L’OMOLOGAZIONE RASSICURA, LA DIVERSITÁ SPAVENTA

Grazie al film “L”ottavo giorno”, gli studenti del Mercalli si sono immersi nel complesso mondo della diversità, scoprendo dolcezza e semplicità.
Di Annamaria Franzoni

Attraverso una trama drammatica, ma sempre sul filo della dolcezza e della semplicità dei sentimenti il regista Jaco Van Dormel ha condotto il gruppo degli allievi del Liceo Mercalli in un”altra esperienza nel mondo complesso della diversità talvolta negletta, talvolta foriera di processi di crescita e di liberazione, come nello splendido film “L”ottavo giorno” del 1996 (nella foto, un frame).

Le vite di Harry, impegnato e stressato uomo d”affari di grande successo e di Georges, down fuggito dall”istituto che lo accoglie da quando ha perso la mamma, si intrecciano per un fortuito caso e mentre Harry fa sempre “ciò che si deve come si deve”, come la società gli impone, Georges fa “quello che vuole, come vuole”. Pertanto in questa trama fantasiosa e spesso irreale è l’emarginato, che aiuta l’integrato a cambiare e a liberarsi.

Alla fine della proiezione l”emozionalità è stata altissima perchè il film ha toccato il vissuto di alcuni che, a fatica, tra sospiri e lacrime ci hanno offerto la loro splendida esperienza vissuta con persone down, della quale come Harry si sono arricchiti. Ognuno ha raccontato una storia: quella di A. di 22 anni e quella di C. di 14 anni sono state particolarmente commuoventi e hanno consentito di offrire un”esperienza di amore grande a tutto il gruppo riunito in cerchio, all”interno del quale anche chi non li conosceva li ha adottati come amici da cui apprendere l”amore, quello vero, puro e incondizionato.

Le riflessioni più belle si possono così riassumere: il mondo per loro è un splendida fiaba, il nostro mondo è imperfetto per la loro purezza! L”irrealtà del mondo che li caratterizza li porta a dover essere isolati e nel loro isolamento non provano odio, anche quando sono emarginati e rifiutati.
Dalla loro purezza, dalla loro semplicità quanto potremmo imparare! Forse per questo Dio riservò un giorno a parte per la loro creazione?

Gli aspetti onirici del film sono risultati suggestivi, anche se inizialmente sono apparsi “strani”, ma poi nel corso della discussione sempre più “comprensibili” ai ragazzi, che hanno apprezzato moltissimo sia il testo cinematografico che le scelte del regista: la metafora della creazione del mondo, rivista in apertura del film da Georges e nel finale da Harry; il topo che canta l”opera, così come la scelta del ricorrente motivo popolare di Luois Mariano, il suo idolo messicano che si esibisce sul cofano dell”auto o altrove a mezz”aria, che inneggia alla figura materna , la sola che aveva dato a Georges amore incondizionato.

Molto abbiamo anche riflettuto sul manager, tanto attuale, che insegna agli aspiranti dirigenti della banca come convincere il cliente, facendogli apparire di essere uguale a lui, sorridendo sempre e soprattutto imitandolo persino nei tic, oltre che negli atteggiamenti e nel linguaggio.
L”altro si sente rassicurato nell”omologazione, teme il diverso!
Dal nostro circle time è, in conclusione, emerso che “se l”anormalità ci contagia, la normalità si avvantaggia” perchè la arricchisce e la migliora con un apporto di genuinità , semplicità e ci aiuta ad uscire da mondi falsamente ovattati e lontani dai reali bisogni dell”essere umano, sempre più presenti nell”attuale società.
(Fonte foto: Rete Internet)

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

RISPOSTE AI LETTORI

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Come periodicamente succede, la nostra rubrica sospende i dialoghi tra i protagonisti che la animano, per rispondere a curiosità e quesiti che ci rivolgono i lettori.
Di Giovanni Ariola


Amalia R. di Mugnano scrive: “Ho sentito in una trasmissione televisiva a quiz che esistono nomi detti sovrabbondanti, in quanto hanno due plurali e si faceva l”esempio di braccio. Potrebbe indicarmene degli altri? Esistono nomi sovrabbondanti anche nel dialetto napoletano?”

Risposta: “Si definiscono sovrabbondanti nel plurale quei nomi che hanno appunto due plurali. Altri linguisti (Tullio De Mauro) chiamano s. anche “i sostantivi di genere sia maschile che femminile”. Questi ultimi sono definiti comunemente nomi di genere comune (es. il/la nipote, lo/la erede, il/la custode, il/la parente, il/la consorte:). Ecco un elenco, ovviamente non completo, di nomi sovrabbondanti nel plurale: anello (gli anelli, le anella), budello, calcagno, cervello, ciglio, corno, cuoio, dito, fondamento, fuso, ginocchio grido, labbro, lenzuolo, membro, muro, osso, urlo.

Si sarà notato che i nomi sono maschili al singolare e maschili e femminili al plurale.

“La desinenza del plurale femminile in –a è un residuo della desinenza del plurale neutro in latino; e infatti la maggior parte di questi nomi che nell”italiano hanno due forme di plurali, erano in latino di genere neutro (es. braccio brachium, pl. brachia):..Per lo più l”uso del plurale femminile in -a vale per il senso proprio, e l”uso del plurale maschile in -i vale per il senso figurato: “i bracci della sedia” e “le braccia del corpo”; “le budella d”un animale” e strade come budelli“;: “i cigli della strada” e “quella bambina ha delle ciglia meravigliose”:

Per alcuni nomi la desinenza del femminile è rimasta solo nell”uso di particolari modi di dire (“stare alle calcagna“; “tirare le cuoia“) o nell”uso letterario (anella, per “capelli inanellati”)” (S. Battaglia/V. Perticone, La Grammatica Italiana, Loescher Editore, Torino, 1971, pp. 130-131).

Anche nel dialetto napoletano esistono i nomi sovrabbondanti: p.e.”o lenzulo (o lunzulo, variante usata per lo più nella provincia napoletana, = il lenzuolo) ha due plurali: “e lenzule e “e llenzole. Il primo si usa nella enumerazione: es. duie o tre lenzule. Il secondo per indicare la coppia di lenzuola del letto. “Stammatina aggi” “a cagnà “e llenzole d” “o lietto” (= Stamattina debbo cambiare le lenzuola del letto).

I contadini di una volta, diciamo fino ai primi due decenni del secondo Novecento, usavano ancora “e lenzule “e sacco, formati da tre o quattro sacchi di iuta cuciti insieme, per diversi scopi. Distesi nei cortili, scomparse ormai le aie, vi si ammassavano sopra “e fasule (i fagioli) ancora nei loro baccelli, quando erano ben secchi, per poterli scugnare ( o scugnà = trebbiare, sbaccellare) agevolmente col vevillo ( o vavillo = arnese, formato di due bastoni di legno legati insieme da una correggia di cuoio, per battere il grano e simili, per trebbiarlo) ed evitare di farli venire in contatto col terreno. Servivano anche a coprire i mucchi di granodinio (o granorinio o granurinio = granone, granturco, mais), messo ad essiccare sopra gli astrece ( o astece = lastrici solari, solai di copertura delle case) per ripararli sia dalla rugiada notturna sia dalla pioggia.

Anche ai ragazzi era consentito (stavo per dire imposto) di salire sui tetti o del pianoterra o anche del primo piano della casa, mediante scale di legno non sempre in condizioni ottimali, a spandere il granturco fino al bordo estremo dell”astreco senza alcun parapetto (Che vertigini ora a ricordare e a ripensare!) o ad ammassarlo in un mucchio conico (si faceva a gara a chi lo faceva più regolare e più alto).

