ABUSI DI POTERE

0

C”è poco da fare: siamo vittime di abusi di potere ma reagiamo poco perchè ci affascina il forte e non il giusto. Questa è sindrome di Stoccolma!

Caro Direttore,
secondo me, il nostro paese è affetto dalla “sindrome di Stoccolma”. Sta accadendo, infatti, a noi, strani abitanti del Bel Paese -delle più avveniristiche città o delle più sperdute contrade-, ciò che capitò, nel 1973, ai dipendenti della Kreditbanken di Stoccolma vittime di una rapina. Tenuti in ostaggi, per ben sei giorni, non appena furono liberati, essi manifestarono un attaccamento emotivo nei confronti dei banditi, tanto da implorare, per loro, clemenza alle autorità.

Fu allora che il criminologo Nils Bejerot, per descrivere uno stato di sottomissione psicologica di una vittima di un sequestro nei confronti del suo rapitore, coniò l”espressione “sindrome di Stoccolma”. Che sta, poi a significare un atteggiamento di comprensione, che può, talvolta, sfiorare anche sentimenti di innamoramento; e non sono stati rari, infatti, i casi in cui tra vittima e carnefice è sbocciato anche del tenero.

È innegabile che, oggi, siamo un po” tutti tenuti in ostaggio da un manipolo di uomini, potenti quanto arroganti. Con modalità e tempi diversi essi tengono prigionieri i nostri destini, la nostra libertà, le nostre libere scelte, i nostri diritti, il nostro futuro. Ma è altrettanto innegabile che tutto ciò ci piace e, maggiormente, ci piacciono gli uomini che lo sanno fare. Tanto da essere –per le nostre azioni, i nostri comportamenti, il nostro modo di pensare, le nostre scelte elettorali- caratteristici esemplari affetti da sindrome di Stoccolma. E se il passato serve per capire meglio il presente, ciò che sta accadendo l”ho ritrovato, passo passo, in uno scritto del 1945, che, però, parlava di un certo Benito Mussolini:

“Il capo del governo si macchiò ripetutamente, durante la sua carriera, di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perchè il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto”. (Elsa Morante, Opere, vol. I, 1988, L-LII).

In effetti, caro Direttore, a noi –il popolo- è riservato il compito di scrivere la storia; a loro –a quel manipolo di uomini, potenti quanto arroganti- il compito di come scriverla. In altre parole, se c”è la possibilità di cambiare un percorso, quella passa solo attraverso le nostre scelte. Una volta decretati gli eletti (nel significato di scelti, nominati non in quello di predestinati!), poi, sono solo questi ultimi a decidere come procedere. Certo, tutti immaginano che la storia debba essere scritta senza disprezzo per i più deboli, per gli onesti, per quanti rispettano la legge, per quanti pagano le tasse, per quanti lavorano, non rubano, non appartengono a cosche, non vivono di espedienti e di malaffare.

Come fare a spiegare che c”è una sostanziale differenza tra l”affermazione di un diritto e quella di un sopruso, tra un abuso ed un condono.
Sai, Direttore, credo che da domani mattina avrai difficoltà maggiori anche ad insegnare. Come farai a spiegare ai tuoi alunni che per diritto si deve intendere soltanto: “complesso di norme regolanti la vita sociale di una comunità indipendente (e sono caratterizzate dall”esistenza di sanzioni esterne e regolate, predisposte per garantirne l”osservanza)”? Attento che qualcuno di quei tuoi attenti pargoli, scatenati ma intelligenti, magari già predestinato ad un futuro da politico, ti potrà contestare, ricordandoti, in ordine, che:

1) non tutti gli adulti fanno così; 2) è prassi ormai consolidata recuperare dalla pratica del “diritto” il meglio per sè stessi; 3) che la legge e la democrazia, negli ultimi tempi, sono due cose diverse e contrastanti. In tale evenienza, cosa risponderai? Se posso azzardarmi, ti suggerirei di avviare con loro una riflessione su un altro pezzo della Morante, sempre scritto nel 1945.
“Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquio volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe tutto al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po” ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente, e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. È difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori e si immagina di essere sempre il personaggio che vuole rappresentare”.

Sono in molti, ormai, a sostenere che lo studio della storia serve a poco. Bisogna sfrondare quella materia di molta zavorra, bisogna rileggerla, rivederla e commentarla diversamente da come ci è stata tramandata nei documenti. Probabilmente, sono assertori di questa linea gli stessi che hanno già sfrondato lo studio della geografia, delle scienze, del latino. L”annuncio delle riforme epocali, in materia scolastica, appare sempre più un rimaneggiamento del sapere che non un approfondimento.

Tanto, a che (e a chi) serve il sapere? Ognuno si bea della propria ignoranza e si inventa anche un alibi: la vita è breve, la morte è sempre in agguato, il riso fa buon sangue, sono già tante le preoccupazioni di un uomo, Franza o Spagna purchè se magna..!

Direttore, non ho capito cosa stai dicendo. Dici che mi faccio, inutilmente, il sangue amaro, che mi rovino il fegato, che continuo a vivere male? Dici che, tanto, ci sono le leggi a regolare il nostro paese? Sì, hai ragione. Mi pare Tacito abbia scritto: “Corruptissima in re publica plurimae leges” (Le leggi abbondano negli stati dei corrotti). Che è un po”, nella nostra più volgare lingua, “fatta la legge, trovato l”inganno”. Tanto, chi se ne fotte?
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

LE CONTRADDIZIONI DELLA CAMPANIA

0

La regione Campania ha un”alta percentuale di aree protette, ma anche di territori inquinati da rifiuti tossici e nocivi. Il nodo fondamentale è il controllo del territorio, ma la politica si nasconde.
Di Amato Lamberti

Una delle contraddizioni forti che caratterizza la regione Campania: è la regione con la percentuale più alta di aree protette dal vincolo paesaggistico di aree parco, sia nazionali che regionali; ma è anche la regione con la più alta percentuale di territorio inquinata dagli sversamenti abusivi di rifiuti tossici e nocivi, come testimoniano ampiamente i dati di Legambiente e quelli dei carabinieri del NOE.

