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Le ricette di Biagio: la zuppa di lenticchie. Piatto del Natale e delle taverne

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Le lenticchie, preparate in vari modi nel periodo natalizio perché considerate simbolo di prosperità e di felicità,  erano un “piatto” importante anche nelle taverne vesuviane, già nel ‘600, per il basso costo e per le virtù salutari.  Alla zuppa di lenticchie poteva essere dedicato anche quell’elogio della lentezza nel mangiare che Della Porta fa, nella “ Tabernaria”, parlando dei vini campani.

 

Ingredienti: (per 4 persone) gr. 400 di lenticchie; 1 carota, 1 costa di sedano, 1 cipolla, 1 patata, un po’ di passata di pomodoro; gr. 100 di pancetta affumicata; mezzo bicchiere di vino bianco: rosmarino, olio, pepe e sale. Preparato, in una pentola, un soffritto, con olio, sedano e trito di carota e di cipolla, aggiungete i cubetti di pancetta, e quando questi sono rosolati, le lenticchie, le fette di patata, il pomodoro e il rosmarino, e poco dopo, il mezzo bicchiere di vino.  Coprite tutto con l’acqua, nella misura dettata dai vostri gusti ( se la zuppa la preferite “brodosa” o asciutta) e lasciate cuocere su fiamma bassa per 40 minuti. A tavola la zuppa può essere accompagnata anche da fette di pane. (dal sito: fattoincasadabenedetta.it)

 

La descrizione di una taverna si impenna quasi sempre verso le vette dell’ideale e della letteratura, anche quando il calamo è nelle mani di un agente del dazio costretto dall’ufficio a enumerare cibi e bottiglie sfolgoranti di  colori e di sapori : è il fascino oggettivo dei nomi di alcuni oggetti che da sé accendono nei nostri sensi la memoria e l’immaginazione. Trascrivendo nei registri ufficiali l’elenco dei legumi, dei formaggi e dei salumi venduti nelle quattro taverne del Centro Abitato di Ottajano  nel 1664, il  cancelliere comunale  tracciò con la penna accuratamente imbevuta di inchiostro una grafia diversa da quella degli altri verbali: una grafia ampia, rotonda, meditata in quella consapevole lentezza con cui aveva  o avrebbe assaporato “ lenticchie minute e lenticchie grosse di Sarno, caso vecchio, caso marzatico di pecorino, casocavallo, casocavallo vecchio, caso cellese di Sicilia, caso caprino secco, ricotta salata, provole del Gaudello, provole fresche del Gaudello, lardo vecchio, lardo nuovo, pettorine, boccolari e spalle, insogna in pano nova o vecchia, salciccioni di Solofra, presciutte senz’ossa “. Nella società del tempo il cancelliere – notaio era uno di quei pochi che potevano realmente concedersi il lusso di mettere in tavola il tarantiello, che costava un terzo di ducato al rotolo, e la ricotta salata. Gli opulenti trionfi mangerecci degli artisti del XVII secolo furono più che  rappresentazioni realistiche ritratti ideali di una nuova percezione delle cose e del tempo. Il primo elogio della lentezza come dimensione  propria del bere e del mangiare lo tesse Lardone nella  “ Tabernaria “ di Della Porta:Non sono questi, vini da bersi subito, ma prima farci un pochetto l’amore, poi accostarselo alla bocca pian piano con una maestà grave poi con una regal riverenza sporger le labra fuori e gire ad incontrarlo; e bevuto che n’arai un pochetto, sta contemplando la battaglia che fan le membra che tutte vogliono essere le prime a gustarlo; il cuor primo ne cava la quinta essenza, il polmone tutto se ci tuffa dentro, le budella se ne riempiono e la milza alll’ultimo se ne succhia la parte sua .”. Anche le taverne vesuviane, in cui si servivano  paste di Torre e di Amalfi, le minestre, la carne di maiale con lenticchie per contorno, il “ tosciano “, cioè “ ‘o zoffritto “, il pesce del mar Tirreno e le anguille e le rane del Sarno, furono il locus dell’abbondanza, del tempo sottratto ai signori, dei piaceri e del gioco. Dominavano le carte e i dadi: nel “ Candelaio “ di Giordano Bruno l’oste di una taverna tra Nola e Pomigliano non conosce lo sbaraglino, si dice bravo “ a tre dadi “, disprezza gli scacchi , che gli farebbero “ rinnegare  Cristo “, e “ la mirella “, che è un gioco “ da fachini, bifolci e guardaporci “. Nel gioco e nel vino si consolidò la materia grezza della libertà di parola, che trovava un perfetto uditorio nella società degli avventori, fatta di “galantuomini “, contadini, “ meccanici “, prostitute e ribaldi, democraticamente mescolati per i banchi. La taverna vesuviana, che ebbe sempre radici nella società contadina e  allo stesso tempo nella cultura della città, conservò ininterrottamente quei caratteri di libertà e di verità, anche quando, a partire dall’unità d’Italia, nel resto del Paese la taverna incominciò a riempirsi di operai e a trasformarsi  nel luogo dell’alcoolismo e di quei grevi silenzi che Vincenzo Migliaro rappresentò splendidamente. Il fatto è che  nelle taverne vesuviane si respirava realmente l’aria del mito, che non si dissolse nemmeno quando, sulla costa sorrentina, le  locande si slargarono in pittoreschi alberghi per i signori indigeni e forestieri.

(fonte foto: rete internet)

 

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