E llenzole del letto si cambiavano di tanto in tanto, non troppo spesso, per la gran fatica nel lavarle. Quando si decideva, le donne di casa facevano “a culata (il bucato) e si cominciava a pregare dal giorno prima che l”indomani fosse bel tempo.(C”era chi era sfortunata e pronunciò la frase emblematica: Facesse na culata e ascesse “o sole!).

Sempre nell”ambiente contadino il bucato si faceva all”aperto nel cortile al centro o in un angolo del quale sorgeva la immancabile triade delle maeste (massaie): il pozzo, il forno e il lavatoio.

Recipiente usato per l”operazione era “o cupellone, un grosso mastello, nel quale si sistemavano i panni preventivamente lavati nel lavatoio ( e che serviva anche da vasca da bagno in estate per i ragazzini che venivano sceriati / =strofinati ben bene dalla testa ai piedi e liberati dalla sporcizia accumulata sulla pelle e sui piedi scalzi in una giornata di fatica e di pazzia/=gioco). Come detersivo per il bucato si usava la cenere. Si collocava alla sommità dei panni da lavare “o cenneraturo (o cennerale), un panno particolare dalla trama più fitta che facesse tuttavia passare la sostanza detergente della cenere, quando vi veniva versato sopra “o cenneraccio (miscuglio di acqua bollente e cenere).

Quindi, dopo un certo tempo, tolto il panno con la cenere, il risciacquo nel lavatoio, di nuovo riempito d”acqua, cavata dal pozzo attiguo, secchio dopo secchio, e alla fine “e llenzole, ridiventate immacolate ( o quasi) si stendevano sulle corde sempre nel cortile (A questo punto si levava al cielo un”altra preghiera apotropaica stavolta non solo per la pioggia ma anche per il vento che poteva sollevare polvere e sporcare i panni stesi, vanificando così tanta fatica).

E non era finita. Le donne, se con il tempo andava bene, appena le lenzuola cominciavano ad asciugarsi, procedevano alla stiratura a mano. Si afferravano i due lembi inferiori del lenzuolo con la mano sinistra e con la destra si passava più volte sulla stoffa fino a stirarla. Olio di gomiti insomma. Ora “e llenzole, odorose di pulito, si potevano piegare e riporre.

Luigi G. di Napoli scrive: “Vorrei un”informazione su Sanremo. Non si spaventi e non faccia quella faccia disturbata. Non intendo parlare del chiacchieratissimo (da parte di persone che fanno questo per mestiere o che non hanno niente di meglio da fare e devono risolvere in qualche modo il problema della noia quotidiana) festival canoro, tanto meno di certi personaggi di più o meno alto lignaggio e con nelle vene il cosiddetto e oggi risibile sangue blu. Più modestamente, avendo deciso di passare un finesettimana sulla riviera ligure, frugando tra le varie offerte di alloggio, mi è capitato di leggere su internet una doppia forma del nome della ridente cittadina: Sanremo e San Remo. Mi può dire qual è la forma esatta?”

Risposta: Sì, è vero esistono tuttora le due forme e possiamo dire che convivono pacificamente, anche se ufficialmente a livello istituzionale è stata adottata la parola unica, ossia Sanremo. La cosa curiosa è che San Remo, come santo, pare non esista, non solo ma che sia venuto fuori addirittura dalla pronuncia dialettale di :San Romolo, santo vescovo di Genova, intorno al V secolo dopo Cristo, e oggi suo patrono.” Ma lasciamo la parola al dotto linguista Aldo Gabrielli che, conoscendo bene tale questione per il fatto che abitava di tanto in tanto in un paese vicino, Arma di Taggia, ridente località balneare, ne ha dato una lucida quanto sintetica spiegazione:

“Questo gioiello della Riviera ligure, nel lontano medio evo, era un borgo fortificato contro le continue incursioni saracene, e si chiamava infatti Castrum Sancti Romuli, fortezza di San Romolo. In dialetto il nome Romolo si alterava tanto da essere più vicino a Remo che a Romolo: San Romu, con la normale caduta della sillaba finale, e l”alterazione tipicamente ligure della vocale o:da leggersi pressappoco e; ma non era logico , traducendo in italiano, sostituire addirittura Remo con Romolo. Di qui la necessità di creare quasi un nome nuovo:.E questo nuovo nome non può essere che Sanremo, in una parola sola, che rispetta l”antica pronuncia locale di Romolo ma non crea un santo che non c”è.” (Aldo Gabrielli, “Il museo degli errori/ L”italiano come si parla oggi”, Mondadori, Milano, 1977, pp. 85- 86).

LINGUA IN LABORATORIO

L’INFERNO SONO GLI ALTRI

Corruzione e sbandamento valoriale hanno fatto perdere le ragioni dello stare insieme. La convivenza civile è al limite, ma forse, scavando, un po’ di speranza sopravvive.
Di Michele Montella

Le riflessioni che stiamo conducendo sulla città dell’opposizione mi fanno tornare in mente una celebre citazione del filosofo Jean Paul Sartre, il quale nel testo “Huis Clos” (la chiave chiusa) sostiene che l’inferno sono gli altri.

Cosa vorrà dire questa frase e cosa c’entra con il tema che stiamo trattando? In una società come la nostra in cui la corruzione e lo sbandamento valoriale stanno soffocando le ragioni stesse dello stare insieme, diventa sempre più complesso riuscire a comprendere quali siano le strade per opporsi ad una degenerazione così profonda.
Non si tratta più solo di una dimensione politica (pro o contro la marea pestilenziale berlusconiana), ma di una dimensione socio-politica, che abbraccia cioè gli alfabeti espressivi stessi della nostra convivenza civile.

Il dramma teatrale, di cui ho citato la frase, rappresenta tre persone che si ritrovano al’inferno, nonostante siano assenti torture o pene fisiche. Le persone sono condannate a vivere insieme in una stanza chiusa: semplicemente, assurdamente, senza spiragli di speranza.
Nella stanza non ci sono specchi, nè luoghi da cui ci si possa nascondere agli altri, non è dato dormire o uscire, ma solo considerare ciò che sta succedendo a chi è sopravissuto.
Il dramma è il racconto dei conflitti di questi tre personaggi e di come ciascuno distrugga i progetti degli altri.

Il significato dell’azione scenica sta tutto nella denuncia di una situazione: gli esseri umani vivono ciascuno per il proprio individuale interesse e poco importa se le conseguenze delle proprie scelte danneggiano inesorabilmente gli altri. Nelle nostre città visibili ciascuno diventa, inconsapevolmente, assassino e assassinato; il sistema umano che si costruisce in questa maniera è caratterizzato da uno squilibrio costante, che ci fa perdere l’idea stessa della nostra identità umana e delle nostre specifiche attitudini.
Dove sarà mai Dio in questa tragica giostra hitchcockiana?

Ogni possibile istinto di bene viene annullato nel baratro della superficialità, del già detto, della impudicizia dei propri pensieri. Basta guardare una delle tanto seguite trasmissioni televisive per accorgersene e la peggiore delle punizioni, che già stiamo scontando, emerge chiara quando alla domanda sul senso di una realtà così rappresentata mi sento rispondere: “Ma cosa c’è di male?”.