Inoltre, la Campania è la regione con il più alto numero di abusi edilizi accertati dalla Magistratura, frutto generalmente della mancata approvazione da parte dei Comuni dei piani regolatori, pure previsti obbligatoriamente dalle leggi urbanistiche, e del mancato intervento delle Province attraverso la nomina di Commissari ad acta che provvedessero alla loro redazione.

Come possa spiegarsi questa evidente contraddizione tra una altissima coscienza ambientale di tutela del territorio, che porta a vincolare a parco anche aree molto vaste, come il Cilento, il Vesuviano, il Matese, e i tassi di inquinamento da sversamenti e costruzione abusivi, è un problema di non facile soluzione. Generalmente la politica, nel mentre si accredita di una elevata coscienza ambientale, si nasconde, per quanto riguarda l”inquinamento da rifiuti industriali tossici, dietro la presenza di organizzazioni criminali che dello smaltimento illegale di rifiuti, di ogni specie e di ogni provenienza hanno fatto il loro principale business criminale.

Come se il contrasto delle organizzazioni criminali e dei loro sporchi affari spettasse ad altri e non alle amministrazioni pubbliche, alle istituzioni, alla politica. Il nodo fondamentale è il controllo del territorio. Finora a spadroneggiare sono state le organizzazioni criminali che sembrano potersi muovere a proprio piacimento godendo della protezione dei cittadini come delle amministrazioni locali e di spezzoni deviati delle istituzioni. Con le tecnologie, anche satellitari, oggi a disposizione, appare francamente incredibile che non si riescano ad interrompere traffici che utilizzano anche mezzi di grandi dimensioni.
A parte il fatto che bisognerebbe anche decidersi ad intervenire sulle fonti dei rifiuti tossici, vale a dire sulle industrie che li producono e che sono dislocate in tutta Italia.

Allo stesso modo, per quanto riguarda l”abusivismo edilizio, che in alcune zone del territorio – si pensi solo a luoghi come Ischia e Casalnuovo assurti agli onori delle cronache – si preferisce fare a scaricabarile dalla Regione, alla Provincia, ai Comuni e viceversa, senza mai affrontare la questione vera che è quella di una regolamentazione edilizia adeguata alle esigenze e alle aspettative delle popolazioni interessate. Il bisogno di casa, anzi il diritto alla casa, si configura in maniera diversa a seconda delle concrete situazioni territoriali, e, quindi, dovrebbe essere diversamente affrontato. In una area caratterizzata da forte spopolamento antropico si possono rendere più rigidi ed estesi i vincoli ambientali, come si può decidere di favorire il ritorno della popolazione, per evitare la desertificazione e l”abbandono, con opportune misure e adeguati incentivi.

È una decisione politica, meglio se supportata da ipotesi di sviluppo e di riqualificazione. In un territorio caratterizzato da forte e costante incremento della popolazione, anche per la particolare struttura economica e produttiva, bisognerebbe saper conciliare esigenze della popolazione e tutela del territorio, come delle attività economiche che ne costituiscono la peculiarità. Pensare ad un modello unico di intervento per la tutela urbanistica e paesaggistica di tutta la Regione o di ciascuna Provincia o di ogni singolo Comune è sbagliato oltre che velleitario, come dimostra il fallimento di tutte le politiche urbanistiche finora adottate.

Certamente dei criteri generali sono necessari, in una Regione che ha nel patrimonio paesaggistico, archeologico e monumentale la sua principale forza e ricchezza, ma la loro declinazione non può essere astratta rispetto alle esigenze concrete di ogni singola porzione di un territorio così ricco di peculiarità e diversità, storiche e ambientali.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

GIORGIO LA PIRA, SINDACO VERO

Da cittadini, usiamo la potente arma del voto per sfuggire ai lestofanti che si servono del popolo. Sul modello di La Pira, abbiamo bisogno di sindaci che “servono il popolo”.
Di Don Aniello Tortora

È in atto la campagna elettorale. Non ci sono progetti concreti. Quanti slogan, quante promesse, quante parole, per “abbagliare” gli elettori. Quanta gente, tenuta nel bisogno, è “costretta” a credere alle lusinghe dei candidati nei vari schieramenti. Ma la politica non è “servirsi della gente o dei poveri”: è avere i poveri come “nostri padroni”, direbbe S. Vincenzo De” Paoli.
Nella vita tutti abbiamo bisogno di testimoni-modelli da imitare. Questa settimana vorrei presentare a tutti i candidati la figura di un vero sindaco, che ha vissuto la sua vita politica a servizio del bene comune, della sua città, dei poveri ed è morto povero: La Pira.

Tra le tante preoccupazioni di Giorgio La Pira la casa e il lavoro occuparono il primo posto. Anche oggi, nel nostro territorio, soprattutto per le giovani coppie, comprare o affittare una casa sembra diventato un sogno e il lavoro precario impedisce a tanti giovani di realizzarsi.
Nel 1954 La Pira inaugurava la città satellite dell’Isolotto, una importante risposta data dalla sua amministrazione al gravissimo problema abitativo (“non case ma città”, un esempio di buona edilizia residenziale pubblica).

Nel consegnare le chiavi ai primi inquilini disse: “Amate questa città come parte integrante, per così dire, della vostra personalità . Voi siete piantati in essa e in essa saranno piantate le generazioni future che avranno in voi radice. È un patrimonio prezioso che voi siete tenuti a tramandare intatto, anzi migliorato ed accresciuto, alle generazioni che verranno”. “Ogni città – aggiunse – racchiude in sè una vocazione ed un mistero: ognuna è nel tempo una immagine lontana della città eterna. Amatela dunque come si ama la casa comune destinata a voi e ai vostri figli”.

“La città è una casa comune –dice ancora La Pira – in cui tutti gli elementi che la compongono sono organicamente collegati; come l’officina è un elemento organico della città , così lo è la Cattedrale, la scuola, l’ospedale. Tutto fa parte di questa casa comune. Vi è dunque una pasta unica, un lievito unico, una responsabilità unica che è collegata ai comuni doveri”. “Il nostro compito di guide delle città è pensare, è essenzialmente quello di meditare: se non meditiamo siamo soltanto dei direttori generali”.

