Come periodicamente succede, la nostra rubrica sospende i dialoghi tra i protagonisti che la animano, per rispondere a curiosità e quesiti che ci rivolgono i lettori.
Di Giovanni Ariola
Amalia R. di Mugnano scrive: “Ho sentito in una trasmissione televisiva a quiz che esistono nomi detti sovrabbondanti, in quanto hanno due plurali e si faceva l”esempio di braccio. Potrebbe indicarmene degli altri? Esistono nomi sovrabbondanti anche nel dialetto napoletano?”
Risposta: “Si definiscono sovrabbondanti nel plurale quei nomi che hanno appunto due plurali. Altri linguisti (Tullio De Mauro) chiamano s. anche “i sostantivi di genere sia maschile che femminile”. Questi ultimi sono definiti comunemente nomi di genere comune (es. il/la nipote, lo/la erede, il/la custode, il/la parente, il/la consorte:). Ecco un elenco, ovviamente non completo, di nomi sovrabbondanti nel plurale: anello (gli anelli, le anella), budello, calcagno, cervello, ciglio, corno, cuoio, dito, fondamento, fuso, ginocchio grido, labbro, lenzuolo, membro, muro, osso, urlo.
Si sarà notato che i nomi sono maschili al singolare e maschili e femminili al plurale.
“La desinenza del plurale femminile in –a è un residuo della desinenza del plurale neutro in latino; e infatti la maggior parte di questi nomi che nell”italiano hanno due forme di plurali, erano in latino di genere neutro (es. braccio brachium, pl. brachia):..Per lo più l”uso del plurale femminile in -a vale per il senso proprio, e l”uso del plurale maschile in -i vale per il senso figurato: “i bracci della sedia” e “le braccia del corpo”; “le budella d”un animale” e strade come budelli“;: “i cigli della strada” e “quella bambina ha delle ciglia meravigliose”:
Per alcuni nomi la desinenza del femminile è rimasta solo nell”uso di particolari modi di dire (“stare alle calcagna“; “tirare le cuoia“) o nell”uso letterario (anella, per “capelli inanellati”)” (S. Battaglia/V. Perticone, La Grammatica Italiana, Loescher Editore, Torino, 1971, pp. 130-131).
Anche nel dialetto napoletano esistono i nomi sovrabbondanti: p.e.”o lenzulo (o lunzulo, variante usata per lo più nella provincia napoletana, = il lenzuolo) ha due plurali: “e lenzule e “e llenzole. Il primo si usa nella enumerazione: es. duie o tre lenzule. Il secondo per indicare la coppia di lenzuola del letto. “Stammatina aggi” “a cagnà “e llenzole d” “o lietto” (= Stamattina debbo cambiare le lenzuola del letto).
I contadini di una volta, diciamo fino ai primi due decenni del secondo Novecento, usavano ancora “e lenzule “e sacco, formati da tre o quattro sacchi di iuta cuciti insieme, per diversi scopi. Distesi nei cortili, scomparse ormai le aie, vi si ammassavano sopra “e fasule (i fagioli) ancora nei loro baccelli, quando erano ben secchi, per poterli scugnare ( o scugnà = trebbiare, sbaccellare) agevolmente col vevillo ( o vavillo = arnese, formato di due bastoni di legno legati insieme da una correggia di cuoio, per battere il grano e simili, per trebbiarlo) ed evitare di farli venire in contatto col terreno. Servivano anche a coprire i mucchi di granodinio (o granorinio o granurinio = granone, granturco, mais), messo ad essiccare sopra gli astrece ( o astece = lastrici solari, solai di copertura delle case) per ripararli sia dalla rugiada notturna sia dalla pioggia.
Anche ai ragazzi era consentito (stavo per dire imposto) di salire sui tetti o del pianoterra o anche del primo piano della casa, mediante scale di legno non sempre in condizioni ottimali, a spandere il granturco fino al bordo estremo dell”astreco senza alcun parapetto (Che vertigini ora a ricordare e a ripensare!) o ad ammassarlo in un mucchio conico (si faceva a gara a chi lo faceva più regolare e più alto).
“E llenzole del letto si cambiavano di tanto in tanto, non troppo spesso, per la gran fatica nel lavarle. Quando si decideva, le donne di casa facevano “a culata (il bucato) e si cominciava a pregare dal giorno prima che l”indomani fosse bel tempo.(C”era chi era sfortunata e pronunciò la frase emblematica: Facesse na culata e ascesse “o sole!).