Ecco il paradosso nullificante: non ci accorgiamo più del fango che ci sommerge, come se fosse invisibile o trasparente.
È uno spaccato troppo pessimista? Si può logicamente supporre che ci siano spiragli di evoluzione? E la fede? Il senso di Dio? La speranza?
Analizzeremo un po’ alla volta queste domande nei prossimi articoli.
(Fonte foto: L’Espresso- Protagonisti dell’ultimo scandalo italiano: L’inchiesta Fastweb)

LE CITTÁ INVISIBILI

LA MAGICA FORMULA POLITICA: “TENGO FAMIGLIA”

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I politici ci tengono assai alla famiglia (la loro!). E non si sprecano quando devono sistemare mogli, figli, amanti (loro!).

Caro Direttore,
mi sta capitando, negli ultimi giorni, di pensare sempre più spesso alle parole di un noto politico delle nostre parti, che, per giustificare alcuni suoi comportamenti e alcune sue scelte, ricordò a tutti che “teneva famiglia”. Sembra, infatti, che l”occhio di riguardo per le persone di famiglia –anche delle famiglie “di fatto”- sia la maggiore preoccupazione di molti fra i rappresentanti del popolo nelle istituzioni, fra i baroni universitari e fra i detentori di qualsiasi piccolo potere.

Le amanti, in genere, sono quelle che più di tutti hanno benefici da questo insolito modo del “far politica” o del gestire un qualcosa di pubblico. Il più delle volte si finge di non sapere, ma, in fondo, tutti sanno che, purtroppo, molte donne in carriera riescono ad approdare a scranni importanti (dai consigli comunali al parlamento, dalle aule universitarie ai più svariati comitati di gestione) solo dopo aver dormito tra lenzuola fortemente “politicizzate”.

“L”Altezza piaceva: per l”energia non disgiunta da affabilità, per la distinzione dei modi che tuttavia sapeva mettere a proprio agio l”interlocutore. Per l”aria maliziosa che alludeva e prometteva. Ma sempre con levità. Sapeva far ridere le donne: ecco il segreto. Le sue battute pronte: dava l”impressione di donarsi tutto:Le donne avvertivano in lui il Maschio: Anche D”Annunzio e Mussolini erano ammirati per le loro capacità amatorie, che erano oggetto di chiacchiere e ammiccamenti. Le donne d”Italia avrebbero fatte carte false per il privilegio di una notte con loro. “, (Ernesto Ferrero, L”anno dell”indiano, Einaudi, 2001).

Anche le mogli, a dire il vero, negli ultimi tempi hanno conquistato posti di rilievo nella politica e nelle attività dipendenti dalla politica. Se il marito è un influente uomo di partito (o di potere), per la consorte è più facile aspirare al laticlavio o, più modestamente, alla presidenza di un ente, di una “Pro loco”, di un”associazione di beneficenza, di un condominio o di un premio bandito dalla locale bocciofila. Ne sono un esempio le innumerevoli illustri quanto sconosciute (ma solo perchè non hanno alcun legame col territorio) consorti, che grazie al loro ruolo di compagne “ufficiali” di uomini di potere si sono trovate a tagliare nastri alle inaugurazioni, a essere madrine alle pose delle prime pietre o starter nelle gare podistiche.

I figli, inutile dirlo, “so” piezze “e” core”. Per i rampolli qualunque sacrificio è opportuno a garantire un roseo futuro. Così, come in alcune professioni, anche nella gestione del potere i figli sono “obbligati” a seguire le strade già battute dai genitori. Sì, perchè il potere conquistato con la politica è uguale a quello conquistato dai cosiddetti poteri forti. C”è un potere-patrimonio da conservare nell”antistato ed uno da conservare nello Stato. Magari anche rimodulando valori e ideologie, passando per trasformisti, funamboli, trapezisti, illusionisti, bari, biscazzieri, nani patologici.

Un altro familiare sempre presente nell”organizzazione strategica degli uomini di potere è il cognato. Famosi cognati, spesso autentici “signor nessuno”, sono diventati sindaci di grandi o piccole città, deputati al parlamento, consiglieri regionali, provinciali o comunali. Quando, poi, non si sono ritrovati tra gli eletti del popolo, molti cognati sono stati “costretti” a seguire gli affari di famiglia, assumendo responsabilità dirette in cooperative di lavoro o in società di affari. Tanto, un cognato chi lo smuove? Un cognato è non solo utile ma anche insospettabile nella gestione di eventuali fondi per il terremoto come nella tranquilla conduzione amministrativa di una cittadina e anche (ma non per ultimo) nel controllo politico di un territorio.

“Biagio Serra-Pintus la parola politica non la sa nemmeno pronunciare, eppure è accreditato di una carica prestigiosa:Quel cognato per lui è come una clausola scritta in piccolissimo in fondo al contratto di matrimonio: Quando riceve segnalazioni che riguardano il cognato alza gli occhi al cielo e sposta la pratica nell”ultimo cassetto della sua scrivania. Qualche volta, di fronte a situazioni imbarazzanti, a casa parla con la moglie e le chiede di fare due chiacchiere con quel disgraziato di suo fratello Gavino, che se c”ha tutte le sue cose a posto lo deve solo al rispetto che i camerati hanno per lui.”, (Marcello Fois, Stirpe, Einaudi, 2009).

I nipoti? Beh, i nipoti non sono immuni dal vizietto di avere assegnati ruoli di responsabilità negli affari di famiglia, perchè “solo il nipote capisce lo zio”, (Paolo Conte, Lo zio). I nipoti sono discreti, intelligenti e creativi. Mettono le mani, dove gli altri non possono metterle, con grande disinvoltura, perchè sono “di famiglia”; sanno anche far sparire carte compromettenti e, per di più, sanno svolgere con grande capacità le funzioni ricoperte dagli ispettori dell”antica Persia: sono gli occhi e le orecchie dell”imperatore (una sorta di spioni!).
In fondo, caro Direttore, zii (ma anche zie) e nipoti sono un binomio collaudato. Nell”iniziazioni sessuali come nella comprensione-conservazione-crescita degli affari di famiglia.

Anche oggi, nelle comunicazioni in codice, mica si parla di gradi di parentela diversa o, magari, di improbabili vicini di casa? No. Si parla solo di zii. Anche Angelo Balducci, il presidente del consiglio nazionale dei lavori pubblici, telefonando all”avvocato Lupinacci (apprezzato amico di Palazzo Chigi), non riesce a dire niente di nuovo se non: “domani mattina presto devo vedere lo zio:un attimo dopo, verso le nove e mezzo così:se ti potevo offrire un caffè anche in piazza”.
Mi rendo conto che in questa carrellata di affetti e prototipi familiari mancano solo i nonni. Ma essi sono presenti solo nelle favole e, oggi, non è più tempo di favole!
(Fonte foto: Rete Internet)

MILLE EURO. LA TANGENTE CHE PAGANO I NEONATI

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In Italia il fenomeno della corruzione diffusa è un magma e il binomio politica-mazzette è molto solido. In Campania i settori più esposti sono sanità e rifiuti, dove si può parlare di criminalità economica organizzata.
Di Amato Lamberti

Le prime pagine dei giornali italiani, come i servizi di apertura dei telegiornali, sono tutti incentrati sulla corruzione che sembra dilagare in Italia, nel piccolo del consigliere comunale milanese pescato dalle telecamere mentre intasca una tangente, fino al grande, degli appalti per decine di milioni di euro legati agli interventi dopo il terremoto a L”Aquila. Il fenomeno appare tanto esteso che si comincia persino a parlare di limitazioni nell”attività politica da parte dei soggetti condannati per corruzione, da parte del Presidente del Consiglio, del Presidente della Camera, dello stesso partito di maggioranza.