I diritti sociali sanciti dalla Costituzione non possono restare, per La Pira, sulla carta. Il concreto impegno -prima nel governo, poi nella amministrazione della città- lo mettono a confronto con le realtà della disoccupazione, della malattia, dei problemi abitativi ecc.: “Ho un solo alleato” (scrive nei suoi appunti nel 1961 in preparazione della visita di Gaitskell in Palazzo Vecchio): “la giustizia fraterna quale il Vangelo la presenta. Ciò significa:
1) lavoro per chi ne manca
2) casa per chi ne è privo
3) assistenza per chi ne necessita
4) libertà spirituale e politica per tutti
5) vocazione artistica e spirituale di Firenze nel quadro universale della città cristiana ed umana”.

Mentre procedeva il vasto programma di costruzione di alloggi popolari, la città si trovava di fronte all”emergenza degli sfratti e, in generale, della carenza di alloggi. Dopo aver chiesto una graduazione degli sfratti per poter governare l”emergenza, e non aver ottenuto risposta positiva, La Pira si rivolse ai proprietari di affittare al Comune un certo numero di abitazioni non utilizzate. In mancanza di una disponibilità in tal senso, ordinò la requisizione degli immobili stessi, basandosi su una legge del 1865 che dà la facoltà al Sindaco di requisire alloggi in presenza di gravi motivi sanitari o di ordine pubblico.
È l”amico magistrato Gian Paolo Meucci che lo aiuta a scovare questo appiglio giuridico che è alla base della ordinanza di requisizione. Naturalmente l”iniziativa scatenò polemiche violentissime alle quali La Pira rispose con un appassionato intervento in Consiglio Comunale.
Quanto alle denunce che furono sporte in quella occasione (tutte peraltro successivamente archiviate perchè giudicate infondate), La Pira così si espresse in una lettera aperta ad Ettore Bernabei direttore del “Giornale del Mattino”:

“Devo lasciarmi impaurire da queste denunce penali che non hanno nessun fondamento giuridico –e tanto meno morale- o devo continuare, e anzi con energia maggiore, a difender come posso la povera gente senza casa e senza lavoro? (:) Un sindaco che per paura dei ricchi e dei potenti abbandona i poveri –sfrattati, licenziati, disoccupati e così via- è come un pastore che, per paura del lupo, abbandona il suo gregge”.

Per La Pira il diritto al lavoro è, dal punto di vista sociale, uno dei fondamentali diritti di cittadinanza posti dalla Costituzione alla base della comunità civile; da un punto di vista economico (seguendo la scuola di Keynes) è il cardine di un sano stimolo della produttività (la disoccupazione di massa provoca una circolazione monetaria senza corrispettivo di produzione ed è, perciò, quando si prolunga, causa di inflazione).

Da un punto di vista morale e religioso, infine, esso è un imperativo categorico (“Se io sono uomo di Stato il mio no alla disoccupazione ed al bisogno non può che significare questo: -che la mia politica economica deve essere finalizzata dallo scopo dell”occupazione operaia e della eliminazione della miseria: è chiaro! Nessuna speciosa obbiezione tratta dalle c. d. “leggi economiche” può farmi deviare da questo fine”).

E a De Gasperi, che lo accusava di fare con le sue prese di posizione a fianco degli operai il gioco dei comunisti, risponde: “Il gioco dei comunisti lo fanno tutti coloro – operatori economici ed uomini politici – che disconoscendo la santità e l”improrogabilità del pane quotidiano (procurato col lavoro) gettano nella disperazione e nella radicale sfiducia i deboli”.
Numerose sono le occasioni in cui La Pira si è trovato a fronteggiare situazioni in cui la difesa di questi diritti si urtava ad ostacoli formidabili. Emblematico è rimasto il caso Pignone.

La nostra gente ha bisogno di nuovi “La Pira” e non di lestofanti che “si servono del popolo”, ma non “servono il popolo”. E quindi:non servono alla società e al nostro territorio. È compito anche di noi cittadini “aprire gli occhi” e usare bene, con libertà e coscienza la grandissima arma che la democrazia mette ancora una volta nelle nostre mani: il voto.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI STUPRI IN CARCERE

Torniamo a parlare di realtà socio-penitenziaria, ed in particolare degli aspetti che fanno di essa un vero e proprio mondo a parte rispetto alla società civile.

Legato a filo doppio al problema dei suicidi in carcere, aumentato negli ultimi anni in misura esponenziale, vi è una problematica spesso sottovalutata: questa ha come scenario le quattro mura di un penitenziario e concerne gli stupri e gli abusi sessuali sui detenuti.
Oltre al problema del sovraffollamento, della mala-organizzazione, della mancanza di una vera rieducazione all”interno della struttura carceraria, maggiormente noti ai più, vi è difatti quello degli abusi sessuali, talvolta ripetuti, del quale spesso e volentieri omettono di parlare anche le stesse associazioni umanitarie, nel tentativo di celare una realtà gravemente intollerabile.

Il gruppo Everyone (fonte igmpress.it) ha raccolto una serie di dati impressionanti, attraverso interviste e dichiarazioni rilasciate da detenuti delle più svariate carceri italiane, che hanno raccontato storie di abusi sessuali e maltrattamenti, i quali crescono in misura esponenziale quanto più il detenuto è giovane d”età, esteticamente gradevole e, soprattutto, neorecluso.
Addirittura è possibile sostenere che, in relazione alla percentuale di stupri che si registrano ogni anno in tutta Italia, ben il 40% si verifichi all”interno delle case circondariali italiane, dove è possibile registrare qualcosa come tremila casi di abuso, e riduzione alla schiavitù sessuale, nell”arco di un anno.

Come alcuni, giovanissimi detenuti hanno raccontato a EveryOne il giovane ristretto, specie se di aspetto gradevole, viene costretto a subire una volta entrato in carcere tutta una serie di violenze, essendo costretti a diventare la “donna” di un detenuto, solitamente quello con maggiore potere coercitivo all”interno del penitenziario, o in alternativa di venir sottoposto a continui abusi sessuali, da parte di più detenuti, sempre sulla scorta di presunti ruoli gerarchici che individuano la vittima ed il relativo carnefice.

