“L’eco del passato – Parole desuete” (De Frede Editore) è la raccolta poetica intima e potente di Rosanna Lemma, con prefazione della sociologa e giornalista Tania Sabatino.
Negli anni Sessanta prendono forma le teorie dell’Appraisal (valutazione cognitiva), il cui principale esponente è Richard Lazarus, insieme a Magda Arnold, Nico Frijda, Klaus Scherer e Robert Solomon. Secondo questa teoria le emozioni sono il risultato di un’attività di coscienza nella valutazione della realtà in rapporto ai propri significati. L’individuo interpreta ciò che accade e, poi, lo confronta con la propria storia personale, facendone una “lettura” soggettiva. Una prospettiva che vede l’emozione come l’esito di un processo cognitivo complesso, non come riflesso improvviso né automatismo istintivo. È per questo che, di fronte allo stesso evento, due persone possono reagire in modo diverso e, in alcuni casi, diametralmente opposto.
Su questa linea si innesta, alcuni decenni dopo, la teoria Broaden-and-Build (teoria dell’ampliamento e della costruzione) di Barbara Fredrickson, nonché uno dei pilastri della psicologia positiva. La studiosa statunitense mostra come le emozioni positive non si limitino a controbilanciare il dolore, ma ne trasformino l’esperienza, convertendola in risorsa evolutiva. Gioia, contentezza, interesse e amore — categorie emotive rintracciabili in ogni cultura — ampliano il campo percettivo e cognitivo dell’individuo, favorendo nuove possibilità di senso. Pur essendo transitorie, queste emozioni producono effetti durevoli: incidono sulla memoria, sull’apprendimento, sulla creatività e sulla capacità di problem solving, contribuendo a costruire nel tempo una struttura interiore più resiliente.
È in questo spazio di trasformazione che si colloca l’esperienza poetica. La poesia, infatti, rappresenta uno dei luoghi privilegiati in cui il dolore viene rielaborato e restituito in forma condivisibile. Studi psicologici sul linguaggio poetico mostrano come la risposta emotiva del lettore nasca da una triplice simulazione: il contenuto semantico (ciò che il testo racconta), la dimensione fonico-ritmica (il suono, il respiro, la musicalità dei versi) e l’identificazione personale, ossia il processo attraverso cui chi legge riconosce nelle parole dell’altro frammenti della propria esperienza.
Ci vorrebbe un libro… per esplorare fino in fondo i meccanismi che viaggiano dal vissuto emotivo alla parola, dalla ferita alla narrazione. Accade con “L’eco del passato – Parole desuete” di Rosanna Lemma, edito da De Frede Editore, dove il linguaggio diventa spazio di valutazione emotiva, attraversamento del dolore e progressiva costruzione di senso. Una silloge dove l’espressione individuale diventa spazio relazionale. Un dispositivo empatico capace di attivare memorie, evocare immagini interiori, dando forma a emozioni che spesso non possiedono un nome sin da subito. Le sue parole si muovono esattamente lungo quella traiettoria, interpretando l’esperienza e restituendola al lettore ampliata attraverso una scrittura figurativa. Parole che trovano espressione non solo in rime, ma anche in racconti brevi che spesso toccano il tema della malattia e della diversità, di un dolore che non diventa mero tormento, ma si concretizza in occasione di riconoscimento e rinascita.
In “L’eco del passato – parole desuete” Rosanna ascolta il canto delle Sirene che proviene da un giorno lontano e parla il linguaggio della separazione, della solitudine, della nostalgia. Ma anche degli amori cercati e persi. Di finte connessioni emotive. Di nidi di rovi e grembi vuoti. Di mari salati che circondano la città Partenope e di lacrime che inondano il cuore e bruciano sulle ferite. Di senso di appartenenza e di abbandono.
«Cerco sempre di sentire – evidenzia l’autrice – di percepire fisicamente l’emozione che rievoco, quando scrivo». I termini scelti sono quelli che non si usano più, che come sommersi, riaffiorano in superficie, dopo essere stati sepolti da coltri di dimenticanza. Un oblio che non sempre protegge, ma che più spesso corrode la memoria di sé. Elementi lessicali così tanto dimenticati da non essere nemmeno più visti.
Con delicatezza e rispetto, Rosanna li recupera, li ripulisce da quel velo spesso e pastoso di polvere e dà loro nuova visibilità.
«Spesso – racconta – ci comportiamo con le parole come ci comportiamo con le persone: finiamo per non vederle più. Ci sono momenti in cui anch’io mi sento così. Altri, in cui preferisco non essere vista e rintanarmi in un angolino.»
Le sue sono pagine solitarie. Un po’ si nascondono per non essere viste e per proteggersi da sguardi che trafiggono e un po’ sperano di essere recuperate, illuminate da nuova luce e accarezzate da sguardi consapevoli e gentili, che sappiano riconoscerne il valore.
«Le mie parole assomigliano ad alcune persone – evidenzia – fragili nella loro bellezza. Coraggiose nella loro purezza. Anch’io a volte anelo a incontrare sguardi in cui rispecchiarmi per riconoscermi. Altre volte cerco solo un cantuccio in cui rifugiarmi. Un angolo di ombra che mi rinfreschi l’anima e mi protegga.»
Altra tematica, che si trova nel volume è la separazione. Tra quelle più dolorose c’è la separazione dalle figure primigenie ed archetipiche, da cui abbiamo avuto origine: la madre e il padre. Il lutto per la perdita dei genitori rappresenta una delle esperienze emotive più profonde e destabilizzanti. E’ la frattura originaria del proprio sistema identitario. Con la morte della madre e del padre si consuma infatti la separazione più lacerante: quella dalle radici stesse della propria esistenza. Segna il passaggio di una radicale trasformazione: non si è più figli di nessuno. Anche in età adulta, la presenza dei genitori continua a funzionare come retrovia emotiva che interrompe la continuità e impone un riposizionamento interiore.
«L’unica consolazione rispetto a questo dolore assoluto – ribadisce l’autrice – è che dentro la nostra mente si forma un immagine a metà tra il reale e l’ideale, frutto della fusione generativa tra ciò che è stato e ciò che poteva essere e che si sarebbe voluto. E’ un legame nuovo che riconduce i conflitti ad armonia e rende liberi attraverso un perdono autentico.»
È in questo spazio che può compiersi un processo di riconciliazione e trovare pace nei conflitti irrisolti. Le ferite familiari trovano la possibilità di essere rielaborate e il perdono — che non è cancellazione, ma integrazione consapevole — può anche farsi strada in una consapevolezza più matura.
Dopo aver sostato nelle pieghe del dolore, della perdita, della solitudine e della memoria, il percorso tracciato da Rosanna Lemma, è fatto di speranza, ma non va interpretato come una facile consolazione. La speranza affiora con la delicatezza di una luce che si conquista attraversando il buio. Una tregua dell’anima che rischiara in nuove albe: non rinascite enfatiche, bensì inizi silenziosi, quotidiani, possibili. Una luce che non cancella le ombre, ma le scalda. Le rende abitabili.
Così “L’eco del passato – Parole desuete” si chiude in una tonalità che parla di fiducia ritrovata, con la convinzione che esiste sempre una luce capace di restituire senso al presente.