Già il dibattito “politico” sullo “scudo fiscale” aveva fatto comprendere che la criminalità economica nel nostro Paese è talmente estesa da giustificare addirittura colpi di spugna sui crimini commessi pur di favorire il rientro nell”economia di capitali occultati all”estero per evadere il fisco ma anche per nasconderne la provenienza illecita, in termini di affari criminali ma anche di proventi da attività di corruzione. Mentre, però, finora era stata dedicata grande attenzione all”evasione fiscale, a livello nazionale, ma anche regionale e locale, il tema della corruzione sembrava scomparso, nonostante il grande clamore mediatico provocato periodicamente degli allarmi internazionali.

Sembrava quasi che non ci si rendesse conto che lo snodo della corruzione è fondamentale in ogni tipo di reato economico, e, in particolare per le frodi nazionali e comunitarie e per il riciclaggio. In entrambi i casi c”è sempre bisogno del sostegno corruttivo di pubblici ufficiali, funzionari di banca, professionisti e consulenti, spesso organizzati in vere e proprie associazioni criminali. Nel 2003 la Confesercenti, a dieci anni da Tangentopoli, fece il punto sulla corruzione in Italia, rilevando che, nell”opinione degli imprenditori, sembrava tornata ai livelli pre-tangentopoli, anzi per il 62% era addirittura aumentata e riguardava per il 49% politici di livello nazionale; per il 25% gli amministratori locali; per il 20% dirigenti, funzionari e impiegati della Pubblica Amministrazione.

In pratica, già nel 2003, si era tornati a quella situazione di “corruzione ambientale”, denunciata dai processi di Tangentopoli, nella quale chi doveva dare il denaro non si aspettava nemmeno che gli venisse richiesto: in quell”ambiente la mazzetta era regola e quindi ci si adeguava. Sei imprenditori su dieci, secondo la Confesercenti, nel 2003, pagavano, come prima di Tangentopoli, per non restare fuori da ogni possibilità di contatto, prima che di appalto e di sostegno finanziario. Tradotto in soldoni: se sei uno che paga senza fare troppe storie meriti la fiducia del politico, dell”amministratore, del dirigente e del funzionario. Oggi abbiamo solo il riscontro internazionale.

Secondo un rapporto OCSE del 2009, l”Italia è tra i paesi industrializzati, quelli oggi del G20, largamente il più corrotto, con un livello paragonabile a quello di alcuni paesi africani e centro-americani, ed, inoltre, la corruzione in Italia può essere quantificata in 50/ 60 miliardi di euro l”anno. Praticamente ogni cittadino, compresi i neonati, è sottoposto ad una tassazione “oscura” di più di 1000 euro l”anno. Senza contare che, con questi soldi, si potrebbero pagare gli interessi dell”enorme debito pubblico accumulato dallo Stato italiano. Secondo Transparency International, sempre nel 2009, la corruzione è in aumento nel mondo ma in Italia raggiunge livelli tali da far considerare il nostro Paese come “estremamente corrotto”, soprattutto per quanto riguarda i partiti politici e la pubblica amministrazione.

In testa alla classifica ci sono i partiti politici. Stando ai dati del “Barometro della corruzione globale” nel nostro Paese il binomio politica-mazzette appare sempre più solido. Le cifre parlano chiaro: alla domanda su quale organizzazione sia in assoluto la più corrotta d”Italia, il 44% ha risposto i partiti politici. Ma in Italia il fenomeno della corruzione diffusa è stato a lungo sottovalutato o ignorato, tanto che anche un duro intervento di “Civiltà Cattolica”, la rivista dei Gesuiti, passò a suo tempo praticamente inosservato. Nell”ultimo numero, di settembre 2009 la rivista scriveva: “Nell”attuale momento politico italiano si registra la crescita della corruzione soprattutto nel settore pubblico, con numerosi cittadini che decidono di destinare una somma ingente:per conquistare un posto di assessore comunale, provinciale, regionale o nel Parlamento nazionale, sicuri che, una volta raggiunto l”obiettivo, saranno in grado non soltanto di recuperare la somma investita nell”operazione, ma di accrescerla significativamente”.

Quello che sta avvenendo, in Campania, a livello di campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio e del Presidente della Regione testimonia ampiamente che per la conquista di un posto in consiglio regionale sono molti i candidati disponibili ad investimenti che non trovano alcuna altra giustificazione se non nella disponibilità e nell”attesa di ritorni economici illegali. Quando ero Assessore al Comune di Napoli rimasi colpito dal fatto che i consiglieri comunali fin dal primo mattino non facevano altro che girare per uffici a seguire e sollecitare “pratiche”. Alla mia osservazione che questo tipo di attività presentasse forti caratteri di illegalità mi si rispondeva meravigliati che era come se si volesse loro impedire di “fare politica”.

Una prassi talmente consolidata, che continua a tutti i livelli, da quello comunale a quello provinciale e regionale, da non essere neppure percepita come illegale. Si potrebbe quasi affermare che la corruzione in Italia sia diventata una condizione strutturale, come pensava già Enrico Berlinguer quando poneva come prioritaria la questione morale ed evidenziava il dilagare della corruzione in seguito all”occupazione dello Stato e delle istituzioni da parte di partiti trasformati in società d”affari. A livello di regioni, Campania e Calabria sono quelle dove la corruzione sembra incidere di più, stando almeno agli organi di informazione, anche se sono pochi i riscontri a livello di denunce e interventi della magistratura.

Nessuno, ad esempio, almeno fino ad oggi, si è interrogato sul possibile ruolo della corruzione, in Campania, relativamente al disastro dello smaltimento dei rifiuti e all”esplosione dei costi della sanità pubblica. Per quanto riguarda quest”ultima, considerando, a livello nazionale, il periodo gennaio 2006 – 20 novembre 2007, su 6752 persone denunciate nella Pubblica Amministrazione, ben 3219, pari a quasi il 50%, sono riferibili alla Sanità, che appare, quindi, come il settore largamente più inquinato, probabilmente perchè è quello dove i livelli di discrezionalità negli appalti ed acquisti sono più elevati.

Si potrebbe, in questo come in altri settori della spesa pubblica, parlare di “corruzione organizzata” o di “criminalità economica organizzata”, perchè ci si trova di fronte ad associazioni tra persone, interne ed esterne all”amministrazione pubblica, con intenti criminali, esattamente come avviene per le organizzazioni criminali di stampo mafioso.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÁ AL SETACCIO

LA CHIESA NON É UN SERBATOIO DI VOTI

Voci autorevoli del passato, come Don Tonino Bello e Luigi Sturzo, indicano la via alla politica e ai cattolici impegnati.
Di Don Aniello Tortora

È in atto, in questi giorni, un vero imbarbarimento “nella” e “della” politica. Nella compilazione delle liste dei concorrenti alle prossime elezioni regionali, provinciali e comunali stiamo assistendo ad una vera “compravendita” dei candidati, inferiore, per tornaconto, solo al calciomercato. Le segreterie dei partiti stanno “facendo la corte” a vecchi e a nuovi aspiranti, pur di assicurarsi voti. Per tantissimi, giocare in una squadra o in un”altra, fa lo stesso.

Basta solo salire sul carro vincente. Secondo lo schema clientelare-familista, caro al nostro meridione, tante famiglie candidano propri esponenti in tutti gli schieramenti così da assicurarsi, comunque vada, la spartizione della torta. Tutti invocano il cambiamento, ma si continua a “mettere vino nuovo in otri vecchi”, destinato, in tal modo, secondo il Vangelo, a “spaccarsi”.