Per questi giovani, spesso l”unico modo per cercare di sottrarsi al crescendo di violenza è l”autolesionismo: in una forma di reazione assolutamente estrema, ci si taglia il viso, le braccia, le mani, fino a giungere a gesti estremi nei casi più gravi.
L”aspetto più grave del problema, tuttavia, è quello che vede la violenza esercitarsi sotto gli occhi dell”intera popolazione carceraria, guardie penitenziarie comprese, ritenendola probabilmente una specie di “accessorio” della pena da scontare nonchè, ed è l”aspetto più preoccupante, espressione del potere maschile ed esercizio legittimo di quest”ultimo.

Nonostante diversi, innumerevoli studi abbiamo dimostrato la forte correlazione tra abusi sessuali e tasso di suicidi all”interno della struttura penitenziaria, la cosiddetta società civile continua ad essere sorda a queste, ed alle altre problematiche, che restano relegate in un angolo, nelle coscienze e nella penna del legislatore.

Spesso difatti in situazioni come questa si preferisce far finta di nulla, rimanere a guardare, facendo si che la realtà penitenziaria rimanga avulsa rispetto alla società civile, cementando la propria natura di “mondo a parte” dove tutto è permesso, dove tutto viene legittimato, ma dove nessuna reale, concreta opera di rieducazione avverrà mai. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet. Fonte info: Il Carcere Possibile Onlus- Napoli).

GLI ARGOMENTI TRATTATI

DAL BUIO AL SILENZIO: SCOPRIRE REALTÁ COMPLESSE E PROFONDE

Parlare della sordità come una diversa abilità e non come una disabilità.
Di Annamaria Franzoni

“Figli Di Un Dio Minore”, il film drammatico dell”allora esordiente regista R. Haines, sensibile e intenso, ha parlato al cuore degli adolescenti / spettatori del liceo Mercalli sia per la sua capacità di presentare la sordità, davvero come una “diversa abilità” e non come una “disabilità”, sia per l”efficacia della sua trama coinvolgente e per la simpatia che James e Sara hanno stimolato nei giovani allievi.

Nel corso della raccolta delle riflessioni, che seguono quelle dei giorni passati su “Rosso come il cielo” (VEDI), Luca ha sostenuto che questo film è stato coinvolgente e toccante, poichè ci ha fatto riflettere su come si può amare una persona, nonostante ci sia una diversità, l’ importante è che essa non prenda il sopravvento e si trasformi in un limite.

Per Ciro ha costituito la possibilità di riflettere sulle condizioni di vita delle persone non udenti e di quanto sia lontano da lui “il mondo del silenzio”. Ha pensato a come la sua giornata sia scandita dai suoni: dalla sveglia del mattino, al telegiornale mentre si prepara,alla voce della mamma, ai clacson e ai rumori delle macchine mentre raggiunge la scuola, alle parole dei professori e dei compagni a scuola, al caos dell”intervallo. Ha ricordato la casa invasa da voci e suoni: alla televisione accesa l”intera giornata, alle parole scambiate con gli altri, al telefono che squilla. Il pensiero di una vita senza suoni lo impaurisce.

Inoltre è stato anche sottolineato che la società moderna pur facilitando la vita dei non udenti attraverso le tecnologie, si è, tuttavia, allontanata da queste persone affidando solo ad ausili tecnologici il compito di avvicinarli al nostro stile di vita, ormai sempre più distante dal loro.
Roberta, infine ci ha offerto la sua emozione di dispiacere provata quando Sarah, si è sentita non accettata da James nonostante egli ritenesse di fare il massimo per accoglierla con la sua difficoltà.

Con diverse parole e tra una riflessine e l”altra abbiamo infine condiviso il pensiero che l”amore , la tenacia e la costanza riescono a superare , anche se talvolta con grandi sofferenze , ogni difficoltà e su questa riflessione ci siamo salutati in attesa del prossimo appuntamento dei Mercoledì di scuole aperte al Mercalli.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

UNA MADRE PERPLESSA

In una lettera in redazione, una lettrice chiede l”aiuto del prof. Forcillo, per risolvere alcuni dubbi circa il comportamento del figlio di 12 anni. “Con la bugia l”adolescente cerca di sottrarsi alle difficoltà”.
Di Silvano Forcillo

Una nostra lettrice si chiede, se il fatto che il figlio di 12 anni, che frequenta la seconda media, con buoni risultati, nasconda i compiti assegnati a scuola per casa, sia l”effetto del troppo amore e dell”esagerato permissivismo dato da lei stessa e dal padre, nello sforzo che essi compiono per rendergli la vita serena, facilitata, senza fargli mancare nulla.

In un precedente articolo (“Avere un figlio adolescente”, del 19/12/2009) ho già avuto modo di considerare molti aspetti del problema sottopostoci dalla nostra lettrice, tuttavia, l”argomento, così posto, richiede ulteriori riflessioni, che desidero offrire all”attenzione dei nostri cari lettori.

Gli adolescenti che, nell”ambito della propria famiglia, dicono sempre la verità, o mantengono sempre un comportamento irreprensibile devono seriamente preoccupare i genitori.

Le scoperte sessuali e sentimentali, le amicizie, le “cotte”, la vita di gruppo e le trasgressioni, infatti, sono esperienze difficili, dolorose e vergognose da comunicare agli adulti e, in particolar modo, ai propri genitori. Si può dire che, l”adolescenza inizia proprio quando il ragazzo, pur a costo di mentire, nascondere, o travisare la realtà dei fatti, tenta di tutelare il suo “spazio vitale interiore e privato“, dal quale volutamente e duramente esclude i genitori e gran parte delle figure adulte verso le quali non nutre stima e fiducia. L”adolescente in questa fase di crescita e di sviluppo personale è impegnato, con paura, disagio e preoccupazione a realizzare la propria autonomia affettiva, amicale e sociale ed è per questo motivo che riesce facilmente a sopportare una grande quantità di segreti, di bugie, tenendo una buona parte della sua vita amicale e relazionale, fuori dalla famiglia. È in questo periodo, infatti, che l”adolescente comincia a sottrarsi alla vista e allo sguardo dei genitori, cerca di trascorrere la maggior parte del tempo fuori di casa, o davanti al computer, o al cellulare.

