CONDIVIDI

 Al mio amico Ciccillo, con una punta di autoironia, spesso ripeto questa frase: “Abbiamo fatto la storia, ma non ce ne siamo accorti”. Quasi sempre questa affermazione che vale quanto una esternazione dialettica, si conclude con una risata, come per dire “La stiamo sparando grossa”. A volte, però, l’esame approfondito di alcuni eventi vissuti mi convincono della fondatezza di questa asserzione.

 

Molti di noi, nel momento in cui per età o per piacere fanno un consuntivo della loro esistenza, pensano di aver realizzato cose speciali. E’ difficile rassegnarsi all’idea di aver vissuto un’esistenza normale se non addirittura mediocre. Oggi nella società delle immagini e nell’epoca di Instagram vale di più una esperienza raccontata piuttosto che una realmente vissuta.  Pertanto   vi sono persone che sono più preoccupate di costruirsi un passato, piuttosto che vivere al meglio il presente e pianificare il futuro. Eppure la velocità dei cambiamenti, avvenuti negli ultimi anni, grazie soprattutto al progresso tecnologico, rende significativa e degna di essere raccontata anche la più futile esperienza maturata dall’ essere umano. C’è solo il problema che la velocità degli accadimenti sta cancellando la memoria. Mi viene spesso in mente la commedia ‘Napoli milionaria’, in cui il protagonista, interpretato magistralmente da Eduardo De Filippo, ritornato dal fronte vuole raccontare dei drammi vissuti nel conflitto mondiale. Nessuno, però, vuole ascoltare. La memoria di quell’avvenimento, seppure molto vicino nel tempo che crea ancora conseguenze tragiche, deve essere cancellata. Non c’è solo il desiderio di dimenticare. Alcuni per affrontare il presente hanno bisogno di riscrivere in modo diverso il loro passato, senza farsi scrupolo di cambiare i connotati e le sequenze dei singoli eventi.

Da anni, ad esempio, vorrei raccontare a qualcuno le vicende che hanno portato alla nascita di Legambiente, potente associazione ambientalista. Anche in questo caso nessuno vuole sentire. Ho provato più volte a svelare a qualcuno i segreti della nascita di una associazione che ha fatto la storia dell’Italia, ma non c’è niente da fare. La ricostruzione fatta da un testimone, seppure confortata da una ricca documentazione, non serve. Non interessa nessuno, meno che mai ai militanti ed ai dirigenti della associazione ecologista. Allora proverò io a mettere ordine nei miei ricordi, con la speranza che qualcuno mi corregga o aggiunga qualche particolare alla vicenda.

L’idea di costituire una associazione ambientalista, che avesse come riferimento il mondo operaio, fu messa in pratica da quella mente vulcanica che fu il senatore Pci Carlo Fermariello. Questo personaggio, proveniente dal Partito d’Azione, è stato tra i protagonisti della lotta fatta a Napoli per sostenere la Repubblica. Fermariello ha svolto una intensa attività politica. E’ stato più volte senatore ed è famoso perché ha interpretato il ruolo del consigliere comunale di opposizione De Vita nel film ‘Mani sulla città’ di Francesco Rosi. Nella versione filmica, in pratica, Fermariello interpretava se stesso, ripetendo la battaglia che i partiti di sinistra sostenevano in consiglio comunale per fermare, nell’immediato dopoguerra i palazzinari, responsabili del sacco di Napoli. Fermariello, tra gli altri impegni, aveva assunto la carica di presidente nazionale dell’Arcicaccia, associazione venatoria molto forte soprattutto in Emilia ed in Toscana. Non ho mai capito se il compianto senatore con indubbie e sperimentate doti di attore praticasse realmente l’arte venatoria. La sua vocazione ambientalista era, però, fuori discussione. Negli anni Settanta io ero uno studente universitario, iscritto a Biologia e frequentavo l’Arci di Napoli, associazione ricreativa culturale legata a doppio filo con la sinistra. Nell’associazione avevo ricoperto ruoli importanti come responsabile provinciale della organizzazione e frequentavo i convegni scientifici proposti dall’Arci nazionale e dalle sue diramazioni. In quell’epoca negli Usa imperversavano le idee dell’ambientalismo scientifico di Barry Commoner, che contava tra pochi adepti italiani anche lo scienziato Giorgio Nebbia e Laura Conti, medico e scrittrice, che è stata assessore alla Sanità nella Regione Lombardia. Commoner, in pratica, rivisitava in chiave marxista l’ecologismo e forniva una nuova chiave di interpretazione di questo tipo di impegno politico. Carlo Fermariello, che aveva una visione pragmatica della realtà decise di lanciare una potente sfida. Propose di costituire un polo aggregativo nazionale   di ambientalismo scientifico, facendo perno sull’esperienza dei Cral aziendali (Centri Ricreativi culturali dei lavoratori), legati all’Arci. L’impresa non si presentava tra le più facili. In Italia l’esperienza ambientalista era agli esordi e la sua divulgazione era gestita da un numero esiguo di intellettuali e di scienziati. L’ambientalismo, infatti, non era tra le principali preoccupazioni degli abitanti. Eppure c’era necessità di costruire un legame tra il mondo operaio e la difesa dell’ambiente e degli ecosistemi. Diventavano sempre più pressanti ed urgenti i problemi dell’inquinamento, della difesa della salute dei lavoratori e la tutela dell’imponente patrimonio culturale e naturale della nazione. Si sentiva, insomma, la necessità di affermare un metodo scientifico nuovo che ponesse al centro del progetto di sviluppo politico anche l’uomo in relazione all’ambiente, il suo lavoro e le sue esigenze.

