La globalizzazione disgrega basi e confini degli Stati nazionali, corrode la democrazia, cancella molti dei diritti delle masse, affida il controllo della società globale alle èlites dei potenti, capaci di spostare i capitali da un capo all’altro del pianeta a una velocità “elettronica” che gli Stati nazionali non possono controllare. Da qui la reazione dei populismi e “l’apparizione” di Trump.
I pazzi sono straordinari nei loro momenti di lucidità (Casimir Delavigne)
Nella società globale si costruiscono due classi sociali nettamente distinte: da un lato le élites dei potenti e dall’altro le grandi masse dei “locali” che vedono ridursi con progressione implacabile il loro potere di incidere sulla vita sociale, di regolare autonomamente il corso della propria esistenza, e perfino di godere dei diritti previsti dalle leggi. E’ radicale la trasformazione del concetto di spazio “politico”: se lo Stato moderno si è formato anche attraverso il controllo diretto degli spazi in cui venivano teorizzate e realizzate le forme del potere, la crisi in cui la globalizzazione travolge gli Stati nazionali si misura anche dalla rapidità con cui si vanno dissolvendo gli spazi “locali” destinati a formare la pubblica opinione. I capitali, scrisse Z. Bauman nel 2002, “si muovono rapidamente, tanto da tenersi sempre un passo avanti rispetto a qualsiasi entità politica, fatalmente territoriale, che voglia contenerne il moto e farne mutare direzione…qualsiasi cosa che si muova a una velocità vicina a quella dei segnali elettronici è praticamente libera da vincoli connessi al territorio all’interno del quale ha avuto origine, verso il quale si dirige, attraverso il quale passa”. Lo Stato – nazione, ormai “espropriato” di molte sue prerogative, si riduce ad eseguire gli ordini di un potere economico- finanziario a cui non è in grado di opporsi, e che promuove il costituirsi di nuove entità territoriali, sempre più deboli, sempre più incapaci di contenere il potere “globale” dell’economia
Alcuni importanti studiosi pensano che la globalizzazione abbia messo in discussione tre essenziali funzioni dello Stato: mantenere buoni livelli di sviluppo economico, tutelare la coesione sociale, garantire la libertà individuale. Colin Crouch non ha dubbi: la globalizzazione “contribuisce chiaramente a limitare la democrazia”, soprattutto perché “la democrazia è un sistema che fatica ad affermarsi fuori dai confini nazionali”. Nell’era dell’informazione globale viene comunemente accettata l’idea che la concezione tradizionale della democrazia fondata sulle elezioni e sul sistema politico sia stata sostituita da una democrazia di nuovo tipo, nello stesso tempo “mediatica” e “consumistica”. Al cittadino – scrive Gianfranco Lizza- vengono richieste due attività: che sia “informato” e che “consumi”: le due attività sono destinate a fondersi, perché l’informazione diventa consumo e nello stesso tempo la propensione al consumo è determinata dall’informazione. L’uomo del sec.XXI, creato dalla società globale, da internet e dai “social”, è un “informivoro”: il nastro delle notizie che scorre su “fb” senza sosta, senza verifica e senza una prospettiva organica di qualità è il ritratto simbolico di questa società di consumatori di notizie.
Un intellettuale di formazione umanistica, Luciano Canfora, disegna uno spietato ritratto dell’uomo “informivoro”: “Oggi il potere penetra come il gas e crea l’uomo nuovo, cioè il suddito consumatore arrampicatore, frustrato, invano proteso a desiderare e a mimare modelli di vita inarrivabili che finiscono con il costituire la totalità delle sue aspirazioni. E’ la fonte sublime e quasi inaffondabile di potere.”. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: la cultura, piegandosi ai mass media, non è più analisi critica, ma è solo proposta di integrazione; la classe media si ammala dell’“estremismo di centro”, per cui perde i riferimenti culturali e il senso di appartenenza, e diventa facilmente manipolabile; prende vigore il populismo democratico, costruito sul rapporto diretto tra leader ed elettori, e si procede per plebisciti, soprattutto perché il sistema dei partiti si è gravemente indebolito. Accade così che gli Stati Uniti eleggano Trump e gli affidino il compito di fare il San Giorgio contro il drago della globalizzazione, di chiudere i confini, di alzare muri alle frontiere, e di esprimersi e di muoversi come un pistolero a metà John Wayne, e Bud Spencer per l’altra metà: a Rohani, il presidente dell’Iran che protesta duramente contro le nuove scelte politiche degli Stati Uniti, anche Bud direbbe ciò che ha detto Trump: “è meglio per lui se sta attento.”.
Gli aspetti essenziali della complessa situazione sono sotto gli occhi di tutti. Nell’era della globalizzazione non solo l’economia, ma anche l’informazione è controllata da imprese private internazionali, proprietarie di reti televisive e di testate di giornali. Queste imprese, “che puntano solo al profitto”,scrive G.Lizza, vengono fatalmente indotte a “un rapporto di cooperazione col potere politico e quindi finiscono con il moltiplicare le distorsioni: a quelle indotte da interessi totalmente esterni si aggiungono quelle nate da più o meno sottaciute convergenze politiche.”. Lo stesso ragionamento vale per il web e per internet, che erodono le tradizionali prerogative dello Stato più di qualsiasi altra invenzione umana. Lo dimostra il dibattito in corso sulla “extraterritorialità” di internet, e su quanto sia difficile stabilire delle regole per la rete e individuare i garanti e i controllori di queste regole. Lo dimostra, ancora di più, la spregiudicatezza con cui alcune società di informatica non solo concludono affari con regimi totalitari, ma forniscono ad essi “gli strumenti per intervenire in modo censorio”.
E’ un discorso che riprenderemo.