Con la bugia, il nascondimento o la trasgressione l”adolescente cerca di sottrarsi alle difficoltà e alle responsabilità, ma soprattutto cerca di sfuggire al controllo dei genitori per garantirsi la segretezza e il rispetto della propria libertà personale. Per questo motivo anzichè affrontare le situazioni, le discussioni o le difficoltà che, lo vedrebbero, impreparato, insicuro e perdente, preferisce “evitare” e “rimandare“. Pertanto, visti sotto questo diverso punto di vista, la bugia o il nascondimento diventano per il ragazzo un modo facile e indolore di “prendere tempo”, per difendersi e non avvertire il disagio e l”ansia.

Altre volte la bugia s”identifica con la disobbedienza, quando obbedire significa fare ciò che viene richiesto e imposto, rinunciando al proprio piacere per il dovere e il sacrificio e per il raggiungimento di obiettivi e scopi futuri, che per l”adolescente non hanno ancora senso e quindi, la mancanza di obbedienza per l”adolescente non è necessariamente un dato negativo, ma un tentativo di raggiungere la propria autonomia.

Pertanto, la capacità di “mentire” può essere considerata una conquista cognitiva attraverso la quale l”individuo cerca la sua posizione e la sua indipendenza nel contesto familiare. Questo esercizio permette di sviluppare un proprio modo di pensare e di porsi, ma anche trovare le abilità e le strategie sociali, che aiuteranno il giovane ad esprimere la sua autonomia in modi socialmente accettabili. A partire dall”adolescenza, quindi, motivo psicologico caratteristico della bugia è il bisogno di nascondere parti di sè; in questo caso essa viene utilizzata per proteggere un Sè ancora troppo insicuro per mostrarsi in pubblico e sapersi integrare e interagire con gli altri.

Mentire, in età adolescenziale, per lo sforzo cosciente che richiede, rappresenta una tappa evolutiva fondamentale: “infrangere l’ordine”, infatti, è un gesto trasgressivo consapevole che implica la capacità di tollerare, con le proprie sole forze, il peso della colpa e questo, spesso, avviene in totale solitudine e nello spazio introspettivo nel quale l”adolescente prende lentamente consapevolezza del Sè e, attraverso cui riuscire ad accettare lentamente la realtà e le difficoltà che essa comporta.
Un adolescente che non è in grado di sottrarsi allo sguardo dei genitori, che chiede sempre conferma e approvazione in ogni sua scelta, o in ogni decisione da prendere, evidenzia, con il bisogno di dover sempre condividere e raccontare ogni sua esperienza esistenziale ed emotiva, la difficoltà di rendersi autonomo affettivamente e indipendente dagli altri.

È questo, oggi, uno dei difficili compiti dei genitori: aiutare i figli tentando di adattarsi il più possibile alle loro esigenze, ai nuovi bisogni e alle richieste evolutive, in altri termini, occorre che i genitori abbiano il coraggio e la fiducia di lasciare i figli un po” più da soli e, un po” di più da soli con sè stessi. Solo se la bugia è sistematicamente gratuita e il comportamento evitante è continuo, i genitori devono preoccuparsi, perchè ciò vuol dire che l”adolescente si trova nella difficoltà, o nella paura di accettare la realtà e le problematiche che essa richiede di affrontare e superare. In questo caso, infatti, l”adolescente che ritarda, o pensa che è meglio ritardare la propria crescita attestandosi nel suo mondo “fantastico” e “irreale”, mentendo a sè stesso e agli altri, resta pericolosamente incatenato al suo falso sè che continuerà a impedirgli di crescere e di responsabilizzarsi.

Ecco perchè, nell”ottica di una sana crescita evolutiva e di una efficace maturazione psicologica è importante fare l”esperienza della menzogna, del tradimento della fiducia dei genitori, come di deludere le loro aspettative. In altre parole è necessario arrivare, attraverso queste modalità comportamentali, alla metaforica, sofferta e dolorosa uccisione dei genitori per potere, cominciare a creare la propria autonomia affettiva, sociale e lavorativa.

Tutti abbiamo bisogno di segretezza, di intimità e di riservatezza e l”ineluttabile soddisfacimento di questo bisogno riguarda tutte le età, non solo l”adolescenza, perchè nei momenti vuoti, lontano dai rumori, dal fare, dal pensare, dall”agire e dai condizionamenti esterni, ogni “Essere Umano” è in contatto con il proprio modo di essere e di sentire ed è solo in questo luogo e spazio, che ognuno si ritrova, si riconosce e si autorealizza.
(Fonte foto: Rete Internet)

ARTICOLO CORRELATO

LA NOSTRA CRISI. NON É DEL MALE L’ULTIMA PAROLA

Lo sviluppo delle nostre terre è frenato dalla criminalità organizzata, che detta l”agenda a politica ed economia e ha messo in crisi la democrazia italiana. Ma non tutto è perduto!
Di Don Aniello Tortora

È stato pubblicato, di recente, un nuovo documento della Chiesa italiana sulla “questione meridionale”, mai risolta, ritornata, anzi, prepotentemente alla ribalta.
I vescovi italiani denunciano, ancora una volta, i mali atavici del Sud: la disoccupazione, il lavoro nero, la povertà delle famiglie, l”emigrazione dei giovani, il familismo e l”omertà, il “cancro” delle mafie, l”inadeguatezza delle classi dirigenti, il dissesto ambientale. Questi problemi drammatici, aggravati dalla crisi economica e dall””egoismo individuale e corporativo” cresciuto in tutto il Paese, rischiano “di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”.

“Ma non è del male l”ultima parola. Nella Chiesa e nella società del Sud ci sono risorse di socialità, cultura, spiritualità, che alimentano la speranza del riscatto oltre “ogni forma di rassegnazione e fatalismo”.
Ed è proprio con un invito “al coraggio e alla speranza” che si conclude il documento della Cei “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, che riprende “la riflessione sul cammino della solidarietà nel nostro Paese” a vent”anni dalla pubblicazione del documento “Sviluppo nella solidarietà” (1989).

