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Le ricette di Biagio: gnocchi di pane. E penso alla “Gnoccolara” di Trinchera

L’inesauribile tesoro della letteratura napoletana. Pietro Trinchera ( 1702- 1755), notaio, librettista, commediografo, poeta, impresario del teatro “Fiorentini”, polemista, morto suicida in carcere,  pubblicò “La gnoccolara” nel  1733. Nel 1726 aveva  scritto “La monaca fauza”, che venne riscritta nel 1964 da Eduardo De Filippo.  Perché in lingua napoletana “gnoccolara” e “vrucculosa” indicano una donna abituata a far moine e vezzi. La ricca simbologia del pane e un malizioso commento di Pepe Marlò Mastriani.

 

Ingredienti: gr. 180 di mollica di pane raffermo, ml. 150 di latte, 1 uovo, gr. 90 di farina, gr. 250 di passata di pomodoro, parmigiano grattugiato, olio, basilico, prezzemolo,  sale e pepe. Tagliate la mollica del pane a dadini, e, in una ciotola, copritela con il latte. Dopo mezzora aggiungete, nella ciotola, qualche foglia di basilico e di prezzemolo, l’uovo sbattuto, il sale e il pepe. Amalgamando il tutto con una forchetta versate, a gradi, la farina: dovete realizzare un impasto misuratamente umido: con porzioni di questo impasto formerete gli gnocchi, e li infarinerete su una spianatoia. Fate cuocere gli gnocchi in abbondante acqua salata e poi tirateli fuori con un colino e versateli nel sugo della padella dove resteranno per qualche minuto.  Il “piatto” va in tavola decorato da qualche foglia di basilico. (www.ricette della nonna).

 

In lingua napoletana “ gnoccolara “ e “vruccolosa” è la donna che fa vezzi e moine, ma senza l’eccesso della sdolcinatura. Il significato di “vruccolosa” deriva forse dal fatto che ancora nei primi anni del Novecento i campi del Vomero coltivati a broccoli erano teatro di caldi incontri d’amore, mentre le “gnoccolare” lavoravano gli gnocchi con delicati movimenti delle mani e  andavano a venderli in strada invitando i clienti con quei dolci richiami che erano e sono la caratteristica dei venditori napoletani. Graziella, la protagonista della commedia di Trinchera – un autore per molto tempo ingiustamente dimenticato – è una “gnoccolara” di nome e di fatto, che per i suoi vezzi e le sue moine, è abbandonata dal marito. Immediatamente viene “assediata” da una folla di corteggiatori: e Graziella li lusinga tutti, a ognuno concede la speranza della conquista, ma in realtà non solo li prende in giro, ma li sfrutta con freddo calcolo e vive alle loro spalle: insomma, li “scurchiglia”, vive a scrocco: e Francesco D’Ascoli ci ricordava che lo scroccone i Napoletani lo chiamavano “scurchiglione”, adattando alla lingua dei contadini il nome latino del “gorgoglione”, parassita delle piante. E il marito, riappacificatosi con Graziella, non a caso loda proprio questa “arte” della moglie: “Bellezza mia cara / viva la Gnoccolara / che t’ave scorcogliate / tutti sti puvererielle nnamorat’”. Oggi Pietro Trinchera sollecita di nuovo l’attenzione della critica grazie anche agli scritti del prof. Nicola De Blasi che insegna all’Università di Salerno e che ha definito il notaio – scrittore “mago del montaggio”. Trinchera sa innestare in scene da opera buffa personaggi e situazioni disegnati con nitido realismo: questa sua preziosa abilità suscitò l’ammirazione di Eduardo De Filippo. Il commediografo del ‘700 si proponeva di scrivere “’ncoppa a lo naturale”, ispirandosi alla realtà. E alcuni personaggi della “Gnoccolara” sono figure vive e concrete della società napoletana del tempo. Gli gnocchi di pane ci ricordano che tutto parte dal pane: l’arte dei cuochi riuscirà anche a “nascondere” la mollica nella forma degli gnocchi, ma il gusto ci dirà la verità, ci svelerà il gioco: niente riuscirà mai a cancellare i segni della presenza del pane. Non c’è nessun altro cibo che porti in sé una simbologia degna di confrontarsi, nella misura e nell’importanza, con quella del pane.  Il pane è, con il vino, simbolo del Corpo di Cristo, e dunque della fede cristiana, ma, già nel “Convivio” di Dante, è simbolo della scienza. “E’ bbuono cumm’’o pane” dicono i Napoletani di una persona dotata di bontà angelica, e nella tragedia “Troilo e Cressida” Shakespeare usa la metafora della panificazione come misura della pazienza di cui deve essere fornito l’uomo innamorato. Tra le iscrizioni elettorali che ornano le facciate di molte case dell’antica Pompei  ve n’è una che invita a votare come edile Caio Giulio Polibio “perché sa fare il pane”. C’è qualche nostro politico che  sappia fare il pane? Lo chiedo a Pepe Marlò Mastriani, e la “malalingua” mi risponde. “ Non credo, anche perché essi badano soprattutto al companatico”.

(fonte foto: ricettedellanonna.it)

 

 

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