La situazione prima della fondazione nel 1980 di Legambiente era abbastanza bloccata e priva di qualsiasi tentativo di sviluppo. Italia Nostra in Italia era diretta da un nugolo di architetti e di intellettuali, mentre il Wwf aveva come presidente il principe Carlo d’Inghilterra, che non aveva proprio una vocazione operaia. Non era neanche facile mobilitare le masse operaie e le avanguardie sui temi della difesa della natura e dell’ambiente. Non c’era una coscienza diffusa dei problemi ecologici ed esistevano solo sparute minoranze impegnate in battaglie politiche e culturali per tutelare l’acqua, il suolo e l’aria.  Le industrie facevano il bello ed il cattivo tempo. Appena si parlava di impegnare fondi per strutture atte ad evitare il carico inquinante, c’era sempre qualche   dirigente industriale che minacciava la riduzione di posti di lavoro o addirittura la chiusura degli impianti. Il lavoro veniva considerato un valore assoluto. La difesa della salute dei lavoratori o dell’ambiente, invece, rappresentava un aspetto secondario della vicenda.

In una situazione del genere si intuisce la difficoltà di creare dal niente una nuova associazione ecologista, che facesse tesoro delle esperienze maturate nelle lotte per la tutela della salute e degli ecosistemi.  Alfiere di questa battaglia diventò, dunque, l’Arci Caccia, che economicamente si reggeva sulle tessere pagate dai cacciatori per praticare l’arte venatoria.

Alla costituzione della nuova associazione ecologista lavorammo poche persone tra cui: Daniele Leoni, Bernardo Rossi Doria ed il sottoscritto. Filippo De Franco, funzionario dell’Arci nazionale, che poi curerà la nascita dell’Arci Pesca, forniva il supporto organizzativo. Daniele Leoni era, se non ricordo male, un esperto di progetti organizzativi, proveniente dalla Toscana o dall’Emilia Romagna, mentre Bernardo Rossi Doria, docente universitario di Urbanistica, forniva consulenza gratuita all’Arci nazionale di Roma.  Qualche anno dopo la fondazione della Lega per l’ambiente dell’Arci, lo scienziato Rossi Doria ricoprì il ruolo di assessore alla Cultura del comune di Roma nella giunta Petroselli. A Napoli ha fornito un contributo scientifico determinante per lo sviluppo di un progetto associativo ecologista il professor Pietro Battaglini, direttore del dipartimento di Zoologia dell’Ateneo napoletano. Il professor Battaglini ci aiutava nella impostazione delle tesi ambientaliste e curava la formazione dei guardacaccia.

Ricordo che ci furono molte discussioni per delineare i tratti caratteristici dell’associazione ecologista, in cui coinvolgemmo anche le strutture periferiche con veri e propri convegni molto partecipati. In pieno accordo e dopo aver valutato con Carlo Fermariello i vari aspetti della vicenda, decidemmo di andare alla conferenza di fondazione dell’associazione.  Era un lunedì dell’autunno del 1980 quando io e una decina di amici, tutti provenienti da Somma Vesuviana ed aderenti all’Arci, ci recammo a Roma per il grande evento.

Prendemmo il treno a Napoli centrale ed in meno di due ore arrivammo all’aula magna dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma per partecipare alla manifestazione di inaugurazione della associazione che avevamo deciso di denominare ‘Lega per l’Ambiente Arci’. All’inizio della manifestazione ero preoccupato perché nelle schede di adesione per i rimborsi, quel giorno eravamo in troppi a designare la provenienza da Somma Vesuviana. Ben presto, però, fui assalito da altri pensieri. Filippo De Franco mezz’ora prima dell’evento mi disse che dovevo tenere la relazione introduttiva perché non c’era al momento “Nessun compagno dell’Arci in grado di farlo”. Ricordo che mi appartai sugli scranni dell’aula magna per mettere in ordine i miei pensieri e per scrivere una breve scaletta dell’intervento. Il cuore andava a mille e l’impegno non era dei più facili. Non avevo avuto neanche il tempo di immaginare che avrei dovuto tenere un intervento e addirittura mi si proponeva di fare la relazione introduttiva. La platea era affollata e molto qualificata. Ricordo che erano presenti a quel convegno il rettore della Sapienza Antonio Ruperti, Giovanni Berlinguer, medico e responsabile scientifico del Pci, Fabrizio Cicchitto del Psi, Umberto Colombo del Cnel e numerosi personaggi del mondo culturale e scientifico.  A detta dei miei amici e di Filippo De Franco la relazione fu ascoltata con interesse e molti degli interventi successivi approfondirono le tematiche che avevo proposto. Penso, insomma, che tutto sia andato bene. In ogni caso in quel frangente mi conquistai la fiducia e la stima dei miei amici di Somma, che avevano assistito alla intera vicenda.

Qualche mese dopo alla sala dello studente, vicino al ministero degli Esteri a Roma, ci furono due giorni di discussione molto partecipata per delineare il progetto associativo e culturale della nuova aggregazione. Molto impegnativo è stato il confronto tra il comitato scientifico e quello politico organizzativo. Da quel momento e fino al 1983 sono stato impegnato prima nel direttivo e poi nella segreteria nazionale della Lega per l’Ambiente.  Nel 1981 sono stato eletto primo presidente regionale della Campania.

Ho cercato di ricostruire la nascita dell’associazione, perché ho l’impressione che molti eventi siano stati dimenticati oppure addirittura oscurati. Lo sviluppo invece di Legambiente negli anni successivi è un fatto noto.

(FONTE FOTO:RETE INTERNET)