Perché è necessario che i docenti mangino carciofi almeno due volte alla settimana. Da sempre il carciofo è simbolo dell’eros: in lingua italiana, dell’ eros “maschile”. E dunque potrei essere accusato di sessismo. Bersaglio di accuse “sessiste” e di provvedimenti disciplinari è quell’insegnante che in un liceo romano, avendo sorpreso un’alunna che in classe ballava a pancia più o meno scoperta, le ha rivolto la domanda indicata nel titolo. Per fortuna in napoletano il carciofo diventa “’a carcioffola”, metafora dell’organo sessuale femminile, celebrata da Di Giacomo in una poesia ricca di allusioni, “Carcioffolà”, che la musica di Eduardo Di Capua trasformò in una sfiziosa canzone.
Ingredienti: carciofi mammole, olio, mentuccia, aglio, sale, pepe e mezzo limone. Liberate i carciofi dalle foglie esterne, tagliate la parte finale del gambo, allargate la parte centrale dei carciofi eliminando le così dette “barbette” e collocate i carciofi in una ciotola piena d’acqua in cui è stata spremuto un limone piccolo. Poi scolateli, riempiteli con un “composto” di aglio e di menta tritati, di sale e di pepe e metteteli, capovolti, in un tegame e versate acqua e olio in modo che i carciofi siano coperti fino all’inizio del gambo. Coprite il tegame e lasciate cuocere a fuoco moderato per circa 30 minuti. I carciofi andranno in tavola ancora caldi (blog : giallo zafferano).
In provincia di Napoli un supplente sgrida i ragazzi di una classe, e nel pomeriggio si presentano a casa sua, a Casavatore, alcuni signori che, a volto scoperto, lo pestano a sangue, perché impari e ricordi che non gli è consentito concedersi più certe libertà. A Roma una supplente entra in una classe di un noto Liceo durante un’ora di buco e trova una ragazza che sta ballando sul ritmo di una musica, e ha il pancino scoperto. Si irrita, la supplente: “Ma che stai sulla Salaria?”: è la Salaria un luogo frequentato da donne che vendono il loro corpo. Si abbattono sulla supplente scrosci di proteste e di insulti, e i compagni della ragazza si presentano a scuola, per solidarietà, in pantaloncini e in pigiama. I docenti, supplenti, incaricati e di ruolo, dovrebbero mangiare carciofi almeno due volte alla settimana, perché tra le molte virtù salutari il carciofo ha anche quella di rendere salda la prudenza e vigile lo sguardo sulla realtà che ci circonda. Proprio per queste virtù i condottieri Persiani e Alessandro il Macedone disposero che i carciofi non mancassero mai nel menù dei loro guerrieri. Forse il ballo della ragazza veniva registrato in un video che poi sarebbe stato pubblicato, e la pubblicazione non avrebbe giovato al buon nome del Liceo: ma anche se fosse vera questa storia del video, la docente supplente avrebbe dovuto farsi i cavoli, o i carciofi, suoi, e soprattutto, non usare metafore scivolose. Da oggi in poi, se una classe è chiassosa, non permettetevi di esclamare: “ma che è questo casino?” Potreste essere denunciati. E non dico da chi. Che i carciofi e la parmigiana di melanzane ci aiutino a “vedere” a cosa sono ridotte la famiglia, la scuola, la società. Il carciofo è il simbolo della saggia lentezza: si pulisce e si mangia una foglia alla volta. Era fatale che per la sua struttura l’ortaggio diventasse un simbolo della politica. I Savoia ne fecero, già sul finire del sec. XVIII, l’immagine del loro progetto di conquista dell’Italia settentrionale: ci mangiamo prima la Lombardia, poi il Veneto, e poi il resto, una regione alla volta. Dal 1946 a stamattina non c’è stato politico italiano, di maggioranza o di minoranza, che non si sia ispirato al carciofo, sia nel bene –la comunità progredisce un passo alla volta – sia nel male: le poltrone che contano ce le pappiamo una alla volta, se no ci chiamano “mangioni”. Il carciofo è anche un afrodisiaco, e lo era già per l’Aretino: per questo, e per la sua forma, già gli scrittori del ‘500 lo usano come immagine dell’organo sessuale maschile. I Napoletani, invece, tagliano il gambo e così la “carcioffola” diventa “figura” dell’organo sessuale femminile. C’è malizia allusiva in “Carcioffolà” la poesia di Salvatore Di Giacomo, che Di Capua musicò. Abbiamo già detto che Caterina de’ Medici fece conoscere ai Francesi il carciofo che Filippo Strozzi aveva introdotto in Toscana con il “fico gentile”. Possiamo ricordare la storia di Cynara, la ninfa dai capelli biondo- cenere e dagli occhi verdi, di cui Zeus si innamorò e che poi, quando lei incominciò a stancarsi e disse di voler tornare sulla Terra, trasformò in carciofo, ruvido e spinoso all’esterno e all’interno tenero, proprio come era la ninfa infelice. Ho già scritto alcune di queste cose in un articolo di due anni fa: ma i carciofi, imbottiti di metafore, insegnano anche che “repetita iuvant”.
(fonte foto:giallozafferano)



