’inchiesta ai pontefici, dispone che i “Damia” vengano celebrati nuovamente, non esclude che Publio Clodio possa essere accusato di incesto, stabilisce che in via del tutto eccezionale i giurati saranno scelti e non estratti a sorte. A questo punto Cesare, per non farsi travolgere dalle conseguenze giudiziarie di una sentenza di condanna, ripudia la moglie e ordina a un suo fedele seguace ( Carcopino lo chiama una “comparsa”) di presentare e di far approvare una legge che preveda l’estrazione a sorte dei giurati. Iniziato il processo, Publio Clodio si difende dichiarando che nel giorno del “misfatto” egli si trovava a Terni, in casa dell’amico Causinio Scola, che ovviamente conferma. La madre e la sorella di Cesare, e altre matrone presenti nella notte della profanazione ammettono che un uomo era entrato nella casa del pontefice massimo, ma dicono risolutamente di non aver riconosciuto chi fosse. A questo punto Cicerone prende una decisione che segnerà la sua storia personale e la storia di Roma: chiede di essere interrogato, non può permettere che Publio Clodio sfugga alla condanna: è una scelta politica, quella di Cicerone, dettata anche, secondo Plutarco, dal desiderio di dimostrare alla moglie Terenzia che egli non voleva “salvare” Clodio per gli occhi belli di sua sorella. E così l’oratore dichiara davanti ai giudici che Clodio dice il falso, che nel giorno del misfatto non stava a Terni, ma stava a Roma, e proprio quel giorno si era recato a casa sua, di Cicerone, sul Palatino, a fargli visita. Cicerone non capì quello che Cesare e i giudici avevano capito, che il “popolo” aveva già emesso la sentenza: Publio Clodio è innocente, è vittima di una trama nemmeno troppo oscura.. Sembrò che ripudiando Pompeia Cesare si fosse schierato dalla parte dei “colpevolisti”. Ma, interrogato dai giudici, il futuro conquistatore delle Gallie spiegò che l’aveva fatto perché riteneva giusto che “la moglie non fosse nemmeno sfiorata dal sospetto”(Plutarco, Vita di Cesare, X). “Dopo aver replicato con tale perentoria dignità Cesare si ritirò e, mentre 25 giurati avrebbero voluto condannare Clodio, 31 si pronunciarono per quella assoluzione che tale secca replica aveva preparato.” (J. Carcopino). E come Cicerone cercò di difendersi dalle conseguenze dei suoi errori di valutazione? Come avrebbe fatto un politico del nostro tempo ( e di ogni tempo): accusando i giudici di essere corrotti. Accusandoli a bassa voce, con cautela.