Si sta, purtroppo, verificando quanto scriveva A. de Tocqueville, nella sua famosa opera “La democrazia in America”: “Quando la massa dei cittadini vuole occuparsi soltanto di affari privati, i più piccoli partiti non devono disperare di poter diventare padroni degli affari pubblici. Non è raro vedere allora sulla vasta scena del mondo, come avviene nei grandi teatri, una moltitudine rappresentata solo da alcuni uomini. Costoro soltanto parlano in nome di una folla assente o distratta; soltanto costoro agiscono in mezzo all”immobilità generale, dispongono a loro capriccio di ogni cosa, cambiano le leggi e tiranneggiano a loro piacere i costumi, e sorprende vedere quanto sia piccolo il numero di mani deboli e indegne nelle quali può cadere un grande popolo”.

Anche la Chiesa, che non può e non deve avere un proprio partito, davanti a questa degenerazione etico-sociale non può far finta di non vedere. È suo compito agire soprattutto nel pre-politico, attraverso la formazione delle coscienze.
Riporto qui, per ben capire il ruolo dei credenti in politica, un”intervista fatta a don Tonino Bello, che di pastorale sociale se ne intendeva, rilasciata il 27 febbraio 1987:

“Come vede la presenza dei cristiani nel sociale e nel politico?”
“Anzitutto, non solo sono convinto di quanto afferma la Gaudium et spes, che parla della politica come di “un”arte nobile e difficile”, ma condivido in pieno l”espressione di Paolo VI, il quale afferma che “la politica è una maniera esigente di vivere l”impegno cristiano al servizio degli altri”.
Penso, pertanto, che il credente, oggi più che mai, debba accettare il rischio della carità politica, sottoposta per sua natura alla lacerazione delle scelte difficili, alla fatica delle decisioni non da tutti comprese, al disturbo delle contraddizioni e delle conflittualità sistematiche, al margine sempre più largo dell”errore costantemente in agguato”.

“Il cristiano, in pratica, imbocca la Gerusalemme-Gerico; non disdegna di sporcarsi le mani; non passa oltre per paura di contaminarsi; non si prende i fatti suoi; non si rifugia nei suoi affari privati; non tira diritto per raggiungere il focolare domestico, o l”amore rassicurante della sposa, o la mistica solennità della sinagoga. Fa come fece il buon Samaritano, per il quale san Luca usa due verbi splendidi: “Ne ebbe compassione” e “gli si fece vicino”.
È un mestiere difficile, non c”è dubbio. Non solo perchè richiede la coscienza dell”autonomia della politica da ogni ipoteca confessionale e il riconoscimento della sua laicità. Ma anche perchè deve evitare la tentazione, sempre in agguato, dell”integralismo: diversamente si ridurrebbe il messaggio cristiano a una ideologia sociale”.

“In concreto, come si caratterizza l”azione politica del credente?”
“Il cristiano che fa politica deve avere non solo la compassione delle mani e del cuore, ma anche la compassione del cervello. Analizza in profondità le situazioni di malessere. Apporta rimedi sostanziali sottratti alla fosforescenza del precariato. Non fa delle sofferenze della gente l”occasione per gestire i bisogni a scopo di potere. Paga di persona il prezzo di una solidarietà che diventa passione per l”uomo. Addita in termini planetari e senza paure, i focolai da cui partono le ingiustizie, le violenze, le guerre, le oppressioni, le violazioni dei diritti umani.
Sicchè, man mano che il cristiano entra in politica, dovrebbe uscirne di pari passo la mentalità clientelare, il vassallaggio dei sistemi correntizi, la spartizione oscena del denaro pubblico, il fariseismo teso a scopi reconditi di dominio.
Utopie? Forse. Ma così a portata i mano, che possono finalmente diventare “carne e sangue sull”altare della vita””.

Don Luigi Sturzo, a questo proposito, diceva: “La missione del cattolico in ogni attività umana e politica è tutta impregnata di ideali superiori perchè in tutto ci si riflette il divino. Se questo senso del divino manca, tutto si deturpa: la politica diviene mezzo di arricchimento, l”economia arriva al furto e alla truffa”.
Mi aspetto proprio, da queste elezioni, che i “concorrenti candidati” (tantissimi, ahimè!) che si definiscono cattolici, di “qualsiasi squadra”, prendano sul serio questi insegnamenti, che non “sfruttino” la chiesa solo come serbatoio di voti e che mettano la loro missione politica davvero a servizio del bene comune.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

UN TEMA SCOTTANTE: IL SUICIDIO IN CARCERE

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L”argomento è molto delicato, venuto alla ribalta nell”ultimo periodo perchè il fenomeno è diventato preoccupante.
Di Simona Carandente

Non è facile affrontare un tema delicato come questo, senza cadere nell”errore di limitarsi a riportare semplicemente dati, di matrice statistica, che rendano effettivamente l”idea delle dimensioni del fenomeno.
Dagli anni “90, fino ad oggi, questi non ha accennato a diminuire, raggiungendo invece dimensioni assolutamente preoccupanti per una società civile che si rispetti, con dei veri e propri picchi in determinate situazioni di allarme socio-penitenziario.

Il 93 % dei suicidi in carcere avviene, e il dato non sorprende affatto, nelle carceri sovraffollate. Il dato appare ancor più impressionante se si considera che, pacificamente, la stragrande maggioranza delle carceri esistenti sul territorio nazionale opera in condizioni di sovraffollamento.
Dalle statistiche emerge un altro dato: la propensione al suicidio è inversamente proporzionale alla speranza di rimessione in libertà. Più il detenuto è giovane, la posizione giuridica non particolarmente allarmante, maggiori sono i rischi che esso avvenga, nonostante la speranza di una rapido inserimento nella società civile.

Un dato che lascia pensare è quello relativo alla tipologia di detenuto che, nella stragrande maggior parte dei casi (38.3 %) mette fine alla propria esistenza: si tratta, difatti, dei detenuti in attesa di giudizio. Per gli altri, i cosiddetti “definitivi”, vi è una sorta di elaborazione del proprio vissuto penitenziario nonchè, verosimilmente, una sorta di adattamento all”ambiente stesso.
Non a caso, ben il 61% dei suicidi avviene entro il primo anno di detenzione e, contrariamente a quanto accade “fuori”, si uccidono soprattutto i giovani tra i 18 ed i 25 anni.

Le motivazioni non sono difficili da comprendere: il giovane, specie al suo primo ingresso in carcere, è assolutamente smarrito, confuso. Oltre all”impatto claustrofobico e alla perdita della libertà, il detenuto deve apprendere velocemente i codici di sopravvivenza, scontrandosi con un mondo fatto di regole, linguaggi, codici di comportamento e sovente anche gerarchie. Per cercare di arginare il problema, sarebbe auspicabile l”esistenza di un presidio carcerario dedito ai cd. nuovi giunti, del quale però a tutt”oggi, nonostante le parole, non vi è traccia in Italia.
Analogo problema è quello dei suicidi “annunciati”.

Tantissime morti, tra quelle denunciate negli anni scorsi e fino ad oggi, si sarebbero potute evitare attraverso una costante opera di monitoraggio del detenuto stesso, sovente già affetto da patologie psichiatriche ed in cura farmacologica.
Il problema dei suicidi all”interno del carcere investe, o almeno dovrebbe investire, l”intera società civile, quella dei “liberi”: difatti, un sistema detentivo che non riesce a restituire un individuo rieducato, consapevole della gravità del gesto commesso e orientato ad una sistema di vita lecito, è da considerarsi assolutamente fallimentare.

