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Le ricette di Biagio: il melone “essenziale”, imbevuto di vino rosato del Vesuvio.

I vini rosati del Vesuvio sono vini di comunicazione e di primaverile freschezza. Nel quadro di Sànchez – Cotàn un pomo, una verza, un melone e un cetriolo sviluppano un discorso mistico e filosofico.

Ingredienti: vini rosati vesuviani e meloni “cantalupo”. Tagliare trasversalmente, e dunque in due porzioni, un melone “cantalupo” piccolo e moderatamente freddo, pulire ogni porzione liberandola dai semi e dai filamenti, staccare parzialmente la polpa dalla scorza, dividendola in pezzi separati da solchi che l’attraversino tutta. Irrorare tutta la polpa con vino rosato, facendo in modo che il vino giunga a bagnare anche la scorza. Ripetere più volte l’operazione con vino fresco: alla fine riempire la cavità centrale di ogni porzione con il vino fresco e servire. Noi l’abbiamo portato in tavola come dessert. In un assaggio abbiamo usato il lacryma christi rosato di Casa Setaro, e il giudizio è stato unanime: il profumo e il sapore del melone rispondevano magnificamente alle note di fragola e ai sentori floreali di questo nobile rosato. In un secondo assaggio abbiamo usato il rosato di Casa Sannino: qualcuno tra i presenti prevedeva che la nota di ginestra di questo splendido vino non avrebbe trovato un facile accordo con il melone: ma ogni dubbio è stato dissolto. Anche la polpa imbevuta con il vino di Casa Sannino è stata una delizia per il gusto e per l’olfatto: e bere l’uno e l’altro rosato dalla cavità del melone è un piacere perfetto.

Biagio Ferrara

Scrivere un libro sul cibo in pittura, in letteratura, e nella canzone, e trovare le corrispondenze tra le parole, i colori e le note musicali: è un’idea di antica data, che per ora giace sotto un cumulo di carte, di documenti e di appunti. I pittori hanno amato l’anguria, per la sua rotondità, per il colore verde intenso dalle sfumature marine, per il “fuoco” della polpa: una fetta d’anguria posta al centro del quadro accende lo spazio circostante, e collocata nell’angolo basso, come spesso faceva il torinese Giuseppe Falchetti, abile pittore di grappoli d’uva, di melograni e di fette d’anguria, chiude l’opera con una nota cromatica alta. Agli inizi del ‘600 Caravaggio, Zurbaran e Juan Sànchez- Cotàn, autore del quadro la cui immagine correda l’articolo, rovesciarono i canoni della “natura morta” fiamminga, così come erano stati fissati da Pieter Aertsen e da Joachim Beuckelaer. Gli olandesi riempivano ogni angolo della tela di prodotti della terra e di pesci e di quarti di carne: immagini dell’opulenza, spesso rafforzate da fiorenti signore, cuoche e venditrici. Nel quadro di Beuckelaer, riprodotto in appendice, le verze si ammassano, globi di frutta rossa di ogni calibro scintillano dovunque, lo sfondo è ridotto a piccoli spazi, occupati da verde fogliame.
Juan Sànchez- Cotàn è essenziale. Sullo sfondo nero, e all’interno di una finestra, si dispongono un pomo, una verza – appesi entrambi a uno spago -, e, poggiati sul piano della finestra, un melone aperto, una fetta di melone, un cetriolo. La fetta di melone e il cetriolo sporgono, in direzioni opposte, dal piano e “aprono” il lato destro – destro per chi guarda- verso lo spettatore, mentre il sinistro se ne allontana, per due ragioni: prima di tutto, la verza e il pomo, attaccati allo spago, non proiettano ombre marcate sul piano della finestra, e poi le “pieghe” della verza portano l’occhio verso lo sfondo. Il pittore è riuscito a realizzare un “inganno” prospettico, a farci vedere l’immagine come se fosse posta di traverso. Questo capolavoro assoluto, dipinto tra il 1602 e il 1604, consente una lettura filosofica e mistica, giustificata anche dal fatto che nel 1603 l’artista entrò come frate laico nella Certosa “El Paular” di Segovia. Alcuni critici hanno visto nell’opera chiari riferimenti alle dottrine mistiche di Santa Teresa d’ Avila e di San Giovanni della Croce e agli studi del neoplatonismo italiano sui temi dell’armonia e delle proporzioni.
Ma fa troppo caldo per affrontare questi temi. Dico solo che è geniale l’idea di aprire il quadro con la sfera perfetta del pomo, di svilupparlo attraverso due “sfere” imperfette, la verza e il melone, l’una corrugata, l’altra tagliata, e di chiuderlo con l’arco simmetrico della fetta di melone, e l’asimmetrico cilindro del cetriolo: cinque soli “oggetti” in una selva di simboli. Ma Sànchez- Cotàn, prima di essere mistico e filosofo, è pittore: un grande pittore. La polpa e la massa dei semi del melone, e le rughe della verza sono la prova oggettiva di un “occhio” e di una “mano” prodigiosi.
Ero tra quelli che ritenevano difficile, contrastato il connubio tra il “cantalupo” e i rosati vesuviani. Mi dichiaro vinto: anche in una situazione complessa, qual è il confronto con la polpa particolare del melone – particolare per i vari gradi della morbidezza, per il sapore imperioso e per il profumo elegante – i rosati vesuviani si confermano vini generosi, aperti, sicuri di sé. Vini di comunicazione. Una comunicazione di armoniosa logica e di ritmo fresco.

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