I vescovi constatano il “perdurare del problema meridionale” che oggi, come vent”anni fa, chiama la Chiesa italiana agli “ineludibili doveri della solidarietà sociale e della comunione ecclesiale”. Le “genti del Sud” devono essere “le protagoniste del proprio riscatto, ma questo non dispensa dal dovere della solidarietà l”intera nazione”, disse Wojtyla nel 1995 al Convegno ecclesiale di Palermo.
Il documento passa in rassegna, a questo punto, i cambiamenti avvenuti in questi ultimi venti anni: la geografia politica, il venir meno del sistema delle partecipazioni statali, la fine dell”intervento straordinario della Cassa del Mezzogiorno, il sistema di rappresentanza nel governo degli enti locali, l”avvio della privatizzazione delle imprese pubbliche, i tanti migranti giunti dall”Africa, dall”Asia, dall”Est Europa che hanno trovato nel Sud “il primo approdo della speranza”.

La realtà del Sud, scrivono, ancora, i vescovi, è quella di uno “sviluppo bloccato” dove gli aiuti che arrivano non sempre sono ben utilizzati; dove l”elezione diretta degli amministratori locali “non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell”amministrazione della cosa pubblica”; dove la condizione femminile soffre ancora emarginazione e discriminazioni, dove ecomafie, crisi dell”agricoltura, fragilità del territorio e dell”economia pongono ulteriori impedimenti al vero riscatto e impediscono al Sud di assumere il protagonismo che gli compete nel cuore del Mediterraneo e in Europa. Queste emergenze invocano un “federalismo solidale, realistico e unitario” capace di responsabilizzare il Sud rafforzando l”unità del Paese: un orizzonte cruciale, nell”imminenza “del 150° anniversario dell”unità nazionale”.

A questo punto i vescovi denunciano il vero problema, che impedisce lo sviluppo del Sud: la criminalità organizzata.
Essa, ormai ramificata in tutto il Paese, “non può e non deve dettare i tempi e i ritmi dell”economia e della politica meridionali, diventando il luogo privilegiato di ogni tipo di intermediazione e mettendo in crisi il sistema democratico del Paese”. “Le mafie sono la configurazione più drammatica del male e del peccato”, scrivono i vescovi: non mera “espressione di una religiosità distorta” bensì “strutture di peccato”, “forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione”.

Nella società e nella Chiesa ci sono risorse culturali e spirituali per il cammino del riscatto. La Chiesa, in particolare, sta con “quanti combattono in prima linea per la giustizia sulle orme del Vangelo e operano per far sorgere”, come chiese Benedetto XVI il 7 settembre 2008 a Cagliari, “una nuova generazione di laici cristiani” al servizio del bene comune. Consapevole di essere “fattore di sviluppo e di coesione” sociale, la Chiesa si sente chiamata alla sfida educativa e alla trasformazione delle coscienze, testimoniando lo stile della condivisione e della comunione anzitutto al proprio interno. Il problema della sviluppo non è solo economico: è “etico, culturale, antropologico”.

Perciò la Chiesa si impegna ad “alimentare costantemente le risorse umane e spirituali” da investire nella “cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell”illegalità”.
Dunque: “L”esigenza di investire in legalità e fiducia sollecita un”azione pastorale che miri a cancellare la divaricazione tra pratica religiosa e vita civile e spinga a una conoscenza più approfondita dell”insegnamento sociale della Chiesa, che aiuti a coniugare l”annuncio del Vangelo con la testimonianza delle opere di giustizia e di solidarietà”.

È questo il grande compito cui siamo tutti chiamati, uomini e donne del Sud, ma particolarmente noi cristiani. Essere, cioè, credibili testimoni di legalità e di solidarietà. Il Sud ci appartiene e tutti dobbiamo diventare protagonisti del suo sviluppo che è “di tutto l”uomo e di tutti gli uomini”.
(Fonte foto: Rete Internet)

UN VOTO PER CAMBIARE CHE?

0

Dai manifesti si chiede il voto “in nome del popolo”. Ma questo popolo è stufo e fuori dai giochi: è un popolo bue. Attenti agli schizzi.

Caro Direttore,
è arrivata anche la scadenza per la presentazione delle liste alle prossime elezioni regionali. Avrei preferito essere smentito e sbeffeggiato; invece, ancora una volta, ho vestito gli abiti di Cassandra (“Di Cassandra si innamorò Apollo, che per avere le sue grazie promise di insegnarle l”arte della profezia; così Cassandra imparò la mantica, ma continuò a negarsi al dio: e Apollo fece in modo che le sue profezie non venissero mai credute”, Apollodoro, Biblioteca, III).

Come avevo (facilmente) previsto, infatti, gli elenchi dei candidati, da qualche giorno depositati in prefettura, sono per la maggior parte accomunati dall”unico simbolo indelebile e trasversale del “tengo famiglia”. C”è di tutto: mogli, amanti, figli, nipoti, cognati, veline, velone, inquisiti, meteorine e segretarie molto particolari. Ora, poi, nei prossimi giorni, ci troveremo ad affrontare la carica del manifesto selvaggio. E se uno avesse avuto l”accortezza di conservarsi qualche pubblicità delle passate competizioni elettorali (santini o schede fac simile), oggi si troverebbe, quasi, ad impazzire, nel constatare i salti della quaglia da una coalizione all”altra (talvolta con ritorno), da un partito all”altro (talvolta con ritorno).

Stamattina, quando sono sceso a comperare il giornale, ho visto già tre gigantografie di candidati, che implorano uno voto “per la loro storia”, che o ci fa andare avanti o ci fa riprendere il futuro o ci restituisce la partecipazione (ed altri slogan simili senza senso). Credimi, Direttore, per tutti e tre quei candidati, non sarebbero bastati i partiti dell”arco costituzionale: infatti, sono stati –in tempi diversi, a seconda di come fischiava il vento e degli interessi di bottega- a sinistra, a destra, al centro ma “sempre nell”interesse del popolo!”.