Non può non considerarsi, difatti, che lo scottante tema del suicidio sia proprio lo specchio del fallimento del sistema carcerario: se la pena venisse scontata in condizioni “normali”, senza trattamenti inumani o degradanti, con l”ausilio di tutte quelle strutture (educative, sociali, legali) che dovrebbero farne parte per dettato costituzionale, la stessa società ne trarrebbe giovamento, facendo si che realmente il soggetto detenuto, una volta uscito fuori dal carcere, possa costituire una risorsa e non un grave peso. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

BOOM DI IMMIGRATI IN UN PAESE CHE APPARE RAZZISTA

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La paura del “diverso” non è un”invenzione. Secondo un recente studio delle Regioni su xenofobia e razzismo, la metà dei giovani italiani sono razzisti e xenofobi, solo il 40% è più o meno aperto alle novità e alle nuove etnie presenti nel Paese…

La maggior parte delle città della parte ricca e industrializzata del nostro pianeta sono ormai abitate da una grande varietà di individui, in parte membri di gruppi provenienti da regioni e continenti molto lontani. Da ciò derivano difficoltà sociali: di lingua, di regole interetniche di convivenza, di rapporti economici e relazioni. La complessità delle questioni implicate può essere dimostrata con la nascita di nuovi termini per indicare questa realtà di mescolanza e incontro, come “multirazziale”, “multietnico” e “multiculturale”, che non sono, nè termini neutri, nè privi di connotazione: il primo, infatti, presuppone l”esistenza di “razze”, oggi del tutto messa in discussione, mentre gli altri due contengono il rischio di congelare l”esistenza di “etnie” e “culture” diverse, quasi incompatibili, non mescolabili e potenzialmente in conflitto.

Il nostro mondo, soprattutto, quello occidentale ama definirsi e professarsi democratico, egualitario, tollerante e liberale, ma il dilagante multiculturalismo e le nuove migrazioni, uno degli effetti del trionfo dell”economia-mondo e della cultura materiale e consumistica che essa diffonde, non hanno fatto altro che determinare, aumentare e far regnare la paura per chi, per lingua, razza, cultura, sesso, religione e origine è “diverso”.

Pressochè ovunque, nel mondo odierno, la realtà sociale è caratterizzata da forti mescolanze culturali, e in questo processo è determinante il ruolo svolto dalla diffusione dei mezzi di comunicazione accanto all”espansione dell”economia capitalistica. L”inserimento di nuovi gruppi nei contesti istituzionali dei paesi di accoglienza è stato però in genere difficile per problemi economici, mancanza di organizzazione e competizione per le risorse. Tale fenomeno ha creato situazioni nuove per molti stati europei, prima piuttosto omogenei dal punto di vista culturale, linguistico e storico, e ha suscitato reazioni diverse, che hanno oscillato dal rifiuto alla solidarietà. Sono gradualmente emerse politiche diverse per l”inserimento degli immigrati: dal modello dell”assimilazione a quello dell”integrazione e della differenziazione.

La politica dell”assimilazione presuppone che vi siano principi universali validi per tutti e rispecchiati nel sistema normativo del gruppo dominante nella società in cui i migranti vanno ad inserirsi.
Il modello dell”integrazione ha, invece, l”obiettivo di creare una comunità nazionale unita nell”accettazione di principi comuni e allo stesso tempo nel riconoscimento della possibilità ai gruppi immigrati di esprimere li loro tradizioni culturali, linguistiche e religiose.
Il modello della differenziazione, infine, implica il massimo riconoscimento delle differenze culturali delle comunità e la presenza di una serie di spazi di autonomia per la loro espressione e realizzazione, riducendo al minimo gli elementi condivisi dalla società politica nel suo complesso.

Dalle varie politiche sociali che gli stati hanno adottato emergono in definitiva, nelle loro linee generali, due orientamenti opposti, su cui si è concentrata anche la riflessione teorica: il multiculturalismo e l”universalismo. La prospettiva del “multiculturalismo” si fonda sul riconoscimento del valore positivo delle differenze culturali e considera il loro confronto come una risorsa significativa per ogni contesto istituzionale, per i gruppi istituzionali e per gli individui.

La prospettiva “universalista” difende invece l”universalità di alcuni principi fondamentali, che ritiene debbano fondare tutte le forme di convivenza sociale indipendentemente dall”appartenenza culturale dei singoli. Se questa posizione sostiene l”uguaglianza di tutti i cittadini e attribuisce loro gli stessi diritti, quella multiculturale sostiene il diritto alla differenza dei gruppi che compongono una società contro ogni imposizione del gruppo dominante e incoraggia la possibilità di esprimere liberamente culture e identità, sebbene in settori del sistema sociale che non mettano in discussione le istituzioni dello stato.

La tendenza a marcare “differenze” fra i gruppi, legata al bisogno fondamentale di identificarsi distinguendosi dagli altri, sta dando luogo ad allarmanti e incontrollate forme di discriminazione razziale, di conflitto etnico, di xenofobia e omofobia.

La stragrande maggioranza dei gruppi umani, infatti, tende anche all””etnocentrismo”, inteso come “concezione per la quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni cosa, e tutti gli altri sono considerati e valutati in rapporto ad esso”. Questo sicuramente garantisce la coesione del gruppo e la sua solidità interna, ma crea, anche, come stiamo vedendo, aggressività, oppressione, rifiuto e violenza a carico degli altri ritenuti “diversi”, generando rapporti conflittuali proprio in nome delle differenze riconosciute, attraverso una costellazione di atteggiamenti che può essere considerata “razzismo“.

A volte, inconscia e repressa; altre, esplicita e violenta: in un modo o nell”altro, sempre, spaventosamente presente. Ci si guarda intorno e ci si accorge di essere immersi fino al collo in una realtà tremendamente ipocrita. “Razzista, io ? Non di certo!”, ci sentiamo ripetere da chi accenna, con celato orgoglio, ad un atteggiamento di disprezzo del “diverso”. Ci si illude di non esserlo, per reprimerne la sensazione, per sfuggire al giudizio severo di una società perbenista, eppure anch”essa nutrita di falsità.

C”è un disprezzo del “diverso” che risiede e irrompe nei tanti piccoli atti del nostro quotidiano, una forma di intolleranza inconscia, ma ugualmente pungente. Quella del XXI secolo è soprattutto una xenofobia che vive nel nostro linguaggio, nel modo di relazionarci con chi proviene da un”altra realtà. Ma non solo. C”è anche una paura dello straniero che porta ad agire al di fuori di ogni morale, con atti estremi, di sconvolgente crudeltà. In Italia, gli eventi degli ultimi giorni, sembrano essere diventati la voce altisonante di un razzismo che, in realtà, non è mai scomparso dalle coscienze. Sconvolti, o forse semplicemente straniati, ci troviamo di fronte ad episodi come quelli di ragazzi che “per scherzo” o “per noia” si divertono a dar fuoco ad immigrati, a manifestazioni e proteste apertamente razziste.