Sempre nell”ambiente contadino il bucato si faceva all”aperto nel cortile al centro o in un angolo del quale sorgeva la immancabile triade delle maeste (massaie): il pozzo, il forno e il lavatoio.
Recipiente usato per l”operazione era “o cupellone, un grosso mastello, nel quale si sistemavano i panni preventivamente lavati nel lavatoio ( e che serviva anche da vasca da bagno in estate per i ragazzini che venivano sceriati / =strofinati ben bene dalla testa ai piedi e liberati dalla sporcizia accumulata sulla pelle e sui piedi scalzi in una giornata di fatica e di pazzia/=gioco). Come detersivo per il bucato si usava la cenere. Si collocava alla sommità dei panni da lavare “o cenneraturo (o cennerale), un panno particolare dalla trama più fitta che facesse tuttavia passare la sostanza detergente della cenere, quando vi veniva versato sopra “o cenneraccio (miscuglio di acqua bollente e cenere).
Quindi, dopo un certo tempo, tolto il panno con la cenere, il risciacquo nel lavatoio, di nuovo riempito d”acqua, cavata dal pozzo attiguo, secchio dopo secchio, e alla fine “e llenzole, ridiventate immacolate ( o quasi) si stendevano sulle corde sempre nel cortile (A questo punto si levava al cielo un”altra preghiera apotropaica stavolta non solo per la pioggia ma anche per il vento che poteva sollevare polvere e sporcare i panni stesi, vanificando così tanta fatica).
E non era finita. Le donne, se con il tempo andava bene, appena le lenzuola cominciavano ad asciugarsi, procedevano alla stiratura a mano. Si afferravano i due lembi inferiori del lenzuolo con la mano sinistra e con la destra si passava più volte sulla stoffa fino a stirarla. Olio di gomiti insomma. Ora “e llenzole, odorose di pulito, si potevano piegare e riporre.
Luigi G. di Napoli scrive: “Vorrei un”informazione su Sanremo. Non si spaventi e non faccia quella faccia disturbata. Non intendo parlare del chiacchieratissimo (da parte di persone che fanno questo per mestiere o che non hanno niente di meglio da fare e devono risolvere in qualche modo il problema della noia quotidiana) festival canoro, tanto meno di certi personaggi di più o meno alto lignaggio e con nelle vene il cosiddetto e oggi risibile sangue blu. Più modestamente, avendo deciso di passare un finesettimana sulla riviera ligure, frugando tra le varie offerte di alloggio, mi è capitato di leggere su internet una doppia forma del nome della ridente cittadina: Sanremo e San Remo. Mi può dire qual è la forma esatta?”
Risposta: Sì, è vero esistono tuttora le due forme e possiamo dire che convivono pacificamente, anche se ufficialmente a livello istituzionale è stata adottata la parola unica, ossia Sanremo. La cosa curiosa è che San Remo, come santo, pare non esista, non solo ma che sia venuto fuori addirittura dalla pronuncia dialettale di :San Romolo, santo vescovo di Genova, intorno al V secolo dopo Cristo, e oggi suo patrono.” Ma lasciamo la parola al dotto linguista Aldo Gabrielli che, conoscendo bene tale questione per il fatto che abitava di tanto in tanto in un paese vicino, Arma di Taggia, ridente località balneare, ne ha dato una lucida quanto sintetica spiegazione:
“Questo gioiello della Riviera ligure, nel lontano medio evo, era un borgo fortificato contro le continue incursioni saracene, e si chiamava infatti Castrum Sancti Romuli, fortezza di San Romolo. In dialetto il nome Romolo si alterava tanto da essere più vicino a Remo che a Romolo: San Romu, con la normale caduta della sillaba finale, e l”alterazione tipicamente ligure della vocale o:da leggersi pressappoco e; ma non era logico , traducendo in italiano, sostituire addirittura Remo con Romolo. Di qui la necessità di creare quasi un nome nuovo:.E questo nuovo nome non può essere che Sanremo, in una parola sola, che rispetta l”antica pronuncia locale di Romolo ma non crea un santo che non c”è.” (Aldo Gabrielli, “Il museo degli errori/ L”italiano come si parla oggi”, Mondadori, Milano, 1977, pp. 85- 86).
LINGUA IN LABORATORIO