Se vai a vedere, Direttore, tutti coloro che si presentano alle elezioni hanno una buona posizione finanziaria alle spalle. E sì, perchè, oggi, per far politica bisogna esser ricchi o, almeno, avere la capacità di sapersi procurare i denari necessari ad affrontare una competizione dispendiosa, non per le energie ma per le cene, i regali, i pacchetti di voti, i manifesti, gli striscioni, i palchi, i locali, le kermesse, i santini, i santoni e i caporioni. Ovviamente, questo sperpero, questo dissanguamento deve pur avere uno scopo, anzi due. Uno è quello di natura più marcatamente venale: ogni investimento deve essere redditizio; se investo dieci, mi deve rientrare almeno il doppio!

Un altro è di natura (pseudo) ideologico (l”ho sentito pronunciare qualche giorno fa da un eminente uomo politico): sostenere l”esercito del bene contro l”esercito del male! “Compagno, io non ti volevo uccidere. E se tu saltassi un”altra volta qua dentro, io non ti ucciderei, purchè anche tu fossi ragionevole. Ma prima tu eri per me solo un”idea, una formula di concetti, che determinava quella risoluzione. Io ho pugnalato codesta formula. Soltanto ora vedo che sei un uomo come me.”, (Erich Maria Remarque, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, Mondadori, 1974).

Quale sarebbe, poi, l”esercito del bene e quale quello del male, non lo so. So soltanto che, così, passa l”idea (ormai, ci credono un po” tutti!) che la nobile arte della politica è solo una guerra di interessi, non importa se combattuta da eserciti o da compagnie di ventura, da “ndrine o da holding. E, di conseguenza, per far politica, non necessitano persone perbene (perchè, secondo la vulgata corrente, gli onesti sono fessi) ma furbi, imbroglioni, calcolatori, altrimenti definiti anche figli di zoccola.

Caro Direttore, io, come te, vivo dello stipendio. Per gli anni di servizio e per il mio profilo professionale percepisco, mensilmente, più di te, però, vivo male. Arrivo sempre con l”acqua alla gola a fine mese. Ho dimenticato gli abiti delle boutiques, acquisto ai mercati di rione; ho bandito molti cibi prelibati, mangio surgelati; anche le scarpe me le vado a scegliere nei grandi centri commerciali o a Poggioreale (sempre al mercato). E pensa quanta gente sta peggio di noi! Pensa a tutti quanti stanno perdendo il lavoro, a quanti non sono riusciti mai ad averlo, ai pensionati con cinque o seicento euro al mese:

Questi poveri derelitti non faranno mai una vacanza a Sharm el Sheik o in Kenya, non prenoteranno mai, con un anno d”anticipo, un”estate in Costa Brava e, nel caso avessero contratto un mutuo bancario, non sapranno come evitare la rete degli usurai o, se vuoi chiamarli diversamente –ma la sostanza non cambia- dei cravattai. Come si fa, Direttore, a chiedere a tutta questa sfortunata gente un voto per cambiare? Come si fa a giustificare, agli occhi di chi non ha un euro per un pezzo di pane, le spese per le consulenze sostenute dalle nostre istituzioni, quelle per i portaborse-parassiti di Palazzo, quelle per alimentare le società costituite dai parenti (soggetti attuatori per i grandi e i piccoli eventi, per le ristorazioni o per lavori di ristrutturazione), quelle erogate per rimborsi spese, viaggi di piacere o vacanze trascorse con familiari al seguito o amanti o escort?

Come si fa, Direttore, a giustificare a chi non può mangiare che per i tre giorni del G8 a l”Aquila sono stati spesi, per esempio, venticinquemila euro per la fornitura di accappatoi e asciugamani o trecentoquarantasettemila euro per la fornitura di televisori Lcd o ventiseimila euro per la fornitura di 60 penne edizione unica? È vero, la storia la scrivono sempre i vincitori e la raccontano a modo loro. La conquista del Santo Sepolcro, per esempio, raccontata dalla parte dei crociati, è un”eroica avventura di fede e di coraggio. Ibn Al-Athìr, uno storico arabo, racconta, invece, lo stesso fatto, fornendo una versione alquanto diversa:

“La popolazione fu passata a fil di spada e i Franchi stettero per una settimana nella terra, facendo strage dei Musulmani:Dalla Roccia predarono più di quaranta candelabri d”argento, ognuno del peso di tremilaseicento dirhem (moneta d”argento in uso nei paesi arabi), e un lampadario d”argento e più di venti d”oro, con altri innumerevoli prede”.

Caro Direttore, c”è un vecchio detto latino che ammonisce: “Hoc scio pro certo: quoties cum stercore certo, vinco seu vincor, semper ego maculor” (Una cosa è certa: quando ho da lottare col letame, ch”io vinca o perda, sempre mi imbratto!). È vero, ovunque ti giri, c”è letame (è un eufemismo!); però, anche questa volta, voglio dire in questa competizione elettorale, bisogna turarsi le narici, schivare quanti più schizzi di merda è possibile e sforzarsi di scegliere il meglio. Altrimenti è la fine della democrazia. Ed anche della libertà. Che è, poi, ciò che normalmente auspicano (solo che non lo dicono apertamente) i signori dei Palazzi insieme a quelli delle tessere e a quelli che da sempre non hanno conosciuto il senso della dignità e dell”amor proprio.
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

SEMPRE MENO “CHANCE” PER I MINORI A RISCHIO

Il Progetto Chance, condotto dai Maestri di Strada, per anni si è occupato del recupero dei minori a rischio. Purtroppo, le finalità del Progetto sono state annacquate dall”intervento della regione Campania, che ne ha snaturato la funzione…

L” Associazione Maestri di Strada ha tenuto un Seminario aperto tra educatori e cittadini sulla Metodologia del progetto Chance, presso l”Istituto Studi Filosofici a Palazzo Serra di Cassano (lo scorso Giovedì, ndr).

All”incontro hanno partecipato psicologi, docenti, educatori, genitori sociali che avendo, in varia maniera e misura, avuto esperienza del progetto hanno portato il loro contributo critico, nonchè docenti e operatori del terzo settore interessati alle sorti di un Progetto che per dodici anni si è occupato del recupero dei minori nei quartieri a forte disagio sociale.
Chance , fin dalla sua nascita si è fondato su ben precisi capisaldi teorici psicologici, pedagogici e didattici ed ha svolto, anche con il sostegno degli esperti del Dipartimento di Neuroscienze del II Policlinico, una continua riflessione su di essi fondata su pratiche condivise.