Ma cosa c”è dietro questa tremenda paura dell””altro” diverso da me? C”è un inesorabile e crescente senso di insicurezza, di inadeguatezza e d”incapacità ad accettare il nuovo, un senso, o meglio ancora, un complesso d”inferiorità che, spesso e volentieri, individua nello “straniero” l”origine principale degli sconvolgenti episodi di malavita, di violenza, aggressioni, criminalità e quant”altro caratterizzi la cronaca di questi ultimi anni, come se il male, fosse solo un”invenzione del “diverso” e della tolleranza dimostrata loro. Ma dietro tutto questo si nasconde, anche una miserevole, ignorante e malvagia incapacità a cogliere l”incredibile ricchezza che scaturisce dalla “diversità”.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

POST TANGENTOPOLI. L’ITALIA FLUTTUA

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Gli anni “90 sono segnati dall”incertezza. I vecchi partiti scompaiono e sulla scena politica irrompe Forza Italia. Le nostre coste sono invase da migliaia di clandestini.
Di Ciro Raia

C”è in questo momento un vuoto della politica, dovuto alla disgregazione dei partiti. Le elezioni amministrative della primavera del 1993 decretano la vittoria di uomini, che nulla hanno a che vedere con le vecchie forze di governo. Il PSI scompare, così come il PLI ed il PSDI. La DC subisce un vero crollo, diminuendo i voti di oltre il 10%. Crescono soltanto il PDS (l”ex PCI, che ora si chiama Partito Democratico della Sinistra) –passato dalla segreteria di Achille Occhetto a quella di Massimo D”Alema-, la Lega Nord capeggiata da Umberto Bossi, il Partito della Rifondazione Comunista (nato da una scissione col vecchio PCI) di Fausto Bertinotti, la Rete di Leoluca Orlando.

Necessariamente il governo presieduto dal socialista Giuliano Amato, sostenuto dalla vecchia coalizione quadripartita DC-PSI-PSDI-PLI, è costretto a dimettersi. Alla guida del nuovo governo è chiamata, per la prima volta nella storia della Repubblica, una personalità indipendente, Carlo Azeglio Ciampi. Il nuovo primo ministro, superando le lungaggini burocratiche e le consultazioni dei partiti, in meno di 48 ore forma un governo ricco di personalità provenienti dal mondo della cultura, dell”università e dell”economia. È il cosiddetto governo tecnico, che tenta di sanare l”economia, di rilanciare la moneta italiana, di affrontare i problemi delle donne, dei giovani e quelli endemici del Mezzogiorno.

Nei vecchi partiti, come è immaginabile, regna una grande confusione. I vecchi notabili, intuendo di essere giunti al capolinea e di non essere più gli unici rappresentanti della realtà politica italiana, tentano con tutti i mezzi di prolungare la legislatura, che non ha più una vera maggioranza in Parlamento. Temono di non essere rieletti e, parecchi, di perdere l”immunità parlamentare, che, al momento, li preserva dal carcere. I vecchi notabili tentano anche di rinnovarsi, riciclandosi e tesserandosi in nuove formazioni politiche.

Il PSI, con la segreteria prima di Giorgio Benvenuto e, poi, di Ottaviano Del Turco, si disgrega e si disperde in vari gruppi e movimenti di diversa ispirazione.
La DC, dopo 50 anni, cambia nome e diventa Partito Popolare Italiano (PPI) con la segreteria prima di Mino Martinazzoli, poi, di Gerardo Bianco ed, infine di Franco Marini. Un gruppo di parlamentari democristiani fonda il Centro Cristiano Democratico (CCD). Una formazione trasversale, formata da gruppi laici e cattolici riformisti, fonda Alleanza Democratica (AD).
Umberto Bossi con la sua Lega Nord rivendica il federalismo; il MSI di Gianfranco Fini si propone con una nuova immagine e cambia il nome in Alleanza Nazionale (AN).

Preoccupato dall”avanzata del PDS e delle forze progressiste nelle elezioni amministrative, sostenendo che l”Italia ha bisogno di uomini efficienti per arginare il pericolo comunista, Silvio Berlusconi –magnate delle televisioni private- si propone alla guida politica del paese e fonda il partito di Forza Italia.
Agli inizi del 1994, il Presidente della Repubblica, Scalfaro, visto il perdurante disorientamento politico, scioglie le Camere ed indice nuove elezioni. Il risultato delle urne dà ragione a Berlusconi, che vince le elezioni e diventa presidente del Consiglio, con l”appoggio del partito di Fini e di quello di Bossi.

Ma la coalizione non dura a lungo. Dopo un interregno di un governo di tecnici, presieduto dal laico Lamberto Dini, subentrato al dimissionario Berlusconi, sono nuovamente sciolte le Camere.
Questa volta si fronteggiano due raggruppamenti: quello progressista, unito sotto il simbolo dell”Ulivo, con a capo Romano Prodi e quello moderato, comprendente le formazioni di centrodestra, sotto il simbolo del Polo delle Libertà, con a capo Silvio Berlusconi. La vittoria nelle elezioni della primavera del 1996 è dei partiti (PDS-PPI-Laici-Verdi-PRC) che sostengono Prodi, che diventa il nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri.

Alla scadenza del settennato di Oscar Luigi Scalfaro, nel maggio 1999, è eletto al Quirinale, con una larga maggioranza ed al primo scrutinio, Carlo Azeglio Ciampi.
Ora l”Italia è un paese che conta oltre 57 milioni di abitanti. Sostanzialmente è un paese di anziani. Sono diminuite le nascite ed è aumentata la durata media della vita. Ma è aumentata anche la mortalità dei giovani, la cui esistenza è minata dalla droga, dall”AIDS, dai numerosi incidenti automobilistici e da una lunga catena di suicidi (in media, quasi tre al giorno).

La disoccupazione resta una piaga endemica. Questa piaga colpisce, soprattutto, le popolazioni del Mezzogiorno, diventando praticamente esclusiva per i giovani. Ma altre piaghe si chiamano inquinamento, dissesto idrogeologico, criminalità, xenofobia, leghismo, emarginazione. Sembra che siano tornati i tempi delle navi per emigrare, ma con una novità: è l”Italia il paese in cui, legittimamente o clandestinamente, attraccano le imbarcazioni degli albanesi o dei ghanesi, dei capoverdiani o dei tunisini, che chiedono un posto di lavoro, un”occupazione per sfuggire alla miseria della propria parte. E, spesso, quell”occupazione è offerta (ed accettata) come manovalanza nell”esercito della delinquenza, dello spaccio della droga, della prostituzione.

Anche la cultura sembra attraversare un periodo di grande appiattimento. Dopo la morte, infatti, di personalità come Sciascia, Pasolini, Calvino, Moravia, pare che i luoghi deputati alla cultura siano solo i salotti televisivi, organizzati da conduttori e conduttrici molto contigui ai poteri politici. Quella stessa televisione che copre la giornata dell”italiano con 24 ore di trasmissioni su 24. Tra le reti nazionali e quelle private, c”è un vasto repertorio: notiziari, telenovele, pubblicità, film, megashow, cartoons, documentari. Forse, il deficit culturale deriva anche dallo scarso amore per la lettura.

A fronte, infatti, della pubblicazione dei quasi quarantamila libri annui, degli oltre centoventi quotidiani e dei quasi seicentocinquanta settimanali, gli Italiani leggono poco! Preferiscono seguire le imprese sportive degli idoli degli stadi o le vicende sentimentali degli interpreti delle telenovele. Nel 1997, però, il Nobel per la letteratura è assegnato a Dario Fo.