Il punto di forza del Progetto, di cui io stessa ho fatto parte, si è basato fin dalle prime esperienze, su una metodologia sperimentale, che necessita di una assidua documentazione e riflessione sulle esperienze condivise, sull”integrazione di professionalità multiple unite da emozioni, sogni, condivisioni e narrazioni comuni in una dimensione di cura e attenzione per comprendere e sostenere da angolazioni diverse soggetti complessi che vivono situazioni di difficoltà e tumulto emozionali.

Cesare Moreno, ultimo rappresentante del gruppo che ha diretto il progetto ha evidenziato quanto la Regione, che ha rilevato “Chance” abbia compiuto un”opera di negazione della sua storia, della sua esperienza, della sua identità, mostrandosi sorda alle oggettive esigenze che il Progetto deve rispettare per inseguire i suoi reali e concreti obiettivi.

L”eliminazione di figure professionali che hanno reso possibile la realizzazione della crescita di un ambiente educativo senza precedenti, oggetto di interesse nella ricerca universitaria internazionale, devastano il cuore stesso di Chance: scompaiono i “genitori sociali”, i “coordinatori pedagogici” e con essi l”idea che figure diverse con stili epistemologici diversi potessero generare la risoluzione di conflitti, momenti di mediazione, un”articolazione complessa e variegata di risposte a situazioni difficili di emergenza educativo- formativa.

Si è, quindi, provato a riflettere pubblicamente su un percorso durato anni per dare un senso al lavoro di un gruppo variegato di professionisti riflessivi che con elevato impegno ha provato a creare “una comunità di pratiche educative” nell”interesse della nostra complessa città e periferia che presenta un elevato numero di giovani emarginati, che purtroppo non diminuiscono.
(Fonte foto: Rete Internet)

SANT”ANASTASIA. LA POLITICA ED I PROBLEMI DEL PAESE: IL RUOLO DEI CITTADINI

neAnastasis e le elezioni: “bisogna lavorare per creare un tessuto sociale più vivo e cittadini più consapevoli. È diventato fondamentale dare voce agli interessi generali”.

Come cittadini siamo molto preoccupati per come si è aperta la campagna elettorale. Le tante candidature e la disinvoltura con cui si passa da uno schieramento ad un altro sembra più un regolamento di conti tra politici in contrapposizione tra loro che un reale prodigarsi per risolvere i problemi della gente. Sullo sfondo un paese abbandonato a se stesso con problemi enormi da risolvere.

Gli stessi problemi che, guarda caso, proprio questi candidati non sono stati in grado di affrontare nei loro lunghi anni di militanza politica. L”ultima esperienza amministrativa è un esempio eloquente di come anche la logica dell”alternanza abbia dato risultati disastrosi.
In questo scenario ci saremmo aspettati uno scatto di orgoglio da parte di tutta la classe politica per porre fine alla lenta agonia del nostro paese. Invece assistiamo ad una confusa torre di babele dove tutti dicono di avere la ricetta giusta, una gara ad affermare il proprio “io”.

Si potrebbe obbiettare che questa è la logica della politica. Ma noi non possiamo accettare che la politica si riduca a questo. Per noi la politica dovrebbe essere altro!
La nostra associazione (neAnastasis) si è interrogata a lungo sulla opportunità o meno di entrare nell”agone politico. Ci sembrava quasi un dovere farlo dopo aver portato per anni all”attenzione dei cittadini e delle istituzioni problemi importanti per la nostra comunità: i rifiuti, l”ampliamento del cimitero, la legalità, la viabilità, la trasparenza negli atti amministrativi, l”ambiente, il piano regolatore.

La difficile situazione ci ha persino spinto ad elaborare un”idea di un governo per la città che andasse al di là dei partiti: una tregua tra le forze politiche per mettere a disposizione della città le migliori energie disponibili. Il clima politico venutosi a creare l”ha resa però impraticabile. Alla fine abbiamo deciso di rimanervi fuori. Questo non per metterci alla finestra a guardare o per riservarci un ruolo di grillo parlante: piuttosto perchè convinti della necessità di lavorare per creare un tessuto sociale più vivo, cittadini più consapevoli del loro ruolo, capaci di condizionare la politica e non esserne condizionati.

Siamo convinti che la crisi profonda che attraversa i partiti stia creando un solco pericoloso sempre più profondo trai i cittadini e le istituzioni. La partecipazione da parte dei cittadini alla cosa pubblica è sempre più flebile e, quando c”è, spesso è legata ad interessi diretti. Un circolo vizioso che porta alla selezione di una classe politica spesso inadeguata. Inoltre, il voto dei cittadini continua ad essere imbrigliato in una rete che raccoglie consensi non per meriti ma con logiche inaccettabili: promesse mai mantenute o l”appartenere a clan familiari. Logiche antiche che mortificano la democrazia e non aiutano a liberare nuove energie nel paese.

Vogliamo svincolarci da questo modo di fare politica: dar voce agli interessi generali, rivendicare spazi e occasioni di democrazia partecipata. Rifiutiamo l”idea che la democrazia sia confinata solo in un”urna elettorale. Nella campagna elettorale avremo dunque un ruolo attivo. Impegneremo le nostre energie per dar voce ai problemi concreti della città. A tutti i candidati sindaci e consiglieri proporremo temi di interesse generale per conoscere il loro punto di vista, affinchè la campagna elettorale non sia un urlare di slogan vuoti. Cercheremo di impegnare i candidati ad un confronto che non si fermerà nemmeno quando saranno aperte le urne ma proseguirà per tutto l”arco della consiliatura.

Il primo atto di questa nostra presenza attiva alla campagna elettorale sarà l”incontro con i cittadini, le forze politiche e i candidati sul Piano Urbanistico Comunale il 5 marzo – ore 18,00 nella sala della biblioteca comunale. Con questa iniziativa daremo il via anche ad una collaborazione con il giornale on-line “ilMediano.it” che ospiterà una rubrica curata dalla nostra associazione sui temi in discussione nella città.
(Fonte foto: Wikipedia)