La delusione maggiore, poi, deriva dal mondo della formazione. Ancora moltissimi, infatti, sono gli abbandoni sia nella scuola di base che in quella superiore. Anche l”università, con un terzo di laureati rispetto agli immatricolati, si colloca ai posti più bassi tra tutti gli atenei europei. In effetti il deficit formativo dell”Italia è ancora abissale. Basta dare uno sguardo ai numeri: solo il 26% degli Italiani tra i 25 e i 64 anni completa un ciclo di istruzione secondaria, contro il 50% dei Francesi, il 64% degli Inglesi ed il 78% dei Tedeschi.

Sul piano della sanità diventa un problema sociale l”assistenza agli anziani multicronici ed ai disabili, due categorie spesso confinate nella solitudine e nell”emarginazione.
Il XXX Rapporto del Censis disegna, perciò, un paese che teme di affrontare i sacrifici richiesti dallo Stato, per stare a pieno titolo in Europa, in quanto non si sente garantito sul piano della previdenza, oltre che della sanità e della formazione. La domanda ricorrente pare che sia: quante rinunce sostenere, per essere, poi, “i cugini poveri” in Europa?
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA PILLOLE DI “900

LA CAMORRA NON ESISTE. BASTA ESSERE OTTIMISTI:

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La teoria esposta nel titolo è di un assessore della Regione Sicilia che, ovviamente, si riferisce alla mafia. Ma noi, che crediamo nella cicogna, siamo convinti che quel che vale per la mafia valga anche per la camorra.

Caro Direttore,
un mio parente, molto simpatico e molto maneggione, sostiene che io nella vita ho sbagliato tutto. Perchè, innanzitutto, non sono mai riuscito a capire in tempo dove soffiasse il vento (politico, si intende!); quindi, perchè ho insistito a fidarmi di persone di principio e di sani principi, ma lontani dal potere; infine, perchè sono stato sordo al richiamo (malia) del sangue e non gli sono mai stato di conforto nella sua dipendenza dai ruoli dominanti.

Quel mio parente, molto simpatico e molto maneggione, sostiene anche –quando mi lascio coinvolgere, mio malgrado, nella discussione sugli ultimi fatti d”attualità- che le mediazioni ci sono sempre state e sono state sempre pagate, “sin dalla nascita del mondo, dal tempo dei Romani”. E sì, perchè, avendo egli frequentato una buona scuola (è anche laureato), è certo di poter affermare che il mondo nasce con la storia di Roma, si sviluppa nel medioevo ed arriva ai giorni nostri. Tra poco, forse, mi convincerò di questa scansione temporale della storia.

E non solo per come questa materia si insegna a scuola; ma perchè, ormai, tutti, ma proprio tutti, son convinti di poter presentare le loro sintesi storiche e su di esse intendono anche ragionare. Così che un altro mio carissimo amico, volendomi spiegare la storia della musica popolare, mi istruisce sempre sulle origini nell”antica Grecia, che passano attraverso i Borbone (ma egli dice, ovviamente, Borboni) ed arrivano sino a giorni nostri. Non c”è bisogno, purtroppo, dei tagli della Gelmini, per far diventare le persone dei bignami viventi!

Quel mio parente, molto simpatico e molto maneggione, ha avuto un passato politico da democristiano, anche se i suoi genitori avevano marcate simpatie monarchiche, dopo averne avute anche mussoliniane. Si è lasciato, quindi, ammaliare dalle sirene di un granitico partito comunista. Guai, a quel tempo, ad affrontare l”argomento “destra”! Per lui esisteva solo ed unicamente la “sinistra”. Poi, dopo la diaspora comunista seguita alla caduta del Muro di Berlino, si è ritagliato una nicchia nel club dei “compagni pentiti”, che migrarono, piano piano, verso l”allora astro nascente della nuova destra, il cavaliere Berlusconi.

Al primo accenno di tentennamento dell”onnipotenza di Arcore, si è avvicinato (indeciso sulle sorti del Pd) a una piccola formazione inchiavardata nel centro di un cosiddetto “centro-sinistra”. Oggi, a conclusione delle sue sofferte scelte, esibisce i galloni di capitano di ventura nella destra di un cosiddetto “centro-destra”.
“Io saluto con deferenza ogni giorno personaggi di questa città che sono affiliati a cosche segrete e occupano posizioni di grande rilievo nell”amministrazione dello Stato. Ho lavorato con un questore che era incaricato del traffico di stupefacenti e che apparteneva all”organizzazione del grande spaccio. E non credere che ne facesse un mistero eccessivo o si sentisse male se a guardarlo c”era qualcuno come me che lo sapeva”. (Vittorino Andreoli, “Il Corruttore”, Rizzoli, 2009).

Caro Direttore, quel mio parente, molto simpatico e molto maneggione, è una persona rispettata e onorata; per lui si aprono le porte e i gabinetti (ministeriali). Giustificò, diciotto anni fa, Mario Chiesa; ha giustificato, negli anni, i tanti altri Mario Chiesa (lombardi, campani, vesuviani); oggi, assolve, come ovvio, gli innumerevoli Mirko Pennisi (lombardi, campani, vesuviani), per assolvere sè stesso!
Intanto, se si prescinde dalla capa tosta di quanti la pensano diversamente (io, fra questi) e, perciò, non hanno cittadinanza in questo paese o, comunque, sono esclusi dal suo futuro, una ragione della maledizione che incombe sulla nostra terra ci deve pure essere.

E, finalmente, qualcuno sembra sia riuscito anche ad individuare l”origine di questa calamità. Il professore universitario Mario Centorrino, iscritto al Pd e assessore alla Formazione della Regione Sicilia, agli Stati Generali dell”Autonomia (fonte Ansa del 13 febbraio 2010), ha svelato l”antidoto perchè la sfortunata isola si possa sottrarre al maleficio di una contaminazione mafiosa ed al luogo comune della malapolitica: “Non leggete più Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia; portano sfiga; nei confronti della Sicilia c”è bisogno solo di ottimismo!”.

Caro Direttore, mi obietterai che la madre degli ignoranti (come quella dei furbi o degli imbecilli) è sempre incinta. Però, se all”analisi-Centorrino “socio-letteraria” arridesse il successo, avremmo trovato –per analogia- l”origine dei veri mali della Campania.
E non sarebbe sorprendente se un politico delle nostre parti – magari anche quel mio parente, molto simpatico e molto maneggione- innalzasse un inno all”ottimismo e invocasse l”ostracismo per, che so, Ferrandino, Compagnone, Ortese (tanto per citarne alcuni).

Immagina quanto sfortuna abbia potuto portare alla “Campania infelix” Ermenegildo Coppola, capo delle supplicanti di San Gennaro, (G. Ferrandino, “Pericle il nero”, Adelphi, 1998); oppure Arturo Licastro, che quando ritorna dal suo lavoro notturno e fa per aprire il portone di casa, alcuni suoi nemici gli piombano addosso e infuriano a morte con mazze d”acciaio, catene e pugni di ferro, (L. Compagnone, “Città di mare con abitanti”, Rusconi, 1973); o anche Anastasia Finizio, la figlia di uno dei primi parrucchieri di Chiaia, da sempre invaghita, invano, di Antonio Laurano (A.M. Ortese, “Il mare non bagna Napoli”, Vallecchi, 1967).

Ma così vanno le cose, purtroppo. Le uniche passioni condivise in questo nostro paese sembrano essere quelle dell”assurdo, dell”illogico, dell”irrazionale. Passioni che, spesso, diventano addirittura virtù e non sono nemmeno vietate dalla legge. Anche se, come si dice? “Quod non vetat lex, hoc vetat fieri pudor” (Il pudore spesso vieta che si faccia ciò che la legge non proibisce).
(Fonte foto: Rete Internet)

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